Afonso Cruz, La morte non ascolta il pianista

Il deserto, un saloon, un pistolero di nome Harold Estefania e Rose Grant, la bionda. Sono gli ingredienti del western preferito di Rosa, la protagonista di Gesù beveva birra.

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Io sono il deserto.
Tutti i deserti sono uguali perché quando stiamo in compagnia possiamo stare in compagnia in mille modi diversi. Dipende da chi ci sta intorno, o da ciò che ci circonda. Ma la solitudine è una sola, è sempre la stessa. Per questo, io sono tutti i deserti in tutta la loro vastità, poiché la mia solitudine è la solitudine di tutte le persone, di tutti gli esseri viventi, di tutte le pietre, di tutte le perdite. Continue reading

Questo luogo del mondo: il Portogallo, di José Saramago

Negli ultimi tempi, si parla spesso del Portogallo ma sempre e solo nei termini di un’emergenza economica, come se Lisbona, dopo Atene, rappresentasse solo un nuovo problema per gli altri paesi europei. Abbiamo scelto una conferenza – tenuta, nell’aprile del 1987, da José Saramago al Congresso di intellettuali e artisti di Valencia – per ricordarci di non giudicare i paesi, e soprattutto i paesi piccoli, solo in base al saldo del loro conto corrente.

Traduzione dal portoghese di Osvaldo Esposito

Questo luogo del mondo: il Portogallo

Interrogato su quale titolo stessi pensando di dare all’intervento che avrei dovuto fare in questo Congresso, ho ceduto all’ingenuità di proporre una riflessione sul mio paese, nella sua relazione con il mondo, e non solo questo in cui, attualmente, viviamo, ma anche l’altro che non esiste più e nel quale non ci troviamo, il mondo che chiamiamo passato, oppure, con maggiori pretese scientifiche, storia. Doppiamente imperdonabile mi è subito parso, e ora ne trovo conferma, il patriottico candore, primo, perché questa riflessione non può rientrare, per quanto breve, nei ristretti limiti di tempo a mia disposizione, secondo, perché dubito di riuscire a suscitare qui abbastanza interesse, dato che il mondo è così grande e il mio paese così piccolo. Lasciamo da parte, ovviamente, il primo di questi motivi, e approfondiamo, se possibile, il secondo, visto che ho finito per non correggere la proposta presentata che, ora come allora, ha mantenuto il suo avventuroso titolo: “Questo luogo del mondo: il Portogallo”.
Al cospetto di un’assemblea così competente e informata sarebbe quanto meno stupido pretendere di tracciare un quadro generale del mondo di oggi, nei suoi complessi e molteplici aspetti, sia politici, che economici, ideologici, culturali, tecnologici, etc. Mi limiterò a osservare come, in tutto, abbiamo quasi solo a che fare con grandi numeri, tutto viene conteggiato in milioni e migliaia di milioni, sia che si tratti di dollari o yen, di tonnellate in eccedenza di burro o di probabili, se non confermate, vittime mortali della fame, senza dimenticare le lamentele dei debitori e le minacce dei creditori, sempre a milioni. Le piccole quantità sono insignificanti, le statistiche le ignorano – e quanto ai paesi piccoli, non resta loro molto altro se non cercare di negoziare nel migliore dei modi il proprio voto all’interno delle organizzazioni internazionali, sempre che non abbiano preferito, ma diventa sempre più raro, accettare i rischi di una scomoda indipendenza e di una personalità nazionale orgogliosa. Ma la regola, ahimè, non è questa, la regola è una forzata servitù agli interessi dei partner più potenti, la norma è la mano tesa e rassegnata in attesa dell’elemosina, l’umiliazione, così consueta, da venire ormai considerata un’accettabile norma di vita, solo perché non ci è stata ancora inflitta un’umiliazione maggiore. In un certo senso si potrebbe proprio affermare che, in questo nostro mondo, non c’è spazio per i paesi piccoli, fatta eccezione per quelli appartenenti al club dei ricchi, cosa che può avvenire per propri meriti come per altrui interessi. La voce dei paesi piccoli, che le regole minime della partecipazione democratica ancora permettono che si ascolti, viene in genere ascoltata con un curioso misto di impazienza e benevolenza, molto simile all’atteggiamento con cui gli adulti prestano attenzione ai bambini. I paesi piccoli sono dei bambini. Qualunque rappresentante di una grande potenza sarà sempre ascoltato con attenzione quasi religiosa, ma il discorso di un paese debole e dipendente è la migliore delle occasioni per una passeggiata igienica nei corridoi, a beneficio della circolazione sanguinea. I voti, in genere, sono già stati contati prima che compaiano sullo schermo elettronico.
Mi direte che questo incontro è diverso, che qui non vengono discusse mozioni né probabili accordi, che non si confrontano potenze, non si blandiscono, con la persuasione o con mal celate pressioni, volontà che, lasciate libere, si esprimerebbero diversamente. Mi direte, insomma, che in questa assemblea siamo tutti simili, che sono uguali gli intellettuali e gli artisti qui convenuti, tutti fortissime potenze, che, insomma, ci sono solo grandi potenze in questo congresso di Valencia. Per quanto ci riguarda, a me e al mio paese, grazie tante.
Purtroppo, la verità esige qualche ritocco al quadro. L’industria culturale del nostro tempo, retta da un sistematico e ossessivo ricorso dei mass media, ponendosi come obiettivo finale strategie di dominio ideologico tali da rendere elementare e anacronistico il ricorso ad azioni più esplicitamente dirette, ha progressivamente ridotto al ruolo di mere comparse i paesi piccoli, condannandoli a un maggior o minor gradi di invisibilità e inesistenza. Qualche anno fa, sei alti dirigenti del Mercato Comune Europeo ci hanno messo mezz’ora a scoprire, in una sorta di gioco di società, quale paese fosse il mio, nonostante tutti i dati che, con sempre minore pazienza e sempre maggiore indignazione, io gli fornissi. Ho detto loro tutto, tranne il nome del Portogallo: popolazione, origine della lingua, religione, superficie territoriale, regime politico, ho parlato loro dell’antichità delle nostre frontiere, sono arrivato al punto di rivelare che a occidente e a sud avevamo come vicino l’oceano. Inutile: per mezz’ora nulla di tutto questo è bastato a fargli vedere il Portogallo. Nella mappa di un’Europa che è, per l’appunto, il loro campo, quei dirigenti, sulla cui competenza tecnica non mi azzardo a dubitare, semplicemente non vedevano il Portogallo. O erano ciechi, oppure il Portogallo per loro non esisteva.
Dobbiamo, quindi, essere onesti e ammettere che non sappiamo vedere i paesi piccoli, dobbiamo essere franchi e confessare che, in realtà, non li vogliamo vedere. Il fatto è che l’ingresso di questi paesi nella nostra mappa mentale ci costringerebbe a un cambiamento radicale delle nostre modalità di relazione, senza considerare che inevitabilmente dovremmo modificare la carta generale del mondo, relativamente alla cultura: diventerebbe chiaro come le egemonie culturali di oggi sono il frutto, fondamentalmente, di un processo di messa in risalto e occultamento che è stato in grado di imporsi come un’ineluttabile fatalità, potendo fare affidamento sulla rassegnazione, quando non sulla complicità, delle stesse vittime.
Non intendo contrapporre allo sciovinismo delle grandi potenze uno sciovinismo dei paesi piccoli, uniti in questo atteggiamento dal legittimo diritto di far sentire la propria voce e, chissà, in maniera meno nobile, dalla giustificata irritazione di chi è stato più volte disprezzato. Ma forse questo Congresso, che è di intellettuali e di artisti, tra loro tutti uguali, come è già stato detto, dovrebbe avviare, sviluppandolo e approfondendolo in seguito, un dibattito serio sulle culture dei paesi piccoli. Potremmo forse arrivare alla conclusione, dalla quale si potrebbero trarre tutte le conseguenze, che in sostanza non ci sono culture grandi né culture piccole, che tutte rispondono o si prefiggono di rispondere alla dimensione propria dell’uomo e, per questo, sono inevitabilmente uguali.
Un paio di anni fa si tenne a Madrid un congresso (sapete che, al mondo, congressi non mancano) su un tema di grande interesse – “Lo spazio culturale europeo” –, dove, approfittando dell’occasione, presentai alcune di queste preoccupazioni. Oggi mi chiedo se ne sarà valsa la pena. Sappiamo bene in cosa consistono, in genere, i congressi e le tavole rotonde, i simposi e i convegni: non si può fare a meno di andarci e dire qualcosa, ma si può sempre fingere di non aver sentito nulla. E assumendomi tutti i rischi di essere ancora una volta frainteso, permettetemi di ripetere alcune delle parole di allora, grazie alle quali, potrò, forse, giustificare il titolo di questo intervento. Al cospetto dell’indifferenza e degli sbadigli di alcuni dei grandi signori e delle dame della cultura europea, quella cultura che dall’altra parte dei Pirenei si ostina a darci lezioni, dissi: “In ottocentocinquanta anni di esistenza nazionale non siamo riusciti ad essere un paese ricco (anzi, oggi, siamo il paese più povero d’Europa), ma abbiamo fatto una cultura. Per questa, e solo per questa, vogliamo essere riconosciuti, non per il saldo del conto corrente o per le riserve auree. In questo luogo in cui ci troviamo riuniti, nessun paese, per quanto ricco e potente, può arrogarsi una voce più alta. E proprio perché parliamo di cultura, nessun paese o gruppo di paesi, trattato o patto, può proporsi come mentore o guida degli altri. Le culture non sono migliori o peggiori, non sono più ricche né più povere, sono, semplicemente e fortunatamente, culture. In questo si equivalgono le une alle altre, ed è la loro diversità a giustificarle.” E aggiungevo, con tutta la forza possibile e un assoluto convincimento: “Non c’è, e mi auguro che non ci sia mai, una cultura in grado di imporsi come unica e universale. La terra è unica, ma l’uomo no. Ogni cultura è un universo: lo spazio che le separa è lo stesso spazio che le unisce, come il mare, qui sulla terra, separa e unisce i continenti.”
Curiosamente, mentre parlavo, si è venuta formando in me l’idea che, in futuro, in qualunque convegno io venga invitato, potrò sempre ripetere senza modifiche questo discorso, perché sarà sempre appropriato, per quanto diversi siano i temi e gli argomenti. La sua infinita ripetizione non gli toglierà un atomo di pertinenza e di verità, forse perché questa dovrebbe essere la base consensuale di qualunque discussione.
Ma è ora tempo di ricordarmi che questo Congresso di intellettuali e artisti si tiene cinquanta anni dopo il II Congresso di scrittori antifascisti in difesa della cultura. E dovrebbe meravigliare il fatto di non aver fatto alcun esplicito riferimento al congresso del 1937, soprattutto in questa occasione, che ha certamente molte e buone ragioni per non presentarsi come un suo proseguimento, sebbene, sotto altri punti di vista, non possa negare di esserne un suo innegabile erede. Devo confessare però che mi trovo in difficoltà nel portare avanti questo tema, non tanto per gli ostacoli del mio pensiero, quanto per le tante cautele e riserve che hanno circondato e riguardato il documento fondatore di questo nostro incontro, sottoscritto da intellettuali più che rispettabili. Sono loro ad assicurarmi che il congresso del 1937 fu “un avvenimento di portata mondiale, per molte ragioni e qualche non-ragione”. Ebbene, io credevo di conoscere alcune delle ragioni della sua importanza, ammettevo umilmente di venire qui per impararne delle altre, ma quello che adesso mi auguro che mi venga spiegato è soprattutto in cosa consista la “non-ragione” dell’importanza di un avvenimento in genere e di quello in particolare. In ogni caso, concordo sul fatto che una riflessione critica sul passato, se qui se ne farà una, avrà senso solo se si aprirà al futuro. Ma non credo che tale apertura sia possibile e pienamente utile se non chiariamo, una volta per tutte o almeno per il tutto il tempo necessario a un accordo congiunturale, quello che mi pare essere un pregiudizio di fondo, latente nella forma e nello spirito del documento al quale sto facendo riferimento: che gli intellettuali degli anni ‘30 hanno coltivato falsi idoli, si sono sbagliati, hanno commesso errori funesti, mentre noi, intellettuali degli anni ‘80, stabiliremo certezze, metteremo sugli altari i veri dei e giureremo solennemente di permettere che solo la verità fuoriesca dalle nostre bocche rigenerate. Non credo di comportarmi in maniera sleale, né credo che per sostenere la mia argomentazione io stia violentando il testo in questione, per altri versi ricco di considerazioni. Il nostro documento fondatore afferma, e crede di affermarlo giustamente, che è tempo di un chiarimento teorico circa il ruolo degli intellettuali e dell’esatta natura dell’impegno. Tanta sicurezza non può non suscitare il commento ironico che gli intellettuali degli anni ‘30 non avessero la benché minima idea di quale fosse il “ruolo degli intellettuali” e la “precisa natura del loro impegno”. Ora, è più che probabile che nell’anno 2037, magari in questa stessa città di Valencia, un altro congresso di intellettuali e artisti venga a dibattere, contro di noi, ripeto, contro di noi, i nostri errori, i falsi idoli che oggi coltiviamo, gli inganni, magari ancora più terribilmente funesti, che in questo stesso minuto ciascuno di noi e tutti insieme stiamo praticando. Il che non significa, è chiaro, che qui si debbano tacere gli atti, gli errori, le ingiustizie, se non i crimini, tutto più che abbondantemente sanguinoso, che sono parte dei pro e dei contro degli anni ‘30, nel mondo, in Europa, e qui, in Spagna e nella Penisola iberica. Non dovremmo, però, mai farlo da un punto di vista, anche questo autoritario, di intellettuali che si ergono a giudici, signori, per loro fortuna, di una conoscenza sui fatti e sulla loro decantazione storica. Perché, volenti o nolenti, siamo colpevoli del nostro tempo, e inevitabilmente saremo giudicati fra cinquant’anni per questa colpa.
Ben più saggio sarebbe, se mi permettete il termine, esaminare quegli errori che stiamo commettendo, e correggerli, se ne abbiamo la forza e il coraggio, anche se quella stessa saggezza ci ricorda, come ci ricorda, che l’errore è inseparabile dall’azione giusta, che la bugia è inseparabile dalla verità, che l’uomo è inseparabile dalla sua negazione. E io non so per quali meravigliose ragioni potranno gli intellettuali miei contemporanei qui meravigliosamente riuniti, decidere, dall’alto di una giustizia meravigliosa e certamente astratta, in merito a verità assolute che gli intellettuali degli anni ‘30 stupidamente ignoravano e che gli intellettuali del XXI secolo rispettosamente dovranno venerare.
Fermo restando il rispetto che devo a tutte le opinioni contrarie, mi sembra che molto più necessario di “un nuovo approccio pluralista, ma teoricamente coerente (questo ma maschera, immediatamente, un mondo di difficoltà), delle relazioni tra politica e cultura, tecnologia e valori morali, scienza e complessità, impegno e solitudine creatrice”, più urgente di tutta questa apparente urgenza sia una rigorosa analisi dello stato attuale del mondo, e anche il posto, il ruolo, la colpa o la responsabilità che in esso hanno gli intellettuali di oggi, signori miei, di oggi. In fin dei conti, gli intellettuali degli anni ‘30 avevano molti meno dubbi di noi, che pure sfoggiamo tante certezze. Grazie ad esse, suppongo, noi ci riuniamo in congressi per definire “spazi culturali” e “fondare una strategia del fare intellettuale”. Quando, se mi permettete un’opinione discordante, faremmo meglio a proclamare la necessità di un’insurrezione morale degli intellettuali, senza distinzione di obiettivi o di epoche, e senza una gerarchizzazione assolutoria o di condanna dei crimini, e di chi li ha praticati o li sta praticando.
Altrimenti finiremo, e mi perdonerete la banale metafora, col buttare via il bambino con lo stesso gesto con cui ci disponiamo a liberarci dell’acqua sporca.

Saramago: un inedito a un anno dalla morte

Clarabóia (Lucernario), il romanzo che José Saramago scrisse nel 1953, lasciandolo inedito, sarà pubblicato in Portogallo in autunno. Lo ha annunciato ieri Zeferino Coelho, l’amico e l’editore del grande romanziere portoghese.

In un’intervista all’agenzia di stampa Lusa, a pochi giorni dal primo anniversario della morte del premio Nobel, l’editore della casa editrice Caminho ha rivelato alcuni dettagli sulla trama e i personaggi di Clarabóia, un libro che ha definito “un bel romanzo”, in cui si intravedono già alcuni temi che sarebbero stati sviluppati nelle opere successive da Saramago.

Lo pubblicheremo verso la fine dell’anno. Sarà pronto a ottobre o novembre. Sono in possesso dell’originale e ci stiamo lavorando. Il testo è completo. Ossia, è possibile pubblicare il libro senza interventi, perché non gli manca nulla. Si tratta di un romanzo ed è un romanzo interessantissimo. Io l’ho già letto – più di una volta – si legge benissimo. Ci sono molti personaggi, ma è tutto strutturato con perizia, è tutto narrato molto bene.” Quanto al contenuto, Zeferino Coelho ha dichiarato: “Tutti sanno cosa sia un lucernario, no? Tutti gli edifici che hanno una scala interna, hanno anche un lucernario sul soffitto, per illuminare la scala. José Saramago immagina un edificio di due o tre piani, in cui ogni piano è occupato da una famiglia, le famiglie sono completamente diverse tra loro e l’autore racconta la loro storia.” Clarabóia, a quanto dice l’editore portoghese, “è molto ricco e vario. Inoltre, ci sono alcune cose che Saramago avrebbe sviluppato più tardi… E c’è anche un personaggio che, in un certo senso, è lo stesso Saramago alle prese con i suoi problemi, nello specifico, con il problema che non ha mai risolto: l’ottimismo e il pessimismo, la possibilità o meno di redimere l’umanità, la scelta tra intervenire, perché ci sentiamo responsabili di ciò che succede intorno a noi, oppure rinunciare. Perché il resto del mondo non ci riguarda. Questi temi, così profondamente saramaghiani, sono tutti presenti nel romanzo. Ed è molto interessante vedere come, seppure il libro abbia uno stile completamente diverso da quello che José Saramago adotterà a partire da Una terra chiamata Alentejo – lui sia già così presente nel testo. Penso che il libro susciterà molto interesse e avrà molti lettori.”

Per Info su altri inediti del premio Nobel Saramago vedere: http://www.emol.com/noticias/magazine/detalle/detallenoticias.asp?idnoticia=487854

Quarto teste: che ne pensa il capo

“Beh, devo dire che ormai è praticamente una leggenda qui al distretto: è uno della vecchia guardia, sa cosa sono i segreti, le difficoltà, non c’è mai bisogno di ringraziarlo, lui lo sa quello che deve fare. E poi, a dirla tutta, è uno che sa vivere, non si fa mancare niente, si tratta bene in fatto di cibo, di birre e di sigari: i  sono i suoi preferiti. Sì, se ne intende parecchio e non mi dispiace chiedergli qualche consiglio a proposito. È uno di cui ci si può fidare: lui lo sa quali sono i problemi di noi poliziotti, non tanto i morti, quanto quelli che spariscono. Perché una sparizione è un oltraggio al nostro sistema di informazioni, alle carte d’identità, ai passaporti, ai codici fiscali, a tutto… e lui è uno che capisce bene certe cose, che bisogna stare appresso alle scartoffie, essere meticolosi. Insomma sa fare il suo lavoro il nostro ispettore Ramos. Anche se non capisco se ce l’ha con tutti noi del distretto, me compreso, o è solo il suo modo di stare in mezzo agli altri. Non capisco, devo dire, se questo lavoro gli piace davvero, a volte sembra di sì, ma mi pare che se fosse per lui passerebbe il tempo a prendersela con le donne che fanno la dieta, con le strade a senso unico, con l’avvicinarsi dell’estate…” Il commissario di polizia

Terzo teste: c’è posta dalle Azzorre

“No, lui è più grande. È di dieci anni più vecchio di me. La sua vita ha battuto altri sentieri, si è fatto strada da solo nella polizia: ha lavorato un po’ in banca poi è stato in Guinea a fare il servizio militare, è entrato nella omicidi come agente e si è spaccato la schiena per arrivare dove è arrivato ed essere chiamato «ispettore Ramos». Mah, lo conosco da un po’, abbiamo pure condiviso qualche caso. Forse è una cosa banale dire che un’amicizia fra due uomini è una cosa seria, ma è quello che mi ha detto Jaime Ramos una sera. Sì, siamo grandi amici, anche se non ne parliamo mai. E ci vediamo poco. No, non lavoro con lui, vivo alle Azzorre, lavoro lì. Sono viceispettore. Di tanto in tanto, gli invio la solita fornitura di sigari Cogiva, o di formaggio e ananas. E a sua volta lui mi manda una bottiglia di vino, qualche insaccato o qualche libro che qui non riesco a trovare. Ma tutto senza calendario e senza sentirci in obbligo. Al contrario della rigorosa disciplina che segue sul lavoro: lui non ama certo i rapporti, le procedure, le formalità, i computer, i telefoni, ma tutti questi obblighi gli impongono una disciplina che in fondo gli piace e a cui manca solo un soffio di ispirazione. Perché a lui non piace immaginare le cose, darsi alle fantasie, al contrario di me, che invece mi perdo nei miei pensieri… amo perdermi nei miei pensieri, ma non sono un romantico: non mi piacciono né le storie d’amore né le coincidenze. Le storie d’amore perché si ripetono troppe volte e troppe volte amareggiano e feriscono e fanno ripetere le stesse parole. Le coincidenze, perché fanno immaginare che il mondo stesso si ripeta, quale che sia il posto, quale che siano le circostanze. E ingannano…” Il viceispettore Filipe Castanheira