Juan José Saer: cicatrici di una lunga assenza

Beatriz Sarlo, che ricorda il suo amico in questo numero, dice che è stato il più grande scrittore argentino della seconda metà del XX secolo. Ne parla anche il suo editore Alberto Díaz e la critica Florencia Abbate ci offre una mappa per entrare nella sua opera.

La scrittrice Beatriz Sarlo ha detto una volta che Juan José Saer è stato il più grande scrittore argentino della seconda metà del XX secolo. Quando La Gaceta le ha chiesto perchè lei ha risposto: “Ha costruito un suo spazio letterario. Ha inventato una scrittura che non deve nulla a Borges. Nemmeno le sue trame devono qualcosa al tipo di trame borgesiane. In quel momento sorsero due linee che si allontanavano da Borges e che collocavano la letteratura argentina in un posto diverso, originale. Da una parte c’era Manuel Puig (1932-1990), che andava verso la cultura pop, e dall’altro Saer che procedeva verso una scrittura raffinatissima”.  Continue reading

Julio Ramón Ribeyro

L’articolo è di Loris Tassi ed è stato pubblicato sul numero di luglio/agosto della rivista Blow Up

I genietti della domenica * laNuovafrontiera * pag. 255 * euro 16,50 * traduzione di Nicoletta Santoni

Molti appassionati di letteratura latinoamericana saranno grati alla casa editrice laNuovafrontiera per aver rimesso in circolazione negli ultimi mesi due grandi scrittori assenti da tanti, troppi anni dalle librerie italiane: dopo la pubblicazione della raccolta di racconti Un’innocente crudeltà dell’argentina Silvina Ocampo, questa volta tocca al ferocemente comicoI genietti della domenica, capolavoro sconosciuto (in quanto inspiegabilmente mai tradotto prima) di Julio Ramón Ribeyro, pubblicato per la prima volta nel 1965. Nella quarta di copertina Ribeyro viene definito uno dei “pilastri del realismo urbano latinoamericano” ma sebbene sia evidente la centralità di Lima, scrutata nei suoi luoghi tenebrosi e marginali così come nei quartieri residenziali le cui case “avevano albergato grandi abusi, corruzioni inconfessabili, ed erano state edificate sull’usura e l’empietà”, sembrerebbe che lo scrittore peruviano non descriva la realtà ma l’allucinazione che nasce dalla realtà, per usare la celebre formula che Gide applicò a Céline. Ribeyro è stato un maestro del racconto (non solo) latinoamericano e anche nella costruzione di I genietti della domenica dimostra la sua abilità di narratore organizzando i capitoli come se fossero episodi autonomi ed esibendo una fenomenale varietà di registri stilistici. Il protagonista del romanzo è Ludo Totem, giovane arrabbiato con velleità letterarie, costantemente tentato dal fallimento e costretto a muoversi in un contesto che oscilla tra indifferenza e ostilità, un Frédéric Moreau limegno ricreato tenendo presente la “lust for life” degli eroi di Henry Miller o il “terrore di ubriaco” del Console di Malcolm Lowry. Riprendendo il celebre prologo che Borges scrisse a I demoni di Dostoevskij, potremmo dire che il libro inizia con allegria, come se il narratore non conoscesse il finale tragico. E tra l’allegria del primo capitolo (la diserzione dal mondo del lavoro e la descrizione di un’orgia tra le più sgangherate della storia della letteratura) e la sterzata noir delle ultime pagine, Ribeyro popola il romanzo di personaggi memorabili (il sudicio e ipocrita professore di logica, il loco arltiano sprezzante dei “ragionatori infetti” e cercatore di una santità nell’abiezione, il ripugnante ruffiano Carromatto, il malinconico e oblomoviano fratello del protagonista) che faranno la gioia del lettore.