Che ne sarà di te?

In una conferenza dal titolo “Tres propuestas para el próximo milenio (y cinco dificultades)” tenuta nel 2000 all’Havana, Ricardo Piglia tentò di rispondere alla domanda di Calvino: Che ne sarà in futuro della letteratura? Il presente testo è stato recentemente pubblicato dal Fondo de Cultura Económica insieme quello di una conferenza di León Rozitchner, che ha per argomento la città (Mi Buenos Aires Querida). Riportiamo di seguito una parte del discorso in cui Piglia cerca di rispondere alla domanda attraverso l’opera di Rodolfo Walsh, la fine del corpo di Eva Perón e la necessità di parlare in modo chiaro quando il linguaggio dell’economia non vuole farsi capire. Continue reading

Autore della casa, di Daniel Divinsky

Continuiamo a ricordare Rodolfo Walsh, nel giorno del 35° anniversario della tragica desaparición dello scrittore e giornalista argentino, con un articolo di Daniel Divinsky, editore di Ediciones de la Flor, un’interessante testimonianza professionale e personale. L’articolo è  uscito sul supplemento culturale Radar del quotidiano argentino Página12.

traduzione di Chiara Muzzi.

Cercando di essere preciso, consulto uno schedario: sotto la “W” è archiviata una nota del 16 gennaio 1966, scritta su carta intestata della Librería di Jorge Álvarez, con in basso la firma minuscola di Rodolfo. Con essa autorizza una casa editrice ancora inesistente e senza nome, che sarebbe diventata poi Ediciones de la Flor, a includere in una raccolta di racconti su Buenos Aires, ancora senza titolo e che alla fine si sarebbe chiamata Buenos Aires, de la fundación a la angustia, il suo racconto La mujer prohibida, previo pagamento della somma di 15.000 pesos – chissà quanto era allora! – per i diritti. Continue reading

La morte del suo personaggio migliore, Osvaldo Bayer

 In occasione del 35° anniversario della tragica desaparición dello scrittore e giornalista argentino Rodolfo Walsh, 25 marzo 1977, pubblichiamo un articolo di Osvaldo Bayer uscito sul supplemento culturale Radar del quotidiano argentino Página12.

Traduzione di Alessio Mirarchi

Ci sono quattro cose che mi sarebbe piaciuto fare con Rodolfo Walsh. Giocare a scacchi contro di lui in carcere. Per mettermi alla prova, dato che lì dentro sono stato proclamato campione, ma senza soddisfazione. Una finale contro di lui nessuno avrebbe voluto perdersela, perché era bravissimo. La seconda: piantare degli alberi insieme a lui, perché so che gli piaceva lavorare la terra. La terza, lasciare che mi parlasse di letteratura per molto, moltissimo tempo, perché tutto ciò che diceva sui libri che aveva appena letto era da ascoltare con attenzione e da annotare. Qualcosa di nuovo, di diverso. Vedeva la letteratura con altri occhi. E la quarta, incontrarci nel caffè El Foro, all’incrocio tra Avenida Corrientes e Uruguay, e parlare delle cose di oggi. Sì, di quelle che troviamo dietro l’angolo, dopo ottant’anni di vita, dopo che ne abbiamo viste e vissute così tante. Continue reading

L’uomo che rovinò i piani della Cia

Articolo  di Alberto Prunetti (da Il Manifesto, 7 luglio 2005)

Il fumo si alza lento e bianco dalle pagine di quei libri ancora imballati. Ne arrivano a camion interi e li scaricano a terra prima di ricoprirli di benzina. Sono i fondi delle case editrici che dopo il torchio della tipografia conoscono il fuoco della censura della dittatura militare. La cellulosa diventa cenere in un campo della periferia di Buenos Aires, ma prima di essere divorata dalle fiamme la copertina di un libro riesce per un attimo a farsi beffa degli inquisitori: la carta da pacchi si consuma e lascia intravedere un disegno ispirato alla fucilazione dei patrioti spagnoli di Goya. Sopra il disegno della fucilazione, un titolo pesante quanto un ultimo insulto ai repressori: Operazione massacro. L’autore di quel libro si chiama Rodolfo Walsh, e i militari argentini hanno bruciato i suoi libri nel 1978, un anno dopo aver bruciato il suo cadavere.

La «tigre» Astiz lo voleva vivo per interrogarlo sul tavolo della tortura, ma lui sapeva come rovinare i piani dei militari. Lo aveva già fatto una volta con gli americani, quando a Cuba all’inizio degli anni `60 trovò un rotolo cifrato stampato da una telescrivente dell’agenzia Prensa Latina. I nordamericani progettavano l’invasione dell’isola utilizzando una base segreta guatemalteca e lui riuscì a decifrare il piano in codice della Cia con un semplice manuale di crittografia comprato in una libreria dell’Avana. Il piano della Cia naufragò per colpa di questo argentino, che Gabriel García Márquez ricorda come «lo scrittore che arriva prima della Cia». L’autore di Cent’anni di solitudine racconta che Walsh avrebbe anche pensato per un attimo di travestirsi da prete e utilizzare il suo ottimo inglese – privilegio degli anni d’infanzia trascorsi in un collegio religioso irlandese – per penetrare nella base segreta guatematelca.

Già una volta aveva rotto i piani dei militari. Nel giugno 1956 lui è un oscuro traduttore di racconti gialli che a volte pubblica qualche articolo sui giornali argentini. Una sera se ne va in un bar, ammazza il caldo con una birra Quilmes ghiacciata e gioca a scacchi. È una notte afosa, in cui sembra che niente possa accadere. Ma proprio quella notte un gruppo di peronisti ha provato a sollevarsi e la repressione di stato si fa strada fino ad una discarica della provincia di Buenos Aires, dove si procede alla fucilazione di un gruppo di persone, accusate di essere responsabili dei disordini. Nessuno doveva saperne niente, ma qualche tempo dopo un tizio rivela questo episodio proprio a Walsh. Una fonte attendibile? Certo, l’uomo è un «fucilato che vive», che si è salvato fingendosi morto. Walsh non perde tempo. Affitta una casa in un’isola appartata del delta del Tigre con il falso nome di Francisco Freyre, si porta dietro solo un revolver e una macchina da scrivere, e in qualche settimana scrive una serie di articoli che metteranno il governo argentino con le spalle al muro. Pubblicati nella rivista “Mayoría”, gli articoli saranno poi raccolti nel libro Operazione massacro, in cui elabora l’indagine giornalistica con lo stile dell’hard boiled americano. Con Operazione massacro Walsh ha ormai consolidato la propria vocazione di scrittore. Ma non c’è niente di mistico in questo officio, è un officio violento, terreno, che lo porta in più di una occasione a scrivere sotto falso nome, ad andare in giro portandosi una pistola in tasca. I militari si ricordano di lui negli anni `70, e la Triple A, l’Alleanza Anticomunista Argentina, non gli perdona la sua capacità di mettere i bastoni tra le ruote del potere. Nel frattempo lui è entrato nel gruppo dei montoneros, il gruppo della sinistra peronista che ha fatto la scelta della guerriglia e della clandestinità. Non teme la violenza, la violenza ha sempre circondato la vita di questo uomo magro, dall’aria mite, con occhiali da miope e la calvizie incipiente. In fondo di morte violenta era morto suo padre, che lavorava in una fattoria della Patagonia: era cascato da cavallo e lui dovette farsi carico di trasportare il quadrupede fino al terreno di un parente, un viaggio di 200 km, prima di abbandonare la campagna. Di morte violenta muore pure sua figlia Vicky. La sua casa venne circondata da centocinquanta militari all’alba di un giorno di settembre del 1976. Anche Vicky pensava che occorresse rispondere colpo su colpo ai sequestri e agli assassini dei militari. Vicky resistette all’assedio dei militari e prima di suicidarsi urlò ai sequestratori: «Voi non ci ammazzate, siamo noi che scegliamo di morire». La morte di Vicky è un colpo duro per Rodolfo. Va a vivere in una bidonville, dove ha aperto una scuola di giornalismo che produce il “Semanario villero”, il giornale degli emarginati. Adesso non dà troppa importanza al fatto di essere uno scrittore, eppure continua a scrivere per necessità. «Se pensate che si possa vivere senza scrivere, non dovete scrivere». Così riassume il suo «violento officio», la sua missione laica di scrittore. I militari risolvono a modo loro questo strana equazione tra morte e scrittura. Oltre a lui, si portano via il poeta Francisco «Paco» Urundo, il romanziere Uroldo Conti, e la saggista Susana «Piri» Lugones, che in passato era stata legata sentimentalmente a Walsh. Susana, per triste ironia della sorte, era figlia del commissario di polizia Polo Lugones, torturatore di chiara fama e inventore negli anni `30 della picana elettrica, la scatola con elettrodi da applicare ai genitali dei dissidenti politici. Lei stessa proverà sulla propria carne tutto l’acume dell’inventiva paterna.

Ormai Rodolfo sente che il percorso dei montoneros è un vicolo chiuso. Entra in polemica con i vertici dell’organizzazione guerrigliera, cerca di farsi sentire ma rimane inascoltato. Allora decide di abbandonare Buenos Aires, compra sotto falso nome una casa in provincia, a San Vicente: adesso è un professore di inglese in pensione, inizia a ripulire l’orto, pensa di ricominciare a scrivere. Riesce a stare tranquillo per poco, ma il suo violento mestiere di scrittore non gli permette di starsene con una penna in mano a costruire innocui castelli tra le nuvole. La notte del 31 dicembre del 1976 interrompe i festeggiamenti e si siede alla macchina da scrivere. Quando scoppiano i fuochi d’artificio dell’anno nuovo si alza e abbraccia la sua compagna: «Così volevo cominciare quest’anno – dice – scrivendo contro questi hijos de puta». La lettera che si tiene in corpo riesce a firmarla il 24 di marzo del 1977, nell’anniversario del primo anno di dittatura militare. Scrive una lettera sconvolgente e la invia proprio all’indirizzo della giunta militare, siglandola «Rodolfo Walsh, scrittore». È un atto d’accusa stupendo, di una lucidità esemplare, che inchioda per una volta ancora i militari alle loro responsabilità: «Queste sono le riflessioni che nel primo anniversario del suo infausto governo ho voluto far pervenire ai membri della giunta, senza la speranza di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato, ma fedele all’impegno assunto tempo addietro di prestare testimonianza nei momenti difficili». I cavalli di Walsh Pensava spesso ai cavalli della sua infanzia patagonica. Voleva scrivere le sue memorie, e un capitolo doveva essere dedicato ai cavalli. Nello stesso giorno in cui firma la lettera ai militari, inizia anche un racconto, Juan se iba por el rio. Le acque del fiume si prosciugano e il protagonista del racconto monta a cavallo e comincia a fuggire verso le case bianche del sud, dove finalmente sarà al sicuro. Ma l’acqua ritorna troppo velocemente e cavallo e cavaliere affondano nella melma gialla del fiume. Il sequestrato numero 26.001 La melma viene a sommergerlo il giorno dopo aver inviato la lettera alla giunta militare. Il 25 di marzo, tra le 13,30 e le 16, Rodolfo viene sequestrato da un gruppo operativo della Esma, la Escuela de Mecánica de la Armada. È il sequestrato numero 26.001. Lo vogliono vivo per poterlo torturare, ma lui riesce per l’ultima volta a rovinare i loro piani. Tiene nascosta una piccola pistola Walther Ppk calibro 22. Con questa si sbarazza di uno dei sequestratori, e termina il suo violento officio. «Voi non ci ammazzate, siamo noi che scegliamo di morire».

Di Rodolfo Walsh laNuovafrontiera pubblicherà Operazione Massacro