Il femminismo nero di Paulina Chiziane, di Adelto Gonçalves

Pubblichiamo oggi un’interessante riflessione estratta da un saggio del professor Adelto Gonçalves e pubblicata originariamente sul blog della casa editrice CarmoEditora, sul mondo letterario di Paulina Chiziane, la prima scrittrice nera del Mozambico. Buona lettura!

traduzione di Roberta Vitiello

Se la letteratura scritta dalle donne è un mondo a parte, affrontata da prospettive che romanzieri e cronisti uomini difficilmente vedono, immaginiamo come può essere il mondo visto da una donna africana, mozambicana, ancor più se governato da tradizioni e costumi che ci suonano strani. Questo strano e magico mondo è offerto nei suoi libri da Paulina Chiziane (1955), la prima scrittrice nera del Mozambico. Continue reading

Dalla cecità collettiva all’apatia, Mia Couto (seconda parte)

Ecco la seconda parte della conferenza con cui lo scrittore mozambicano Mia Couto ha inaugurato l’anno accademico  all’Università “Eduardo Mondlane” di Maputo. Buona lettura. 

Traduzione di Maria Serena Felici

Ho abbozzato un elenco dei fenomeni sociali che sono diventati invisibili in Mozambico. Siccome è molto lungo, ne citerò solo alcuni.

La violenza contro i più deboli

La violenza è il primo di questi fenomeni. Diciamo così spesso di essere un popolo pacifico, ed è vero; ma tutti i popoli del mondo sono pacifici per natura: è la storia che fa la differenza. In questi termini, se è vero che siamo pacifici, è altrettanto vero che abbiamo fatto una guerra civile che ha ucciso più di un milione di persone. Quella guerra è finita nel 1992, e forse questa è la data più importante della nostra storia recente, dopo l’Indipendenza. Ma la fine dei conflitti armati non ha impedito che continuassero altre guerre minori, invisibili ma spietate. Continue reading

Dalla cecità collettiva all’apatia, Mia Couto (prima parte)

Probabilmente molti dei nostri lettori, in questo momento, sono impegnati con gli esami di maturità e con i vari esami universitari. Dedichiamo a loro il testo della conferenza con cui lo scrittore mozambicano Mia Couto ha inaugurato l’anno accademico  all’Università “Eduardo Mondlane” di Maputo. Buona lettura e in bocca al lupo!

Traduzione di Maria Serena Felici

Vorrei innanzi tutto rendere omaggio agli insegnanti.

Per anni e anni  sono stato insegnante. E quando dico questo provo un’emozione fortissima. Non so se esista una professione più nobile di quella dell’insegnante; e dico insegnante perché c’è una bella differenza tra insegnare e trasmettere nozioni. L’insegnante che merita veramente il nome di maestro è colui che insegna. Continue reading

Diari di traduzione / Barroco tropical 2

Quando traduco un libro, ho spesso la sensazione – lo confesso subito, una sensazione assolutamente ridicola e del tutto irrazionale – che il libro in questione sia stato scritto solo per me. Un po’ come se stessi traducendo una lettera privata, indirizzata a Giorgio de Marchis. Riprendendo, invece, il filo del discorso, nel precedente post avevo fatto riferimento alla diabolica perfidia di Agualusa. Anche per questo motivo, non mi sono stupito quando, a pagina 99 di Barocco tropicale (nel frattempo sono arrivato, in una prima e ancora impresentabile versione, a pagina 209), mi sono imbattuto in un passaggio come al solito impervio. Riferendosi al canto di uno dei personaggi del romanzo, una giovane angolana di nome Kianda, il protagonista, Bartolomeu Falcato, dice: “A melodia? Pois o mel que há na palavra, com a sua doçura e cor, mais a mansa lucidez do dia.” Una bella immagine per la voce “allo stesso tempo evidente e impossibile” della cantante. In termini di resa traduttiva, però, il solito problema: nella melodia italiana, non riesco proprio a ritrovare né il miele (mel) né, tanto meno, tracce della placida lucidità del giorno (dia). Sarei anche disposto a rassegnarmi, a elaborare il lutto, come saggiamente consiglia Paul Ricoeur, della traduzione perfetta, ma nessuno mi toglie dalla testa che l’autore, anche in questo caso, stia giocando con i suoi traduttori. Ecco, infatti, cosa dichiara subito dopo Kianda (alias José Eduardo Agualusa) allo stupefatto Bartolomeu (alias Michael Kegler, Geneviève Leibrich, Harrie Lemmens, Tanja Tarbuk e Giorgio de Marchis): “Consegues ler-me? Consegues traduzir-me?” (Riesci a leggermi? Riesci a tradurmi?). Diavolo di uno scrittore…!

Nel frattempo, è arrivata da Parigi l’edizione francese del romanzo (Barroco tropical, Paris, Métailié, 2011). Io, quando traduco, mi servo di qualunque strumento possa aiutarmi a raggiungere un buon risultato. All’epoca delle Donne di mio padre, mi era stata molto utile la traduzione di Daniel Hahn (My father’s wives, London, Arcadia, 2009). Daniel, lo dico sempre, è un traduttore brillante e molto creativo e le sue soluzioni sono sempre interessanti. Ovviamente, quello che funziona per altre lingue si rivela spesso inutilizzabile in italiano, ma non di rado permette almeno di intravedere una possibile via d’uscita. E anche quando la soluzione proposta da un altro traduttore non sembra soddisfacente, dal mio punto di vista, è sempre estremamente utile (e piacevole) seguirlo nella strada presa per uscire dal rompicapo in cui ora mi trovo io. Purtroppo, Daniel non ha ancora tradotto Barocco tropicale e io non parlo il tedesco, il croato e l’olandese. Sono curioso, però, di vedere come si è comportata Geneviève Leibrich, così come sono certo che mi sarà di grande aiuto.

Guida all’ascolto di Le donne di mio padre

L’articolo è di Marcello Lorrai ed è stato pubblicato sulla rivista Lo straniero nel febbraio 2011

Prima ancora che di musica, è di suono che è punteggiato Le donne di mio padre, l’ultimo romanzo tradotto in italiano di José Eduardo Agualusa (trad. di Giorgio de Marchis, La Nuova Frontiera, Roma 2010, 362 pp. 17.50 euro), angolano, classe 1960. “Ebbe così inizio una splendida confusione di razze, lingue, accenti, fischietti, clacson e percussioni, che, con il passare dei secoli, non ha fatto che perfezionarsi. Il caos genera un caos ancora più grande”, scrive Agualusa concludendo un rapido excursus sulle origini di Luanda. Un panorama urbano che vibra di suono già nell’incrocio degli idiomi: “Oggi si mischiano per le strade di Luanda l’umbundo oblungo degli ovibundo. Il lingala (lingua nata per essere cantata) e il francese stentato di chi è tornato dal Congo. Il portoghese intonato dei borghesi. Il sordo portoghese dei portoghesi. Il raro quimbundo delle ultime bessangana nei loro abiti tradizionali. A questo si aggiunga, negli ultimi tempi, un pizzico del mandarino ellittico dei cinesi, l’aroma speziato dell’arabo solare dei libanesi; e ancora qualche vocabolo in ebraico resuscitato, raccolto la domenica mattina in alcuni dei più sofisticati locali dell’isola. Più o meno inglese, in toni diversi, di inglesi, americani e sudafricani. Il portoghese felice dei brasiliani. Lo spagnolo incantato di un cubano che è rimasto”. E benché il silenzio sembri escluso da questo paesaggio sonoro (“Piove là fuori, una fitta pioggia, e per qualche momento si forma una sorta non di silenzio, che è qualcosa di cui, a Luanda, solo i sordi possono beneficiare, piuttosto un clamore benevolo”), quella del silenzio è una variante del suono che viene spesso evocata, tanto che viene persino immaginato, ad un certo punto, “un catalogo di silenzi ad uso dei sordi”.
Le donne di mio padre ruota intorno alla figura di un musicista, Faustino Manso, contrabbassista, pianista, cantante angolano che il romanzo racconta come molto popolare negli anni sessanta e settanta, non solo in Angola ma in tutta l’Africa australe, teatro delle peregrinazioni alle quali i casi della vita, quello che Manso chiama “il Gioco di Dio e delle Coincidenze”, lo conducono. Al suo personaggio Agualusa accredita una frequentazione, nel Sudafrica degli ultimi anni cinquanta, con protagonisti realissimi della musica sudafricana come il trombettista Hugh Masekela e il pianista Dollar Brand, entrambi tutt’ora in attività ed esponenti di punta, all’epoca, della vivacissima scena jazzistica sudafricana di cui si nutre la leggenda di Sophiatown e di District Six, le aree rispettivamente di Johannesburg e di Capetown la cui epopea viene poi spezzata brutalmente nella fase di irrigidimento della politica di apartheid (Sophiatown rasa al suolo, District Six sgomberato dai suoi abitanti di colore): negli anni sessanta, in esilio negli Stati Uniti, Masekela e Brand, che cambia nome in Abdullah Ibrahim, saranno assieme a Miriam Makeba (moglie per un breve periodo di Masekela) gli alfieri della diaspora musicale sudafricana causata dall’apartheid. Realissimi anche i protagonisti della musica angolana, il gruppo Ngola Ritmos col la loro hit Muxima, Liceu Vieira Dias, Raul Indipwo e Duo Ouro Negro, Ruy Mingas, artefici – fra i quali Agualusa inserisce Manso – della modernizzazione della musica angolana sulla base del patrimonio di tradizioni musicali locali. Rientrato dal Sudafrica alla metà degli anni settanta, Manso viene spiato dalla polizia politica del regime a partito unico: situazione del tutto verosimile per un protagonista di primo piano di una musica angolana che, negli anni settanta, è nell’occhio del ciclone. Dopo l’indipendenza infatti nel mondo della musica angolana c’è chi sceglie o comunque accetta di essere, spesso in senso praticamente letterale, irreggimentato – di passaggio il romanzo ricorda le canzoni che esaltavano la “salda trincea del socialismo in Africa” – e chi invece difende la propria autonomia e paga per questo un prezzo molto pesante; chi per le proprie simpatie cade vittima della lotta fra Mpla e Unita; chi, in divisa, resta ucciso in circostanze rimaste oscure durante il tentato golpe del ’77 – è il destino di alcuni dei cantanti più amati dell’epoca; chi vede la propria carriera rovinata dal sospetto. Ma l’Angola in cui, sulle tracce della vita di Faustino Manso, si muovono i protagonisti è quella odierna del kuduro, musica, e ballo, non proprio da educande, che ha cominciato a profilarsi nello scenario musicale angolano verso la fine degli anni ottanta e che si è imposta di prepotenza fra le giovani generazioni (così come musiche analoghe hanno spopolato in altri paesi africani, in particolare in Sudafrica), all’insegna della metabolizzazione e declinazione locale di house, techno, hip hop, ragga, e non senza contenuti critici: “Mi alzo alle cinque/torno alle otto/tutto il giorno in piazza/a vendere farina/la schiena mi fa molto male/a casa i figli muoiono di fame/ah, ma l’allegria è tanta/c’è la pace ormai in Angola”, canta – citato da Agualusa – Dog Murras, una delle star del genere. Non mancano cenni alle origini della marrabenta mozambicana e al gruppo Joao Domingos, tra i battistrada alla fine degli anni cinquanta di questa forma di musica popolare urbana. E tra i personaggi di Le donne di mio padre, Agualusa importa Ricardo Rangel, straordinario paladino, con Tempo, il primo rotocalco a colori mozambicano, negli ultimi anni del dominio coloniale portoghese, di un’audace fotogiornalismo di denuncia, ma anche autore di splendidi scatti che raccontano le notti e le donne di Maputo e il mondo del jazz, di cui Rangel – ancora vivo all’epoca delle stesura del romanzo – era una grande appassionato. Tra le pagine fa anche capolino una tartaruga che raggiunge la beatitudine ascoltando Famous Blue Raincoat di Leonard Cohen. E, avendo per le mani un contrabbasso e dei contrabbassisti, Agualusa non riesce a trattenersi dall’attingere ad una serie di freddure diffusissima a livello internazionale fra i musicisti (“che differenza c’è tra un contrabbasso e una bara? Il morto! Nella bara il morto lo trovi dentro…”).
Ma che attiene alla musica non ci sono a ben vedere solo numerosi specifici riferimenti: è la stessa struttura del romanzo che ha qualcosa di musicale. La narrazione si sviluppa attraverso il racconto di diversi protagonisti, con un accostamento polifonico. Non è forse del tutto casuale che uno strumento la cui presenza è ricorrente è il pianoforte, strumento polifonico per eccellenza, lo strumento più “orchestrale” che ci sia. “Non appena finì la radiocronaca del combattimento (l’incontro in cui Joe Louis mette al tappeto Max Schmeling, ndr) si sentì un pianoforte. Allora Faustino si alzò e annunciò: “Da grande voglio fare il pianista””: da questo flash sul giovane Faustino ai rinvii ad Abdullah Ibrahim, alla storia del “pianista senza mani”.
Certo per assicurarsi il godimento che la lettura di Le donne di mio padre riserva, con un andamento che pagina dopo pagina avvince quasi fosse quello di un giallo, non è indispensabile avere dimestichezza con la musica che Agualusa tira in ballo. Ma non è unicamente un apprezzamento più dettagliato della grana della narrazione che una certa confidenza con i riferimenti musicali consente.
In un romanzo in cui – a parte chi vuole sapere chi è il proprio padre – si incrociano personaggi che più o meno consapevolmente cercano un’identità o una ridefinizione di sé, e altri che una identità la camuffano o non tengono comunque particolarmente a rendere nota, ci sono anche, striscianti, interrogativi sull’identità angolana, più in generale dell’Africa uscita dalla colonizzazione e da violenze e drammi collettivi. Non è forse un caso, allora, che Agualusa richiami la nascita della musica popolare urbana angolana. Influenzato dalla cultura brasiliana e dal movimento della negritudine, il sorgere di una coscienza nazionale è contemporaneo in Angola all’emergere della musica popolare urbana moderna, ed è proprio nella musica che l’”angolanità” nascente trova il veicolo di manifestazione più rilevante e diffuso, fin dal periodo in cui la musica patisce ancora i rigori della repressione salazarista: nel ’59 due dei componenti di Ngola Ritmos, il cui repertorio è innervato da sentimenti nazionalistici, vengono arrestati e restano per dieci anni in campo di concentramento. Ma nel corso dei decenni l’angolanità trova espressione attraverso un’identità musicale tutt’altro che rigida e chiusa, che tiene conto di molteplici elementi: il bagaglio di forme delle tradizioni musicali locali, le musiche e le danze del carnevale, la musica congolese e, anche attraverso la sua mediazione, quella cubana, i balli europei, la canzone portoghese, francese, capoverdiana, il merengue dominicano, il samba brasiliano, il soul, il beat, il rock. Fino all’attuale kuduro, così apparentemente lontano dalla logica della “tradizione”: apparentemente, perché fra gli ingredienti la house si è definita a Chicago con un decisivo contributo di musicisti neri, il ragga è uno sviluppo del reggae, e dell’hip hop non c’è bisogno di dire.
Non è forse nemmeno un caso, d’altra parte, che nei suoi riferimenti, spaziando fra ieri e oggi e fra continenti, Agualusa delinei un universo musicale il cui perimetro tiene dentro Capetown e Johannesburg (dal jazz degli anni ruggenti ai Freshlyground, gruppo interrazziale nel frattempo reso popolare a livello internazionale dai recenti Mondiali sudafricani), Maputo, Luanda, Kinshasa (quell’accenno al lingala, “lingua nata per essere cantata”: sono in lingala i grandi capolavori della “rumba” congo-zairese, la musica egemone in gran parte dell’Africa – Angola compresa – dell’era delle indipendenze), Lisbona (con Lura, di origine capoverdiana ed esponente della generazione post-Cesaria Evora), gli Stati Uniti (Walter Page, pioniere dello swing con Count Basie, e Mingus: “Fosse stato americano sarebbe stato Mingus. Ma era angolano, figlia mia. In un certo senso fu più di Mingus. Fu Faustino Manso”), il Centroamerica e i Caraibi (Besame mucho, e Antonio Machin, il bandleader cubano di grande successo in Spagna nei decenni centrali del novecento), il Brasile (dagli anni cinquanta di Cauby Peixoto, uno dei cantanti di maggiore successo di tutta la storia della musica popolare brasiliana, alla contemporaneità di Carlinhos Brown). Una costellazione di riferimenti che è quasi un’allusione alla configurazione – del resto in coerenza con la struttura stessa del romanzo – aperta, polifonica, di un’identità.
“Si discuteva sul contributo dell’arte tradizionale africana nel rinnovamento della pittura europea, il cubismo, la globalizzazione, il gretto nazionalismo culturale di molti nostri intellettuali, che si rallegrano quando vengono a sapere che Pablo Picasso si è ispirato all’arte tradizionale africana, oppure che Bahia comincia a Luanda, ma si irritano perchè alcuni dei nostri gruppi carnevaleschi si ispirano a modelli brasiliani. Io comincio a non avere più la pazienza per questo tipo di discussioni. Tradizioni, dicono, bisogna rispettare le tradizioni. Quali tradizioni? Il Carnevale in Angola lo hanno portato i portoghesi, oltre alla lingua, a Gesù Cristo, al baccalà, alla mandioca, all’olio di palma, al granturco, alla chitarra, alla fisarmonica, al calcio, all’hockey su pista. I portoghesi hanno portato anche la sifilide, la tubercolosi, le pulci e anche il Diavolo. Hanno bruciato le stregone, in auto da fé, facendo nascere una tradizione che continua ancora oggi. Hanno impiantato la tratta degli schiavi e così hanno avviato una serie di altre rispettabilissime tradizioni. Tradizione. Solo la parola mi fa venire i brividi”.
Agualusa preferisce di gran lunga il meticciato: “Quello che penso”, fa dire ad uno dei personaggi, “è che le società creole hanno una naturale vocazione all’allegria. Il meticciato produce allegria come una lucciola produce luce. Il Carnevale, per esempio – nel mondo dov’è che si festeggia il carnevale con più allegria? Avete indovinato? Proprio così: in Brasile, nelle Antille e a New Orleans. A Goa, era nella capitale, Pangin, nel quartiere di Fontainhas, abitato per lo più da luso-indiani. In seguito, i meticci, che il resto della popolazione indiana chiama “i discendenti”, se ne andarono e il Carnevale morì. E in Africa? Risposta: a Luanda, Benguela, Capo Verde, Città del Capo e Quelimane!”.
Nella sua fotografia di Luanda, Agualusa inquadra “bambini che vendono sigarette, chiavi inglesi, batterie, popcorn, lucchetti, cuscini, grucce, profumi, cellulari, bilance, scarpe, radio, tavoli aspirapolveri. Bambine che si vendono sulla porta degli hotel. Bambini che reclamizzano ciondoli, specchi, colla, collane, palloni di plastica, elastici per i capelli. Bambine che trattano capelli biondi, “cento per cento umani”, intrecciati, per extension. Mutilati che ipotecano le protesi. Ambulanti che mercanteggiano papaie, maracuja, limoni, pere, mele, uva succulenta e remoti kiwi”. È un’immagine, in cui, mutatis mutandis, chi ha un po’ di abitudine alle città africane non stenterà a ritrovarsi. Agualusa non indulge né al pittoresco dell’orrido né all’esaltazione di un brulicante vitalismo, né d’altra parte al pietismo, neppure quando racconta la triste storia di Alfonsina. È invece con rispetto che osserva un’umanità che cerca con fatica la propria strada. Ad un certo punto ricorda Kapuscinski: “Una volta qualcuno chiese allo scrittore e giornalista polacco Ryszard Kapuscinski cosa lo avesse impressionato di più in Africa. Kapuscinski non esitò: “La luce!” È così: dove alcuni vedono luce altri colgono solo ombre. Quelli che vedono ombre costruiscono muri per proteggersi”. E la luce che illumina la prospettiva di Agualusa pare essere l’idea della mescolanza di origini e culture, anche come fonte di una più viva qualità antropologica: “Ho cercato di separare i rumori che mi arrivano alle orecchie: l’aria condizionata, le macchine, che passavano veloci e pericolose sulla strada davanti all’hotel, il remoto sciabordio delle onde, una lunga risata. Ogni volta che presto attenzione ai rumori, qui a Luanda, trovo sempre, in poco tempo, una risata”.