Sulla mediocrità di Paulo Coelho, di Héctor Abad Faciolince

Tradotto in 56 lingue, pubblicato in 150 paesi, con oltre 54 milioni di copie vendute, a Paulo Coelho bisogna riconoscere quantomeno una virtù: è una miniera d’oro tanto per se stesso quanto per le case editrici. Nel suo libro di maggiore successo, L’alchimista, un pastore di pecore andaluso viaggia fino alle piramidi di Egitto alla ricerca di un tesoro. Prima di giungere a destinazione incontra il grande mago che possiede i due pilastri della conoscenza alchemica, ossia sa distillare l’elisir di lunga vita e ha fabbricato un uovo giallo, la pietra filosofale, con la cui polvere è possibile trasformare in oro qualsiasi altro metallo. Continue reading

35 morti visti da José Ignacio Padilla

In questa recensione uscita sulla rivista digitale HermandoCerdo, José Ignacio Padilla sottolinea alcuni aspetti fondamentali del romanzo di Sergio Álvarez 35 morti, accompagnandoci in una riflessione che gira intorno a un quesito ricorrente nella letteratura latinoamericana e non solo: come si rappresenta la violenza? Secondo Padilla Álvarez è riuscito a trovare la voce giusta. A voi confermare o meno questo giudizio. Buona lettura. Continue reading

Il racconto e la sfida, di Francisco Gutiérrez Sanín

Presentiamo oggi un articolo di Francisco Gutiérrez Sanín, opinionista politico colombiano molto attento alla realtà del suo paese. In questo articolo, uscito sulla rivista El Malpensante, l’autore partendo dall’analisi del titolo dell’autobiografia di García Márquez, Vivere per raccontarla, arriva a stilare alcune idee sul Paese in cui vive.

traduzione di Alessia Zinnari
In occasione della celebrazione degli 85 anni di García Márquez, sono stati fatti frequenti riferimenti alla sua autobiografia, Vivere per raccontarla. Si è parlato di molte cose, tranne quella che mi ossessionava: se a qualcun altro fosse sembrato strano il titolo. Non richiama la vostra attenzione? A me sorprende che un’autobiografia inizi con una conclusione, tra il pacato e il provocatorio, che sta a significare: «Sono ancora qui». Effettivamente, cerco su Google e scopro riferimenti al destino, il che mi conferma che l’espressione denota il superamento di un rischio straordinario. Un giornalista messicano ci racconta da Tamaulipas che, dopo aver subito un incidente, alcuni politici locali «hanno vissuto per raccontarla». E così via. Proprio Google offre la seguente interpretazione: «Se sopravvivi a un’esperienza pericolosa o spaventosa… si può dire che hai vissuto per raccontarla».

A noi colombiani il titolo dell’opera sembra piuttosto comune, e mi domando se questa naturalizzazione di una certa sensazione di pericolo non sia una caratteristica specificamente colombiana, uno dei tratti sfuggenti della nostra ancor più sfuggente identità. Certo: non è qualcosa di “esclusivamente” nostro. Da Oxford a Kinshasa, la vita è (anche) «un’esperienza pericolosa e spaventosa». «Viviamo nel timore quotidiano». Alcuni scrittori, tra i quali Ambrose Bierce, lo hanno sperimentato più di chiunque altro. Non si può leggere Kafka se non con il cuore in mano. La letteratura di genere – poliziesco, dell’orrore – ha senso solo se in grado di provocare un bel sussulto. Quando Graham Greene ribattezzò Patrizia Highsmith “la poetessa dell’ansia” non solo stava formulando un elogio fantastico, oltre che pienamente giustificato, ma stava anche riferendosi a un’esperienza profondamente umana. Anche i politici, chiaramente, hanno sempre saputo che parte fondamentale del loro lavoro consisteva nell’affrontare il timore e il pericolo. Tale intuizione non è stata solo una specialità dei sicari, nonostante questi di certo si siano sforzati per riuscire bene nel loro compito, specialmente in questo ambito. Mussolini unì brutalità e poesia, raccomandando di “vivere pericolosamente”. Riuscì, in effetti, a vivere pericolosamente per gli altri, ma alla fine anche per se stesso. Non parliamo poi della cultura popolare. Chiunque abbia visto programmi televisivi come I Survived si accorgerà dell’enorme ascendente che esercita su di noi il semplice racconto di qualcuno che riesce a mantenersi in vita contro tutte le aspettative e le probabilità.

Ma in un’autobiografia… In più, c’è nel senso di questa frase un’evidente idiosincrasia: quel misto di sollievo e di rivincita racchiuso in espressioni come “vivere per raccontarla” o “sono ancora qui a raccontare la mia storia”. A questo proposito c’è un aforisma che mi è sempre sembrato meraviglioso, per forza e comunicatività, del grande polemista di Antiochia Ñito Restrepo: «In Colombia, sopravvivere è una vendetta». Questo non vuol dire: «Incredibile, sono ancora qui», come in I Survived («e guardate la quantità di traumi che ho subito»). Per Ñito è piuttosto il grido di trionfo della vittima che si è salvata la pelle per un pelo, e che fa gesti osceni da lontano: «Siete fregati: sono ancora vivo». Questo non ha forse a che vedere con la tormentata storia colombiana? Per poter rispondere, bisogna fare tre precisazioni. Prima: non è assolutamente vero che la Colombia sia il Paese più violento del mondo, e ancor meno che lo sia stato nel XX secolo. Questo onore spetta ai tedeschi, ai cambogiani, ai gringos, ai belgi. Seconda precisazione: non è possibile affermare che il XX secolo per noi sia stato un secolo di guerra continua. Qui bisogna essere più prudenti: è vero che persino i nostri periodi di stabilità relativamente lunghi – prima metà del XX secolo, Fronte Nazionale – sono stati intervallati da conflitti e da momenti bui di scontri civili. Ma l’immagine di una detonazione ininterrotta non è certamente attendibile. Terza precisazione: abbiamo vissuto una violenza particolare, di media o bassa intensità, uno stillicidio, e in gran parte fortemente regionalista, esercitata da e contro il nostro prossimo, per decenni. Due cicli di violenza molto, molto prolungati (l’ultimo, iniziato alla fine degli anni Settanta e che tuttora continua, costituisce il conflitto più lungo al mondo), brutali e acerbi, senza frontiere ben definite, senza nemici con la n maiuscola, ma con vaghe minacce mentre si spiano le popolazioni vicine… Leggo i giornali quotidianamente da prima di raggiungere la maggiore età, e non ricordo di un solo giorno privo di episodi di violenza. E solo in seguito mi sono reso conto che non è possibile attribuire nessuno di questi delitti ad alcun autore specifico. Tutto ciò inevitabilmente ti lascia qualcosa dentro.

Avendo ormai imboccato l’impervio sentiero della speculazione, aggiungerei un’ultima impressione. Una volta iniziato, non si sa dove si va a finire. È possibile che questa sensazione di essere quotidianamente circondati da pericoli, indefiniti e spettrali, ci porti a vivere in particolare il pericolo come rabbia, e il successo come esasperazione, specialmente quando questa esperienza si mescola con quella della repentina ascesa sociale di un Paese brutalmente eterogeneo (progressi da capogiro e disuguaglianza insopportabile, i due marchi distintivi della Colombia degli ultimi decenni). Ma avete ragione, qui mi sto davvero spingendo troppo oltre.

Una delle caratteristiche più potenti di García Márquez è la sua capacità di appellarsi a sentimenti universali partendo da storie ed esperienze rigorosamente locali. Il risultato è che c’è qualcosa in questa narrazione della sua vita che ha come il sapore di una saga di pericolo e di vendetta.