María en tierra de nadie, un documentario

Presentiamo oggi un’intervista alla regista Marcela Zamora Chamorro che per più di un anno ha seguito alcune migranti centroamericane durante il loro viaggio attraverso vari Paesi dell’America Centrale per tentare di arrivare negli Stati Uniti. Da questa esperienza è nato un documentario, María en tierra de nadie, Maria nella terra di nessuno. La giornalista Fabiola Pomareda ha realizzato questa intervista all’autrice per la rivista Contratiempo. Buona lettura.

traduzione di Francesco Esposito

È stato sulle rive del  Suchiate, il fiume che delinea la frontiera tra Tecún Umán, in Guatemala, e Ciudad Hidalgo, nello stato messicano del Chiapas, che tra l’ottobre 2008 e il dicembre 2009 la documentarista Marcela Zamora Chamorro ha cominciato a seguire alcune donne centroamericane durante il loro viaggio verso gli Stati Uniti, dove molte di loro non sono mai arrivate. Continue reading

Il mito e la sua bellezza, di María José Obiol

Vi proponiamo oggi una recensione uscita su El País in cui si analizza la struttura mitologica utilizzata da Yuri Herrera nel suo ultimo libro Segnali che precederanno la fine del mondo, in libreria dal 12 settembre 2012. Buona lettura.

traduzione di Sara Savio

Mictlán si trova al livello inferiore dello spazio umano. È il non-mondo e vi abitano i signori della morte. La mitologia precolombiana lo colloca a nord e per arrivarci bisogna percorrere un cammino molto difficile, che si articola in nove prove. Sono le nove tappe del mito. La prima è la Terra e l’ultima è Mictlán, o il luogo senza orifizio per il fumo, e questo è il percorso che dovrà fare Makina, la protagonista di Segnali che precederanno la fine del mondo, il secondo romanzo di Yuri Herrera (Actopan, Messico, 1970). Quando l’autore ha pubblicato La ballata del re di denari, ha sorpreso per la forza che è riuscito a dare al testo. In quelle pagine si raccontava una storia di narcotraffico e il protagonista era un cantante di corridos. Stavolta, in Segnali che precederanno la fine del mondo, un testo particolarmente bello, la protagonista è una ragazza che dovrà dirigersi verso nord alla ricerca di suo fratello e affrontare, come nel mito, nove prove. Nove capitoli del romanzo, che prenderanno ciascuno il nome di una delle fasi della leggenda precolombiana. E tutto affinché il mondo ancestrale si intersechi con l’irriducibile realtà. Il cammino avrà inizio e ci saranno luoghi e città che non hanno nome, una frontiera che non viene segnalata e un fiume che viene attraversato e che non sappiamo dove nasca. Un fiume. Nel racconto mitologico bisogna attraversare il corso d’acqua accompagnati da un cane. Nel romanzo Chucho è il nome dell’uomo che aiuterà Makina a raggiungere l’altra sponda. E ci sono i veri duri, i capi dei clan e i pacchi che vengono consegnati per essere trasportati a nord e su cui non si fanno domande, perché «Una come lei non va a ficcanasare tra la roba degli altri.»

Traffico di persone e sostanze e quella struttura del linguaggio di frontiera che mi ha impressionato  per la precisa e persuasiva bellezza delle parole, delle nuove parole che si creano o si trasformano per raccontare l’inesorabile. Il testo è una linea retta, cucita a brandelli attraverso voci, liti e qualche sparo. Un registro linguistico speciale che ti afferra magicamente e dal quale vorresti imparare qualcosa. Superba facilità per dire dove si sta andando senza dare un nome alle cose. Quello «stai per attraversare?» ed essere più tardi un camisa mojada[1]. Trovarsi in una terra in mezzo ad altre terre dove gli abitanti sono al tempo stesso conterranei e stranieri che «fanno gesti e coltivano gusti che rivelano una memoria antica assieme allo stupore da neofiti», con quella lingua che nasce sommando elementi dell’una e dell’altra parte. «Se uno dice Dammi del fuoco quando loro dicono Dammi una luce, non s’impara forse qualcosa sul fuoco, sulla luce e sull’atto di dare?» Registro linguistico che fa presagire suoni aspri e lirici e con il quale Makina fa innamorare chi si avvicina a Segnali che precederanno la fine del mondo. Diventa lei l’eroina della leggenda quando affronta tutte le prove, quando combatte contro le ombre spettrali del presente con quell’ansia di arrivare fino a suo fratello che forse si trova in quel posto senza finestre, né orifizi per il fumo. Il non-mondo del mito. Un altro successo di Yuri Herrera.


Yuri Herrera,
Segnali che precederanno la fine del mondo,
traduzione dallo spagnolo (Messico) Pino Cacucci, pag. 112.


[1] Letteralmente camicia bagnata, per estensione con questa espressione ci si riferisce agli immigrati clandestini che attraversano la frontiera tra Messico e Stati Uniti guadando il Río Bravo e bagnandosi, di conseguenza, i vestiti. [N.d.T.]

72 migrantes: un altare virtuale per i migranti messicani

72migrantes è un omaggio realizzato da scrittori, giornalisti, attivisti, politologi e artisti. Un omaggio concretizzatosi in un altare virtuale su internet che è cresciuto col tempo trasformandosi in uno e poi molti altari veri e propri, in un¹opera teatrale, in una serie di pillole trasmesse alla radio, in un libro. Un omaggio alla memoria dei 72 migranti clandestini provenienti dall¹America Centrale assassinati nell’agosto del 2010 a San Fernando, nello stato di Tamaulipas, in Messico.
Il libro, curato dalla scrittrice e giornalista Alma Guillermoprieto e pubblicato dalle case editrici Editorial Almadía e Fronteras Press, raccoglie testi che raccontano ognuno un aspetto diverso della vita e della tragica morte dei migranti scomparsi. 72 migranti raccontati da 72 scrittori, tra cui Elena Poniatowska, Marcela Turati, Juan Villoro, Jorge Volpi e Valeria Luiselli. Un modo per dare voce a chi si è visto strappare ogni
possibilità di futuro.
72migrantes.com, come afferma Guillermoprieto, si propone di restituire un volto, un nome e un’individualità alle vittime di quell’attentato, che, più che come persone, i mezzi di comunicazione trattano come cadaveri negando l’importanza delle loro vite interrotte, dei sogni infranti e delle famiglie distrutte.
Per sua gentile concessione pubblicheremo, nei prossimi giorni, alcuni dei testi. Iniziamo oggi con la sua introduzione.

Cari lettori,

benvenuti nell’altare virtuale 72migrantes.com. Vi ringraziamo sentitamente per la vostra visita a questo progetto che si propone di commemorare la morte di 72 migranti in una misera fattoria nei dintorni di El Huzache, comune di San Fernando, stato di Tamaulipas. È passato un anno da quel massacro, un lasso di tempo sufficiente per iniziare a dimenticare, e per questo forse la cosa migliore è offrire un breve riassunto dei fatti. La brevità, ovviamente, non ci è imposta da un’ipotetica preferenza dei nostri lettori, ma dal fatto che, seppure c’è così tanto da raccontare, ignoriamo quasi tutto. Abbiamo un luogo, una data, e quanto segue:

Fra il 22 e il 23 agosto, un gruppo di uomini – forse sette o otto – confinarono 73 o 74 persone in un campo nelle vicinanze di El Huizachal e spararono a quasi tutte con un colpo alla nuca. Secondo le dichiarazioni rilasciate in diversi momenti dalla Procuraduría General de la República, le vittime si dirigevano su due camion verso gli Stati Uniti, con lo scopo di entrarci clandestinamente. Immaginiamo che fossero scortati da almeno un pollero, un trafficante di immigrati senza documenti. Nel loro peregrinare, lasciarono lo stato di Veracruz il 21 agosto, con l’intenzione di passare la notte in uno dei paesi dello stato di frontiera di Tamaulipas – anche se, sapendo ciò che sappiamo, e ciò che probabilmente sapeva chi li trasportava, non avrebbero potuto scegliere un posto peggiore per dormire. Ormai, infatti, qualunque messicano e qualunque pollero sa che a Tamaulipas vige la legge de los Zetas, e che los Zetas vivono, come avvoltoi, della carne dei clandestini.

Quando los Zetas si lanciano in picchiata sui migranti che attraversano il Messico, portano via prima di tutto i cellulari, perché sanno che i migranti che arrivano alla frontiera hanno pochi soldi e probabilmente durante il viaggio hanno già subito qualche rapina da parte di altre bande di delinquenti sempre comandate da los Zetas. Però spesso hanno con sé un cellulare, per avvisare le proprie famiglie che stanno bene. Quando los Zetas trovano i cellulari chiamano quei familiari e pretendono soldi in cambio della libertà dei loro cari.

Non sappiamo cosa accadde da quando i camion dei migranti partirono da Veracruz la mattina del 22 agosto, ma né i familiari ricevettero chiamate dalle vittime che li informavano di essere stati rapiti e che i sequestratori chiedevano soldi per la liberazione, né i migranti poterono continuare il loro viaggio dopo aver subito un breve sequestro, come sarebbe stato, diciamo, normale. In realtà, non riusciamo a capire neanche la versione data dai portavoce della Procuraduría, perché i familiari di alcune vittime dicono invece di aver ricevuto delle chiamate da figli, fratelli o mariti, con cui venivano informati che erano stati sequestrati e che avevano bisogno di soldi, o che stavano per arrivare alla frontiera e la stavano per attraversare. Ma quelle telefonate le hanno ricevute circa dieci giorni prima del massacro, e da diversi punti del Messico.

Sappiamo, dunque, con assoluta certezza solo una cosa: che il 24 agosto una squadra della Marina trovò i cadaveri di 72 persone che erano morte il giorno prima. I corpi giacevano in modo ordinato intorno alle quattro pareti di una stanza senza pavimento e senza tetto, nei dintorni di El Huizache.

Il ritrovamento non fu casuale; furono piuttosto le autorità Stato che arrivarono tardi perché, attenendoci a ciò che sappiamo, una della vittime sopravvisse al massacro. Luis Fredy Lala Pomavila, ecuadoriano, figlio di contadini, di 22 anni, ferito da un colpo d’arma da fuoco alla mandibola e alla spalla, aspettò che gli assassini finissero il loro lavoro. Poi con l’aiuto di un honduregno, di cui non sappiamo il nome, che si era nascosto in un campo incolto prima del massacro, riuscì a slegarsi le mani e iniziò a camminare, senza incontrare aiuto, fino alle sette di mattina di martedì 24 agosto, quando, alla fine s’imbatté un posto di blocco dell’esercito e li informò di quanto era accaduto. (L’honduregno prese un’altra strada e giunse più tardi in un rifugio per migranti. Appena gli fu possibile si mise in contatto con la sua ambasciata. Sappiamo anche, ma senza informazioni precise, di un’altra sopravvissuta salvadoregna.) Poche ore dopo aver raccolto la denuncia di Lala Pomavila, i militari che arrivarono a El Huizache comprovarono che il ragazzo non aveva mentito: i 72 cadaveri di cui aveva parlato erano lì.

Il 25 agosto la notizia fu riportata da tutti i giornali nazionali e, subito dopo, anche dalla stampa internazionale. Un fatto spaventoso era accaduto in Messico, il nostro paese, il paese di molti dei partecipanti al progetto 72migrantes.com

Perché abbiamo deciso di creare un altare nello spazio cibernetico? Perché noi, che abbiamo realizzato questo progetto, pieni di vergogna per i nostri compatrioti e di spavento per le vittime, abbiamo così iniziato a venire a conoscenza dei molti e terribili crimini che si commettono tutti i giorni contro i migranti, quegli esseri silenziosi che vagano per il Messico senza documenti, e senza altra speranza che fuggire dalla miseria che affligge, loro e i loro cari, nei paesi di origine. In un paese di migranti, questi uomini e donne, e in molti casi addirittura adolescenti e bambini, sono sfruttati, torturati, umiliati e assassinati impunemente – nei registri ufficiali non c’è nessun condannato per crimini contro i migranti – dai nostri compatrioti alla luce del giorno.  Sono più poveri dei nostri poveri, più indifesi dei nostri indigeni, perché camminano da soli. Questi 72 morti, dunque, erano i nostri morti, e abbiamo voluto commemorare la vita di ogni migrante identificato. Abbiamo voluto anche – forse soprattutto – parlare di coloro ai quali fu sottratto perfino il nome quando persero la vita.

Questo libro è la trasposizione cartacea di quell’altare virtuale, che si può visitare sul sito www.72migrantes.com. È stato allestito in tre mesi da un gruppo crescente di scrittori, giornalisti, saggisti, e fotografi, ed è stato inaugurato ufficialmente il Giorno dei Morti del 2010. Durante l’allestimento successe però una cosa che non ci aspettavamo: quelli di noi che sentivano il tormento della vergogna e un grande smarrimento si ritrovarono con una comunità di intellettuali, artisti, grafici, programmatori, attori, musicisti e fotografi messicani che provavano gli stessi sentimenti di fronte ad avvenimenti che corrispondono alla realtà ma sembrano uscire da un incubo. Da questa comunità, della quale fanno parte più di cento persone, provengono le foto, il progetto del blog e il radiodramma trasmesso dalla radio dell’Università Autonoma del Messico che ha dato vita ai testi grazie alla voce di alcuni tra gli attori e i presentatori più importanti del paese. Ci piace pensare che, senza essercelo proposti, abbiamo contribuito anche a un diverso modo di riflettere sulla questione della migrazione, a far si che la si guardi con altri occhi e maggiore informazione, e che la (scarsa) copertura mediatica che riceve oggi si occupi più delle persone e meno dei cadaveri.

Per lasciare una traccia durevole di questo sforzo abbiamo deciso di trasporlo in quel mezzo permanente e tecnologicamente perfetto che è il libro.

 Quando pubblicammo l’altare nel ciberspazio avevamo solo poche informazioni. Oggi quasi tutte le vittime del massacro di San Fernando, nelle vicinanze di El Huizachal, sono state identificate, ma preferiamo non cambiare i testi che ci raccontano di vittime anonime. Riteniamo che parlino anche a nome di tanti altri migranti che sono morti nella nostra terra senza che nessuno si sia accorto della loro scomparsa. Sono, dunque, 72 testi, uno per ogni vittima, e 72 fotografie. Alcuni testi danno informazioni sul fenomeno della migrazione e della violenza. Altri sono saggi che inseriscono la migrazione latinoamericana in un contesto globale. Molti sono ritratti delle vittime, elaborati a partire da una conversazione con i loro familiari. Altri immaginano la peregrinazione di una di quelle persone di cui non sapevamo il nome quando abbiamo iniziato il progetto. Le immagini sono il frutto del contributo di 16 fotografi messicani, centroamericani e spagnoli, e permettono di immaginare il percorso che fecero i nostri 72 dall’inizio alla fine.

 A un anno dal massacro, e nonostante ormai conosciamo la lista completa delle vittime, noi ricercatori e i giornalisti che ci siamo occupati del tema non siamo ancora riusciti a costruire una narrativa coerente dei fatti che portarono a quella strage. Nonostante siano state fermate 82 persone per questo e per un altro massacro scoperto sei mesi dopo nello stesso municipio di San Fernando, e di cui fino ad oggi abbiamo potuto identificare 193 cadaveri, non abbiamo notizia di un solo condannato per i due crimini.

Ai familiari dei migranti morti non è stato conforto né aiuto. In un primo momento, sopraffatti dall’orrore e dallo sgomento, i governi dei paesi coinvolti ricevettero le salme con picchetti d’onore e funerali di stato, e vennero promessi ai familiari alloggio, risarcimento e aiuto psicologico. Oggi, sappiamo che le famiglie continuano a vivere come hanno sempre fatto, nelle stesse terribili condizioni che avevano costretto i loro figli o mariti all’esilio economico. Sappiamo anche che alcuni di loro continuano a lottare per ripagare il debito che i loro figli e mariti avevano contratto con un pollero mafioso che li doveva far uscire dal paese. Non riusciamo a immaginare cosa significherebbe una simile perdita nella nostra vita, non ci rimane neppure l’illusione che nutrivamo al principio che i familiari, vedendo l’altare, potessero almeno non sentirsi lasciati soli con il loro dolore.

Ciononostante ci sembra ancora importante condividere le loro vite e quelle delle 72 vittime, affinché il loro peregrinare lasci una piccola traccia contro l’oblio.

Grazie, e buon viaggio,

Alma Guillermoprieto