Un ricordo di Mario Benedetti

Oggi, 14 settembre, Mario Benedetti avrebbe compiuto novantun anni. In suo ricordo pubblichiamo questo splendido pezzo di Gioconda Belli

Non si sarebbe  detto che Mario Benedetti era un poeta. Era un uomo di statura media, la schiena un po’ ricurva, il viso calmo e osservatore, i baffi, forse, erano i soli a rivelare che si trattava di una persona con una particolare percezione di sé . Nelle riunioni non era il più vivace, né il più rumoroso. Guardava tutto quanto con occhi da gran conoscitore, ma senza mai vantarsi della sua profondità o della sua saggezza.
Sorrideva con quella malinconia propria della gente del sud, gente che ha sofferto e che vive l’allegria e il riso con parsimonia, senza sminuire l’importanza di coloro che sanno far ridere gli altri.
Alle riunioni era una presenza gradevole, senza un minimo di arroganza né smania di attirare l’attenzione. Accompagnava lo spirito del gruppo senza perdere il suo baricentro, gli occhietti da lepre attenti al movimento: un uomo profondo che si abbeverava al mondo in silenzio e senza strepito.

Quando lo conobbi all’Avana nel 1981, nel suo ufficio alla Casa delle Americhe, volli dirgli, e credo gli dissi, quanto mi avesse accompagnato.
Durante il mio esilio in Messico e in Costa Rica ricordavo intere notti passate a leggerlo avidamente. La sua poesia mi faceva riappacificare con me stessa. Gli dissi che i suoi poemi erano come il grilletto di una pistola che mi esplodeva dentro e mi riempiva di parole, di echi. Non c’era volta che lo leggessi senza farmi possedere dal desiderio di scrivere poemi anche io. Mi apriva la strada verso un’intimità che mi rivelava cose di me stessa che ignoravo prima di leggerlo. Lui sorrise mentre mi ascoltava, mi ringraziò per il complimento con un lieve movimento del capo e continuò a parlare del suo lavoro alla Casa delle Americhe dove coordinava il Premio cubano della cui giuria feci parte quell’anno.

Vidi Mario tante altre volte. Divenne un amico, una presenza vicina, uno di quei privilegi che la vita ci concede con la sua misteriosa generosità. Venne in Nicaragua durante la rivoluzione, parlando come era solito fare, con un’umiltà dolce e vera che lo rendeva ancora più adorabile, perché sapendo di chi si trattava, ci si meravigliava di vedere quell’essere il cui nome in America Latina stava sulla bocca di tutti comportarsi con quella semplicità. La semplicità che lo rendeva esattamente il poeta che era, trasparente, senza artifici, un cittadino della vita consapevole che il suo compito era vivere e raccontare.

Andai a visitarlo a Montevideo nel 2008. Mi sembrò un guscio di noce, raggrinzito e fragile nella poltrona dove mi accolse a casa sua. Era già molto malato. Sua moglie Luz era già morta, la solitudine e la tristezza circondavano la sua intimità di passeggero che non riusciva a mettersi comodo neanche in vecchiaia, neanche a ridosso della morte. I suoi occhi vivaci continuavano a brillare. Se possibile brillavano ancora di più rispetto ad alcuni anni addietro quando viveva di più la sua vita. Parlammo di poesia, di Nicaragua. Mi raccontò della sua ingrata stanchezza, ma anche dei suoi progetti, dei libri che continuava a scrivere. E piansi quando me ne andai, quando la porta del suo appartamento si chiuse dietro di me e di Hortensia Campanella con la quale ero andata a visitarlo. Sapevo che non lo avrei più rivisto. Era chiaro che si stava spegnendo come un cero che emana il suo ultimo bagliore. E la certezza che si sarebbe spento, che quella parola si sarebbe diluita nel tempo e nella pioggia, mi riempì di tristezza e di insofferenza.

Ora Mario ha lasciato il suo appartamento. Non tornerà ai suoi libri, alla sua poltrona accanto alla finestra. Non scriverà più i suoi versi con la mano tremolante. Il vuoto lasciato dallo spazio che occupava è una tacca dolente nell’albero della poesia viva dell’America Latina. Se ne è andato nel cielo dei poeti e credo sarà uno di quelli che più si affacceranno alle finestre della notte stellata. Così placido e dolce come era, ho la certezza che sarà uno di quelli a cui più mancherà stare qui, ascoltare il suono degli altri, catturare il movimento del sole sul marciapiede, il trascorrere dei pomeriggi, il mormorio delle coppie nei parchi, perché nessuno come lui era capace di creare quel silenzio interiore che si richiede per ascoltare, per essere attenti, per catturare il battito altrui, quello che rendeva la sua poesia così nostra, come se la scrivesse da un cuore che prestava a chiunque e che restituiva arricchito.

Print Friendly

Traduzione di Lorenzo Ribaldi

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *