Che ne sarà di te?

In una conferenza dal titolo “Tres propuestas para el próximo milenio (y cinco dificultades)” tenuta nel 2000 all’Havana, Ricardo Piglia tentò di rispondere alla domanda di Calvino: Che ne sarà in futuro della letteratura? Il presente testo è stato recentemente pubblicato dal Fondo de Cultura Económica insieme quello di una conferenza di León Rozitchner, che ha per argomento la città (Mi Buenos Aires Querida). Riportiamo di seguito una parte del discorso in cui Piglia cerca di rispondere alla domanda attraverso l’opera di Rodolfo Walsh, la fine del corpo di Eva Perón e la necessità di parlare in modo chiaro quando il linguaggio dell’economia non vuole farsi capire. Continue reading

Rodolfo Walsh, o sul dovere della testimonianza e sulle possibilità della finzione

Estoy seguro de llegar a vivir en el corazón de una palabra…
Francisco Urondo
A un anno dal golpe con cui nel 1976 i militari si erano insediati al governo dell’Argentina, Rodolfo Walsh (1927-1977) firmava la “Lettera aperta alla Giunta Militare”, nella quale denunciava le violazioni e i crimini della dittatura. Il giorno dopo la pubblicazione della lettera, Walsh verrà attirato in un’imboscata e, anche se riuscirà a sfuggire al sequestro, morirà nello scontro a fuoco. Il suo corpo verrà poi fatto scomparire, desaparecido – come pochi mesi prima quello della figlia ventiseienne Vicki o dell’amico, poeta e militante, Francisco Urondo –. Le immagini ci restituiscono un Walsh per sempre cinquantenne, immobile in un passato in bianco e nero, ritratto alla sua scrivania mentre è immerso nella lettura oppure in piedi, con la macchina fotografica al collo, i pugni sui fianchi, lo sguardo rivolto lontano, come chi stia in attesa, cercando di vedere, captare, studiare, registrare, documentare per poi consegnare alla parola. “Rendere la mia testimonianza nei momenti difficili” è al tempo stesso ragione e fine della sua scrittura, come dichiara nella conclusione della lettera aperta che costituisce, in un certo senso, il culmine della sua attività giornalistica e una sorta di testamento intellettuale e umano. Continue reading

L’ultima estate, di Lilia Ferreyra

Era la notte del 24 marzo 1977. Sullo stretto tavolo di legno, che usava come scrivania e che liberavamo per mangiare, c’erano le prime cinque copie della “Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare”. Uscimmo di casa e ci fermammo sotto il cielo sgombro di nubi, lucente di stelle. Rodolfo cominciò˜ a indicarle, disegnando in aria le costellazioni, come tante altre volte dal molo oramai scomparso sul fiume Carapachay. La sua osservazione non era mai passiva. Aveva studiato le costellazioni e gli piaceva situare le formazioni celesti mentre discorreva di anni luce e dimensioni ultraterrene, come quelle nelle quali decenni prima aveva immaginato lo spazio tridimensionale di una scacchiera per scrivere il racconto di una partita tra gli dèi. In quel momento, gli dèi non esistevano, però˜ esistevano le mappe terrestri che l’hanno sempre accompagnato. Aveva bisogno di conoscere con esattezza ossessiva i territori nei quali viveva, sapere in anticipo gli itinerari lungo vie e luoghi, conoscere, dal punto di vista cartografico, lo spazio nel quale si sarebbe mosso. Continue reading