Manifesto del giornalismo infrarealista, Diego Osorno

Due giornalisti di cronaca nera di Nuevo Laredo osservano il cadavere di un uomo ucciso e sentono che la morte – il loro unico nemico ideologico – è proprio lì, al loro fianco. All’improvviso uno dei due dice: «Questa non è una guerra, è una carneficina.»

Cronisti con borse di studio della fondazione di Gabriel García Márquez vanno a una festa di gala organizzata dal governatore dello stato e dal capo. L’anno dopo il capo muore colpito da una scarica di proiettili in un ristorante di Guadalajara e il governatore viene nominato ministro dell’Economia.

Un presidente senza popolo dichiara guerra ai tornado. Continue reading

Le mie Cronache, di Alma Guillermoprieto

Prefazione dell’autrice all’edizione spagnola di Cronache dal continente che non c’è

Alcuni obiettivi che non mi ero prefissata: fare la reporter; passare la vita intera a percorrere il terribile emisfero latinoamericano; vivere senza un attimo di pace; soffrire – non per alcuni mesi ma per anni eterni – il caldo tropicale a cui sono così poco affezionata; considerarmi una scrittrice; trovarmi davanti a questo enorme mucchio di articoli vecchi e recenti e dover riconoscere che, senza averlo voluto, senza averci pensato troppo, e molto spesso di corsa, li ho scritti io.

È successo tutto per caso, un caso iniziato, probabilmente, quando avevo vent’anni e sono stata rifiutata da una compagnia di danza di New York. Per dispetto ho accettato l’invito a dare lezioni di danza contemporanea presso le Escuelas Nacionales de Arte de L’Avana.

Fino a quel momento la mia vita era stata regolata dalla routine dura, assorbente e straordinariamente prevedibile della danza. Vivevo a New York, lavoravo come cameriera e ogni sera andavo in una scuola per seguire quelle lezioni indispensabili ai ballerini per allenare e perfezionare la propria capacità di scrivere con il corpo. Con un po’ di fortuna si riescono a fare delle prove con un coreografo. Con un po’ di fortuna ci si esibisce davanti a un grande pubblico, o davanti a 10 persone. Con un po’ di fortuna si ricevono applausi sinceri. Ma la verità, il sostegno, il pane quotidiano di una vita nella danza sono le lezioni quotidiane, con il loro orario preciso, gli esercizi ripetuti come preghiere, il sudore e l’estasi. Ma insomma … sto divagando.

Volevo entrare nella compagnia di una coreografa che per me era una divinità e non venni accettata. Mi venne offerto un lavoro nel luogo che meno mi interessava al mondo, mi sembrò il posto adatto per nascondere la mia umiliazione e atterrai in una Cuba in pieno fermento rivoluzionario. Da quel giorno non fui più la stessa. E non ripresi a ballare. La fede rivoluzionaria è dura ed esige sacrifici assoluti: d’un tratto la danza mi apparve come una disciplina frivola.

Otto anni dopo scoppiò una rivoluzione in un paese così piccolo e così povero che quando mi misi a fare due conti scoprii che aveva soltanto due milioni e mezzo di abitanti e dieci ascensori. Un piccolo paese e un dittatore che sembrava una caricatura e nonostante questo la lotta del Frente Sandinista de Liberación Nacional contro la dinastia dei Somoza ha tenuto gli occhi del mondo puntati sul Nicaragua per alcuni brevi ed emozionanti mesi come pochi altri periodi dello sventurato XX secolo. Nel turbine di quei giorni persino io sono finita in Nicaragua, ansiosa di assistere a una nascita così eccezionale. Fino a quel momento non avevo mai pensato di scrivere reportage e un piccolo organo di stampa di grande prestigio all’epoca, il Latin American Newsletters di Londra, mi pagò le spese del viaggio. Per combinazione, per sventura, per caso e per fortuna, conoscevo da tempo uno dei caporedattori il quale aveva già provato un paio di volte a convincermi che sarei stata una buona reporter. Era scoppiata la rivoluzione in un paese di cui nessuno aveva mai sentito parlare, mancavano inviati e andai io. Questo libro è cominciato così.

Chi si metta a curiosare tra i testi che lo compongono si chiederà, a ragione, qual è il tema centrale di una così vasta raccolta. E in realtà, a parte che si tratta di testi di una stessa autrice e su una stessa regione geografica, l’America Latina, la sua coerenza non salta all’occhio. Eppure anche se quando iniziavo a scrivere un reportage accadeva di rado che sapessi qual era il mio obiettivo oltre a quello di consegnare nei tempi, col senno di poi mi accorgo come nel tempo siano cambiate le mie preoccupazioni. Nel libro non ci sono gli articoli che ho scritto dal Nicaragua perché in quei pezzi la mia mancanza di mestiere è, forse, troppo evidente. Due anni dopo, una volta raggiunto l’obiettivo della caduta di Anastasio Somoza, l’attenzione della stampa si spostò su El Salvador dove alcuni gruppi guerriglieri si stavano consolidando sotto un unico comando collettivo e si preparavano a imitare i sandinisti. Quello che fin dall’inizio è stato un conflitto più complesso – le cui mosse si giocavano sulla scacchiera della Guerra Fredda, a differenza della prima rivolta in Nicaragua – si è anche dimostrato un assurdo laboratorio della crudeltà umana.

A questo punto è necessario un breve chiarimento storico. L’articolo “I campesinos salvadoregni descrivono gli omicidi di massa” racconta il più grande, in base alle mie conoscenze, massacro compiuto nell’America Latina del XX secolo. L’assassinio di circa ottocento uomini, donne e bambini nello sperduto villaggio di El Mozote è stato compiuto dal Battaglione Atlacatl – una truppa scelta antiguerriglia dell’esercito salvadoregno – che all’epoca riceveva equipaggiamento, assistenza e addestramento dal governo degli Stati Uniti. I consulenti militari che sovrintendevano al battaglione Atlacatl non avevano ordinato un massacro, eppure il massacro avvenne, come dicono a Washington, sotto la loro giurisdizione.

Consapevole del fatto che i governanti salvadoregni appoggiati dall’Amministrazione Reagan erano, chi più chi meno, dei criminali, il Congresso degli Stati Uniti reclamava il diritto di verificare i passi avanti fatti dalle giunte militari salvadoregne nel rispetto dei diritti umani prima di liberare i fondi necessari a sostenere la guerra. Era una manovra che nonostante l’ipocrisia creava molte frizioni: democratici e repubblicani la utilizzavano per far bella figura davanti al loro pubblico, senza però smettere di autorizzare l’emissione di assegni sui conti correnti degli assassini. Nel gennaio del 1982, durante i dibattiti decisivi al Congresso sui crimini di guerra del governo salvadoregno, il mio amico e collega del New York Times, Ray Bonner, mi disse che la guerriglia salvadoregna lo aveva invitato a entrare nella sua zona di controllo nella provincia di Mozán, alla frontiera con l’Honduras. All’epoca, sebbene non avessi un contratto e venissi pagata pochi centesimi a parola, di fatto ero la responsabile della copertura giornalistica dell’America Centrale per il Washington Post. Ho smosso cielo e terra per ottenere un invito anch’io, e cinque giorni dopo ero a El Salvador. L’articolo racconta ciò che ho visto.

L’apparizione simultanea di due articoli simili che parlavano di quel massacro, pubblicati sulle pagine dei due più importanti giornali degli Stati Uniti fece infuriare l’amministrazione Reagan. Un’offensiva di controinformazione riuscì a soffocare lo scandalo che sarebbe dovuto scoppiare. E nessun altro giornalista si recò sul luogo del delitto. Per arrivare a El Mozote il percorso era estremamente difficile, sfiancante sia per i viaggiatori che per i guerriglieri che fanno da scorta e le autorità decisero di non investire altre risorse in viaggi simili. La notizia del massacro passò praticamente sotto silenzio in El Salvador e una generazione intera è cresciuta senza sapere cosa successe in una zona isolata dalla geografia e dalla ferocità della guerra.

Soltanto dieci anni dopo, come parte degli accordi tra la guerriglia e il governo di El Salvador, nella zona del massacro vennero autorizzate le esumazioni dei medici forensi. Il leggendario Equipo Argentino de Antropología Forense accertò la veridicità degli articoli di Ray Bonner e dei miei. Lo dico non certo con orgoglio ma sempre con molto orrore e rabbia. E con tristezza devo anche ammettere che quando mi misi a cercare un editore latinoamericano per l’implacabile reportage di quel massacro scritto da Mark Danner nel 1993 per la rivista The New Yorker non trovai nessuno che volesse pubblicarlo. «L’America Centrale ormai non interessa più a nessuno», mi spiegò un editore messicano. E aveva ragione.

Lasciai El Salvador segnata dal bisogno di capire la violenza – e l’indifferenza della popolazione di fronte a essa – che sembrava essere l’orizzonte di noi latinoamericani. È questo uno dei temi ricorrenti del libro e che predomina nella prima parte.

Per uno scrittore nessuna esperienza è inutile. Dal 1986 ho lavorato come responsabile dei corrispondenti in Sudamerica della rivista Newsweek: fu l’ultima, e quasi l’unica occasione in cui ebbi un lavoro fisso, e in seguito l’unica cosa per cui fui grata alla rivista è di avermi dato l’opportunità di capire che gli uffici e la gestione del personale non fanno per me. E poi, una volta esauritesi le dittature e le grandi rivoluzioni dell’America Latina, il pubblico statunitense perdeva sempre più interesse verso quella regione; Newsweek, che sceglieva i suoi articoli basandosi sui sondaggi, pubblicò pochissime delle cose che scrivevo per loro. Mi licenziai il giorno del secondo anniversario della mia assunzione. Eppure oggi ringrazio di cuore quella rivista che mi ha permesso di fare dei viaggi lunghissimi perché, senza rendermene conto, ho imparato qualcosa da ogni minuto di quell’esperienza. Quando mi licenziai avevo imparato a conoscere un intero continente e avevo acquisito una visione dell’America Latina come di un immenso paese unito da molto più che dalla lingua, da usi e costumi, da cicli di caudilli e dittatori, dalla tendenza delle sue donne a farsi passare per bionde e quella dei suoi uomini a essere chiamati «avvocato» o «dottore». Negli anni Ottanta, in particolare, noi latinoamericani abbiamo vissuto le difficoltà, le speranze e le delusioni del ritorno alla democrazia in tutti i paesi che un tempo furono delle dittature. Abbiamo anche sofferto molteplici crisi monetarie e appropriazioni indebite catastrofiche per i sistemi economici della regione. E abbiamo sofferto, collettivamente e come individui, una solitudine infinita. Una regione che per millenni era stata contadina, in pochi decenni si è consolidata come società urbana e, oltre alla povertà, la devastazione culturale di questo cambiamento ha isolato i nuovi abitanti delle città dalle loro famiglie, li ha imprigionati in enormi distese di grigiore e bruttura, li ha resi orfani di identità lasciandoli in balia di due grandi forze: il fanatismo di movimenti come Sendero Luminoso e il consumismo predatorio. La seconda parte di questa antologia narra i sogni e le sofferenze dei nuovi cittadini latinoamericani che devono sottostare alle condizioni di una modernità che non arriva mai.

Ovviamente, non ci sono solo tragedie. O se ci sono solo quelle , sono tragedie recitate con una tale arroganza morale che si concludono nell’ilarità generale. Penso ad esempio all’articolo «El acertijo de Raúl» (Articolo non presente nella selezione fatta per l’edizione italiana [N.d.T.]). Nell’ultima parte c’è una trilogia su Cuba e l’ingombrante presenza di Fidel Castro, il politico più ottocentesco dell’emisfero, e paradossalmente, colui che più di tutti ha ispirato i nostri ardenti sogni di rivoluzione e modernità. In qualche modo, questa raccolta è la cronaca della mia mutevole relazione con il mito di Fidel, ma in questi tre articoli questa relazione è esplicita.

Durante la maggior parte dei trent’anni che questo libro comprende sono riuscita a scrivere – nonostante i fatti di sangue e la lacerante crudeltà di molti dei protagonisti della nostra storia recente – con un malinconico ottimismo. L’America Latina è sempre stato per me il continente della speranza. Ricordo che, a metà degli anni Ottanta, oppressa da tanto sangue e da tanta malvagità, lasciai il Centroamerica e trascorsi un anno in Europa. Camminavo incantata per le sue strade e ammiravo i suoi monumenti, mangiavo baccalà con patate e non riso con fagioli, e sognavo di vivere per sempre in un paese senza scorpioni, dove non esiste la fame né capi di governo assassini ma dopo un anno tornai a casa, convinta del fatto che in Europa era tutto già fatto mentre in America Latina era ancora tutto da fare. Effettivamente in questi anni, se si guardano le statistiche, si riscontrano significativi passi avanti: molti più bambini sopravvivono al trauma del parto, gli adulti muoiono a un’età sempre più avanzata e vivono più sani, la stragrande maggioranza della popolazione ha accesso all’alfabetizzazione e all’elettricità. C’è stato perfino un momento in cui si sono celebrate elezioni presidenziali più o meno libere e più o meno tranquille in tutti i paesi della regione (tranne, chiaramente, a Cuba) e in forma embrionale si è fatto avanti un essere partecipe e civile che ci ha fatto sognare l’avvento – due secoli dopo l’indipendenza, cinque dopo una colonizzazione traumatica – dell’agognata democrazia. In quegli anni mi sembrò possibile scrivere una rubrica gastronomica («El último de los placeres») e coltivare un giardino.

Scrivo questo il 1 gennaio 2011. Nel 2010 in Messico sono stati assassinati dieci giornalisti, nove in Honduras, tutti omicidi legati al narcotraffico. Nell’agosto dello scorso anno settantadue migranti che attraversavano insieme il Messico con la speranza di oltrepassare la frontiera con gli Stati Uniti sono stati sequestrati e uccisi da una delle organizzazioni che vivono di narcotraffico. In Perù è riapparso un gruppo di senderisti che sopravvive grazie agli introiti della coltivazione illegale della coca. A Río de Janeiro camminando nelle favelas si incontrano bambini di dieci o dodici anni armati di mitragliatrice a guardia dei territori dei capi. In tutto il continente è raro trovare un governo che non abbia nelle sue file un personaggio in vista legato in maniera diretta al traffico illegale delle droghe. In Guatemala e in El Salvador gli eredi di coloro che hanno combattuto negli anni Ottanta, sono oggi assoldati dal narcotraffico, armati fino ai denti. Alla frontiera nord del Messico, e anche a sud, sono centinaia – o forse migliaia – i ragazzi che svolgono i macabri lavori imposti dai signori della droga. Se la speranza è una pelle che ci ricopre e ci protegge dal terrore della morte e dal vuoto esistenziale, i lavoratori di questo settore sono stati spellati vivi. Non è un caso che uno dei passatempi inventati dai sicari del narcotraffico sia strappare la pelle dalla carne viva delle loro vittime. Nel Gran Guignol della violenza generata dal proibizionismo delle droghe e dal loro consumo tutto è metaforico e ogni cadavere è un autoritratto.

La corruzione causata negli stati latinoamericani dal denaro del narcotraffico difficilmente potrà essere sanata nei prossimi decenni, anche ammesso che si legalizzino tutte le sostanze proibite a partire da domani. Neanche con la legalizzazione si risolverebbe il problema delle centinaia di migliaia di giovani che sanno fare un solo mestiere, quello della violenza. Sono ormai quarant’anni che la guerra inventata da Richard Nixon contro alcune piante e qualche prodotto di laboratorio provoca morte e distruzione e sono vari decenni che gli euforici consumatori del fine settimana – che rappresentano una grossa parte del mercato – comprano prodotti macchiati di sangue. La legalizzazione del consumo e della produzione di tutte le sostanze che agiscono sull’umore e sulla percezione è imprescindibile, ma dovrebbe essere fatta a livello mondiale, e ormai sarebbe comunque troppo tardi, nel caso in cui venisse approvata, poiché è difficile che tutti i paesi membri delle Nazioni Unite accettino questa misura. (È molto più facile pensare a un cambiamento nella legislazione degli Stati Uniti o della Francia che in quella della Cina, per esempio).

Nel frattempo la cultura si trasforma. Non parlo soltanto dei famosi narcocorridos e dei meno noti homevideo. Parlo della religione, della moda, della conversazione (visto che ultimamente in Messico dobbiamo sforzarci per parlare d’altro), dell’arte e soprattutto della politica, tutti territori segnati dal sistema di valori del narcotraffico tra cui spiccano il maschilismo e il consumismo sfrenato. L’impegno di noi reporter sarà sempre più duro e di fronte a un panorama simile è difficile essere ottimisti o, addirittura, non cadere nella disperazione.

Nonostante tutto, in questi anni di sacrifici, non ho trovato di meglio da fare di quello che faccio, né mi è venuto in mente di scrivere altro rispetto a ciò che senza sosta mi detta la curiosità per la gente di un continente-paese che è anche il mio. Continente-paese che amo perché è combattivo, ha una tempra d’acciaio, è tenace e anche perché è imprevedibile e surreale.

Ringrazio il cielo di poter vedere due arcobaleni che si incrociano sulle vette delle Ande colombiane e, sull’altopiano boliviano, la splendente fetta di luna che una notte si è riflessa nel vasto specchio cristallino della salina di Uyuni. Ringrazio il cielo di aver provato quella sete divoratrice durante una lunga e rischiosa camminata sulle montagne di El Salvador perché mai, né prima né dopo, l’acqua ha avuto il sapore di quella che bevvi alla fine di quella giornata. Ringrazio il cielo per la benedizione che Celina Andrea da Silva, mãe-de-santo della religione Umbanda ha pronunciato per me in una magica favela di Río de Janeiro. Ringrazio il cielo anche per il saluto che un gruppo di indigeni zapatisti inviò ai fratelli contadini e indigeni del posto dove io gli avevo detto che vivevo: la città di New York. Sono tutti regali di un mestiere generoso.

Chiaramente, nessuno degli articoli qui raccolti sarebbe esistito se non grazie ai suoi protagonisti. Nonostante la situazione limite in cui molti si trovavano, la fretta, la scocciatura o il mio pessimo umore tutti accettarono di rispondere alle mie domande stupide o maliziose, noiose o insistenti e mi accordarono la loro fiducia. Non ho parole per ringraziarli. E non sarei riuscita a scrivere neanche il primo paragrafo del mio primo articolo senza l’aiuto dei colleghi che mi hanno accompagnato ed educato in ogni paese e durante ogni storia e con i quali molto spesso condividevo informazioni che potevano metterli in pericolo. Sono molte le città in cui ho degli amici a cui devo compagnia, ore di risate, calore e affetto e senza il loro aiuto niente di tutto questo esisterebbe.

Adesso penso che, a parte questa presentazione e «El último de los placeres» tutti i testi di questa antologia li ho scritti in inglese e, a questo proposito, approfitto per ringraziare la sempre coraggiosa Margarita Valencia per aver compiuto la magia che li ha trasformati in spagnolo. Adesso, con i frutti di trent’anni di lavoro davanti agli occhi credo sia arrivato il momento di ringraziare i diretti responsabili dell’esistenza di questi testi. A John Rettie (1925-2009), del Latin America Newsletters che mi ha convinto dell’onestà del mestiere di reporter. A Karen de Young che mi ha convinto a scrivere per il Washington Post e a Howard Simons (1929-1989) che come vicedirettore di questo quotidiano mi ha sempre difeso al momento della resa dei conti. A Bob Gottlieb che mi fece entrare al New Yorker e sulle sue pagine mi dette la libertà che tanto desideravo e a John Bennett, il mio caporedattore fisso nella rivista che mi insegnò a ridere di me stessa e, in questo modo, a diventare una scrittrice. A Luis Miguel Aguilar che ha accettato l’idea di una rubrica gastronomica all’interno della serissima rivista Nexos. A Bob Silvers, di The New York Review, che dalla sua trincea difende molto appassionatamente l’idea della scrittura come pensiero e il pensiero come obbligo morale. E infine a Miguel Aguilar che ha curato questo libro e a Claudio López de Lamadrid che ha avuto la spropositata idea di pubblicarlo. Nessuna Lucinda al mondo vide mai arrivare un elmo così splendente.

Lettera aperta di Rodolfo Walsh alla giunta militare

A un anno dal golpe in Argentina, il giornalista Rodolfo Walsh scrisse una lettera aperta al governo militare in cui denunciava gli orrori della dittatura. Il giorno dopo venne ucciso e il suo corpo non è mai stato trovato. La lettera è un documento prezioso, sia per l’analisi della situazione politica sia per l’impegno a favore della vita e della libertà.

1. La censura della stampa, la persecuzione degli intellettuali, la demolizione della mia casa a Tigre, l’omicidio di amici cari e la perdita di una figlia che è morta mentre vi combatteva sono alcuni dei fatti che mi costringono a questa forma di espressione clandestina dopo che per quasi trent’anni mi sono pronunciato liberamente come scrittore e giornalista.
Il primo anniversario di questa Giunta militare è stata l’occasione per fare un bilancio della condotta del governo nei documenti e discorsi ufficiali in cui, quelli che voi chiamate risultati sono errori, quelli che riconoscete come errori sono crimini e ciò che tenete nascosto sono calamità.
Il 24 marzo 1976 avete rovesciato il governo di cui facevate parte e che avete contribuito a screditare in quanto esecutori della sua politica repressiva e la cui sorte era ormai segnata dalle elezioni convocate nove mesi più tardi. In questa prospettiva quello che avete liquidato non è stato il mandato transitorio di Isabel Martínez ma la possibilità di un processo democratico con cui il popolo rimediasse a quei mali che voi continuate a perpetrare e aggravare.
Illegittimo sul nascere, il governo di cui siete al comando è riuscito a legittimarsi nei fatti recuperando il programma su cui si trovò d’accordo alle elezioni del 1973 l’ottanta per cento degli argentini e che è ancora in piedi come oggettiva espressione della volontà del popolo, unico significato possibile di quel “patriottismo” che voi invocate così spesso.
Capovolgendo quel cammino avete restaurato la corrente di pensiero e di interessi delle minoranze sconfitte che strozzano lo sviluppo delle forze produttive, sfruttano il popolo e disgregano la nazione. Una politica simile può imporsi solo in maniera provvisoria proibendo i partiti, controllando i sindacati, imbavagliando la stampa e seminando il terrore più profondo che la società argentina abbia mai conosciuto.

2. Quindicimila dispersi, diecimila prigionieri, quattromila morti, decine di migliaia di esuli sono le cifre reali di questo terrore.
Dopo aver riempito le carceri ordinarie, avete creato nelle principali circoscrizioni militari del paese luoghi che si possono definire campi di concentramento dove non può entrare nessun giudice, avvocato, giornalista, osservatore internazionale. Il segreto militare sulle procedure, invocato come necessario per le indagini, trasforma la maggior parte delle detenzioni in sequestri che consentono la tortura senza limiti e le fucilazioni senza processo (Dal gennaio del 1977 la Giunta ha iniziato a pubblicare liste incomplete di nuovi detenuti e di “liberati” che nella maggior parte dei casi non sono altro che imputati che smettono di essere a loro disposizione ma continuano a essere prigionieri. I nomi di migliaia di prigionieri sono ancora un segreto militare e le procedure per la loro tortura e successiva fucilazione rimangono intatte).
Più di settemila ricorsi di hábeas corpus sono stati negati nell’ultimo anno. In moltissimi altri casi di sparizioni il ricorso non è nemmeno stato presentato perché si conosce in anticipo la sua inutilità oppure non si trova un avvocato che osi presentarlo dopo che i cinquanta o sessanta che lo avevano fatto sono stati a loro volta sequestrati.
In questo modo avete strappato alla tortura il suo limite di tempo. Dal momento che il detenuto non esiste non può presentarsi davanti al giudice entro dieci giorni, secondo la legge che fu rispettata perfino nel culmine della repressione delle precedenti dittature.
Alla mancanza di un limite temporale si è aggiunta la mancanza di un limite nei metodi, e si è tornati indietro a epoche in cui si interveniva direttamente sugli arti e sulle viscere delle vittime, ma con mezzi chirurgici e farmacologici di cui non disponevano gli antichi aguzzini. La ruota, il tornio, lo scorticamento da vivi, la sega degli inquisitori medievali ricompaiono nelle testimonianze delle invenzioni contemporanee insieme alla picana (pungolo elettrico), al “sottomarino” (annegamento) e alla fiamma ossidrica (Il dirigente peronista Jorge Lizaso fu scorticato vivo, l’ex deputato radicale Mario Amaya fu ucciso a bastonate, l’ex deputato Muñiz Barreto con un colpo alla nuca. La testimonianza di una sopravvissuta: «Picana su braccia, mani, cosce, vicino alla bocca ogni volta che piangevo o pregavo… ogni venti minuti aprivano la porta e mi dicevano che mi avrebbero fatta a pezzi con la sega elettrica che si sentiva»).
Attraverso ulteriori concessioni al presupposto che il fine di sterminare la guerriglia giustifichi qualsiasi mezzo da voi usato, siete arrivati alla tortura assoluta, atemporale, metafisica nella misura in cui l’obiettivo originario di ottenere informazioni si è smarrito nelle menti perturbate che la amministrano per cedere all’impulso di massacrare l’essere umano fino a spezzarlo e fargli perdere la dignità, già persa dal carnefice e che voi stessi avete perso.

3. Il divieto di questa Giunta di pubblicare i nomi dei prigionieri serve in realtà come copertura alla sistematica esecuzione di ostaggi in luoghi isolati alle prime luci dell’alba con la scusa di violenti scontri e immaginari tentativi di fuga.
Estremisti che distribuiscono volantini in campagna, dipingono i canali o si ammassano in veicoli che prendono fuoco sono i modelli di un copione che non è stato fatto per essere credibile ma che serve per deridere le reazioni internazionali nei confronti di esecuzioni in piena regola, mentre nel paese le azioni dei militari, scatenate negli stessi luoghi e negli stessi momenti delle azioni della guerriglia, vengono spacciate per rappresaglie.
Settanta fucilati dopo la bomba alla Sicurezza federale, 55 per rispondere all’esplosione del dipartimento di polizia di La Plata, 30 per l’attentato al Ministero della difesa, 40 nel Massacro dell’Anno Nuovo a seguito della morte del colonnello Castellanos, 19 dopo l’esplosione che ha distrutto il commissariato di Ciudadela sono alcune delle 1.200 esecuzioni nei 300 presunti scontri in cui l’altra parte non ha avuto nessun ferito e le forze al vostro comando non hanno contato nessun morto.
Depositari di una colpa collettiva abolita nelle norme giuridiche civilizzate, incapaci di influire sulla politica che detta i principi a causa dei quali sono vittime di rappresaglie, molti di questi ostaggi sono sindacalisti, intellettuali, parenti dei guerriglieri, oppositori non armati, semplici sospettati che vengono uccisi per riequilibrare la bilancia dei caduti secondo la dottrina straniera del “conta-cadaveri” che le SS usarono nei paesi occupati e gli invasori in Vietnam.
L’uccisione di guerriglieri feriti o catturati in scontri reali è una verità che emerge dai bollettini militari che in un anno hanno attribuito alla guerriglia 600 morti e soltanto dieci o quindici feriti, cifre sconosciute persino ai conflitti più cruenti. Questo dato è confermato da un’indagine di un giornale clandestino il quale rivela che tra il 18 dicembre 1976 e il 3 febbraio 1977, in 40 azioni effettive, le forze regolari hanno avuto 23 morti e la guerriglia 63 .
Più di cento reclusi sono stati giustiziati allo stesso modo, per tentata fuga, e il rapporto ufficiale non è stato fatto perché sembri verosimile ma per avvertire la guerriglia e i partiti del fatto che i prigionieri ufficiali sono la risorsa strategica di cui dispongono i Comandanti del Corpo per le rappresaglie, a seconda di come si siano svolti i combattimenti, della convenienza didattica o dell’umore del momento.
In questo modo sono state concesse le onorificenze al generale Benjamín Menéndez, capo del Terzo Corpo dell’Esercito, prima del 24 marzo con l’uccisione di Marcos Osatinsky, detenuto a Córdoba, e dopo con la morte di Hugo Vaca Narvaja e altri cinquanta prigionieri nelle diverse applicazioni della legge sulla fuga, esercitata senza pietà e raccontata senza vergogna (Una versione reale appare nella lettera dei detenuti del Carcere di Encausados al vescovo di Córdoba, monsignor Primatesta: «Il 17 maggio sei compagni vengono allontanati con la scusa di essere portati in infermeria per poi essere fucilati. Si tratta di Miguel Angel Mosse, José Svagusa, Diana Fidelman, Luis Verón, Ricardo Yung e Eduardo Hernández, la cui morte per tentata fuga è resa nota dal Terzo Corpo dell’Esercito. Il 29 maggio vengono allontanati José Pucheta e Carlos Sgadurra. Quest’ultimo era stato percosso a tal punto da non riuscire a reggersi in piedi a causa di fratture agli arti. In seguito compaiono anche loro come fucilati per un tentativo di fuga»).
L’omicidio di Dardo Cabo, detenuto nell’aprile del 1975, fucilato il 6 gennaio 1977 insieme ad altri sette detenuti sotto la giurisdizione del Primo Corpo dell’Esercito comandato dal generale Suárez Masson, rivela che questi episodi non sono eccessi di qualche centurione impazzito ma la stessa politica da voi pianificata nei vostri stati maggiori, discussa nelle vostre riunioni di gabinetto, da voi imposta ai comandanti in capo delle 3 Armi, e da voi approvata in quanto membri della giunta governativa.

4. Tra le millecinquecento e le tremila persone sono state massacrate in segreto in seguito al vostro divieto di dare notizia dei ritrovamenti di cadaveri che in alcuni casi sono comunque riusciti a trapelare, perché coinvolgevano anche altri paesi, per la portata del genocidio o per lo spavento provocato tra le vostre stesse forze (Durante i primi 15 giorni di governo militare furono ritrovati 63 cadaveri, secondo i giornali. Una proiezione annuale parla di 1500. La stima che si sia arrivati al doppio si basa sull’incompletezza dell’informazione giornalistica a partire dal gennaio 1976 e sull’aumento generale della repressione dopo il golpe. Una stima globale attendibile delle morti avvenute per mano della Giunta è la seguente. Morti negli scontri: 600. Fucilati 1300. Esecuzioni segrete: 2000. Altri tipi: 100. Totale 4.000).
Venticinque corpi mutilati riemersero tra il marzo e l’ottobre 1976 sulle coste uruguaiane, probabilmente parte del carico dei torturati a morte della Scuola di Meccanica della Marina, affogati nel Río de la Plata da navi della stessa forza armata, incluso un ragazzo di 15 anni, Floreal Avellaneda, legato mani e piedi “con ferite nella regione anale e visibili fratture” secondo l’autopsia.
Nell’agosto del 1976 un cittadino scoprì un vero e proprio cimitero lacustre mentre faceva immersioni nel lago San Roque a Córdoba, si presentò in caserma dove non accolsero la sua denuncia, la inviò ai giornali che non la pubblicarono .
Trentaquattro cadaveri a Buenos Aires tra il 3 e il 9 aprile del 1976, otto a San Telmo il 4 luglio, dieci nel Río Luján il 9 ottobre, fanno da cornice ai massacri del 20 agosto che contano 30 morti a 15 kilometri da Campo de Mayo e 17 a Lomas de Zamora.
Grazie a quanto detto fino ad ora, si dissolve la menzogna dell’esistenza di bande di destra, presunte eredi delle 3 A di López Rega , capaci di attraversare le maggiori circoscrizioni militari del paese in camion militari, di tappezzare di morti il Río de la Plata o di gettare prigionieri in mare dai velivoli della Prima Brigata Aerea , senza che ne siano informati il generale Videla, l’ammiraglio Massera o il brigadiere Agosti.
Oggi le 3 A sono le 3 Armi e la Giunta che voi presiedete non è l’ago della bilancia tra “violenza di segni diversi” né l’arbitro tra “due terrorismi” ma la fonte stessa del terrore che ha perso di vista la rotta e può solo balbettare il discorso della morte (Il cancelliere viceammiraglio Guzzeti in un reportage pubblicato da “La Opinión” il 3-10-’76 ammette che “il terrorismo di destra non è nient’altro” che “un anticorpo”).
La stessa continuità storica collega l’omicidio del generale Carlos Prats, durante il vecchio governo, al sequestro e alla morte del generale Juan José Torres, di Zelmar Michelini, di Héctor Gutiérrez Ruíz e di decine di rifugiati politici, con i quali si è voluta eliminare la possibilità di processi democratici in Cile, Bolivia e Uruguay (Il generale Prats, ultimo ministro della difesa del presidente Allende, morto a causa di una bomba nel settembre del 1974. I corpi degli ex parlamentari uruguayani Michelini e Gutiérrez Ruíz apparvero crivellati il 2-5-76. Il cadavere del generale Torres ex presidente della Bolivia apparve il 2-6-76 dopo che il ministro degli Interni e l’ex capo della Polizia di Isabel Martínez, il generale Harguindeguy lo avevano accusato di “simulare” il proprio sequestro).
La sicura partecipazione in questi crimini del Dipartimento degli Affari Esteri della polizia federale, comandato dagli ufficiali diplomati della Cia attraverso l’AID, come i commissari Juan Gattei y Antonio Gettor, entrambi sottoposti all’autorità di Mr. Gardener Hathaway, Station Chief della CIA in Argentina, è foriera di future rivelazioni come quelle che oggi scuotono la comunità internazionale, che non dovranno essere insabbiate nemmeno quando verranno chiariti i ruoli di questa agenzia e delle alte cariche dell’Esercito, a partire dal generale Menéndez, e la creazione della Logia Libertadores de América, la quale rimpiazzò le 3 A fino a quando il suo ruolo globale non fu preso da questa Giunta in nome delle 3 Armi.
Questo scenario di sterminio non esclude nemmeno il regolamento di conti personali come l’assassinio del capitano Horacio Gándara che da dieci anni indagava sulle malversazioni delle alte cariche della Marina, o del giornalista di “Prensa Libre” Horacio Novillo, pugnalato e bruciato, dopo che il giornale aveva denunciato i legami del ministro Martínez de Hoz con i monopoli internazionali.
Alla luce di questi episodi acquista il suo significato ultimo la definizione di guerra pronunciata da uno dei vostri capi: «la lotta che portiamo avanti non conosce né limiti morali né naturali, si realizza al di là del bene e del male.»
(Il tenente colonnello Hugo Ildebrando Pascarelli secondo “La Razón” del 12-6-76. Capo del gruppo d’Artiglieria di Ciudadela, Pascarelli è il presunto responsabile di 33 fucilazioni tra il 5 gennaio e il 3 febbraio del 1977.)
5. Questi fatti, che scuotono le coscienze del mondo civile, non sono tuttavia quelli che hanno causato maggiore sofferenza al popolo argentino né sono le peggiori violazioni dei diritti umani in cui siete incorsi. È nella politica economica di questo governo che va ricercata non solo la spiegazione dei vostri crimini, ma una crudeltà ancora più grande che punisce milioni di esseri umani con la miseria programmata.
In un anno avete ridotto il salario reale dei lavoratori del 40%, diminuito la loro partecipazione alle entrate nazionali del 30%, aumentato da 6 a 18 le ore di una giornata lavorativa di cui un operaio ha bisogno per pagare le spese familiari , risuscitando così forme di lavoro forzato che non esistono più nemmeno nelle ultime colonie.
Congelando i salari a colpi di fucile e alzando i prezzi sulle punte delle baionette, abolendo tutte le forme di protesta collettiva, proibendo assemblee e commissioni interne, prolungando gli orari, portando il tasso di disoccupazione alla cifra record del 9% e promettendo di aumentarla con 300.000 nuovi licenziamenti, avete fatto retrocedere le relazioni industriali all’inizio dell’era industriale e quando i lavoratori hanno voluto protestare li avete accusati di essere sovversivi sequestrando intere delegazioni sindacali che in alcuni casi sono state ritrovate morte, e in altri ancora non sono state ritrovate .
I risultati di questa politica sono stati fulminanti. In questo primo anno di governo il consumo alimentare è diminuito del 40%, quello di vestiario del 50%, quello di medicinali è praticamente scomparso tra le classi popolari. Ci sono zone di Buenos Aires e dintorni dove la mortalità infantile supera il 30%, cifra che ci accomuna alla Rhodesia, al Dahomey o alla Guayana; ci sono malattie come la diarrea estiva, la parassitosi e perfino la rabbia le cui cifre raggiungono livelli da rimato mondiale o lo superano. Come se fossero obiettivi desiderati o da raggiungere, avete ridotto i fondi per la sanità pubblica a meno di un terzo delle spese militari, abolendo addirittura gli ospedali gratuiti mentre centinaia di medici, professionisti e tecnici si aggiungono all’esodo provocato dal terrore, dai salari bassi o dalla “razionalizzazione”.
Basta camminare qualche ora nei dintorni di Buenos Aires per rendersi conto della rapidità con cui una simile politica li ha trasformati in una baraccopoli di dieci milioni di abitanti. Città a corto di elettricità, interi quartieri senz’acqua perché le industrie del monopolio saccheggiano le falde acquifere, migliaia di strade diventate un’unica buca perché voi pavimentate solo i quartieri militari e abbellite la Plaza de Mayo, le spiagge del fiume più grande del mondo inquinate perché i soci del ministro Martínez de Hoz vi scaricano i loro rifiuti industriali, e l’unica misura governativa che avete preso è stata proibire alla gente di farci il bagno.
Nemmeno nei traguardi astratti dell’economia, quelli che di solito chiamano “il paese reale”, siete stati più fortunati. Una riduzione del prodotto interno che sfiora il 3%, un debito estero che raggiunge i 600 dollari per abitante, un’inflazione annuale del 400%, un aumento del denaro circolante che è arrivato nel giro di una sola settimana di dicembre al 9%, un abbassamento del 13% nell’investimento estero costituiscono altrettanti primati mondiali, frutto raro di una fredda volontà e di una stolta idiozia.
Mentre tutte le funzioni che fondano e preservano lo stato si atrofizzano fino a dissolversi in pura anemia, una sola cresce e diventa autonoma. Milleottocento milioni di dollari che equivalgono alla metà delle esportazioni argentine stanziati per la Sicurezza e la Difesa nel 1977, quattromila nuovi posti di agenti nella Polizia Federale, dodicimila nella provincia di Buenos Aires con salari che sono il doppio di quelli di un operaio industriale e il triplo di quelli del preside di una scuola, mentre in segreto, a partire da febbraio, si aumentano del 120% gli stipendi dei militari, sono la prova che non c’è immobilità né disoccupazione nel regno della tortura e della morte, unico settore dell’attività argentina dove il prodotto cresce e dove la quotazione di un guerrigliero abbattuto sale più rapidamente del dollaro.

6. Dettata dal Fondo Monetario Internazionale secondo una ricetta che si applica indistintamente allo Zaire o al Cile, all’Uruguay o all’Indonesia, la politica di questa Giunta riconosce come unica beneficiaria la vecchia oligarchia del bestiame, la nuova oligarchia speculatrice e un gruppo selezionato di monopoli internazionali capeggiati dalla ITT, la Esso, l’industria automobilistica, la U.S. Steel, la Siemens, ai quali sono legati personalmente il ministro Martínez de Hoz e tutti i membri del vostro governo.
Un aumento del 722% dei prezzi della produzione animale nel 1976 definisce l’enormità della restaurazione oligarchica intrapresa da Martínez de Hoz in concomitanza con il credo della Società Rurale esposto dal suo presidente Celedonio Pereda: «Soncerta che alcuni gruppi piccoli ma attivi continuino ad insistere affinché gli alimenti siano a buon mercato .»
Lo spettacolo di una Borsa dove in una settimana è stato possibile per alcuni guadagnare senza lavorare il cento e il duecento per cento, dove ci sono imprese che dalla sera alla mattina hanno raddoppiato il proprio capitale senza produrre più di prima, la roulette della speculazione in dollari, cambiali, valori acquistabili, l’usura semplice che calcola gli interessi all’ora, sono eventi davvero curiosi per un governo che doveva farla finita con il “festino dei corrotti”.
Privatizzando le banche avete messo i risparmi e il credito nazionale nelle mani delle banche straniere, indennizzando la ITT e la Siemens avete premiato le imprese che hanno truffato lo Stato, restituendo le stazioni di servizio avete aumentato i profitti della Shell e della Esso, abbassando le tariffe doganali avete creato posti di lavoro ad Hong Kong o a Singapore e disoccupazione in Argentina. Considerando nell’insieme questi fatti occorre chiedersi chi sono i senza patria dei comunicati ufficiali, dove sono i mercenari al servizio degli interessi stranieri, qual è l’ideologia che minaccia la nazione.
Se un’opprimente propaganda, riflesso deforme di crudeli avvenimenti, non facesse credere che questa Giunta cerca la pace, che il generale Vidal difende i diritti umani o che l’ammiraglio Massera ama la vita, occorrerebbe chiedere ai Signori comandanti in capo delle 3 Armi di riflettere sul baratro in cui stanno trascinando il paese dopo l’illusione di vincere una guerra che, anche se l’ultimo guerrigliero venisse ucciso, ricomincerebbe di nuovo sotto nuove forme perché le cause che da più di vent’anni muovono la resistenza del popolo argentino non sarebbero scomparse ma aggravate dal ricordo della strage subita e della presa di coscienza di tutte le atrocità commesse.

Queste sono le riflessioni che nel primo anniversario del vostro nefasto governo ho voluto far arrivare ai membri di questa Giunta, senza aspettarmi di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato ma rimanendo fedele alla promessa fatta molti anni fa di rendere la mia testimonianza nei momenti difficili.

Rodolfo Walsh. – C.I. 2845022 Buenos Aires, 24 marzo 1977.

Cronache di frontiera

“La cronaca è una favola vera”

Gabriel García Márquez

“La cronaca è un modo di guardare e raccontare il mondo”

Martín Caparrós

Sarà in tutte le librerie ad ottobre la nostra prima collana di non fiction. Si chiamerà Cronache di frontiera e raccoglierà le opere del miglior giornalismo narrativo attuale. Questo genere ha avuto come padrini Truman Capote, Rodolfo Walsh, Gay Talese, è cresciuto ed è diventato famoso grazie a giornalisti del calibro di Kapuscinski e Hunter S. Thompson, e nel panorama attuale ha dimostrato la sua maturità nelle opere di David Foster Wallace, tra gli altri.

Negli ultimi anni il giornalismo narrativo ha conquistato il favore di pubblico e critica soprattutto in America Latina dove contaminandosi con la tradizione anglosassone ha dato vita alle crónicas e alla ricchissima scena delle riviste giornalistiche che stanno facendo emergere nuove e interessanti voci di giovani autori che per capire il mondo e il tempo in cui sono nati mescolano realtà e poesia, indagine e narrazione.

«Il giornalismo è nato per raccontare storie» ha affermato Tomás Eloy Martínez, giornalista e scrittore argentino, e le Cronache di frontiera – analizzando un fatto della vita quotidiana con sensibilità e senso critico spesso accompagnato da forti dosi di ironia – offrono al lettore la narrazione del reale. Non basta leggere di più per sapere di più: la realtà ha bisogno della narrazione per essere compresa. In tempi in cui l’accumulo di informazioni rischia di farci perdere il valore e la necessità dell’approfondimento e della comprensione le Cronache di frontiera ci fanno riscoprire il piacere e l’urgenza della narrazione: ci raccontano delle storie, storie reali.

Le nostre cronache sono un genere ibrido, mutante, composto da ingredienti tipici del romanzo, del reportage giornalistico, del racconto, del saggio… che “mescolati” insieme danno vita ad un testo che va oltre la mera rappresentazione della realtà. Una realtà che esplora frontiere sconosciute: quelle tra nazioni, quelle interne alle grandi città, ai piccoli paesi. Le Cronache di frontiera attraversano frontiere geografiche e letterarie.

La collana verrà inaugurata da opere di autori provenienti principalmente dai paesi dell’America Latina perché, proprio da quel continente, provengono le voci più significative e innovative che utilizzano il genere della cronaca come strumento di indagine della realtà, restando sempre allerta per scoprire “nuove frontiere”.

Due i titoli che inaugureranno la collana: Operazione Massacro di Rodolfo Walsh, libro precursore del nuevo periodismo latinoamericano e Cronache dal continente che non c’è della giornalista messicana Alma Guillermoprieto.