Il poeta che scriveva sugli alberi: fenomenologia di Reinaldo Arenas

“Il realismo è quanto di meno realistico possa esistere in letteratura. Dacché esso elimina tutto quello che si muove in un essere umano: non solo la sua vita esteriore, ma i suoi misteri, il suo potere di creare, di dubitare, di sognare, di pensare, di vivere incubi.”
Da un’intervista concessa da Arenas a Ann Tashi Slater nella biblioteca dell’Università di Princetown*

In uno di quei viaggi che mi portavano, in varie occasioni dell’anno, da Napoli a Barcellona, dove vivevano mia madre e i miei fratelli, avevo partecipato a una campagna di raccolta fondi per GreenPeace. Ero un adolescente squattrinato, con poca faccia tosta, e le commissioni che ricevevamo per ogni volontario ingaggiato, nel mio caso erano ridotte all’osso. Verso la fine della campagna, ci avevano detto di andare a cercare possibili interessati all’ingresso del camping Estrella de mar, che occupava, pare in maniera non del tutto legale, una vasta pineta affacciata sulla spiaggia di Castelldefels, dove viveva la mia famiglia.
Anni dopo, mentre ponevo frettolosamente fine ai miei studi di letteratura comparata all’Università Autonoma di Barcellona, avevo scoperto che in quello stesso camping, alla fine degli anni settanta, aveva lavorato Roberto Bolaño, come guardiano di notte. E di certo quel posto doveva albergare uno strano magnetismo poetico, perché proprio alla fine della mia poco proficua giornata in qualità di promotore per GreenPeace, avevo conosciuto, nel bar vicino all’ingresso del camping, il signore americano che, visibilmente infastidito dal caldo, aveva usato come se fosse stato un ventaglio, il primo libro che io vedevo di Reinaldo Arenas. Continue reading

Le mie Cronache, di Alma Guillermoprieto

Prefazione dell’autrice all’edizione spagnola di Cronache dal continente che non c’è

Alcuni obiettivi che non mi ero prefissata: fare la reporter; passare la vita intera a percorrere il terribile emisfero latinoamericano; vivere senza un attimo di pace; soffrire – non per alcuni mesi ma per anni eterni – il caldo tropicale a cui sono così poco affezionata; considerarmi una scrittrice; trovarmi davanti a questo enorme mucchio di articoli vecchi e recenti e dover riconoscere che, senza averlo voluto, senza averci pensato troppo, e molto spesso di corsa, li ho scritti io.

È successo tutto per caso, un caso iniziato, probabilmente, quando avevo vent’anni e sono stata rifiutata da una compagnia di danza di New York. Per dispetto ho accettato l’invito a dare lezioni di danza contemporanea presso le Escuelas Nacionales de Arte de L’Avana.

Fino a quel momento la mia vita era stata regolata dalla routine dura, assorbente e straordinariamente prevedibile della danza. Vivevo a New York, lavoravo come cameriera e ogni sera andavo in una scuola per seguire quelle lezioni indispensabili ai ballerini per allenare e perfezionare la propria capacità di scrivere con il corpo. Con un po’ di fortuna si riescono a fare delle prove con un coreografo. Con un po’ di fortuna ci si esibisce davanti a un grande pubblico, o davanti a 10 persone. Con un po’ di fortuna si ricevono applausi sinceri. Ma la verità, il sostegno, il pane quotidiano di una vita nella danza sono le lezioni quotidiane, con il loro orario preciso, gli esercizi ripetuti come preghiere, il sudore e l’estasi. Ma insomma … sto divagando.

Volevo entrare nella compagnia di una coreografa che per me era una divinità e non venni accettata. Mi venne offerto un lavoro nel luogo che meno mi interessava al mondo, mi sembrò il posto adatto per nascondere la mia umiliazione e atterrai in una Cuba in pieno fermento rivoluzionario. Da quel giorno non fui più la stessa. E non ripresi a ballare. La fede rivoluzionaria è dura ed esige sacrifici assoluti: d’un tratto la danza mi apparve come una disciplina frivola.

Otto anni dopo scoppiò una rivoluzione in un paese così piccolo e così povero che quando mi misi a fare due conti scoprii che aveva soltanto due milioni e mezzo di abitanti e dieci ascensori. Un piccolo paese e un dittatore che sembrava una caricatura e nonostante questo la lotta del Frente Sandinista de Liberación Nacional contro la dinastia dei Somoza ha tenuto gli occhi del mondo puntati sul Nicaragua per alcuni brevi ed emozionanti mesi come pochi altri periodi dello sventurato XX secolo. Nel turbine di quei giorni persino io sono finita in Nicaragua, ansiosa di assistere a una nascita così eccezionale. Fino a quel momento non avevo mai pensato di scrivere reportage e un piccolo organo di stampa di grande prestigio all’epoca, il Latin American Newsletters di Londra, mi pagò le spese del viaggio. Per combinazione, per sventura, per caso e per fortuna, conoscevo da tempo uno dei caporedattori il quale aveva già provato un paio di volte a convincermi che sarei stata una buona reporter. Era scoppiata la rivoluzione in un paese di cui nessuno aveva mai sentito parlare, mancavano inviati e andai io. Questo libro è cominciato così.

Chi si metta a curiosare tra i testi che lo compongono si chiederà, a ragione, qual è il tema centrale di una così vasta raccolta. E in realtà, a parte che si tratta di testi di una stessa autrice e su una stessa regione geografica, l’America Latina, la sua coerenza non salta all’occhio. Eppure anche se quando iniziavo a scrivere un reportage accadeva di rado che sapessi qual era il mio obiettivo oltre a quello di consegnare nei tempi, col senno di poi mi accorgo come nel tempo siano cambiate le mie preoccupazioni. Nel libro non ci sono gli articoli che ho scritto dal Nicaragua perché in quei pezzi la mia mancanza di mestiere è, forse, troppo evidente. Due anni dopo, una volta raggiunto l’obiettivo della caduta di Anastasio Somoza, l’attenzione della stampa si spostò su El Salvador dove alcuni gruppi guerriglieri si stavano consolidando sotto un unico comando collettivo e si preparavano a imitare i sandinisti. Quello che fin dall’inizio è stato un conflitto più complesso – le cui mosse si giocavano sulla scacchiera della Guerra Fredda, a differenza della prima rivolta in Nicaragua – si è anche dimostrato un assurdo laboratorio della crudeltà umana.

A questo punto è necessario un breve chiarimento storico. L’articolo “I campesinos salvadoregni descrivono gli omicidi di massa” racconta il più grande, in base alle mie conoscenze, massacro compiuto nell’America Latina del XX secolo. L’assassinio di circa ottocento uomini, donne e bambini nello sperduto villaggio di El Mozote è stato compiuto dal Battaglione Atlacatl – una truppa scelta antiguerriglia dell’esercito salvadoregno – che all’epoca riceveva equipaggiamento, assistenza e addestramento dal governo degli Stati Uniti. I consulenti militari che sovrintendevano al battaglione Atlacatl non avevano ordinato un massacro, eppure il massacro avvenne, come dicono a Washington, sotto la loro giurisdizione.

Consapevole del fatto che i governanti salvadoregni appoggiati dall’Amministrazione Reagan erano, chi più chi meno, dei criminali, il Congresso degli Stati Uniti reclamava il diritto di verificare i passi avanti fatti dalle giunte militari salvadoregne nel rispetto dei diritti umani prima di liberare i fondi necessari a sostenere la guerra. Era una manovra che nonostante l’ipocrisia creava molte frizioni: democratici e repubblicani la utilizzavano per far bella figura davanti al loro pubblico, senza però smettere di autorizzare l’emissione di assegni sui conti correnti degli assassini. Nel gennaio del 1982, durante i dibattiti decisivi al Congresso sui crimini di guerra del governo salvadoregno, il mio amico e collega del New York Times, Ray Bonner, mi disse che la guerriglia salvadoregna lo aveva invitato a entrare nella sua zona di controllo nella provincia di Mozán, alla frontiera con l’Honduras. All’epoca, sebbene non avessi un contratto e venissi pagata pochi centesimi a parola, di fatto ero la responsabile della copertura giornalistica dell’America Centrale per il Washington Post. Ho smosso cielo e terra per ottenere un invito anch’io, e cinque giorni dopo ero a El Salvador. L’articolo racconta ciò che ho visto.

L’apparizione simultanea di due articoli simili che parlavano di quel massacro, pubblicati sulle pagine dei due più importanti giornali degli Stati Uniti fece infuriare l’amministrazione Reagan. Un’offensiva di controinformazione riuscì a soffocare lo scandalo che sarebbe dovuto scoppiare. E nessun altro giornalista si recò sul luogo del delitto. Per arrivare a El Mozote il percorso era estremamente difficile, sfiancante sia per i viaggiatori che per i guerriglieri che fanno da scorta e le autorità decisero di non investire altre risorse in viaggi simili. La notizia del massacro passò praticamente sotto silenzio in El Salvador e una generazione intera è cresciuta senza sapere cosa successe in una zona isolata dalla geografia e dalla ferocità della guerra.

Soltanto dieci anni dopo, come parte degli accordi tra la guerriglia e il governo di El Salvador, nella zona del massacro vennero autorizzate le esumazioni dei medici forensi. Il leggendario Equipo Argentino de Antropología Forense accertò la veridicità degli articoli di Ray Bonner e dei miei. Lo dico non certo con orgoglio ma sempre con molto orrore e rabbia. E con tristezza devo anche ammettere che quando mi misi a cercare un editore latinoamericano per l’implacabile reportage di quel massacro scritto da Mark Danner nel 1993 per la rivista The New Yorker non trovai nessuno che volesse pubblicarlo. «L’America Centrale ormai non interessa più a nessuno», mi spiegò un editore messicano. E aveva ragione.

Lasciai El Salvador segnata dal bisogno di capire la violenza – e l’indifferenza della popolazione di fronte a essa – che sembrava essere l’orizzonte di noi latinoamericani. È questo uno dei temi ricorrenti del libro e che predomina nella prima parte.

Per uno scrittore nessuna esperienza è inutile. Dal 1986 ho lavorato come responsabile dei corrispondenti in Sudamerica della rivista Newsweek: fu l’ultima, e quasi l’unica occasione in cui ebbi un lavoro fisso, e in seguito l’unica cosa per cui fui grata alla rivista è di avermi dato l’opportunità di capire che gli uffici e la gestione del personale non fanno per me. E poi, una volta esauritesi le dittature e le grandi rivoluzioni dell’America Latina, il pubblico statunitense perdeva sempre più interesse verso quella regione; Newsweek, che sceglieva i suoi articoli basandosi sui sondaggi, pubblicò pochissime delle cose che scrivevo per loro. Mi licenziai il giorno del secondo anniversario della mia assunzione. Eppure oggi ringrazio di cuore quella rivista che mi ha permesso di fare dei viaggi lunghissimi perché, senza rendermene conto, ho imparato qualcosa da ogni minuto di quell’esperienza. Quando mi licenziai avevo imparato a conoscere un intero continente e avevo acquisito una visione dell’America Latina come di un immenso paese unito da molto più che dalla lingua, da usi e costumi, da cicli di caudilli e dittatori, dalla tendenza delle sue donne a farsi passare per bionde e quella dei suoi uomini a essere chiamati «avvocato» o «dottore». Negli anni Ottanta, in particolare, noi latinoamericani abbiamo vissuto le difficoltà, le speranze e le delusioni del ritorno alla democrazia in tutti i paesi che un tempo furono delle dittature. Abbiamo anche sofferto molteplici crisi monetarie e appropriazioni indebite catastrofiche per i sistemi economici della regione. E abbiamo sofferto, collettivamente e come individui, una solitudine infinita. Una regione che per millenni era stata contadina, in pochi decenni si è consolidata come società urbana e, oltre alla povertà, la devastazione culturale di questo cambiamento ha isolato i nuovi abitanti delle città dalle loro famiglie, li ha imprigionati in enormi distese di grigiore e bruttura, li ha resi orfani di identità lasciandoli in balia di due grandi forze: il fanatismo di movimenti come Sendero Luminoso e il consumismo predatorio. La seconda parte di questa antologia narra i sogni e le sofferenze dei nuovi cittadini latinoamericani che devono sottostare alle condizioni di una modernità che non arriva mai.

Ovviamente, non ci sono solo tragedie. O se ci sono solo quelle , sono tragedie recitate con una tale arroganza morale che si concludono nell’ilarità generale. Penso ad esempio all’articolo «El acertijo de Raúl» (Articolo non presente nella selezione fatta per l’edizione italiana [N.d.T.]). Nell’ultima parte c’è una trilogia su Cuba e l’ingombrante presenza di Fidel Castro, il politico più ottocentesco dell’emisfero, e paradossalmente, colui che più di tutti ha ispirato i nostri ardenti sogni di rivoluzione e modernità. In qualche modo, questa raccolta è la cronaca della mia mutevole relazione con il mito di Fidel, ma in questi tre articoli questa relazione è esplicita.

Durante la maggior parte dei trent’anni che questo libro comprende sono riuscita a scrivere – nonostante i fatti di sangue e la lacerante crudeltà di molti dei protagonisti della nostra storia recente – con un malinconico ottimismo. L’America Latina è sempre stato per me il continente della speranza. Ricordo che, a metà degli anni Ottanta, oppressa da tanto sangue e da tanta malvagità, lasciai il Centroamerica e trascorsi un anno in Europa. Camminavo incantata per le sue strade e ammiravo i suoi monumenti, mangiavo baccalà con patate e non riso con fagioli, e sognavo di vivere per sempre in un paese senza scorpioni, dove non esiste la fame né capi di governo assassini ma dopo un anno tornai a casa, convinta del fatto che in Europa era tutto già fatto mentre in America Latina era ancora tutto da fare. Effettivamente in questi anni, se si guardano le statistiche, si riscontrano significativi passi avanti: molti più bambini sopravvivono al trauma del parto, gli adulti muoiono a un’età sempre più avanzata e vivono più sani, la stragrande maggioranza della popolazione ha accesso all’alfabetizzazione e all’elettricità. C’è stato perfino un momento in cui si sono celebrate elezioni presidenziali più o meno libere e più o meno tranquille in tutti i paesi della regione (tranne, chiaramente, a Cuba) e in forma embrionale si è fatto avanti un essere partecipe e civile che ci ha fatto sognare l’avvento – due secoli dopo l’indipendenza, cinque dopo una colonizzazione traumatica – dell’agognata democrazia. In quegli anni mi sembrò possibile scrivere una rubrica gastronomica («El último de los placeres») e coltivare un giardino.

Scrivo questo il 1 gennaio 2011. Nel 2010 in Messico sono stati assassinati dieci giornalisti, nove in Honduras, tutti omicidi legati al narcotraffico. Nell’agosto dello scorso anno settantadue migranti che attraversavano insieme il Messico con la speranza di oltrepassare la frontiera con gli Stati Uniti sono stati sequestrati e uccisi da una delle organizzazioni che vivono di narcotraffico. In Perù è riapparso un gruppo di senderisti che sopravvive grazie agli introiti della coltivazione illegale della coca. A Río de Janeiro camminando nelle favelas si incontrano bambini di dieci o dodici anni armati di mitragliatrice a guardia dei territori dei capi. In tutto il continente è raro trovare un governo che non abbia nelle sue file un personaggio in vista legato in maniera diretta al traffico illegale delle droghe. In Guatemala e in El Salvador gli eredi di coloro che hanno combattuto negli anni Ottanta, sono oggi assoldati dal narcotraffico, armati fino ai denti. Alla frontiera nord del Messico, e anche a sud, sono centinaia – o forse migliaia – i ragazzi che svolgono i macabri lavori imposti dai signori della droga. Se la speranza è una pelle che ci ricopre e ci protegge dal terrore della morte e dal vuoto esistenziale, i lavoratori di questo settore sono stati spellati vivi. Non è un caso che uno dei passatempi inventati dai sicari del narcotraffico sia strappare la pelle dalla carne viva delle loro vittime. Nel Gran Guignol della violenza generata dal proibizionismo delle droghe e dal loro consumo tutto è metaforico e ogni cadavere è un autoritratto.

La corruzione causata negli stati latinoamericani dal denaro del narcotraffico difficilmente potrà essere sanata nei prossimi decenni, anche ammesso che si legalizzino tutte le sostanze proibite a partire da domani. Neanche con la legalizzazione si risolverebbe il problema delle centinaia di migliaia di giovani che sanno fare un solo mestiere, quello della violenza. Sono ormai quarant’anni che la guerra inventata da Richard Nixon contro alcune piante e qualche prodotto di laboratorio provoca morte e distruzione e sono vari decenni che gli euforici consumatori del fine settimana – che rappresentano una grossa parte del mercato – comprano prodotti macchiati di sangue. La legalizzazione del consumo e della produzione di tutte le sostanze che agiscono sull’umore e sulla percezione è imprescindibile, ma dovrebbe essere fatta a livello mondiale, e ormai sarebbe comunque troppo tardi, nel caso in cui venisse approvata, poiché è difficile che tutti i paesi membri delle Nazioni Unite accettino questa misura. (È molto più facile pensare a un cambiamento nella legislazione degli Stati Uniti o della Francia che in quella della Cina, per esempio).

Nel frattempo la cultura si trasforma. Non parlo soltanto dei famosi narcocorridos e dei meno noti homevideo. Parlo della religione, della moda, della conversazione (visto che ultimamente in Messico dobbiamo sforzarci per parlare d’altro), dell’arte e soprattutto della politica, tutti territori segnati dal sistema di valori del narcotraffico tra cui spiccano il maschilismo e il consumismo sfrenato. L’impegno di noi reporter sarà sempre più duro e di fronte a un panorama simile è difficile essere ottimisti o, addirittura, non cadere nella disperazione.

Nonostante tutto, in questi anni di sacrifici, non ho trovato di meglio da fare di quello che faccio, né mi è venuto in mente di scrivere altro rispetto a ciò che senza sosta mi detta la curiosità per la gente di un continente-paese che è anche il mio. Continente-paese che amo perché è combattivo, ha una tempra d’acciaio, è tenace e anche perché è imprevedibile e surreale.

Ringrazio il cielo di poter vedere due arcobaleni che si incrociano sulle vette delle Ande colombiane e, sull’altopiano boliviano, la splendente fetta di luna che una notte si è riflessa nel vasto specchio cristallino della salina di Uyuni. Ringrazio il cielo di aver provato quella sete divoratrice durante una lunga e rischiosa camminata sulle montagne di El Salvador perché mai, né prima né dopo, l’acqua ha avuto il sapore di quella che bevvi alla fine di quella giornata. Ringrazio il cielo per la benedizione che Celina Andrea da Silva, mãe-de-santo della religione Umbanda ha pronunciato per me in una magica favela di Río de Janeiro. Ringrazio il cielo anche per il saluto che un gruppo di indigeni zapatisti inviò ai fratelli contadini e indigeni del posto dove io gli avevo detto che vivevo: la città di New York. Sono tutti regali di un mestiere generoso.

Chiaramente, nessuno degli articoli qui raccolti sarebbe esistito se non grazie ai suoi protagonisti. Nonostante la situazione limite in cui molti si trovavano, la fretta, la scocciatura o il mio pessimo umore tutti accettarono di rispondere alle mie domande stupide o maliziose, noiose o insistenti e mi accordarono la loro fiducia. Non ho parole per ringraziarli. E non sarei riuscita a scrivere neanche il primo paragrafo del mio primo articolo senza l’aiuto dei colleghi che mi hanno accompagnato ed educato in ogni paese e durante ogni storia e con i quali molto spesso condividevo informazioni che potevano metterli in pericolo. Sono molte le città in cui ho degli amici a cui devo compagnia, ore di risate, calore e affetto e senza il loro aiuto niente di tutto questo esisterebbe.

Adesso penso che, a parte questa presentazione e «El último de los placeres» tutti i testi di questa antologia li ho scritti in inglese e, a questo proposito, approfitto per ringraziare la sempre coraggiosa Margarita Valencia per aver compiuto la magia che li ha trasformati in spagnolo. Adesso, con i frutti di trent’anni di lavoro davanti agli occhi credo sia arrivato il momento di ringraziare i diretti responsabili dell’esistenza di questi testi. A John Rettie (1925-2009), del Latin America Newsletters che mi ha convinto dell’onestà del mestiere di reporter. A Karen de Young che mi ha convinto a scrivere per il Washington Post e a Howard Simons (1929-1989) che come vicedirettore di questo quotidiano mi ha sempre difeso al momento della resa dei conti. A Bob Gottlieb che mi fece entrare al New Yorker e sulle sue pagine mi dette la libertà che tanto desideravo e a John Bennett, il mio caporedattore fisso nella rivista che mi insegnò a ridere di me stessa e, in questo modo, a diventare una scrittrice. A Luis Miguel Aguilar che ha accettato l’idea di una rubrica gastronomica all’interno della serissima rivista Nexos. A Bob Silvers, di The New York Review, che dalla sua trincea difende molto appassionatamente l’idea della scrittura come pensiero e il pensiero come obbligo morale. E infine a Miguel Aguilar che ha curato questo libro e a Claudio López de Lamadrid che ha avuto la spropositata idea di pubblicarlo. Nessuna Lucinda al mondo vide mai arrivare un elmo così splendente.

Intervista ad Alma Guillermoprieto

Intervista ad Alma Guillermoprieto

di Diego Salazar (Letras libres, Giugno 2011)

La giornalista messicana Alma Guillermoprieto voleva fare la ballerina e invece è diventata una reporter del The New Yorker. Voleva far parte di una prestigiosa compagnia di danza di New York e invece ha insegnato danza a L’Avana. È nata in America Latina e in lingua spagnola ed è finita a spiegare l’America Latina al pubblico nordamericano e in lingua inglese. Queste contraddizioni, questa doppia vita, sommate ad una maniacale cura del dettaglio, una prosa raffinata e una ben allenata capacità di stupirsi l’hanno resa una delle giornaliste più interessanti in entrambe le lingue.

In La Habana en el espejo, un memoir artistico e politico, Alma Guillermoprieto narra i sei mesi vissuti nella Cuba rivoluzionaria del 1970 e in Desde el país de nunca jamás (Cartoline dal continente che non c’è, La Nuovafrontiera 2011) ci presenta un’accurata selezione dei suoi articoli scritti tra il 1981 e il 2002 e pubblicati principalmente sulle pagine del The Washington Post, The New Yorker e del The New York Review of Books. Questa selezione, come quasi tutta l’opera della Guillermoprieto, ha come tema principale quel grande paese che, ai suoi occhi, è l’America Latina.

La conversazione che riportiamo di seguito ha avuto luogo a Madrid in una soleggiata mattina di febbraio.

Se mi permette, vorrei cominciare dall’inizio del libro, precisamente dal titolo. Questo “continente che non c’è” si riferisce a quell’arcadia personale, quella dell’infanzia, a cui di tanto in tanto fa ritorno da adulta o ha altre connotazioni che mi sfuggono?

Beh, da una parte, l’America Latina è la regione che sogno quando sono lontana, e sono dovuta restarci a lungo, dall’altra è anche il continente dove mai e poi mai riusciamo ad essere noi stessi, dove mai e poi mai riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi, dove mai e poi mai le cose sono come dovrebbero essere. È un insieme di questi fattori. E, inoltre, volevo trasmettere quel senso di intimità che cerco di stabilire con i miei lettori quando racconto loro una storia. Le mie storie sono reportage, ovviamente, ma le racconto con l’intenzione di sedurre, di suscitare nel lettore un certo piacere nell’ascoltare la storia.

Si ha l’impressione che sia un titolo che ha avuto una lunga gestazione, è così?

No, ci è venuto in mente subito, mentre stavamo preparando quest’antologia. La prima antologia si intitola Al pie de un volcán te escribo e questo titolo è nato dalla stessa volontà, quella di trasformare il libro in una lettera molto personale indirizzata a chi legge.

La cosa interessante è che di solito questo tipo di libri, che contengono buona parte dell’esperienza giornalistica di un autore, anche se sotto forma di raccolta, hanno un filo conduttore: c’è un tema che rappresenta l’evoluzione dell’autore. Nel caso di quest’opera, lo dice lei stessa nel prologo, questo tema è Cuba e Fidel Castro. In questo senso il giornalismo, come strumento di conoscenza e comprensione, è anche fonte costante di delusione?

Sì. E oltre a questo, il giornalismo è anche una forma di autobiografia.
Inevitabilmente si scrive ciò che si è vissuto. E quindi, in questa mia autobiografia la figura di Fidel ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale, a cui bisogna aggiungere – dal momento che siamo latinoamericani – l’enorme ruolo simbolico della Rivoluzione cubana come punto di riferimento obbligato. Trent’anni passati a scrivere della stessa regione, trent’anni durante i quali Fidel è invecchiato, io sono invecchiata e l’America Latina ha modificato la propria visione di ciò che ha significato la Rivoluzione cubana, ad eccezione di alcuni settori. E quindi, per forza di cose, il libro è una riflessione su Fidel; nel libro c’è una trilogia (di articoli) che parlano esplicitamente di Cuba, ma anche quando non parlo di lui, il suo personaggio fa capolino.

Attenendoci all’idea che il giornalismo è in qualche modo autobiografico, credo che una delle sue caratteristiche personali le permetta di avere un approccio verso certi aspetti della realtà latinoamericana altrimenti impossibile: lei è latinoamericana, ma ha passato buona parte della sua vita professionale e non negli Stati Uniti. E questo si nota soprattutto nei testi più ampi – penso soprattutto al reportage su Sendero Luminoso pubblicato nel 1993 – e credo che sarebbe stato impossibile per un peruviano o per un latinoamericano dell’epoca scrivere un pezzo del genere in quel momento storico. Non avrebbe avuto la distanza necessaria; sono dovuti passare anni prima che autori peruviani riuscissero ad analizzare la situazione in quel modo. Ma lei l’aveva già fatto. E credo che tutto questo abbia a che fare con questa sua dualità che le permette di raggiungere l’empatia e lo straniamento necessari per scrivere su una tematica del genere.

È una teoria interessante perché, ovviamente, l’essere bilingue, aver trascorso parte della mia adolescenza negli Stati Uniti, scrivere per i lettori nordamericani e scrivere in inglese, di fatto, mi permette di mantenere la distanza e di stupirmi. Io vivo in uno stato di continuo stupore di fronte a quella che dovrebbe essere una realtà a me familiare. Non ho ben capito a quale articolo sul Perù ti riferisci …

Al primo che troviamo in questo libro, scritto poco dopo la cattura di Abimael Guzmán, che parla dell’attivista María Elena Moyano uccisa da Sendero e di Maritza Garrido Lecca, ballerina che ospitava Guzmán all’ultimo piano della sua casa a Lima. Se questa storia venisse scritta oggi, non risulterebbe così sorprendente, ma è stata scritta nel 1993, quando in Perù era impossibile affrontare l’argomento con una visione d’insieme e pensare ad Abimael Guzmán come ad un essere umano …

Sicuramente un essere umano alquanto ridicolo. Sì, credo che sarebbe stato impossibile per il Perù dell’epoca. Ci sono due aspetti. Per prima cosa immagino che sarebbe stato difficile parlare del ragazzino con cui si chiude il reportage, che fa parte di Sendero Luminoso e che mi fa una tenerezza tremenda, forse trovandosi in Perù non sarebbe stato possibile sentire tenerezza per un personaggio del genere. E, seconda cosa, c’era Marita Garrido Lecca con la quale io mi identificavo perché gli stessi esercizi di ballo che faceva lei li avevo fatti anch’io, era impossibile non vedersi come in uno specchio e dire: “Accidenti, anch’io in un momento di demenza ideologica, mi sarei potuta ritrovare in una situazione del genere”. In quell’articolo si mescolano tutti questi elementi: la distanza che mi dà scrivere in inglese – non tanto aver vissuto negli Stati Uniti quanto la lingua in sé –, la possibilità, grazie a questa distanza, di ridere di un personaggio terrificante come Guzmán, di provare tenerezza per uno dei suoi sudditi e di identificarmi contemporaneamente con un altro dei personaggi. Per questi motivi sono molto legata a quel reportage, perché mi ha permesso di provare quella molteplicità di emozioni.

Ha mai riflettuto su questa sua dualità, su questa capacità di straniamento? Immagino che a questo punto della sua carriera sia ormai pienamente cosciente di tutto questo, ma è sempre stato così?

No, per niente. E poi, andando avanti con gli anni in questo mestiere è sempre più difficile mantenere l’innocenza e la capacità di stupirsi. Sempre. Sia nell’arte che nel giornalismo. Questo è il vero pericolo che si corre ad invecchiare. Magari, se partissi oggi stesso per l’Egitto potrei recuperare quello stato primitivo di innocenza, ma la differenza starebbe nel fatto che, non parlando la lingua, non riuscirei ad accedere all’intimità.

E questo vivere nello stupore si può imparare?

Sì, certo. Imparando ad essere degli osservatori spietati. Da una parte è qualcosa che si ha dentro dalla nascita, ma dall’altra è necessario osservare tutto, e questo si impara dopo essere stati ingannati. Essere ingannati è una grande lezione. E si viene ingannati quando non si osservano sufficientemente le cose.

Oltre a ciò che la natura dà ad ognuno di noi e all’insegnamento che ci dà l’essere ingannati, la sua ossessione per i dettagli le è stata insegnata da qualcuno dei maestri di questo mestiere?

Ci sono vari aspetti della questione. Mi sono sempre interessata ai dettagli. Per esempio mi è sempre piaciuta la moda, l’alta moda, e l’alta moda è fatta di dettagli, i dettagli sono importantissimi nella moda, sono la base. E poi io ho iniziato la mia gavetta come reporter alle prime armi accanto ad una fotografa, Susan Misellas, e per i fotografi le conferenze stampa sono davvero inutili perché non c’è niente da vedere. Bisogna andare nei posti dove c’è qualcosa da vedere. E io non sapevo che per i giornalisti anche le conferenze stampa potevano essere interessanti, e accompagnavo Susan ovunque andasse, e con gli occhi facevo le foto a ciò che lei vedeva attraverso la sua macchina fotografica. Inoltre, credo di aver sempre ritenuto stupido scrivere le stesse cose che scrivevano gli altri, quindi, per non farlo, osservavo la realtà intorno a me.

La prima parte del libro raccoglie una serie di testi pubblicati su un quotidiano, non su riviste come nel caso di tutti gli altri testi. E, nonostante ci siano segnali di questa sua ossessione per i dettagli e per le storie che non andranno mai in prima pagina, leggendoli si ha la sensazione che lei fosse costretta a rispettare l’immediatezza imposta dal giornalismo da quotidiano. Come si sente a lavorare per quel formato?

Ecco, l’ho fatto e non credo di averlo fatto male, visto che ho iniziato nel 1978 come giornalista non professionista e nel 1979 lavoravo già al The Washington Post, per cui non devo aver lavorato così male. Comunque, so che facevo diventare matti i miei direttori, pensavano che non sapessi scrivere perché ogni volta dovevano tagliare metà dei miei articoli, quella metà che non entrava nel formato del quotidiano che ha le sue buone ragioni per esistere.

La metà che, probabilmente, per lei era la più interessante …

Ovvio. Insomma pensavano che non sapessi scrivere. Io ero certa di saperlo fare, ma non mi ero resa conto che non ero capace di scrivere come un giornalista di un quotidiano. E quindi c’era stato un malinteso che fortunatamente si è risolto quando ho lasciato il giornalismo quotidiano e ho iniziato a lavorare come reporter per il The New Yorker. Posso dire di essere nata per scrivere sul The New Yorker degli anni ’90. Ho scritto il primo articolo, l’hanno accettato e mi hanno chiesto di scrivere il secondo, ho scritto il secondo e mi hanno chiesto il terzo. E non ho dovuto sudare, né rimaneggiare niente. Per me era la cosa più naturale del mondo.

Checov diceva che per scrivere è necessario avere “delle scarpe buone (mai risparmiare sulle scarpe)”; pensavo a questa frase quando ho letto l’intervista che le fece Juan Cruz per El País un paio di anni fa in cui lei affermava che era diventata giornalista perché le piaceva camminare.

Proprio così, e non solo per questo ma anche perché non sapevo guidare, per anni sono andata a piedi e camminare e guardarmi intorno era per me come vivere e realizzare reportage. In realtà imparare a guidare ha comportato la perdita di uno strumento di lavoro.

Qual è la prima cosa che fa quando arriva in una città per realizzare un reportage?

Camminare. Dove mi portano i piedi. Prendo un taxi e mi faccio portare da qualche parte o prendo un autobus e scendo a una qualsiasi fermata e inizio a camminare. A piedi vado a comprare i giornali, raggiungo il luogo in cui ho fissato un’intervista; finita l’intervista mi metto a camminare lì intorno, cammino per ore. E, in questo modo, sento che inizio ad essere più vicina.

In quell’intervista era alquanto pessimista sul futuro del suo mestiere. Diceva che, a causa dei cambiamenti nelle abitudini dei lettori e a quelli dovuti alle nuove tecnologie, ci sono sempre meno persone disposte a dedicare il tempo necessario alla lettura del tipo di giornalismo che scrive lei. Ne è ancora convinta?

Fondamentalmente sì, anche se mi rendo conto di essere un po’ più ottimista rispetto a due anni fa perché ho capito che la narrativa, il racconto, una storia raccontata bene, è un bisogno fondamentale dell’essere umano. Noi siamo ciò che raccontiamo a noi stessi. Io sono ciò che racconto a me stessa. E quindi abbiamo bisogno di raccontarci e ascoltare quelle storie che ci dicono com’è fatto il mondo. Quale formato avranno queste storie nel futuro? Non lo so. Ma so per certo, e non è una certezza piacevole, che chi scoprirà queste nuove forme non sarò io, ma tu e la gente della tua età. Certo, per le persone della mia generazione – lo abbiamo detto mille volte ed è un po’ noioso ascoltarlo di nuovo – che pensavano di cambiare il mondo è sconcertante scoprire che in realtà noi siamo la fine di un momento storico e che quello che sta iniziando continuerà senza di noi.

E forse – riguardo al suo pessimismo – bisogna considerare anche il fatto che gli editori non sono più tanto disposti a lasciare che lei o un qualunque reporter faccia ricerche per i due o tre mesi che, come minimo, sono necessari per scrivere una storia con queste caratteristiche.

Il problema è che questa è una questione prettamente di mercato. Ovvero, la carta è cara, i viaggi sono cari, la vendita di spazi pubblicitari diminuisce e in questo momento di passaggio sembra che nessuno sappia come rendere redditizio un mezzo di comunicazione. Io credo che il Kindle, l’iPad e tutti gli altri e-readers cambieranno questa situazione. Da quando ho un Kindle leggo molto di più di quanto abbia letto negli ultimi vent’anni. Posso leggere continuamente e ho cento quaranta libri in memoria. Viaggiare con il Kindle è un piacere. Penso che questo stia portando a un cambiamento. Forse anche per questo sono più ottimista. Comunque, è anche vero che un libro di carta è un manufatto tecnologicamente perfetto, mentre un libro o un testo in qualsiasi formato elettronico è ancora molto primitivo, è in una fase di sviluppo. Tutte le cose che si possono fare con un libro [di carta] – sottolineare, scriverci sopra, scorrere le pagine dall’inizio alla fine, cercare quell’illustrazione che ci piace, trovare la citazione che ci interessa – farle con un libro elettronico è ancora una seccatura. L’esperienza della lettura con un apparato elettronico è infinitamente meno flessibile, anche se la tecnologia si vanta proprio della sua flessibilità. Cambierà, migliorerà. Un laptop è un aggeggio di pietra con un bastoncino se lo compariamo con quello che probabilmente sarà il computer del futuro.

La Habana di Berta Serra Manzanares

13/09/2011

A Juani fotografiada en La Habana con un loro en el hombro (poema gongorino)

¡Un loro en La Habana!

El loro canoro de los sicomoros, verde tocororo.

Trópico y barroco, oro y meteoro.

Un loro en tu hombro. Tu hombro en La Habana.

¡El mar en La Habana!

El mar de ultramar, caballos, arañas y lobos de mar.

Y en los verdemares del cañamelar, azúcar y miel.

El mar en tu chal. Tu chal en La Habana.

¡La brisa en La Habana!

Flores de artemisa, menta y yerbaluisa en mi parabrisas.

Vuelo un papalote sobre la cornisa de la catedral.

La brisa en tu risa. Tu risa en La Habana.

¡La lluvia en La Habana!

Lluvia que diluvia. La lluvia carrubia de los flamboyanes

que atusa las palmas e inunda zaguanes.

La lluvia en tu blusa. Tu blusa en La Habana.

¡La noche en La Habana!

Lujo de cromados en los parachoques,

derroche de cielos a la medianoche, luna y carricoche

la noche en tu nombre. Tu nombre en La Habana.

¡Ciclón en La Habana!

Olas que se asoman hasta el malecón,

huevo de Colón, gallo de Morón, ron al alimón,

Ciclón de tu amor. Tu amor en La Habana.

Berta Serra Manzanares Terrassa, octubre 2007