Montevideo, memoria costante di Benedetti

Percorriamo la capitale uruguaiana cercando l’ombra del suo poeta più famoso.
Lo scorso 17 maggio c’è stato il quinto anniversario della morte dello scrittore.

Le città che sono state lette prima di essere visitate si trasformano in ricordi che il lettore sa come filtrare nella memoria. Gli abitanti delle città lette in precedenza sono personaggi con un passato finito. I loro angoli, i bar, i giardini, le facciate, sono scenografie ricordate con un minimo sforzo. L’accento e il modo di parlare delle loro genti hanno un alone premonitore. Le passeggiate per le strade delle città che sono state lette prima di essere visitate sono un déjà vu inaspettato per il lettore, quindi, volente o non volente, il lettore, il visitatore, si trasforma in un altro personaggio di quel quadro costumbrista che già aveva delineato nella sua testa dalla lettura dei libri. Continue reading

Dieci anni di solitudine, Mario Benedetti

Questo articolo di Mario Benedetti è uscito su El País nel 1983, a 10 anni dall’inizio della dittatura in Uruguay. Oggi ne sono passati 40. E proprio il 27 novembre ricorre il trentesimo anniversario dell’Acto del Obelisco, una straordinaria manifestazione politica avvenuta a Montevideo che con la parola d’ordine “per un Uruguay senza esclusioni” innescò il lungo processo che avrebbe poi portato alla fine della dittatura il 28 febbraio del 1985.

Ecco l’articolo di Benedetti sulle terribili condizioni di detenzione di alcuni esponenti del Movimiento de Liberación Nacional-Tupamaros, tra i quali figura l’attuale presidente della Repubblica uruguaiana, Pepe Mujica. Buona lettura.

 

Il 7 settembre saranno passati 10 anni da un evento poco comune, direi quasi eccezionale, nella storia mondiale delle carceri. In Uruguay ci sono attualmente più di mille prigionieri politici, la maggior parte dei quali vive in condizioni di estrema durezza; ma tra questi ci sono nove detenuti, i cosiddetti ostaggi, che in questi giorni compiono 10 anni di isolamento. Continue reading

Un ricordo di Mario Benedetti

Oggi, 14 settembre, Mario Benedetti avrebbe compiuto novantun anni. In suo ricordo pubblichiamo questo splendido pezzo di Gioconda Belli

Non si sarebbe  detto che Mario Benedetti era un poeta. Era un uomo di statura media, la schiena un po’ ricurva, il viso calmo e osservatore, i baffi, forse, erano i soli a rivelare che si trattava di una persona con una particolare percezione di sé . Nelle riunioni non era il più vivace, né il più rumoroso. Guardava tutto quanto con occhi da gran conoscitore, ma senza mai vantarsi della sua profondità o della sua saggezza.
Sorrideva con quella malinconia propria della gente del sud, gente che ha sofferto e che vive l’allegria e il riso con parsimonia, senza sminuire l’importanza di coloro che sanno far ridere gli altri.
Alle riunioni era una presenza gradevole, senza un minimo di arroganza né smania di attirare l’attenzione. Accompagnava lo spirito del gruppo senza perdere il suo baricentro, gli occhietti da lepre attenti al movimento: un uomo profondo che si abbeverava al mondo in silenzio e senza strepito.

Quando lo conobbi all’Avana nel 1981, nel suo ufficio alla Casa delle Americhe, volli dirgli, e credo gli dissi, quanto mi avesse accompagnato.
Durante il mio esilio in Messico e in Costa Rica ricordavo intere notti passate a leggerlo avidamente. La sua poesia mi faceva riappacificare con me stessa. Gli dissi che i suoi poemi erano come il grilletto di una pistola che mi esplodeva dentro e mi riempiva di parole, di echi. Non c’era volta che lo leggessi senza farmi possedere dal desiderio di scrivere poemi anche io. Mi apriva la strada verso un’intimità che mi rivelava cose di me stessa che ignoravo prima di leggerlo. Lui sorrise mentre mi ascoltava, mi ringraziò per il complimento con un lieve movimento del capo e continuò a parlare del suo lavoro alla Casa delle Americhe dove coordinava il Premio cubano della cui giuria feci parte quell’anno.

Vidi Mario tante altre volte. Divenne un amico, una presenza vicina, uno di quei privilegi che la vita ci concede con la sua misteriosa generosità. Venne in Nicaragua durante la rivoluzione, parlando come era solito fare, con un’umiltà dolce e vera che lo rendeva ancora più adorabile, perché sapendo di chi si trattava, ci si meravigliava di vedere quell’essere il cui nome in America Latina stava sulla bocca di tutti comportarsi con quella semplicità. La semplicità che lo rendeva esattamente il poeta che era, trasparente, senza artifici, un cittadino della vita consapevole che il suo compito era vivere e raccontare.

Andai a visitarlo a Montevideo nel 2008. Mi sembrò un guscio di noce, raggrinzito e fragile nella poltrona dove mi accolse a casa sua. Era già molto malato. Sua moglie Luz era già morta, la solitudine e la tristezza circondavano la sua intimità di passeggero che non riusciva a mettersi comodo neanche in vecchiaia, neanche a ridosso della morte. I suoi occhi vivaci continuavano a brillare. Se possibile brillavano ancora di più rispetto ad alcuni anni addietro quando viveva di più la sua vita. Parlammo di poesia, di Nicaragua. Mi raccontò della sua ingrata stanchezza, ma anche dei suoi progetti, dei libri che continuava a scrivere. E piansi quando me ne andai, quando la porta del suo appartamento si chiuse dietro di me e di Hortensia Campanella con la quale ero andata a visitarlo. Sapevo che non lo avrei più rivisto. Era chiaro che si stava spegnendo come un cero che emana il suo ultimo bagliore. E la certezza che si sarebbe spento, che quella parola si sarebbe diluita nel tempo e nella pioggia, mi riempì di tristezza e di insofferenza.

Ora Mario ha lasciato il suo appartamento. Non tornerà ai suoi libri, alla sua poltrona accanto alla finestra. Non scriverà più i suoi versi con la mano tremolante. Il vuoto lasciato dallo spazio che occupava è una tacca dolente nell’albero della poesia viva dell’America Latina. Se ne è andato nel cielo dei poeti e credo sarà uno di quelli che più si affacceranno alle finestre della notte stellata. Così placido e dolce come era, ho la certezza che sarà uno di quelli a cui più mancherà stare qui, ascoltare il suono degli altri, catturare il movimento del sole sul marciapiede, il trascorrere dei pomeriggi, il mormorio delle coppie nei parchi, perché nessuno come lui era capace di creare quel silenzio interiore che si richiede per ascoltare, per essere attenti, per catturare il battito altrui, quello che rendeva la sua poesia così nostra, come se la scrivesse da un cuore che prestava a chiunque e che restituiva arricchito.

Il torero vergognoso, di Sergio Ramírez

Mario Benedetti era già una leggenda prima che morisse. E per entrare nella leggenda bisogna essere il Poeta, di cui la gente conosce poesie intere, e uno le ripete al tavolino del bar con gli amici, un altro le dice all’orecchio alla fidanzata che a sua volta le conosce anche lei. Mi rimetto ai fatti.

Una volta ero ad Alicante e Mario doveva fare una lettura delle sue poesie a Murcia e andai a prenderlo. Andammo a piedi dall’hotel dove alloggiava fino al teatro dove c’era la lettura, e ci salutammo perché lui lo facevano entrare dall’ingresso degli attori, però c’era un putiferio nella scalinata e allora gli dissi: guarda, non hanno ancora aperto le porte. E chi lo accompagnava disse: ma va’, è che è già pieno, questi sono rimasti fuori e non riescono a entrare.

E dentro, in effetti, la gente ruggiva e non ci stava più un’anima, centinaia di adolescenti seduti persino nei corridoi laterali, e poi si aprì il sipario e comparve Mario come un torero vergognoso perché l’ovazione non finiva e quello era un caos, prima, dovevano zittirsi gli applausi e dovevano zittirsi quelli che erano rimasti fuori e sembrava che avrebbero buttato giù le porte, e lui lì sul palco così umile e semplice che sembrava sempre preoccupato per tutti i mali del mondo, i suoi e quelli degli altri, un fardello di dolori e indignazioni grandi, e dopo, ormai finalmente seduto davanti a un tavolino con una lampadina verde, ma nessuno voleva rispettare l’ordine della lettura perché tutti chiedevano le poesie urlando a squarciagola, non solo dicendo il titolo, ma iniziando a recitarle, tutti infiammati dalle parole come in una grande ribellione giovanile, di quelle che a Mario piaceva che accadessero nelle strade e nei paesi sottomessi a ingiustizie, faceva quello che poteva per imporsi fino a che la sua voce iniziò a zittirli tutti e allora uno sentiva la presenza del miracolo e che la leggenda stava prendendo corpo fra di noi, Mario che leggeva alla luce della sua lampadina verde con voce dolce e pausata tirata fuori dalle viscere del sud da cui veniva, e dove adesso è rimasto.

Articolo apparso su El País il 19 maggio 2009, in occasione della morte di Mario Benedetti.

Sergio Ramírez è uno scrittore nicaraguense.

Un padrenostro latinoamericano

UN PADRENOSTRO LATINOAMERICANO
di Mario Benedetti

Padre nostro che sei nei cieli
con le rondini e con i missili
voglio che torni prima che ti scordi
come si arriva a sud del Río Grande

Padre nostro che sei in esilio
quasi mai ti ricordi della mia gente
in ogni caso ovunque tu sia
sia santificato il tuo nome
non quelli che santificano il tuo nome
mentre chiudono un occhio per non vedere le unghie
sporche della miseria

nell’agosto del millenovecentosessanta
non serve più chiederti
venga il tuo regno
perché il tuo regno è anche quaggiù
nei rancori e nella paura
nelle incertezze e nella sporcizia
nella disillusione e nell’indolenza
in quest’ansia di vederti a ogni costo

quando hai parlato del ricco
l’ago e il cammello
e ti abbiamo votato tutti
all’unanimità per la Gloria
ha alzato la mano anche l’indio silenzioso
che ti rispettava però non si arrendeva
a pensare sia fatta la tua volontà

eppure una volta ogni
tanto la tua volontà si mescola alla mia
la domina
la accende
la raddoppia
più arduo è sapere quale sia la mia volontà
quando credo davvero a ciò che dico di credere
come nella tua onnipresenza così nella mia solitudine
come in cielo così in terra
sempre
sarò più sicuro della terra che calpesto
che del cielo impervio che mi ignora

eppure chi lo sa
non deciderò
che il tuo potere si faccia o si disfi
magari la tua volontà si sta facendo nel vento
nelle Ande di neve
nell’uccello che feconda la sua femmina
nei cancellieri che mormorano yes sir
in ogni mano che diventa un pugno

ovvio, non sono sicuro che mi piaccia il modo
che la tua volontà sceglie per farsi
lo dico con irriverenza e gratitudine
due emblemi che presto saranno la stessa cosa
lo dico soprattutto pensando al pane nostro
di ogni giorno e di ogni pezzetto di giorno

ieri ce l’hai tolto
daccelo oggi
o almeno il diritto di darci il nostro pane
non solo quello che era simbolo di Qualcosa
ma quello di crosta e mollica
il pane nostro
visto che ci restano poche speranze e debiti
perdonaci se puoi i nostri debiti
però non perdonarci la speranza
non perdonarci mai i nostri crediti

al massimo domani
andremo a riscuotere ai falsi
tangibili e sorridenti banditi
a quelli che usano gli artigli per suonare l’arpa
e con un tremore panamericano si asciugano
l’ultimo sputo che pende dal loro viso

non importa che i nostri creditori rimettano a noi
i nostri debiti come noi
una volta
per errore
li abbiamo rimessi ai nostri debitori

ancora
ci devono qualcosa come un secolo
di insonnie e di bastoni
come tremila chilometri di ingiurie
come venti medaglie a Somoza
come una sola Guatemala morta

non ci indurre in tentazione
di scordare o vendere questo passato
o affittare un solo ettaro del suo oblio
ora che è l’ora di sapere chi siamo
e devono attraversare il fiume
il dollaro e l’amore in contrassegno
strappaci dall’anima l’ultimo mendicante
e liberaci da ogni male della coscienza
amen.

Mario Benedetti, nato a Paso de los Toros nel 1920 da una famiglia di origine italiana, e morto a Montevideo nel 2009, è uno degli autori latinoamericani più conosciuti e amati dal pubblico. Poeta, scrittore, critico letterario e giornalista, nel corso della sua vita ha scritto e pubblicato oltre ottanta libri. Ha sempre affiancato l’impegno letterario a quello civile, all’interno del contesto politico-culturale dell’Americalatina degli anni Sessanta e Settanta: il fermento intellettuale, le ideologie di sinistra, l’appoggio alla rivoluzione cubana, la critica agli Stati Uniti, la ricerca dell’“uomo nuovo” prospettato da Che Guevara. La letteratura ha rappresentato spesso un mezzo per esprimere la critica sociale, a favore degli oppressi, contro le ingiustizie. Dopo il colpo di stato avvenuto in Uruguay nel 1973, ha vissuto per dodici anni in esilio, tra Argentina, Perù, Cuba e Spagna.
Famoso per le sue raccolte di versi, è stato anche autore di alcuni straordinari romanzi, fra i quali Grazie per il fuoco e La tregua, di racconti, di testi di canzoni (le più famose delle quali interpretate da Joan Manuel Serrat) di opere teatrali e saggi. Le tematiche dei suoi scritti sono quelle della grande letteratura universale: l’amore, la morte, il tempo, l’ingiustizia, la solitudine, la speranza, e il suo modo di affrontarle, semplice e diretto, gli ha permesso di arrivare a un numero enorme di lettori in tutto il mondo.

“Molte delle mie poesie derivano dal fatto che sono un uomo del popolo, e essere vicino al popolo è sempre stata una regola per me. La cosa migliore che mi è successa nella vita è che ciò che scrivo abbia toccato il cuore della gente, del popolo, dell’uomo comune.”
Mario Bendetti