Montevideo, memoria costante di Benedetti

Percorriamo la capitale uruguaiana cercando l’ombra del suo poeta più famoso.
Lo scorso 17 maggio c’è stato il quinto anniversario della morte dello scrittore.

Le città che sono state lette prima di essere visitate si trasformano in ricordi che il lettore sa come filtrare nella memoria. Gli abitanti delle città lette in precedenza sono personaggi con un passato finito. I loro angoli, i bar, i giardini, le facciate, sono scenografie ricordate con un minimo sforzo. L’accento e il modo di parlare delle loro genti hanno un alone premonitore. Le passeggiate per le strade delle città che sono state lette prima di essere visitate sono un déjà vu inaspettato per il lettore, quindi, volente o non volente, il lettore, il visitatore, si trasforma in un altro personaggio di quel quadro costumbrista che già aveva delineato nella sua testa dalla lettura dei libri. Continue reading

La morte del suo personaggio migliore, Osvaldo Bayer

 In occasione del 35° anniversario della tragica desaparición dello scrittore e giornalista argentino Rodolfo Walsh, 25 marzo 1977, pubblichiamo un articolo di Osvaldo Bayer uscito sul supplemento culturale Radar del quotidiano argentino Página12.

Traduzione di Alessio Mirarchi

Ci sono quattro cose che mi sarebbe piaciuto fare con Rodolfo Walsh. Giocare a scacchi contro di lui in carcere. Per mettermi alla prova, dato che lì dentro sono stato proclamato campione, ma senza soddisfazione. Una finale contro di lui nessuno avrebbe voluto perdersela, perché era bravissimo. La seconda: piantare degli alberi insieme a lui, perché so che gli piaceva lavorare la terra. La terza, lasciare che mi parlasse di letteratura per molto, moltissimo tempo, perché tutto ciò che diceva sui libri che aveva appena letto era da ascoltare con attenzione e da annotare. Qualcosa di nuovo, di diverso. Vedeva la letteratura con altri occhi. E la quarta, incontrarci nel caffè El Foro, all’incrocio tra Avenida Corrientes e Uruguay, e parlare delle cose di oggi. Sì, di quelle che troviamo dietro l’angolo, dopo ottant’anni di vita, dopo che ne abbiamo viste e vissute così tante. Continue reading

Non si può oggi in Argentina fare letteratura slegata dalla politica

Questa storica intervista a Rodolfo Walsh fu realizzata nel marzo del 1970 da Ricardo Piglia e pubblicata successivamente come prefazione al racconto lungo Un oscuro día de justicia nel 1973, in un volume edito dalla casa editrice Siglo XXI di Buenos Aires. Questa è la prima traduzione integrale in italiano dell’intervista il cui testo in spagnolo è difficile da reperire anche su internet. La versione che più comunemente circola su vari siti (e che è stata anche inserita in un volume di interviste a grandi scrittori argentini pubblicato a Buenos Aires nel 2002) si intitola semplicemente Intervista di Ricardo Piglia a Rodolfo Walsh perché manca proprio la parte in cui Walsh pronuncia la frase che Piglia aveva scelto per intitolare la versione originale.



1. Stile e autobiografia

R. P.: Partiamo da questo racconto (Un oscuro día de justicia, N.d.T.), quando lo hai scritto, in che periodo?

R. W.: Questo lo scrissi… mi ricordo il periodo in cui finii di scriverlo, deve essere stato nel novembre del 1967, e devo averlo iniziato a metà di quell’anno; mi ricordo la data perché nell’ottobre del ’67 morì Che Guevara e io completai il racconto più o meno un mese dopo.

Come lo collochi all’interno della serie degli Irlandesi (racconti di Walsh ambientati in collegi irlandesi in Argentina, N.d.T.), che idea ti sei fatto di questi racconti?

Beh, ovviamente nella serie degli Irlandesi, che per il momento è fatta di questi tre racconti, ci sono dei richiami alla mia biografia, ma forse non sono tanto importanti come potrebbe sembrare. La materia autobiografica non è che un punto di partenza, un aneddoto e a volte neanche un aneddoto intero ma mezzo aneddoto. Perché io sono stato in due collegi irlandesi, uno a Capilla del Señor, nel ’37, che era un collegio di suore irlandesi, e dopo nel ’38, ’39 e ’40 sono stato in un altro, l’Istituto Frahy de Moreno, che era un collegio di preti irlandesi. In questo senso la realtà che ho vissuto è mista, no?, perché c’è un mondo di irlandesi che però allo stesso tempo è Argentina, e si trova inequivocabilmente in Argentina, per esempio, c’è una cosa simpatica a proposito di uno dei personaggi, non so se in questo o in quale altro dei racconti, dove scrivo che uno dei personaggi si spacciava per discendente di re e non di umili fattori di Suipacha. Ogni tanto ci sono cose del genere, ci sono perché c’erano allora, il mondo si viveva così, in maniera ambigua…

Dicotomica.

Esatto. C’è un evidente dicotomia. D’altro canto la serie dei racconti si è anche evoluta. In questo racconto compare… una nota politica, la prima più chiaramente politica, perché la connotazione politica era presente anche negli altri ma in maniera più simbolica e incosciente. Voglio dire che c’è un percorso evolutivo nei racconti. Qui, in questo racconto si comincia a parlare del popolo e delle sue speranze di salvezza rappresentate da un eroe, è un eroe esterno, e questo vuol dire che il popolo non spera nelle sue capacità, ma in qualcosa di esterno, per ammirevole che possa essere… Credo che la chiave dell’illuminazione, della comprensione dei rapporti politici tra il popolo da un lato e i suoi eroi dall’altro, stia nel finale, quando dice: “… mentre Malcolm si accasciava dietro una smorfia di sorpresa e di dolore, il popolo capì…”, e dopo, più avanti, quando c’è scritto “… il popolo capì che era solo…”, e ancora più avanti “… il popolo capì che era solo e che avrebbe dovuto combattere per se stesso e che dalle sue viscere avrebbe tirato fuori i mezzi, il silenzio, l’astuzia e la forza…”. Credo che si tratti del passaggio più politico di tutta la serie dei racconti e che lo si possa applicare a situazioni concrete della nostra politica: per esempio al peronismo e anche alle aspettative rivoluzionarie che qui si risvegliavano o si risvegliarono a proposito degli eroi rivoluzionari, compreso Che Guevara, che morì in quei giorni, facci caso, la gente ti diceva: “se Che Guevara fosse qui allora io stesso mi ci impegnerei, e anche tutti gli altri, e faremmo la rivoluzione…”. Una concezione profondamente mistica, cioè, è l’eroe che fa la rivoluzione invece dell’insieme del popolo il cui migliore rappresentante è sicuramente l’eroe, in questo caso Che Guevara, ma nessuno da solo, per quanto grande sia, può fare niente, cioè, quando si delega a qualcuno quello che è un dovere di tutti allora viene a mancare il percorso, non può esserci percorso. Credo sia questa la lezione che imparano quel giorno; non è importante che si tratti di una persona venuta da fuori – anche se non c’è alcuna connotazione negativa in uno che viene da fuori – si batte, si mette in gioco ed è un eroe. Non smette poi di essere un eroe per il fatto che un altro lo prenda a calci in culo, quello che il popolo capisce è che, in un secondo momento, se vorrà pareggiare i conti con il sorvegliante, dovrà organizzarsi e unirsi per prenderlo a calci in culo. Questa è la lezione.

Una specie di metafora politica.

Della quale mi sono reso conto in un secondo momento, in questo tipo di racconti dove io recupero cose molto vecchie e che hanno una vita propria non ho bisogno di stabilire a priori quello che succederà, succede qualcosa, poi torno io e interrompo e alla fine faccio delle rifiniture.

Tornando un attimo indietro, che prospettive ha secondo te la serie degli Irlandesi, la continuerai? La vedi come una storia unica?

Sì, credo che la continuerò. Ci sono altri due o tre temi che ho in mente e di sicuro se mi ci mettessi ne verrebbero fuori molti di più che due o tre. In quel caso prenderebbe la forma di uno di quei romanzi fatti di racconti, che poi è una forma di romanzo primitiva ma abbastanza bella. Ci sarebbero un paio di storie da aggiungere che ho già in mente, una delle due sarà di adulti, cioè, si tratta di un racconto narrato da ragazzi che però è di adulti. Il titolo è Mi tio Willie que ganó la guerra. È una storia raccontata dai ragazzi in una circostanza particolare: sono malati e sono in infermeria. C’è un’epidemia di scarlattina e un ragazzo racconta la storia di un suo zio che va a combattere la guerra mondiale, da quel momento la storia gli sfugge di mano: comincia a essere una storia di adulti, poi torna al narratore finale, ma la storia gli sfugge di mano. Questa dovrebbe essere una delle storie. Ce n’è un’altra in cui prevedo l’intervento e la partecipazione del diavolo, sempre nella stessa infermeria. Secondo i miei calcoli, è probabile che la storia possa crescere, ma non voglio darle la possibilità di farlo all’infinito. Può darsi che alla fine sarà fatta di sei o sette storie che insieme formino un romanzo composto di racconti, tutti episodi trascorsi in un anno, fino all’ultimo giorno nel collegio.

Tu pensavi a questo dall’inizio, ti venne in mente l’idea di una serie quando cominciasti il primo racconto?

È difficile dirlo. Di certo avevo da tempo l’intenzione di scrivere di quest’argomento, cioè, ho taccuini e appunti sulla vita nel collegio vecchi di molti anni, forse quindici, però siccome erano pessimi non li ho mai utilizzati. All’improvviso, nel ’64 scrissi il primo racconto, non so se in quel momento avessi intenzione di scrivere più di quel primo racconto, ma già quando scrissi il secondo l’idea della serie si fece largo da sola.

E si riallaccia ad una certa tradizione di letteratura in lingua inglese, parlo di quel tipo di mondo del primo Joyce e anche un po’ del tono di Faulkner. Soprattutto nell’ordito dei racconti, quella scrittura che in un certo senso potremmo chiamare “biblica”. Ecco perché mi pare che abbiano una personalità tutta loro in relazione allo stile del resto della tua opera, che tende a essere più ascetico.

Esatto, è probabile. Ma io in questo caso più che in Joyce, nonostante evidentemente nel Ritratto e in alcuni suoi racconti e nell’Ulisse, non ricordo bene, ci siano alcune storie che si svolgono in un collegio di preti, se dovessi cercare qualche influenza sulla forma, ovvero sul tipo di stile che tu hai definito biblico, sul tipo di costruzione della frase, ebbene la cercherei di più in Dunsany, che dal punto di vista tematico non c’entra niente. E io Dunsany l’ho letto in traduzione, tranne qualche racconto; non so se ti ricordi di quei racconti di un sognatore, quella forma che cresce, che avvolge; mi impressionò davvero tanto quando lo lessi molti anni fa. Ora, sono d’accordo con te, sono diversi dagli altri. Se volessimo qualificare in qualche modo lo stile di scrittura, o il tentativo di utilizzare uno stile caratterizzato da un uso ampio della parola, vale a dire da un’amplificazione di risorse linguistiche; ecco, se volessimo qualificarlo in qualche modo io lo definirei epico, nel senso che gli aneddoti e il mezzo sono insignificanti, quindi è lecito utilizzare un linguaggio grandioso e magniloquente per delle storie di ragazzi, cosa che probabilmente non mi permetterei se scrivessi una storia epica, in quel caso, forse, utilizzerei un linguaggio molto asciutto.

2. Contro una concezione borghese della letteratura

Un’altra cosa che mi interessa analizzare è la relazione tra racconto e romanzo, o meglio, parlando in generale, questa specie di romanzo frammentario che tu proponi. Si tratta di un romanzo che procede con testi discontinui, è il lettore che ricostruisce i differenti momenti che formano un’unica storia e, allo stesso tempo, una certa particolarità della struttura narrativa che si organizza sempre intorno a un’azione breve; anche racconti lunghi, per esempio lettere, sono costruiti su circostanze minime. Non so se ci hai mai riflettuto sopra.

Sì, mi sono venute in mente cose molto contraddittorie al riguardo, a seconda dei miei stati d’animo o, in definitiva, mano a mano che passavo da una fase all’altra. Il romanzo costituisce la sfida più grande che uno scrittore di narrativa si trova ad affrontare, oggi come oggi e sistematicamente. Non so bene da dove venga questa cosa, perché ci sia quest’esigenza e fino a che punto il romanzo sia la forma più giustificabile, perché fino ad un certo punto mantiene una qualità artistica superiore, sebbene ci siano delle eccezioni; a Borges, per esempio, nessuno si sogna di chiedere un romanzo. D’altro canto questo ci porta a un problema molto più generale sul quale ci sarebbe da discutere, cioè, io non ho ancora smesso né di convincermi né di dissuadermi.
Bisognerebbe vedere fino a che punto il racconto, la narrativa e il romanzo non rappresentino di per sé la forma d’arte letteraria corrispondente a una determinata classe sociale in una determinata epoca di sviluppo, in questo senso e solo in questo può darsi che la narrativa stia raggiungendo la sua magnifica fine, magnifica come lo sono tutte, nella prospettiva probabile che un nuovo tipo di società e nuove forme di produzione richiedano un nuovo tipo di arte che sia più documentale, che si attenga molto di più a ciò che può essere mostrato. Me l’hanno già domandato, mi fecero la domanda quando uscì il libro di Rosendo (si riferisce al libro ¿Quién mató a Rosendo?, N.d.T.).Un giornalista mi domandò perché non ci avessi fatto un romanzo con quel tema, che era un tema straordinario per un romanzo. Il che evidentemente nascondeva un’opinione riguardo al fatto che un romanzo con quel tema fosse migliore o di una categoria superiore rispetto ad un’inchiesta su quello stesso tema.
Credo che quella concezione sia tipicamente borghese, della borghesia e… perché? Perché è ovvio che l’inchiesta tradotta nell’arte del romanzo diventa inoffensiva, non dà fastidio a nessuno, cioè, si sacralizza come arte. Ora, nel mio caso personale, è evidente che io mi sono formato all’interno di questa concezione borghese delle categorie artistiche e mi risulta difficile convincermi del fatto che il romanzo non rappresenti in fondo una forma artistica superiore; ecco perché vivo con l’ambizione di avere il tempo necessario per scrivere un romanzo, e parto dal presupposto che senza dubbio gli si debba dedicare più tempo, più attenzione e più cautela di quanta ce ne voglia per un’inchiesta giornalistica che si scrive semplicemente battendo i tasti della macchina da scrivere. Credo sia potente, logicamente molto potente, ma allo stesso tempo credo che i giovani che si formano in società differenti, in società che non sono capitaliste o in società che si trovano a vivere un percorso rivoluzionario, accetteranno con più facilità l’idea che la cronaca e l’inchiesta sono categorie artistiche che stanno per lo meno sullo stesso piano della narrativa e che meritano gli stessi sforzi e lo stesso lavoro che ad essa si dedicano e che in futuro i termini potranno invertirsi: magari ciò che riconosceremo come arte sarà la rielaborazione di una cronaca o di un articolo, una cosa che come tutti sanno può raggiungere qualsiasi grado di perfezione. Voglio dire che nel montaggio, nell’impaginazione, nella selezione, durante il lavoro di indagine si aprono sconfinate possibilità artistiche. Dico questo perché penso a lavori come quello di Barnet ad esempio, non tanto il secondo quanto il primo, Biografia de un Cimarrón. E persino qui, c’è un mucchio di gente di cui racconteremmo davvero volentieri la storia, e senza porci limiti in quanto a ciò che potremmo ottenere. Ecco perché ti dico che è molto probabile; certo, non dobbiamo firmare il certificato di morte del romanzo o della narrativa, ma è molto probabile che si possa definire la narrativa in generale come l’arte letteraria tipica della borghesia dei secoli XIX e XX e, pertanto, non come forma eterna e indelebile ma come forma che può essere passeggera; forse non è così, ma può essere passeggera.
In questo senso è necessario tornare sempre indietro e prendere come punto di riferimento le cose che ci hanno fatto credere, e non parlo delle cose che ci facevano credere a scuola ma di quelle che ci facevano credere dopo, quando già eravamo grandi e cominciavamo a scrivere, a relazionarci con la letteratura e altre cose che ci hanno condizionato, frustrato, inibito; e si tratta di frustrazioni e inibizioni le cui conseguenze arrivano fino al presente, per quanto uno cerchi di scrollarsele di dosso. Se solo penso alle stupidaggini che ci hanno propinato per decenni e che abbiamo anche timidamente ripetuto o evitato di contestare riguardo alla relazione fra arte e politica! Ricordiamoci che qui fino a poco tempo fa c’era chi sosteneva che l’arte e la politica non avessero niente a che vedere, che non potesse esistere un’arte in funzione della politica. Un’altra cosa che contribuiva a formare quel progetto inconsapevole; perché le strutture sociali funzionano anche in maniera inconsapevole; faceva parte di quel progetto destinato a togliere all’arte la pericolosità, l’azione sulla vita, l’influenza reale e diretta sulla vita del momento.
Oggi non solo credo che possa esistere un’arte che si relazioni alla politica in maniera diretta ma addirittura, siccome mi infastidisce questo intercalare che abbiamo usato per anni, mi piacerebbe capovolgere la questione e dire che oggi non concepisco l’arte se non ha un’attinenza diretta con la politica, con la situazione del momento che si vive in un determinato paese, se non c’è questo, allora secondo me le manca qualcosa per poter essere arte. Non è un capriccio, non è una mia sensazione personale, ma corrisponde allo sviluppo generale della coscienza in questo momento, che comprende sicuramente la coscienza di alcuni scrittori e intellettuali e che diventerà davvero chiara mano a mano che i processi sociali e politici avanzeranno, perché oggi in Argentina non si può fare letteratura slegata dalla politica o produrre arte  slegata dalla politica, intendo che se è slegata dalla politica per il solo fatto che si definisce arte allora non potrà essere né arte né politica.
Perciò quello che ho detto poco fa non va inteso come un rifiuto isolato delle forme letterarie tradizionali del romanzo e del racconto perché vengano rimpiazzate sempre e definitivamente dall’inchiesta, quello che penso è che bisognerà usare quelle forme in un altro modo. Penso che non si potranno più usare innocentemente con una serie di convenzioni che mettono tutta la storia in un limbo; io la concepisco così: non dico di fare un romanzo o un racconto che non sia una denuncia e che pertanto non sia una presentazione ma una rappresentazione, un secondo sbocco della storia originale, dico piuttosto che l’opera deve prendere apertamente posizione all’interno della realtà per cambiarla e per avere su di essa una certa influenza, usando le forme tradizionali, però in modo diverso. D’altro canto è ovvio che il solo desiderio di fare propaganda e agitazione politica non significa che sceglierai la letteratura per poi screditarla, cioè, ci sono anche altri modi: per esempio, se ti manca il tempo e non hai la stoffa puoi sempre fare politica in un altro modo, non hai bisogno di metterti a scrivere un brutto romanzo cosicché poi quelli di destra potranno dire: “Vedete, quelli lì non sanno scrivere romanzi”.

3. Scrittura e lotta politica

Come ti schiereresti partendo da questa prospettiva se dovessi leggere la letteratura che si scrive in questo momento in Argentina?

Non sono molto aggiornato perché devo confessare che leggo molto poco, cioè, leggo molta più politica che letteratura. Credo che il grosso della letteratura argentina tanto di destra come di sinistra, inclusa – suppongo – la mia, salvo per i due libri di inchiesta, si trovi ancora da questo lato della linea divisoria che ho tracciato poco fa, cioè, si tratta di letteratura fatta da borghesi, anche se da borghesi dissidenti, per essere consumata dalla classe borghese e per sostenere il sistema. Credo che questo si possa dire della maggior parte della nostra letteratura, a prescindere dalle sue qualità come arte letteraria; è inutile che si prenda questa affermazione come un’accusa a tutti gli altri scrittori perché dovrei iniziare da me stesso. Però chiediamoci: cos’è che viene rappresentato nella nostra letteratura? Vengono rappresentati i conflitti del piccolo ceto medio e neanche i conflitti reali di matrice economica, la lotta per il potere, ma frammenti di tutte quelle cose che generalmente si chiamano conflitti spirituali, intimi, erotici, amorosi. La lotta operaia non è chiaramente rappresentata nella nostra letteratura, cioè, non c’è nessun racconto, anche se deve essercene qualcuno, che parli di uno sciopero o di una rivoluzione o della resistenza o di quello che sta succedendo in questo momento, non abbiamo nulla. Se la nostra letteratura fosse sottoposta all’analisi di un marziano, un visitatore straniero, e gli si dicesse di decifrare la realtà argentina a partire da essa, l’idea che si farebbe questo visitatore sarebbe totalmente esotica; voglio dire che c’è più verità sui giornali, perché per lo meno ci sono le fotografie. Penso che questa cosa cambierà, devono già esserci da qualche parte dei segni di cambiamento, ma per il momento…

Ad ogni modo penso che questi cambiamenti dovrebbero essere collegati anche al momento che vive la lotta di classe in Argentina, non solo alla volontà personale degli scrittori. Voglio dire: non è un caso che stiamo sollevando questo problema e questa discussione in questo momento, ad un anno dal Cordobazo (mobilitazione insurrezionale che ebbe luogo a Cordoba, Argentina, il 29 maggio del 1969, N.d.T.). La mobilitazione delle masse ripropone sempre agli intellettuali il problema delle loro possibilità e dei loro modi di agire, di partecipare alla lotta del popolo.

Certo, adesso in questo senso noi scrittori di narrativa, all’interno dell’insieme degli scrittori e intellettuali, abbiamo occupato una posizione di retroguardia, rispetto ai saggisti, per esempio, ai quali non si può applicare con certezza quello che ho appena detto. Non si può perché persone come Scalabrini Ortiz nel ’40 erano già scrittori, non c’è dubbio, sebbene avesse iniziato con la stesura di un racconto. Queste persone sì che furono un’avanguardia. Quello che ti sto dicendo degli scrittori era vero a proposito degli studenti fino a quattro o cinque anni fa, e considera che la loro capacità di reagire con azioni concrete dinanzi al percorso rivoluzionario e la loro capacità di muoversi sono molto maggiori di quelle di uno scrittore, uno studente reagisce quando cambia l’idea; però tu, quando l’idea cambia, devi scrivere un libro, che è più difficile che tirare una pietra, ecco che il movimento è più complicato, e sembra più serio. Io non credo che siamo in ritardo, ma che in effetti il percorso sia più duro per noi scrittori che siamo cresciuti con l’ideale del romanzo borghese; quel romanzo che uno ha sempre voluto scrivere da quando aveva quindici anni non serve a un fico secco, in realtà sono altre le cose che dovremmo scrivere.

Possiamo dire che in un certo senso quindi ciò con cui bisogna confrontarsi è un’idea di letteratura.

O almeno desacralizzarla un po’. Come per l’attrice, l’Occidente ha costruito anche per lo scrittore un’immagine mostruosa: è la puttana del quartiere. Gli scrittori si sentono intoccabili. Ora, per desacralizzarli bisogna mettere in discussione tutto, l’utilità di ciò che stanno facendo e soprattutto bisogna poterli sfidare usando la loro stessa ambiguità, tranne Borges, che ha messo al riparo la sua letteratura dichiarandosi di destra, una scelta lecita per preservare la sua letteratura, in questo modo non ha problemi di coscienza. Sarai d’accordo con me che da destra non hanno problemi a continuare a fare letteratura. Nessuno scrittore di destra si chiede se non sia meglio entrare nella Legión Cívica (milizia nazionalista e fascista capeggiata dal presidente José Uriburu e attiva tra il 1931 e il 1937 in Argentina, N.d.T.) piuttosto che fare letteratura. È solo da questo lato che ci poniamo il problema; quindi è con gli scrittori di sinistra che ne devi parlare. Siamo dinanzi ad un dilemma. Ma ad ogni modo non è una questione individuale, è un compito in cui dovrebbero cimentarsi in molti, una generazione intera o almeno mezza dovrebbe tornare a pensare il romanzo come veicolo di sovversione, se mai lo è stato. Dai tempi della nascita della borghesia la narrativa ha svolto un importante ruolo sovversivo che oggi non ricopre più, ma ci devono essere molti modi per permetterle di tornare a ricoprire quel ruolo e bisogna trovarli. Allora per il romanziere ci sarà una giustificazione, nella misura in cui si potrà dimostrare che i suoi libri smuovono qualcosa, sovvertono. Altrimenti ci si astrae nel concetto borghese di letteratura, lontani da ogni tipo di contatto con l’azione politica, che sia diretta o mediata da ciò che ci circonda. In realtà ti senti innocente, non stai facendo nient’altro che una gara con le altre persone come te per vedere chi è più bravo a fare il disegnino, anche se non te ne importa un fico secco di competere con quelle persone… fino a che ti rendi conto che hai per le mani un’arma: la macchina da scrivere. A seconda di come la maneggi può essere un ventaglio o una pistola e la puoi usare per produrre risultati tangibili, e non parlo di risultati spettacolari, come nel caso di Rosendo, perché quello è un esempio raro che nessuno può porsi come meta, e nemmeno io lo feci; parlo del fatto che con ogni macchina da scrivere e un foglio puoi smuovere le persone in maniera incalcolabile. Non ho alcun dubbio.

Traduzione di Alessio Mirarchi

Abreu: lo spirito del Brasile moderno

Di Bruno Persico

Ci sono tre immagini, tra le tante che conservo di Caio Fernando Abreu, che a mio avviso fissano le tre grandi fasi nella vita dello scrittore brasiliano nato nel 1948 nel profondo sud del Brasile al confine con l’Argentina, dove le strade si perdono negli sconfinamenti della pampa e dove l’immaginario simbolico dell’autore colloca il mitico “Passo da Guanxuma”. Continue reading

Lettera aperta di Rodolfo Walsh alla giunta militare

A un anno dal golpe in Argentina, il giornalista Rodolfo Walsh scrisse una lettera aperta al governo militare in cui denunciava gli orrori della dittatura. Il giorno dopo venne ucciso e il suo corpo non è mai stato trovato. La lettera è un documento prezioso, sia per l’analisi della situazione politica sia per l’impegno a favore della vita e della libertà.

1. La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa a Tigre, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia che è morta mentre vi combatteva sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo che per quasi trent’anni mi sono pronunciato liberamente come scrittore e giornalista.
Il primo anniversario di questa Giunta militare è stata l’occasione per fare un bilancio della condotta del governo nei documenti e discorsi ufficiali in cui, quelli che voi chiamate risultati sono errori, quelli che riconoscete come errori sono crimini e ciò che tenete nascosto sono calamità.
Il 24 marzo 1976 avete rovesciato il governo di cui facevate parte e che avete contribuito a screditare in quanto esecutori della sua politica repressiva e la cui sorte era ormai segnata dalle elezioni convocate nove mesi più tardi. In questa prospettiva quello che avete liquidato non è stato il mandato transitorio di Isabel Martínez ma la possibilità di un processo democratico con cui il popolo rimediasse a quei mali che voi continuate a perpetrare e aggravare.
Illegittimo sul nascere, il governo di cui siete al comando è riuscito a legittimarsi nei fatti recuperando il programma su cui si trovò d’accordo alle elezioni del 1973 l’ottanta per cento degli argentini e che è ancora in piedi come oggettiva espressione della volontà del popolo, unico significato possibile di quel “patriottismo” che voi invocate così spesso.
Capovolgendo quel cammino avete restaurato la corrente di pensiero e di interessi delle minoranze sconfitte che strozzano lo sviluppo delle forze produttive, sfruttano il popolo e disgregano la nazione. Una politica simile può imporsi solo in maniera provvisoria proibendo i partiti, controllando i sindacati, imbavagliando la stampa e seminando il terrore più profondo che la società argentina abbia mai conosciuto.

2. Quindicimila dispersi, diecimila prigionieri, quattromila morti, decine di migliaia di esuli sono le cifre reali di questo terrore.
Dopo aver riempito le carceri ordinarie, avete creato nelle principali circoscrizioni militari del paese luoghi che si possono definire campi di concentramento dove non può entrare nessun giudice, avvocato, giornalista, osservatore internazionale. Il segreto militare sulle procedure, invocato come necessario per le indagini, trasforma la maggior parte delle detenzioni in sequestri che consentono la tortura senza limiti e le fucilazioni senza processo (Dal gennaio del 1977 la Giunta ha iniziato a pubblicare liste incomplete di nuovi detenuti e di “liberati” che nella maggior parte dei casi non sono altro che imputati che smettono di essere a loro disposizione ma continuano a essere prigionieri. I nomi di migliaia di prigionieri sono ancora un segreto militare e le procedure per la loro tortura e successiva fucilazione rimangono intatte).
Più di settemila ricorsi di hábeas corpus sono stati negati nell’ultimo anno. In moltissimi altri casi di sparizioni il ricorso non è nemmeno stato presentato perché si conosce in anticipo la sua inutilità oppure non si trova un avvocato che osi presentarlo dopo che i cinquanta o sessanta che lo avevano fatto sono stati a loro volta sequestrati.
In questo modo avete strappato alla tortura il suo limite di tempo. Dal momento che il detenuto non esiste non può presentarsi davanti al giudice entro dieci giorni, secondo la legge che fu rispettata perfino nel culmine della repressione delle precedenti dittature.
Alla mancanza di un limite temporale si è aggiunta la mancanza di un limite nei metodi, e si è tornati indietro a epoche in cui si interveniva direttamente sugli arti e sulle viscere delle vittime, ma con mezzi chirurgici e farmacologici di cui non disponevano gli antichi aguzzini. La ruota, il tornio, lo scorticamento da vivi, la sega degli inquisitori medievali ricompaiono nelle testimonianze delle invenzioni contemporanee insieme alla picana (pungolo elettrico), al “sottomarino” (annegamento) e alla fiamma ossidrica (Il dirigente peronista Jorge Lizaso fu scorticato vivo, l’ex deputato radicale Mario Amaya fu ucciso a bastonate, l’ex deputato Muñiz Barreto con un colpo alla nuca. La testimonianza di una sopravvissuta: «Picana su braccia, mani, cosce, vicino alla bocca ogni volta che piangevo o pregavo… ogni venti minuti aprivano la porta e mi dicevano che mi avrebbero fatta a pezzi con la sega elettrica che si sentiva»).
Attraverso ulteriori concessioni al presupposto che il fine di sterminare la guerriglia giustifichi qualsiasi mezzo da voi usato, siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale, metafisica nella misura in cui l’obiettivo originario di ottenere informazioni si è smarrito nelle menti perturbate che la amministrano per cedere all’impulso di massacrare l’essere umano fino a spezzarlo e fargli perdere la dignità, già persa dal carnefice e che voi stessi avete perso.

3. Il divieto di questa Giunta di pubblicare i nomi dei prigionieri serve in realtà come copertura alla sistematica esecuzione di ostaggi in luoghi isolati alle prime luci dell’alba con la scusa di violenti scontri e immaginari tentativi di fuga.
Estremisti che distribuiscono volantini in campagna, dipingono i canali o si ammassano in veicoli che prendono fuoco sono i modelli di un copione che non è stato fatto per essere credibile ma che serve per deridere le reazioni internazionali nei confronti di esecuzioni in piena regola, mentre nel paese le azioni dei militari, scatenate negli stessi luoghi e negli stessi momenti delle azioni della guerriglia, vengono spacciate per rappresaglie.
Settanta fucilati dopo la bomba alla Sicurezza federale, 55 per rispondere all’esplosione del dipartimento di polizia di La Plata, 30 per l’attentato al Ministero della difesa, 40 nel Massacro dell’Anno Nuovo a seguito della morte del colonnello Castellanos, 19 dopo l’esplosione che ha distrutto il commissariato di Ciudadela sono alcune delle 1.200 esecuzioni nei 300 presunti scontri in cui l’altra parte non ha avuto nessun ferito e le forze al vostro comando non hanno contato nessun morto.
Depositari di una colpa collettiva abolita nelle norme giuridiche civilizzate, incapaci di influire sulla politica che detta i principi a causa dei quali sono vittime di rappresaglie, molti di questi ostaggi sono sindacalisti, intellettuali, parenti dei guerriglieri, oppositori non armati, semplici sospettati che vengono uccisi per riequilibrare la bilancia dei caduti secondo la dottrina straniera del “conta-cadaveri” che le SS usarono nei paesi occupati e gli invasori in Vietnam.
L’uccisione di guerriglieri feriti o catturati in scontri reali è una verità che emerge dai bollettini militari che in un anno hanno attribuito alla guerriglia 600 morti e soltanto dieci o quindici feriti, cifre sconosciute persino ai conflitti più cruenti. Questo dato è confermato da un’indagine di un giornale clandestino il quale rivela che tra il 18 dicembre 1976 e il 3 febbraio 1977, in 40 azioni effettive, le forze regolari hanno avuto 23 morti e la guerriglia 63 .
Più di cento reclusi sono stati giustiziati allo stesso modo, per tentata fuga, e il rapporto ufficiale non è stato fatto perché sembri verosimile ma per avvertire la guerriglia e i partiti del fatto che i prigionieri ufficiali sono la risorsa strategica di cui dispongono i Comandanti del Corpo per le rappresaglie, a seconda di come si siano svolti i combattimenti, della convenienza didattica o dell’umore del momento.
In questo modo sono state concesse le onorificenze al generale Benjamín Menéndez, capo del Terzo Corpo dell’Esercito, prima del 24 marzo con l’uccisione di Marcos Osatinsky, detenuto a Córdoba, e dopo con la morte di Hugo Vaca Narvaja e altri cinquanta prigionieri nelle diverse applicazioni della legge sulla fuga, esercitata senza pietà e raccontata senza vergogna (Una versione reale appare nella lettera dei detenuti del Carcere di Encausados al vescovo di Córdoba, monsignor Primatesta: «Il 17 maggio sei compagni vengono allontanati con la scusa di essere portati in infermeria per poi essere fucilati. Si tratta di Miguel Angel Mosse, José Svagusa, Diana Fidelman, Luis Verón, Ricardo Yung e Eduardo Hernández, la cui morte per tentata fuga è resa nota dal Terzo Corpo dell’Esercito. Il 29 maggio vengono allontanati José Pucheta e Carlos Sgadurra. Quest’ultimo era stato percosso a tal punto da non riuscire a reggersi in piedi a causa di fratture agli arti. In seguito compaiono anche loro come fucilati per un tentativo di fuga»).
L’omicidio di Dardo Cabo, detenuto nell’aprile del 1975, fucilato il 6 gennaio 1977 insieme ad altri sette detenuti sotto la giurisdizione del Primo Corpo dell’Esercito comandato dal generale Suárez Masson, rivela che questi episodi non sono eccessi di qualche centurione impazzito ma la stessa politica da voi pianificata nei vostri stati maggiori, discussa nelle vostre riunioni di gabinetto, da voi imposta ai comandanti in capo delle 3 Armi, e da voi approvata in quanto membri della giunta governativa.

4. Tra le millecinquecento e le tremila persone sono state massacrate in segreto in seguito al vostro divieto di dare notizia dei ritrovamenti di cadaveri che in alcuni casi sono comunque riusciti a trapelare, perché coinvolgevano anche altri paesi, per la portata del genocidio o per lo spavento provocato tra le vostre stesse forze (Durante i primi 15 giorni di governo militare furono ritrovati 63 cadaveri, secondo i giornali. Una proiezione annuale parla di 1500. La stima che si sia arrivati al doppio si basa sull’incompletezza dell’informazione giornalistica a partire dal gennaio 1976 e sull’aumento generale della repressione dopo il golpe. Una stima globale attendibile delle morti avvenute per mano della Giunta è la seguente. Morti negli scontri: 600. Fucilati 1300. Esecuzioni segrete: 2000. Altri tipi: 100. Totale 4.000).
Venticinque corpi mutilati riemersero tra il marzo e l’ottobre 1976 sulle coste uruguaiane, probabilmente parte del carico dei torturati a morte della Scuola di Meccanica della Marina, affogati nel Río de la Plata da navi della stessa forza armata, incluso un ragazzo di 15 anni, Floreal Avellaneda, legato mani e piedi “con ferite nella regione anale e visibili fratture” secondo l’autopsia.
Nell’agosto del 1976 un cittadino scoprì un vero e proprio cimitero lacustre mentre faceva immersioni nel lago San Roque a Córdoba, si presentò in caserma dove non accolsero la sua denuncia, la inviò ai giornali che non la pubblicarono .
Trentaquattro cadaveri a Buenos Aires tra il 3 e il 9 aprile del 1976, otto a San Telmo il 4 luglio, dieci nel Río Luján il 9 ottobre, fanno da cornice ai massacri del 20 agosto che contano 30 morti a 15 kilometri da Campo de Mayo e 17 a Lomas de Zamora.
Grazie a quanto detto fino ad ora, si dissolve la menzogna dell’esistenza di bande di destra, presunte eredi delle 3 A di López Rega , capaci di attraversare le maggiori circoscrizioni militari del paese in camion militari, di tappezzare di morti il Río de la Plata o di gettare prigionieri in mare dai velivoli della Prima Brigata Aerea , senza che ne siano informati il generale Videla, l’ammiraglio Massera o il brigadiere Agosti.
Oggi le 3 A sono le 3 Armi e la Giunta che voi presiedete non è l’ago della bilancia tra “violenza di segni diversi” né l’arbitro tra “due terrorismi” ma la fonte stessa del terrore che ha perso di vista la rotta e può solo balbettare il discorso della morte (Il cancelliere viceammiraglio Guzzeti in un reportage pubblicato da “La Opinión” il 3-10-’76 ammette che “il terrorismo di destra non è nient’altro” che “un anticorpo”).
La stessa continuità storica collega l’omicidio del generale Carlos Prats, durante il vecchio governo, al sequestro e alla morte del generale Juan José Torres, di Zelmar Michelini, di Héctor Gutiérrez Ruíz e di decine di rifugiati politici, con i quali si è voluta eliminare la possibilità di processi democratici in Cile, Bolivia e Uruguay (Il generale Prats, ultimo ministro della difesa del presidente Allende, morto a causa di una bomba nel settembre del 1974. I corpi degli ex parlamentari uruguayani Michelini e Gutiérrez Ruíz apparvero crivellati il 2-5-76. Il cadavere del generale Torres ex presidente della Bolivia apparve il 2-6-76 dopo che il ministro degli Interni e l’ex capo della Polizia di Isabel Martínez, il generale Harguindeguy lo avevano accusato di “simulare” il proprio sequestro).
La sicura partecipazione in questi crimini del Dipartimento degli Affari Esteri della polizia federale, comandato dagli ufficiali diplomati della Cia attraverso l’AID, come i commissari Juan Gattei y Antonio Gettor, entrambi sottoposti all’autorità di Mr. Gardener Hathaway, Station Chief della CIA in Argentina, è foriera di future rivelazioni come quelle che oggi scuotono la comunità internazionale, che non dovranno essere insabbiate nemmeno quando verranno chiariti i ruoli di questa agenzia e delle alte cariche dell’Esercito, a partire dal generale Menéndez, e la creazione della Logia Libertadores de América, la quale rimpiazzò le 3 A fino a quando il suo ruolo globale non fu preso da questa Giunta in nome delle 3 Armi.
Questo scenario di sterminio non esclude nemmeno il regolamento di conti personali come l’assassinio del capitano Horacio Gándara che da dieci anni indagava sulle malversazioni delle alte cariche della Marina, o del giornalista di “Prensa Libre” Horacio Novillo, pugnalato e bruciato, dopo che il giornale aveva denunciato i legami del ministro Martínez de Hoz con i monopoli internazionali.
Alla luce di questi episodi acquista il suo significato ultimo la definizione di guerra pronunciata da uno dei vostri capi: «la lotta che portiamo avanti non conosce né limiti morali né naturali, si realizza al di là del bene e del male.»
(Il tenente colonnello Hugo Ildebrando Pascarelli secondo “La Razón” del 12-6-76. Capo del gruppo d’Artiglieria di Ciudadela, Pascarelli è il presunto responsabile di 33 fucilazioni tra il 5 gennaio e il 3 febbraio del 1977.)
5. Questi fatti, che scuotono le coscienze del mondo civile, non sono tuttavia quelli che hanno causato maggiore sofferenza al popolo argentino né sono le peggiori violazioni dei diritti umani in cui siete incorsi. È nella politica economica di questo governo che va ricercata non solo la spiegazione dei vostri crimini, ma una crudeltà ancora più grande che punisce milioni di esseri umani con la miseria programmata.
In un anno avete ridotto il salario reale dei lavoratori del 40%, diminuito la loro partecipazione alle entrate nazionali del 30%, aumentato da 6 a 18 le ore di una giornata lavorativa di cui un operaio ha bisogno per pagare le spese familiari , risuscitando così forme di lavoro forzato che non esistono più nemmeno nelle ultime colonie.
Congelando i salari a colpi di fucile e alzando i prezzi sulle punte delle baionette, abolendo tutte le forme di protesta collettiva, proibendo assemblee e commissioni interne, prolungando gli orari, portando il tasso di disoccupazione alla cifra record del 9% e promettendo di aumentarla con 300.000 nuovi licenziamenti, avete fatto retrocedere le relazioni industriali all’inizio dell’era industriale e quando i lavoratori hanno voluto protestare li avete accusati di essere sovversivi sequestrando intere delegazioni sindacali che in alcuni casi sono state ritrovate morte, e in altri ancora non sono state ritrovate .
I risultati di questa politica sono stati fulminanti. In questo primo anno di governo il consumo alimentare è diminuito del 40%, quello di vestiario del 50%, quello di medicinali è praticamente scomparso tra le classi popolari. Ci sono zone di Buenos Aires e dintorni dove la mortalità infantile supera il 30%, cifra che ci accomuna alla Rhodesia, al Dahomey o alla Guayana; ci sono malattie come la diarrea estiva, la parassitosi e perfino la rabbia le cui cifre raggiungono livelli da rimato mondiale o lo superano. Come se fossero obiettivi desiderati o da raggiungere, avete ridotto i fondi per la sanità pubblica a meno di un terzo delle spese militari, abolendo addirittura gli ospedali gratuiti mentre centinaia di medici, professionisti e tecnici si aggiungono all’esodo provocato dal terrore, dai salari bassi o dalla “razionalizzazione”.
Basta camminare qualche ora nei dintorni di Buenos Aires per rendersi conto della rapidità con cui una simile politica li ha trasformati in una baraccopoli di dieci milioni di abitanti. Città a corto di elettricità, interi quartieri senz’acqua perché le industrie del monopolio saccheggiano le falde acquifere, migliaia di strade diventate un’unica buca perché voi pavimentate solo i quartieri militari e abbellite la Plaza de Mayo, le spiagge del fiume più grande del mondo inquinate perché i soci del ministro Martínez de Hoz vi scaricano i loro rifiuti industriali, e l’unica misura governativa che avete preso è stata proibire alla gente di farci il bagno.
Nemmeno nei traguardi astratti dell’economia, quelli che di solito chiamano “il paese reale”, siete stati più fortunati. Una riduzione del prodotto interno che sfiora il 3%, un debito estero che raggiunge i 600 dollari per abitante, un’inflazione annuale del 400%, un aumento del denaro circolante che è arrivato nel giro di una sola settimana di dicembre al 9%, un abbassamento del 13% nell’investimento estero costituiscono altrettanti primati mondiali, frutto raro di una fredda volontà e di una stolta idiozia.
Mentre tutte le funzioni che fondano e preservano lo stato si atrofizzano fino a dissolversi in pura anemia, una sola cresce e diventa autonoma. Milleottocento milioni di dollari che equivalgono alla metà delle esportazioni argentine stanziati per la Sicurezza e la Difesa nel 1977, quattromila nuovi posti di agenti nella Polizia Federale, dodicimila nella provincia di Buenos Aires con salari che sono il doppio di quelli di un operaio industriale e il triplo di quelli del preside di una scuola, mentre in segreto, a partire da febbraio, si aumentano del 120% gli stipendi dei militari, sono la prova che non c’è immobilità né disoccupazione nel regno della tortura e della morte, unico settore dell’attività argentina dove il prodotto cresce e dove la quotazione di un guerrigliero abbattuto sale più rapidamente del dollaro.

6. Dettata dal Fondo Monetario Internazionale secondo una ricetta che si applica indistintamente allo Zaire o al Cile, all’Uruguay o all’Indonesia, la politica di questa Giunta riconosce come unica beneficiaria la vecchia oligarchia del bestiame, la nuova oligarchia speculatrice e un gruppo selezionato di monopoli internazionali capeggiati dalla ITT, la Esso, l’industria automobilistica, la U.S. Steel, la Siemens, ai quali sono legati personalmente il ministro Martínez de Hoz e tutti i membri del vostro governo.
Un aumento del 722% dei prezzi della produzione animale nel 1976 definisce l’enormità della restaurazione oligarchica intrapresa da Martínez de Hoz in concomitanza con il credo della Società Rurale esposto dal suo presidente Celedonio Pereda: «Soncerta che alcuni gruppi piccoli ma attivi continuino ad insistere affinché gli alimenti siano a buon mercato .»
Lo spettacolo di una Borsa dove in una settimana è stato possibile per alcuni guadagnare senza lavorare il cento e il duecento per cento, dove ci sono imprese che dalla sera alla mattina hanno raddoppiato il proprio capitale senza produrre più di prima, la roulette della speculazione in dollari, cambiali, valori acquistabili, l’usura semplice che calcola gli interessi all’ora, sono eventi davvero curiosi per un governo che doveva farla finita con il “festino dei corrotti”.
Privatizzando le banche avete messo i risparmi e il credito nazionale nelle mani delle banche straniere, indennizzando la ITT e la Siemens avete premiato le imprese che hanno truffato lo Stato, restituendo le stazioni di servizio avete aumentato i profitti della Shell e della Esso, abbassando le tariffe doganali avete creato posti di lavoro ad Hong Kong o a Singapore e disoccupazione in Argentina. Considerando nell’insieme questi fatti occorre chiedersi chi sono i senza patria dei comunicati ufficiali, dove sono i mercenari al servizio degli interessi stranieri, qual è l’ideologia che minaccia la nazione.
Se un’opprimente propaganda, riflesso deforme di crudeli avvenimenti, non facesse credere che questa Giunta cerca la pace, che il generale Vidal difende i diritti umani o che l’ammiraglio Massera ama la vita, occorrerebbe chiedere ai Signori comandanti in capo delle 3 Armi di riflettere sul baratro in cui stanno trascinando il paese dopo l’illusione di vincere una guerra che, anche se l’ultimo guerrigliero venisse ucciso, ricomincerebbe di nuovo sotto nuove forme perché le cause che da più di vent’anni muovono la resistenza del popolo argentino non sarebbero scomparse ma aggravate dal ricordo della strage subita e della presa di coscienza di tutte le atrocità commesse.

Queste sono le riflessioni che nel primo anniversario del vostro nefasto governo ho voluto far arrivare ai membri di questa Giunta, senza aspettarmi di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato ma rimanendo fedele alla promessa fatta molti anni fa di rendere la mia testimonianza nei momenti difficili.

Rodolfo Walsh. – C.I. 2845022 Buenos Aires, 24 marzo 1977.