Atlante letterario del Golpe di Pinochet, di Rodrigo Pinto

A quarant’anni dalla morte di Salvador Allende e del colpo di stato di Pinochet ripassiamo le opere letterarie che raccontano quell’episodio, le conseguenze e i postumi sulla storia del Cile di oggi.

Il colpo di stato di Pinochet, la morte di Salvador Allende nel Palazzo della Moneda e la dittatura in Cile hanno fornito alle arti, e soprattutto alla letteratura, un materiale straordinariamente potente grazie al quale ridefinire l’immaginario del Paese e fare luce con rigore e sgomento sulla storia recente del Cile. Continue reading

Un’autobiografia e un Manifesto inediti di Roberto Bolaño, di Winston Manrique Sabogal

In occasione dell’uscita di due nuovi testi inediti di Roberto Bolaño apparsi sulla rivista “Granta” pubblichiamo un articolo uscito su El País che riflette sul valore di questi due testi e sull’opera dello scrittore cileno. Buona lettura!

traduzione di Marina Colombini

Continuano a saltar fuori inediti di Bolaño. Stavolta si tratta di due riflessioni sulla sua vita: una personale e l’altra intellettuale. Due brani recuperati dal suo archivio e ceduti dai suoi eredi all’edizione spagnola della rivista “Granta” pubblicati nel numero 13, dedicato all’altra letteratura messicana, quella della non violenza. Testi che servono, dato il forte legame dello scrittore cileno col Messico, a collegare la letteratura del passato di quel paese a quella del presente, dicono gli editori della rivista Valerie Miles e Aurelio Major. Uno degli ultimi inediti pubblicati è il romanzo Il Terzo Reich. Continue reading

Missing. Un libro pertinente, di Jorge Carrión

Pubblichiamo una recensione del critico e scrittore Jorge Carrión su Missing, il libro di Alberto Fuguet che sarà presentato il 12 maggio, alle ore 19.00 al Salone del libro di Torino.

traduzione di Chiara Muzzi.

Nel maggio del 2003, Alberto Fuguet pubblicò sulla rivista peruviana Etiqueta negra il reportage “Cercasi zio”, in cui raccontava la scomparsa nel 1986 di Carlos Patricio Fuguet, dopo una sfilza di problemi, in Cile e negli Stati Uniti, con la famiglia e con la legge, che lo avevano portato addirittura in carcere. Quel testo non era altro che una delle fasi di una vecchia ossessione, quella dello scrittore per una figura immaginaria, incarnazione del sogno di scomparire, che lo ha accompagnato per tutta la vita. Grazie a un investigatore privato, Alberto Fuguet trovò suo zio, lo intervistò a lungo e decise di scrivere Missing, uno dei libri di non-fiction più importanti degli ultimi anni. Un romanzo molto pertinente.

Nelle sue pagine più coraggiose, la trascrizione delle parole di Carlos si fonde con la ricostruzione, ossia con la fabulazione portata al minimo, in verso e senza maiuscole, seguendo una logica tecnica che scandisce il ritmo della parola (come aveva fatto in precedenza Martín Caparrós con certe testimonianze di El interior). Dopo aver conosciuto a fondo la vita dello zio e averla contestualizzata nella famiglia e nella storia, dopo aver empatizzato con il protagonista del suo libro, Fuguet realizza un teso esercizio di ventriloquia e monologa per quasi duecento pagine per raccontarci uno degli infiniti modi di imparare la solitudine. Perché la stigmatizzazione di Carlos nel seno di una famiglia con violente tensioni interne, il suo progressivo allontanamento, la sua particolare concezione della libertà, la sua esperienza nell’esercito e in carcere o i suoi strani rapporti erotici e sentimentali (il più memorabile, con un’anziana) si devono considerare come gli elementi di uno dei Bildungsroman a cui ci ha abituati la postmodernità (quelli dei film di Wim Wenders, per capirci). Il romanzo di formazione di un uomo che invece di seguire il modello generale e, quindi, socializzare e procreare, si isola. Il suo itinerario di vita si può leggere come una versione plausibile di quell’altro sogno americano: l’individuo svincolato dalla famiglia, consumo-dipendente, frequentatore di autostrade e motel come porte di accesso per paesaggi di una desolazione minerale, gestore nomade di hotel sperduti, indigente progressivo in una società che non concepisce la possibilità che il presente non sia assicurato in vista del futuro (con un piano di pensionamento, un’assicurazione medica, qualche risparmio).

La storia si sarebbe potuta narrare come una biografia, ma per farlo Fuguet sarebbe dovuto partire da un materiale stabile, predeterminato. Niente di più lontano dalla volontà di un libro che sa di essere “progetto”. Opera in divenire. La sua pluralità di generi (investigazione giornalistica, reportage di viaggio, confessione autobiografica, storia familiare, intervista diretta, taccuino di appunti, corrispondenza epistolare via posta elettronica, testimonianza poeticizzata) e il desiderio di ricapitolazione dell’autore rivelano la volontà di destabilizzare le forme con cui generalmente ci si avvicina al reale. Con questa intenzione, la prima cosa che perde stabilità è lo stesso io. In alcuni frammenti, infatti, il narratore diventa “lui” o semplicemente sparisce. Senza dubbio l’ossessione di trasformare il fantasma di Carlos in una specie di filo conduttore segreto della sua esistenza favorisce sia la riconsiderazione della scrittura e della pubblicazione di libri anteriori sia l’esplorazione di insuccessi e tentativi falliti. La vita e le sue aspettative e i suoi progetti. Il nucleo dell’analisi sulla sua vita sta nel passaggio in cui Fuguet vede nell’emigrazione negli Stati Uniti il momento chiave della sua stessa biografia: “sono diventato uno scrittore […] perché ho perso un intero paese” e soprattutto “perché ho perso una lingua”.

Il linguaggio di Missing è fedele sia alla poetica del suo autore sia all’ambivalenza dell’opera (in bilico tra due paesi e due culture e due lingue): “la musica disco”, “qualcosa del genere”, “dove cazzo sei?”, “un remix”, “enter ghost”, “resident manager”, “shift doppio”. Siamo davanti a colloquialismi e anglicismi ben studiati, che trasmettono alle pagine la freschezza espressiva di quello che non deve essere letto come un testo chiuso, monolitico, monumentale, ma come una ricerca in divenire, che riguarda la realtà e, allo stesso tempo, il modo in cui questa realtà è trasmessa. La falsa immediatezza e la crudezza del linguaggio, ovviamente, hanno a che vedere anche con la sensazione di sincerità. Fuguet fa un patto con il lettore: ti racconto i fatti esattamente come li ho vissuti e sentiti. E affinché il lettore accetti il patto, definisce suo padre: “un egoista figlio di puttana che se ne è andato”. E dice di suo nonno: “È morto il vecchio di merda. […] Finalmente”. Ma nella letteratura, che alla fine è una forma codificata, la confessione nasconde sempre un’intenzione narrativa: la ricerca dello zio Carlos e l’incontro con lui faranno parte di un meccanismo vitale ed emotivo che avvicinerà il narratore a suo padre e, attraverso di lui, alla figura scomoda del nonno. Le parole si mettono al servizio di questa metamorfosi e di questa catarsi. “Chiusi il libro e mi misi a piangere”, confessa il narratore. Come accade nella migliore letteratura confessionale, tali parole sono dosate per ottenere effetti letterari. Il libro deve comunicare verità: per questo deve essere insieme duro e tenero, tragico e comico, crudo e sofisticato, lacerante e una boccata di aria fresca.

Credo che Missing sia un libro pertinente perché dimostra ancora una volta che è possibile raccontare belle storie, assolutamente vere, con artifici letterari; e perché testimonia un certo stato di una lingua letteraria in spagnolo che non esisteva prima, che ha motivo di essere solo nella nostra epoca. Una lingua di frontiera. Il romanzo tende a mascherarsi da cronaca fin dalle sue origini quasi contemporanee (il Chisciotte e il Lazarillo), ma la postmodernità ha radicalizzato con il tempo questo gioco di maschere: da Cent’anni di solitudine a Bersaglio notturno l’artificio letterario mantiene la sua condizione inverosimile di cronaca storica o giornalistica, ma parallelamente troviamo una tradizione di opere che si presentano direttamente come cronache verosimili (se Il romanzo di Perón e Santa Evita sono libri di non-fiction, pensiamo ad esempio alla linea che va da Storia universale dell’infamia a La letteratura nazista in America, se si possono considerare romanzi). Nel contesto attuale, con la fiction letteraria che vampirizza costantemente le strategie dell’autobiografia, del discorso storiografico e dell’indagine giornalistica, Missing agisce come un pertinente elemento di resistenza, nella sua condizione di romanzo non-fiction cosciente di essere assolutamente letterario.

Los días del arcoíris

Intervista a Antonio Skarmeta di Raul Argemí

Anche i dittatori fanno figuracce. Nel 1988, Augusto Pinochet decise che era ora di dare un tocco democratico alla sua dittatura e indisse un referendum. Se vinceva il “Sì” avrebbe governato per altri otto anni, per espresso volere dei cileni. Se vinceva il “No” avrebbe indetto a breve termine elezioni anticipate. Il fatto storico fu la vittoria del “No” con più del 50% dei voti, e così ci furono le elezioni, con brogli, ma questa è un’altra storia.

Antonio Skàrmeta, con Los días del arcoíris, ripropone in chiave romanzesca gli avvenimenti successi in occasione di quel plebiscito. La sua abilità sta nel riuscire a intrecciare fatti reali e invenzioni, e il risultato è un romanzo che si legge senza difficoltà e che ottiene ciò che si era proposto: dirci che, a volte, i dittatori soccombono dinnanzi all’allegria. Mentre lo leggevo mi è tornato in mente un ricordo legato al film dei Beatles Yellow submarine. Anche lì musica e creatività riuscivano a vincere sui biechi Blu.

Los días del arcoíris ha due protagonisti. Il primo, Adriàn Bettini, è un brillante e brillante pubblicitario che non ha lavoro perché il suo nome è inserito nella lista di proscrizione. Il secondo, Nico, è un giovane di diciotto anni, figlio di un professore di filosofia delle scuole medie, fidanzato con la figlia di Bettini.

Bettini viene convocato dal governo per organizzare la campagna del “Sì”. Il governo è presente, con i suoi spot pubblicitari, in tutti gli spazi disponibili, ma, volendo mostrare per una volta la sua faccia democratica, concede all’opposizione, pochi giorni prima del voto, quindici minuti giornalieri.

Argemí – Quando ho finito di leggere il romanzo ho pensato che si ricostruisse e si celebrasse un giorno di festa. La festa del “No” a Pinochet.

Skàrmeta – ( Sorride) Quello fu un giorno di festa. Si dimostrò che la fantasia e la felicità sono armi molto potenti. Dopo quelle giornate la gente non fu più la stessa. Fino ad allora sembrava che Pinochet non se ne sarebbe mai andato, che non c’era modo di cacciarlo, e per molti di noi l’unico futuro possibile era andare via dal Cile. Fu la forza degli artisti, dei creativi, che concepì una campagna che ci fece votare la speranza.

Argemí – Penso che se si fosse potuto scommettere, il “Si” sarebbe stato favorito.

Skàrmeta – (Ride. Skàrmeta è un uomo dalla risata facile e possiede una contagiosa affabilità) Le quote sarebbero state date cinque a uno! Nel mio romanzo ciò viene detto da Patricio Aylwin, il primo presidente del ritorno alla democrazia. I seguaci di Pinochet erano sicuri che avrebbero vinto, mentre gli altri che avrebbero potuto giocarsela. Ma in fondo successe che i cileni erano ormai stanchi dei tanti anni passati sotto il regime di Pinochet. Addirittura la destra, quella meno estrema, e anche gli imprenditori volevano presentarsi al mondo in una maniera più accettabile. In sostanza erano stanchi del loro governo. Lo slogan per il “Sì” era Pinochet o caos, ma non fu sufficiente; la gente voleva di più.

Argemí. – Adriàn Bettini rifiuta di fare la campagna ufficiale e finisce per fare quella dell’opposizione.

Skàrmeta – In questo personaggio sono racchiusi tutti quei pubblicitari che hanno rischiato la vita per organizzare quella campagna politica. La battaglia era difficile perché bisognava convincere gli indecisi. I seguaci di Pinochet avevano le idee chiare, e gli oppositori anche, ma gli indecisi erano molti e bisognava dimostrargli che dire “No” era possibile e, sopratutto, utile.

Inoltre c’era un altro elemento di difficoltà perché l’opposizione comprendeva dai democristiani ai socialisti. Di fatti la grande trovata fu il logo, l’immagine della campagna, che fu un arcobaleno. Tutti i colori, ognuno diverso dall’altro ma tutti un’unica cosa e, come dice Bettini, l’arcobaleno spunta dopo il temporale ed è allegria.

Argemí – I democristiani destabilizzarono Salvador Allende con le loro manifestazioni e “caceroladas”.

SkàrmetaÈ vero, hanno soffiato sul fuoco dell’insurrezione. Ma la guerra contro Allende era già cominciata, addirittura prima che divenisse presidente. È bene domandarsi come avrebbe governato se non si fosse ritrovato nel mezzo della Guerra Fredda. Allende era un democratico, ma fu ostacolato nel suo compito fin dal principio perché non tolleravano un socialista al governo del Cile.

La alegría ya viene”. Brano della campagna per il “No”.

Argemí – Uno dei momenti fondamentali della campagna concretizza quella richiesta. Un modo di dire: finiamola con la tristezza. Ci troviamo musica pop, molto orecchiabile e tutta la simpatia delle buone pubblicità. Ma nel tuo romanzo ciò trae origine da un avvenimento di Raúl Alarcón, “Florcita Motuda”, brano che rivisita (riempiendo di “no”) il valzer Danubio Blu di Johann Strauss. Si tratta di un personaggio molto simpatico e, nota curiosa, l’unico reale di questo romanzo.

Skàrmeta – ( Sorride) Florcita Motuda ha il suo ruolo in questa storia, e dato che possiede quest’aria strana da musicista eccentrico, mi sembrava giusto che stesse nel romanzo, perché lui stesso non sembra reale. Florcita Motuda si definisce un surrealista cileno, è un gran compositore, pieno di talento, che rifugge sempre dagli schemi.

Vals Imperial del No”. Di Florcita Motuda su musica di Johann Strauss, Edito per la campagna contro Hugo Chávez in Venezuela.


Argemí – I personaggi sentono di rischiare costantemente la propria vita, perché durante l’organizzazione della campagna l’ombra dei desaparecidos continua ad allungarsi, come è per il padre di Nico; e anche gli assassinii continuano.

Skàrmeta – Questo è uno dei meriti da riconoscere agli artisti che misero la propria faccia per gli spot pubblicitari. Scelsero di non nascondersi.

Argemí – Un’osservazione. Los días del arcoíris è un romanzo nitido, che si lascia leggere facilmente. Dialoghi e capitoli sono delineati con un’efficace messa in scena. Sbaglio se lo metto in relazione alla tua esperienza di attore e regista teatrale?

Skàrmeta – (Grande risata) Mi fa tanto piacere che tu lo abbia notato! Ovviamente sì! Costruisco sempre ai miei romanzi pensando al teatro, ai personaggi e alle scene. Il teatro sta alla base della mia carriera letteraria, e in questo romanzo c’è anche il teatro. Per esempio nelle rappresentazioni alle quali partecipa Nico e nell’uso che fa di Shakespeare, per dire ciò che non è permesso dire. In che altro modo potrebbe essere se non questo? Quando mi domandano chi è il migliore scrittore moderno dico sempre: William Shakespeare. Ha scritto su tutti gli argomenti che davvero sono importanti. Su tutti!

Argemí – In fine, su cosa stai lavorando ora?

Skàrmeta – È da tempo che lavoro ad un romanzo, forse mi ci metto e lo finisco. Si tratta di una storia di latinos a New York; quando la salsa ancora non era di moda, né i latinos tanto conosciuti.

Argemí – Nei tuoi esordi hai studiato teatro a New York. Centra qualcosa?

Skàrmeta – ( Ride) Diciamo di sì… e il teatro troverà ampio spazio in questo romanzo.

Los días del arcoíris, Premio Iberoamericano di Narrativa Planeta-Casamérica 2011, è un’ode alla speranza. Sicuramente anche la banda del Sgt Pepper avrebbe pensato la stessa cosa.

Raúl Argemí è nato a La Plata in Argentina nel 1946. Scrittore e giornalista ha pubblicato diversi romanzi tradotti in varie lingue. In Italia ha pubblicato “L’ultima carovana della Patagonia”, “Penultimo nome di battaglia” e “Patagonia ciuf ciuf”, tutti editi da La Nuova Frontiera.
La versione originale di questa intervista è stata pubblicata da sigueleyendo.es

Traduzione di Marc Nisticò