Il successo dura un attimo, di Mari Luz Peinado e Bernardo Marín

In occasione dell’omaggio che la FIL de Guadalajara ha voluto fare a Elena Poniatowska per il suo 80 compleanno, pubblichiamo questo articolo uscito nel numero speciale EL PAÍS EN GUADALAJARA 2012, dedicato alla fiera del libro messicana.
Lo scrittore Juan Villoro dice che i messicani sono tali perché gli è toccato esserlo, mentre il merito della sua amica, Elena Poniatowska, è essere messicana per scelta. Quali sono le cose che hanno attratto così tanto la scrittrice di origine polacca nata a Parigi, da farsi adottare da questo paese? Durante l’ultima edizione della Feria Internacional del Libro (FIL) di Guadalajara, nel tributo resole per il suo ottantesimo compleanno, ne ha elencate alcune. Per prima cosa, le università: l’UNAM (Universidad Nacional Antónoma de México) e l’UAM (Universidad Autónoma Metropolitana). Poi la FIL. E infine i mestieri ambulanti, in via di estinzione, come il suonatore d’organetto, l’abonero (il venditore a domicilio), l’arrotino o il portalettere, «sul punto di soccombere strangolato dalla cibernetica». Continue reading

Tlatelolco 44 anni dopo, di Elena Poniatowska

In occasione del 44° anniversario de La noche de Tlatelolco, la violenta repressione del movimento studentesco messicano avvenuta il 2 ottobre 1968, alla vigilia delle Olimpiadi di Città del Messico, nella Plaza de las Tres Culturas a Tlatelolco, quartiere di Città del Messico, pubblichiamo un articolo della giornalista e scrittrice messicana Elena Poniatowska pubblicato su La Jornada che analizza i cambiamenti avvenuti in questi anni in Messico.

traduzione Chiara Muzzi

Il ‘68 non si può paragonare ai più di 60 mila morti e desaparecidos di oggi e neanche al modo in cui sono state trattate le vittime delle quali si preoccupa Javier Sicilia fin dal giorno in cui hanno assassinato suo figlio, a Cuernavaca, Morelos. Tuttavia, il Movimento Studentesco del 1968 e il massacro del 2 ottobre, a Tlatelolco, rappresentano l’inizio della violenza che ha sofferto il Messico durante gli ultimi 50 anni.

Fintanto che Cuauhtémoc Cárdenas non decise di issare la bandiera a mezz’asta il 2 ottobre, quando era capo del Governo del Distretto Federale nel 1977, il Movimento Studentesco con il suo cruento epilogo era sempre stato un tabù per i quotidiani messicani. Perché è giusto e necessario ricordarlo adesso? Perché fa parte della nostra storia.

Dieci giorni prima del 2 ottobre, don Sergio Méndez Arceo, vescovo di Cuernavaca e cugino del generale Cárdenas, perché entrambi si chiamavano Del Río, disse durante l’omelia: «Sono indignato dall’attaccamento alla ricchezza, dalla sete di potere economico, dalla cecità. Dai falsi pretesti di mantenere l’ordine, dalla cortina di fumo del “progresso”, il miraggio del “prestigio” e dall’uso abusivo della religione da parte dei privilegiati.»

Alleato del Movimento Studentesco, parlò anche del futuro con una frase che Javier Sicilia potrebbe sottoscrivere: «È con grande speranza che guardo a questo movimento, inizio del risveglio civico, dell’unione delle generazioni, suono di tromba indimenticabile, di bisogno di un cambiamento rapido e profondo.»

Il 2 ottobre, il governo inviò in quella che è chiamata Plaza de las tres Culturas, a Tlatelolco, 5 mila soldati e 5 mila poliziotti vestiti da civili, appoggiati da carri armati e mitragliatrici per sparare sulla folla, senza interessarsi se sparavano su bambini, donne o anziani. Lo scrittore Carlos Fuentes dichiarò: «Un carro armato è un carro armato a Chicago, a Parigi o in Messico.»

Più di 30 membri del Consejo Nacional de Huelga furono arrestati e sottoposti alle peggiori vessazioni fisiche e morali per farli confessare delitti che non avevano commesso, e con questa repressione il governo ha contratto un debito con il popolo messicano. Per questo, oggi, 44 anni dopo, propongo di chiamare il Distretto Federale “Il D.F. degli studenti”. Negli Stati Uniti parecchie città sono studentesche: Berkeley, Harvard, Davis. In Inghilterra, lo sono Cambridge e Oxford. In Francia, Montpellier e Strasburgo. Città del Messico potrebbe perfettamente essere una città studentesca, piena di biciclette e pacifica per potersi redimere da un passato di autoritarismo e repressione.

La notte del 2 ottobre del 1968, le insegnanti María Alicia Martínez Medrano e Mercedes Olivera tornarono dal raduno di Tlatelolco in stato di shock. Non riuscivano a rendersi conto di aver abbandonato l’antropologa Margarita Nolasco, che passò tutta la notte a cercare suo figlio. Gridava di piano in piano, corridoio dopo corridoio, a ogni porta dell’edificio Chihuahua: «Carloooos… Carloooos… Carloooos… Carlitooos».

Il 3 ottobre, alle sette del mattino, due carri armati facevano la guardia davanti all’edificio Nuevo León. Senza luce né acqua, solo vetri rotti; scarpe gettate nei fossi, tra i resti preispanici, le porte degli ascensori crivellate da raffiche di mitragliatrice, le finestre in frantumi, il sangue nelle scale e nei corridoi, le pozze di sangue nero in piazza. I cittadini insonni facevano la fila davanti a una fontana. Un soldato aspettava che un altro liberasse la cabina del telefono. Supplicava: «Passami il bambino, non essere cattiva, voglio sentire il bambino, chissà quanti giorni ci terranno qui». Nessuno spazzava le macerie, la disgrazia era diventata un’immagine fissa. Tra le pietre trovai un tappo: “Amo l’amore”.

Più di cento studenti furono incarcerati al Lecumberri insieme ai professori Manuel Marcué Pardiñas, Eli de Gortari, Heberto Castillo, Armando Castillejos, Luis Tomás Cervantes Cabeza de Vaca, Gilberto Guevara Niebla, il grande scrittore José Revueltas che si assunse la colpa di tutto il Movimento Studentesco e tanti altri. La Chata María Fernanda Campa, la prima dottoressa in geologia del Messico: «Trascorsi la mia giovinezza andando e venendo dal carcere di Lecumberri a quello di Santa Marta Acatitla. Al Lecumberri vedevo Raúl (Álvarez Garín), al Santa Marta Acatitla mio papà (Valentín Campa).»

Un nuovo movimento di giovani, #YoSoy132, è nato come protesta contro la visita di Enrique Peña Nieto all’Università Iberoamericana, l’11 maggio del 2012. Da allora la presenza dei ragazzi nelle strade e negli spazi pubblici è aumentata e i giovani non hanno smesso di spiegarci quello che hanno nel cuore. Magari sapessimo ascoltarli e costruire insieme a loro una nuova comunità in cui prevalgano la pluralità e l’alternanza. Nonostante i suoi errori e le sue contraddizioni, il Movimento Studentesco del 1968 è un atto di eroismo del Messico contemporaneo. Al di là dei partiti, le iniziative dei cittadini hanno risposto a una necessità profonda, quella della democrazia che ci insegna a curare le nostre ferite e a manifestare il nostro amore per la libertà.

72 migrantes: un altare virtuale per i migranti messicani

72migrantes è un omaggio realizzato da scrittori, giornalisti, attivisti, politologi e artisti. Un omaggio concretizzatosi in un altare virtuale su internet che è cresciuto col tempo trasformandosi in uno e poi molti altari veri e propri, in un¹opera teatrale, in una serie di pillole trasmesse alla radio, in un libro. Un omaggio alla memoria dei 72 migranti clandestini provenienti dall¹America Centrale assassinati nell’agosto del 2010 a San Fernando, nello stato di Tamaulipas, in Messico.
Il libro, curato dalla scrittrice e giornalista Alma Guillermoprieto e pubblicato dalle case editrici Editorial Almadía e Fronteras Press, raccoglie testi che raccontano ognuno un aspetto diverso della vita e della tragica morte dei migranti scomparsi. 72 migranti raccontati da 72 scrittori, tra cui Elena Poniatowska, Marcela Turati, Juan Villoro, Jorge Volpi e Valeria Luiselli. Un modo per dare voce a chi si è visto strappare ogni
possibilità di futuro.
72migrantes.com, come afferma Guillermoprieto, si propone di restituire un volto, un nome e un’individualità alle vittime di quell’attentato, che, più che come persone, i mezzi di comunicazione trattano come cadaveri negando l’importanza delle loro vite interrotte, dei sogni infranti e delle famiglie distrutte.
Per sua gentile concessione pubblicheremo, nei prossimi giorni, alcuni dei testi. Iniziamo oggi con la sua introduzione.

Cari lettori,

benvenuti nell’altare virtuale 72migrantes.com. Vi ringraziamo sentitamente per la vostra visita a questo progetto che si propone di commemorare la morte di 72 migranti in una misera fattoria nei dintorni di El Huzache, comune di San Fernando, stato di Tamaulipas. È passato un anno da quel massacro, un lasso di tempo sufficiente per iniziare a dimenticare, e per questo forse la cosa migliore è offrire un breve riassunto dei fatti. La brevità, ovviamente, non ci è imposta da un’ipotetica preferenza dei nostri lettori, ma dal fatto che, seppure c’è così tanto da raccontare, ignoriamo quasi tutto. Abbiamo un luogo, una data, e quanto segue:

Fra il 22 e il 23 agosto, un gruppo di uomini – forse sette o otto – confinarono 73 o 74 persone in un campo nelle vicinanze di El Huizachal e spararono a quasi tutte con un colpo alla nuca. Secondo le dichiarazioni rilasciate in diversi momenti dalla Procuraduría General de la República, le vittime si dirigevano su due camion verso gli Stati Uniti, con lo scopo di entrarci clandestinamente. Immaginiamo che fossero scortati da almeno un pollero, un trafficante di immigrati senza documenti. Nel loro peregrinare, lasciarono lo stato di Veracruz il 21 agosto, con l’intenzione di passare la notte in uno dei paesi dello stato di frontiera di Tamaulipas – anche se, sapendo ciò che sappiamo, e ciò che probabilmente sapeva chi li trasportava, non avrebbero potuto scegliere un posto peggiore per dormire. Ormai, infatti, qualunque messicano e qualunque pollero sa che a Tamaulipas vige la legge de los Zetas, e che los Zetas vivono, come avvoltoi, della carne dei clandestini.

Quando los Zetas si lanciano in picchiata sui migranti che attraversano il Messico, portano via prima di tutto i cellulari, perché sanno che i migranti che arrivano alla frontiera hanno pochi soldi e probabilmente durante il viaggio hanno già subito qualche rapina da parte di altre bande di delinquenti sempre comandate da los Zetas. Però spesso hanno con sé un cellulare, per avvisare le proprie famiglie che stanno bene. Quando los Zetas trovano i cellulari chiamano quei familiari e pretendono soldi in cambio della libertà dei loro cari.

Non sappiamo cosa accadde da quando i camion dei migranti partirono da Veracruz la mattina del 22 agosto, ma né i familiari ricevettero chiamate dalle vittime che li informavano di essere stati rapiti e che i sequestratori chiedevano soldi per la liberazione, né i migranti poterono continuare il loro viaggio dopo aver subito un breve sequestro, come sarebbe stato, diciamo, normale. In realtà, non riusciamo a capire neanche la versione data dai portavoce della Procuraduría, perché i familiari di alcune vittime dicono invece di aver ricevuto delle chiamate da figli, fratelli o mariti, con cui venivano informati che erano stati sequestrati e che avevano bisogno di soldi, o che stavano per arrivare alla frontiera e la stavano per attraversare. Ma quelle telefonate le hanno ricevute circa dieci giorni prima del massacro, e da diversi punti del Messico.

Sappiamo, dunque, con assoluta certezza solo una cosa: che il 24 agosto una squadra della Marina trovò i cadaveri di 72 persone che erano morte il giorno prima. I corpi giacevano in modo ordinato intorno alle quattro pareti di una stanza senza pavimento e senza tetto, nei dintorni di El Huizache.

Il ritrovamento non fu casuale; furono piuttosto le autorità Stato che arrivarono tardi perché, attenendoci a ciò che sappiamo, una della vittime sopravvisse al massacro. Luis Fredy Lala Pomavila, ecuadoriano, figlio di contadini, di 22 anni, ferito da un colpo d’arma da fuoco alla mandibola e alla spalla, aspettò che gli assassini finissero il loro lavoro. Poi con l’aiuto di un honduregno, di cui non sappiamo il nome, che si era nascosto in un campo incolto prima del massacro, riuscì a slegarsi le mani e iniziò a camminare, senza incontrare aiuto, fino alle sette di mattina di martedì 24 agosto, quando, alla fine s’imbatté un posto di blocco dell’esercito e li informò di quanto era accaduto. (L’honduregno prese un’altra strada e giunse più tardi in un rifugio per migranti. Appena gli fu possibile si mise in contatto con la sua ambasciata. Sappiamo anche, ma senza informazioni precise, di un’altra sopravvissuta salvadoregna.) Poche ore dopo aver raccolto la denuncia di Lala Pomavila, i militari che arrivarono a El Huizache comprovarono che il ragazzo non aveva mentito: i 72 cadaveri di cui aveva parlato erano lì.

Il 25 agosto la notizia fu riportata da tutti i giornali nazionali e, subito dopo, anche dalla stampa internazionale. Un fatto spaventoso era accaduto in Messico, il nostro paese, il paese di molti dei partecipanti al progetto 72migrantes.com

Perché abbiamo deciso di creare un altare nello spazio cibernetico? Perché noi, che abbiamo realizzato questo progetto, pieni di vergogna per i nostri compatrioti e di spavento per le vittime, abbiamo così iniziato a venire a conoscenza dei molti e terribili crimini che si commettono tutti i giorni contro i migranti, quegli esseri silenziosi che vagano per il Messico senza documenti, e senza altra speranza che fuggire dalla miseria che affligge, loro e i loro cari, nei paesi di origine. In un paese di migranti, questi uomini e donne, e in molti casi addirittura adolescenti e bambini, sono sfruttati, torturati, umiliati e assassinati impunemente – nei registri ufficiali non c’è nessun condannato per crimini contro i migranti – dai nostri compatrioti alla luce del giorno.  Sono più poveri dei nostri poveri, più indifesi dei nostri indigeni, perché camminano da soli. Questi 72 morti, dunque, erano i nostri morti, e abbiamo voluto commemorare la vita di ogni migrante identificato. Abbiamo voluto anche – forse soprattutto – parlare di coloro ai quali fu sottratto perfino il nome quando persero la vita.

Questo libro è la trasposizione cartacea di quell’altare virtuale, che si può visitare sul sito www.72migrantes.com. È stato allestito in tre mesi da un gruppo crescente di scrittori, giornalisti, saggisti, e fotografi, ed è stato inaugurato ufficialmente il Giorno dei Morti del 2010. Durante l’allestimento successe però una cosa che non ci aspettavamo: quelli di noi che sentivano il tormento della vergogna e un grande smarrimento si ritrovarono con una comunità di intellettuali, artisti, grafici, programmatori, attori, musicisti e fotografi messicani che provavano gli stessi sentimenti di fronte ad avvenimenti che corrispondono alla realtà ma sembrano uscire da un incubo. Da questa comunità, della quale fanno parte più di cento persone, provengono le foto, il progetto del blog e il radiodramma trasmesso dalla radio dell’Università Autonoma del Messico che ha dato vita ai testi grazie alla voce di alcuni tra gli attori e i presentatori più importanti del paese. Ci piace pensare che, senza essercelo proposti, abbiamo contribuito anche a un diverso modo di riflettere sulla questione della migrazione, a far si che la si guardi con altri occhi e maggiore informazione, e che la (scarsa) copertura mediatica che riceve oggi si occupi più delle persone e meno dei cadaveri.

Per lasciare una traccia durevole di questo sforzo abbiamo deciso di trasporlo in quel mezzo permanente e tecnologicamente perfetto che è il libro.

 Quando pubblicammo l’altare nel ciberspazio avevamo solo poche informazioni. Oggi quasi tutte le vittime del massacro di San Fernando, nelle vicinanze di El Huizachal, sono state identificate, ma preferiamo non cambiare i testi che ci raccontano di vittime anonime. Riteniamo che parlino anche a nome di tanti altri migranti che sono morti nella nostra terra senza che nessuno si sia accorto della loro scomparsa. Sono, dunque, 72 testi, uno per ogni vittima, e 72 fotografie. Alcuni testi danno informazioni sul fenomeno della migrazione e della violenza. Altri sono saggi che inseriscono la migrazione latinoamericana in un contesto globale. Molti sono ritratti delle vittime, elaborati a partire da una conversazione con i loro familiari. Altri immaginano la peregrinazione di una di quelle persone di cui non sapevamo il nome quando abbiamo iniziato il progetto. Le immagini sono il frutto del contributo di 16 fotografi messicani, centroamericani e spagnoli, e permettono di immaginare il percorso che fecero i nostri 72 dall’inizio alla fine.

 A un anno dal massacro, e nonostante ormai conosciamo la lista completa delle vittime, noi ricercatori e i giornalisti che ci siamo occupati del tema non siamo ancora riusciti a costruire una narrativa coerente dei fatti che portarono a quella strage. Nonostante siano state fermate 82 persone per questo e per un altro massacro scoperto sei mesi dopo nello stesso municipio di San Fernando, e di cui fino ad oggi abbiamo potuto identificare 193 cadaveri, non abbiamo notizia di un solo condannato per i due crimini.

Ai familiari dei migranti morti non è stato conforto né aiuto. In un primo momento, sopraffatti dall’orrore e dallo sgomento, i governi dei paesi coinvolti ricevettero le salme con picchetti d’onore e funerali di stato, e vennero promessi ai familiari alloggio, risarcimento e aiuto psicologico. Oggi, sappiamo che le famiglie continuano a vivere come hanno sempre fatto, nelle stesse terribili condizioni che avevano costretto i loro figli o mariti all’esilio economico. Sappiamo anche che alcuni di loro continuano a lottare per ripagare il debito che i loro figli e mariti avevano contratto con un pollero mafioso che li doveva far uscire dal paese. Non riusciamo a immaginare cosa significherebbe una simile perdita nella nostra vita, non ci rimane neppure l’illusione che nutrivamo al principio che i familiari, vedendo l’altare, potessero almeno non sentirsi lasciati soli con il loro dolore.

Ciononostante ci sembra ancora importante condividere le loro vite e quelle delle 72 vittime, affinché il loro peregrinare lasci una piccola traccia contro l’oblio.

Grazie, e buon viaggio,

Alma Guillermoprieto