Un nuovo romanzo lirico, di Christopher Domínguez Michael

Presentiamo oggi un’interessante analisi dell’opera di Yuri Herrera pubblicata qualche tempo fa sulla rivista Letras Libres. L’autore, Christopher Domínguez Michael, analizza la scrittura di Yuri Herrera accostandola ai grandi nomi della tradizione letteraria messicana, Rulfo su tutti, e parlandoci anche del fenomeno della narcoletteratura. Buona lettura!

traduzione di Luca De Feo

immagine di Mariana Villanueva Segovia

Un paio di romanzi brevi, a loro modo sintetici, sono stati sufficienti per stabilire il prestigio letterario di Yuri Herrera (Actopan, Hidalgo, 1970), autore di La ballata del re di denari e di  Segnali che precederanno la fine del mondo (entrambi tradotti in Italia da Pino Cacucci). Prendendosi il suo tempo, Herrera non ha sprecato il suo tempo: è noto il suo ottimo stile, il felice incontro con un linguaggio proprio, semplice senza essere schematico, musicale senza essere rumoroso né stucchevole, tenero e solo a volte banalmente sentimentale. Le trame di entrambi i libri sono facili da esporre: La ballata del re di denari (apparsa originalmente nel 2004) racconta come un cantante da bar finisce per dedicare corridos a un boss e Segnali che precederanno la fine del mondo ci presenta una ragazza che attraversa illegalmente la frontiera sulle tracce di suo fratello, anche lui clandestino.

Herrera forse rappresenta una soluzione – per il momento – alla discussione che sulla narcoletteratura hanno tenuto, tra gli altri e durante l᾽ultimo sanguinario lustro, critici e narratori messicani come Rafael Lemus, Eduardo Antonio Parra, Jorge Volpi ed Heriberto Yépez. Se la violenza attuale produce romanzi quasi lirici come quello di Herrera, ciò indica che si sta esaurendo il processo tradizionale che configura al realismo e lo oltrepassa: fin dalla sua nascita al romanzo è toccato essere servo dell᾽attualità politica e sociale ma liberandosi da questa schiavitù, sublimandola, ha conquistato la sua autonomia come strumento critico della modernità.

Il realismo da panflet, commerciale, i romanzetti prescindibili, oggi ancor più inutili che 150 o 170 anni fa poiché in assoluto svantaggio sugli schermi – discariche istantanee che configurano il nostro tempo, – andranno perdendo tutta la loro rilevanza quando si tratterà di parlare del Messico ai tempi della guerra ai narcos. Resteranno, probabilmente, libri come quelli di Herrera, così come soltanto i filologhi si occupano dell᾽abbondante produzione letteraria della Rivoluzione Messicana, e il canone lo costituiscono i Mariano Azuela, i M. Luis Guzmán, i Franciso Urquizo. Questo non vuol dire che la sintesi lirica raggiunta da  Herrera sia l᾽unica strada possibile: a tutti noi piacerebbe leggere un Grande Romanzo messicano, documentato e iperrealista, sui criminali tempi che corrono, alla maniera di A sangue freddo di Capote, o sul modello  di ciò che proposero Guzmán o Vicente Leñero negli anni Ottanta.  Io credo poco probabile – per motivi che meriterebbero un altro articolo – che questo romanzo veda la luce e in questo senso quella di Herrera è una soluzione che si accorda con l᾽asciutto lirismo di Juan Rulfo, efficacemente omaggiato in  Segnali che precederanno la fine del mondo.

Altra cosa che la lettura di Herrera evidenzia: in un quarto di secolo l᾽asse narrativo della letteratura messicana si è spostato a nord, verso la frontiera, e la scrittura di grandi romanzi urbani, la summa totale su Città del Messico, come ambizione letteraria è passata in secondo piano. A dominare come topos mitico è il deserto, e narratori come Jesús Gardea (che Herrera, a suo modo, semplifica), Daniel Sada, Eduardo Antonio Parra, non solo hanno scoperto una geografia e l᾽hanno popolata ma hanno allestito una scenografia dove uno scrittore come Herrera si disimpegna con una naturalezza da fortunato erede. Herrera mi sembra, più che un punto di partenza, un punto d᾽arrivo: l᾽impero narco ridotto (come solo può e deve la fare buona prosa) allo sguardo falsamente idiota di un buffone accolto nel palazzo, e l᾽attraversamento della frontiera che ha per protagonista una supereroina, una figura morale.

Che ci piaccia o no come cittadini di questo Paese, il mito messicano per eccellenza è tornato a essere una versione particolarmente sinistra del lontano e selvaggio West, mondo di crimini orrendi che ha fatto la sua apparizione in letteratura, costruito in modo decisivo, con 2666 (pubblicato nel 2004) di Roberto Bolaño; la cui rappresentazione di Città Juárez e del femminicidio han fondato la mitologiaa cui sarà associato, per decenni, forse non il Messico,  ma l᾽idea di “messicanità”. Siamo tornati ad essere, secondo l᾽analisi di Sergio Gonzáles Rodríguez, in El hombre sin cabeza (2009), il Paese del sacrificio umano, e da ciò solo l᾽arte, in questo caso la letteratura, può trarre vantaggio.

Herrera ci offre un balsamo, una poetizzazione dell᾽osceno che lo sottrae all᾽orrore brutale della notizia e annulla il convenzionalismo estetico prodotto, fatalmente, dall᾽indignazione. Ci è riuscito dosando nella giusta misura – con una tecnica che si direbbe rulfiana – più e più volte varie forme e tradizioni (vernacolari, colloquiali, colte) fino ad abbandonare la sua lingua letteraria tanto esangue da sfiorare il banale.  In La ballata del re di denari, ma, soprattutto, in Segnali che precederanno la fine del mondo, romanzo in cui l᾽autore effettua un controllo meno rigido sulla lingua, Herrera mescola e depura (insisto) il gergo della frontiera e le espressioni tipiche di Città del Messico con qualcosa di Corman McCarthy (che fa parte più della poesia degli Stati Uniti che della sua narrativa) e molto della tradizione ispanoamericana della novella lirica, basata sull᾽epica dell᾽Io.

Quando si parla di “narcoletteratura”, insomma, si discute il ruolo pubblico della letteratura. Herrera conferisce un certo profilo etico al suo romanzo, puntando sul libero arbitrio dei suoi personaggi, nell᾽avventurosa libertà che li scuote. L᾽artista in La ballata del re di denari, fugge attraverso i cunicoli del palazzo del capo e si guadagna la sua libertà, padrone, alla fine, di un destino nomade, mentre Makina, illesa dopo essere stata ferita da una pallottola, prigioniera di una nuova identità, vi è giunta con una scelta dimostrata in quel momento in cui inizia a scrivere, fugacemente, un libro capace di turbare i suoi secondini. Non è né vuole essere del tutto realista Herrera: il suo mondo è quasi fantastico: mantiene un piede per terra, per fortuna solo uno. Tempo fa Adolfo Castañón si domandava se sotto l᾽etichetta di “narconarrativa” avremmo scoperto un nuovo Azuela. È probabile di no. Però abbiamo già un nostro Yuri Herrera.

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