Tra realtà e finzione, di Valeria Luiselli

Pubblichiamo un articolo uscito su www.untitledbooks.com, in cui Valeria Luiselli racconta la genesi di un romanzo, il suo debutto narrativo, Volti nella folla, e le vicissitudini  di una vita, la sua. Tra realtà e finzione. Buona lettura.

Dall’idea iniziale di questo libro al momento in cui ho avuto la certezza che finalmente lo stavo scrivendo, sono passati due anni e sono accadute molte cose: mi sono trasferita da Città del Messico a New York e viceversa, ho pubblicato una raccolta di saggi, ho avuto un figlio, mi sono innamorata e mi sono sposata. E per mettere la ciliegina sulla torta, ho piantato un albero – uno di quegli alberi ceiba che crescono più di 50 metri – in mezzo al cortile di uno storico edificio art déco a Città del Messico. L’ho fatto perché c’era un pezzo di terra disponibile in mezzo a una grande area arida, e anche perché ero completamente avvelenata dagli ormoni della gravidanza e perciò sopraffatta da una sorta di zelo che mi spingeva a preparare torte o piantare alberi. Nessuno con la mente assennata e libera da ormoni pianterebbe una ceiba accanto a un edificio storico perché l’albero morirebbe dopo pochi giorni o annienterebbe l’edificio dopo qualche anno.

È stato in un appartamento in quell’edificio, accanto a una finestra che dava su quell’albero criminale, che ho scritto Volti nella folla – anche se avevo iniziato a prendere appunti due anni prima, quando vivevo ad Harlem, a New York. L’idea si è sviluppata in molte fasi diverse. All’inizio, volevo scrivere un romanzo in cui il protagonista stesse per scomparire. Ero interessata a sapere cosa sarebbe accaduto a livello formale, sintattico, persino grammaticale, a un romanzo in cui il protagonista subisse una lenta dissoluzione, fisica e psicologica. Come avrebbe mangiato, camminato, fatto l’amore quell’ipotetico personaggio? Ma soprattutto cosa sarebbe accaduto al suo linguaggio? La voce del personaggio avrebbe guadagnato o perso peso con l’avanzare della storia? Infatti il titolo del romanzo in spagnolo è Los ingrávidos, che tradotto sarebbe I senza peso (ho deciso di non usarlo, perché in traduzione sarebbe stato assurdo). Tutte queste domande erano in realtà solo un’introduzione eccessivamente formale alla scrittura perché nessuno può scrivere un romanzo basato esclusivamente su interessi formali. Un romanzo richiede un po’ d’intelligenza, e un sacco di saliva, sudore e merda.

Penso che chiunque abbia mai scritto un romanzo – o persino un qualsiasi appassionato lettore di romanzi – ammetterebbe che la realtà è piuttosto indifesa davanti alla finzione. Quando siamo presi completamente da una storia, la nostra realtà più prossima si piega per adattarsi ad essa. Ho trovato il personaggio per la mia storia leggendo una lettera scritta nel 1928 dal poeta messicano Gilberto Owen, che a quell’epoca viveva ad Harlem. In quella lettera Owen racconta a un amico che ogni mattina si pesa nella stazione della metropolitana perché pensa che stia perdendo peso troppo velocemente, e crede che probabilmente stia scomparendo. Questo era il personaggio che avevo immaginato. Non l’avevo inventato, l’avevo previsto.

Owen divenne un’ossessione. Ma, devo ammettere, non una di quelle particolarmente serie ed erudite – pubblicò pochissimi libri, per cui c’era un limite o perlomeno un limite di parole alla mia erudita passione per Owen. Ero più interessata a leggere le sue lettere, scritte alla fine degli anni ’20 in pieno Rinascimento di Harlem e appena prima del crollo della borsa del ’29. Io vivevo ad Harlem 80 anni dopo, quando il paese era sull’orlo della crisi del 2008. Ma la mia era una Harlem più sterile, piccolo borghese e allo stesso tempo retrograda e in preda alla febbre della speculazione edilizia. Owen divenne una specie di compagno fantasma in un mondo che io cercavo indirettamente di capire. E non solo Owen. C’erano diversi altri scrittori, per la maggior parte modernisti americani e inglesi, che rendevano più vivibile la mia Harlem quotidiana. Se i miei libri sono letterari è perché io vivo – non solo, ma anche – attraverso gli scrittori che leggo. Non conosco nessun altro modo di fronteggiare la noia o le emozioni. Filtro tutto attraverso le invenzioni narrative altrui.

Cominciai così a scrivere un romanzo su tutte queste cose. Era un romanzo sulla possibilità della scrittura. Era anche un romanzo nato da un interesse personale e politico – come affronta un criollo sudamericano di formazione cattolica la terra dei WASP?, come può un messicano ad Harlem adattarsi o identificarsi con il movimento “black is beautiful”?, come uno scrittore di lingua spagnola nuota attorno all’insularità americana? C’erano, sicuramente, anche molti interessi letterari e pseudofilosofici implicati in quel processo. Cercavo costantemente di capire perché la reinvenzione modernista delle città, per esempio, fosse ancora oggi un paradigma difficile da superare nella nostra esperienza di spazio e tempo. Questo problema mi ossessionava.

Poi rimasi incinta e mi trasformai in una specie di mucca ruminante e la smisi di preoccuparmi di crisi e Rinascimenti e cronotopi modernisti. E allora cominciò quella mania del fare torte e piantare alberi. Quando dissi che ero preoccupata perché avevo solo 26 anni e avevo perso forza intellettuale e curiosità, il medico mi disse che forse stavo producendo troppa ossitocina. Non so se era quello che mi accadeva, ero persino incapace di fare lo spelling di ossitocina. Ma leggevo molto. O, più spesso, mi addormentavo con un libro sulla faccia e a intermittenza afferravo dei paragrafi. Ho letto romanzi degli anni ’20 e anche romanzi contemporanei, belli e brutti. Ho letto storie dell’architettura di Harlem, manuali di urbanistica, cataloghi di musei, biografie, lettere, poesie, tutto. La cosa buona è che la gravidanza dura solo 10 mesi (non 9, come pensano i più). Quando partorii, tornai quasi ad essere me stessa. Fortunatamente, non di nuovo completamente me stessa, ma almeno un tipo di persona in cui potevo identificarmi.

Come previsto, scoprii che le cose che solo un anno prima mi avevano interessato di più non erano più così affascinanti emotivamente o intellettualmente, e c’erano nuove preoccupazioni, più urgenti, più vitali. Dovetti scartare la maggior parte di ciò che avevo scritto fino ad allora. È un luogo comune dirlo, ma l’unica cosa importante quando si scrive un romanzo è trovare un punto di vista. Un posto dove stare – in termini temporali e spaziali. Sembrava esserci un tale divario tra la persona che ero quando avevo iniziato a pensare al romanzo e la persona che ero diventata, che mi ci volle del tempo per trovare un posto che fosse onesto, vero e trasparente.

Appena lo trovai, però, il romanzo venne fuori a fiotti. Lo finii in sei o sette mesi. Lo spazio che ho trovato era, in una parola, la famiglia. Un individuo narcisistico, single, introverso, solitario e ottuso raccontava la storia che avevo scritto fino ad allora. Un costrutto tipicamente modernista, permeato dalle mie letture moderniste, se vogliamo. Il modo in cui ora dovevo raccontare di nuovo quella storia era dal punto di vista dell’ecosistema familiare. In particolare, dalla sua sostanza grezza: i giochi linguistici privati che si sviluppano all’interno di una famiglia. Questo non vuol dire che dovevo riprodurre le mie relazioni familiari – per mia fortuna, il romanzo non è autobiografico – ma dovevo andare al cuore della struttura familiare per produrre un linguaggio, e una visione, uno spazio, persino un ritmo che potesse servire da fondamento per il libro. Il romanzo finì per essere, come avrebbe dovuto essermi chiaro dall’inizio, un’accesa difesa della potenza della scrittura – e della vulnerabilità della realtà rispetto alla finzione.

Ora vivo di nuovo a New York, lontano dagli alberi, ma i miei vicini in Messico mi riferiscono che la ceiba diventa irrefrenabilmente e irresponsabilmente sempre più alta. Immagino che una delle radici sia arrivata a una sorgente sotterranea e lasci la città a secco. È impensabile, d’altronde, che un albero possa sopravvivere in un post-ecosistema come Città del Messico – una metropoli che è, involontariamente, la materializzazione del XXI secolo de La terra desolata. Mi hanno detto che se l’albero non smette di crescere e se scoprono che io sono il suo coltivatore ufficiale, finirò in prigione per danni al patrimonio architettonico messicano. Per puro senso di colpa, penso, sto scrivendo – forse un racconto, forse un probabile romanzo – sull’architetto che disegnò quell’edificio.

Traduzione di Marta Corsi

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