Sulla mediocrità di Paulo Coelho, di Héctor Abad Faciolince

Tradotto in 56 lingue, pubblicato in 150 paesi, con oltre 54 milioni di copie vendute, a Paulo Coelho bisogna riconoscere quantomeno una virtù: è una miniera d’oro tanto per se stesso quanto per le case editrici. Nel suo libro di maggiore successo, L’alchimista, un pastore di pecore andaluso viaggia fino alle piramidi di Egitto alla ricerca di un tesoro. Prima di giungere a destinazione incontra il grande mago che possiede i due pilastri della conoscenza alchemica, ossia sa distillare l’elisir di lunga vita e ha fabbricato un uovo giallo, la pietra filosofale, con la cui polvere è possibile trasformare in oro qualsiasi altro metallo.

Durante il viaggio verso le tombe dei faraoni l’alchimista rivela al ragazzo un altro segreto: “Ogni uomo sulla faccia della terra ha un tesoro che lo sta aspettando”. Gli spiega dunque che se non tutti riescono a trovare tale tesoro è perché “gli uomini non sono più interessati a trovarlo”. Temo che molti disgraziati si consolino dando credito a una simile ingenuità. A guardarla per quello che è, non si tratta altro che di una banalità o una pia illusione. Ad ogni modo una cosa la dobbiamo ammettere, cioè che Paulo Coelho senz’altro ha trovato il proprio tesoro, in un certo senso la propria pietra filosofale: la polvere insulsa, rosa e nauseante della sua prosa si trasforma — come per magia — in oro editoriale, in milioni di copie di mediocre intrattenimento editoriale di massa. Ma come ci riesce? E come fa uno scrittore così rudimentale nell’utilizzo del linguaggio, dal pensiero così povero e dagli espedienti stilistici così elementari, ad arrivare a toccare la sensibilità di tante persone?

Non fornirò la risposta più ovvia e immediata, quella che danno tutti: Se Coelho da solo vende più libri di tutti gli altri scrittori brasiliani messi insieme è proprio perché i suoi sono libri sciocchi ed elementari. Se fossero testi profondi, letterariamente complessi, con idee serie e ben elaborate, il pubblico non li comprerebbe, dal momento che le masse tendono ad essere incolte e ad avere un gran cattivo gusto. Ovviamente per vendere milioni di copie c’è, in parte, anche questo, ma ci sono tanti altri brutti libri come quelli di Coelho che non hanno alcun successo, così come, al contrario, ci sono anche diversi libri eccellenti e impeccabili dal punto di vista letterario che si vendono a milioni. Anziché rassicurarci con risposte facili e tautologiche (il volgo è volgare, il marketing vende), è bene esaminare con attenzione i libri di Coelho e non disprezzarli subito con altezzoso snobbismo. Mi sono imposto il compito di leggerli per cercare di scoprire in quali strategie tematiche e narrative possa risiederne lo straordinario successo editoriale.

La prima risposta che mi sono dato, non appena ho iniziato la lettura di alcuni dei suoi libri, è stata che forse Coelho travestiva da mistero e meraviglia vere e proprie sciocchezze. Sentite questa, per esempio: “Era una giornata calda e il vino, per uno di questi misteri impenetrabili, riusciva a rinfrescargli un po’ il corpo”. Ma certo: quale mistero impenetrabile che un liquido disseti! In seguito mi sono reso conto che le sue tecniche narrative non si esauriscono nella mera stupidaggine; hanno un che di più abile e meno grossolano.

Tanto per cominciare, i libri di Coelho sfruttano sagacemente un universale umano: il nostro fascino per i poteri soprannaturali di divinazione e conoscenza. Già Thomas Hobbes nel suo classico Leviatano (1651) metteva in luce l’irresistibile attrazione (e di conseguenza il facile inganno) degli esseri umani verso un qualunque tipo di presagio. È una tradizione molto antica (una comodissima miniera d’oro, una pietra filosofale) sfruttare questa debolezza della nostra psicologia. Copio la sintesi offerta da Hobbes di tali inganni, la quale non solo è precisa ed esaustiva ma appare quale sunto delle tecniche di seduzione esoterica a cui ricorre Coelho nei suoi libri:

“Così si è fatto credere agli uomini che avrebbero trovato la propria fortuna nei responsi ambigui e assurdi dei sacerdoti di Delfi, Delo, Ammone e di altri celebri oracoli: responsi resi deliberatamente ambigui in modo tale da adattarsi ad entrambe le possibilità di un dato argomento […]. Talvolta nei discorsi privi di significato dei folli, che si supponeva fossero posseduti da uno spirito divino: tale possessione veniva denominata entusiasmo e questo genere di predizione di eventi era noto sotto il nome di teomanzia o profezia. Talvolta nell’aspetto degli astri al momento della nascita, cosa chiamata oroscopia. Talvolta nelle loro proprie speranze e timori, la cosiddetta thymomanzia o presagio. Talvolta nelle predizioni dei maghi, che pretendevano di parlare con i morti, cosa che è chiamata necromanzia, scongiuro o stregoneria, e che altro non è che impostura e frode. Talvolta nel volo casuale o nella maniera di cibarsi degli uccelli, detti augurio. Talvolta nelle interiora degli animali sacrificati, che veniva chiamata aruspicina. Talvolta nei sogni; talvolta nel gracchiare dei corvi o nel canto degli uccelli. Talvolta nei lineamenti del volto, detta metoposcopia, oppure nelle linee della mano, la chiromanzia, o ancora in parole casuali, l’omina. Talvolta in mostri o in avvenimenti insoliti, come eclissi, comete, particolari meteore, tremori della terra, inondazioni, nascite premature e cose simili, dette portenta e ostenta, poiché sembravano predire o presagire l’avvento di una qualche grande calamità.
Talvolta nella mera casualità, come a testa o croce, nel gioco di scegliere versi di Omero e di Virgilio e in altri vani e innumerevoli concetti analoghi a quelli citati. Tale è infatti la facilità con cui gli uomini credono a cose cui altri esseri umani hanno dato credito: con garbo e destrezza si può trarre un gran profitto dalla loro paura e dalla loro ignoranza.”

Vediamo in che modo, “con garbo e destrezza”, Paulo Coelho trae profitto dalla nostra credulità, dalle nostre debolezze e dalla nostra ignoranza. Tanto per cominciare mi limiterò a L’alchimista, la sua opera più letta, ma lo stesso procedimento si può ravvisare in altri suoi testi. Il pastore di pecore andaluso, all’inizio della storia, fa un sogno e si reca da un’indovina per farselo interpretare. Che meraviglia: non solo la gitana gli interpreta il sogno (“i sogni sono il linguaggio di Dio”) ma gli legge anche la mano. I sogni del protagonista sono il leitmotiv del libro, ed è tramite essi che poco a poco si approssima al proprio tesoro nel periplo Andalusia-Piramidi-Andalusia.

Affinché un mago acquisti prestigio quale persona in grado di predire il futuro, gli conviene di gran lunga operare il prodigio di indovinare il passato. È questo il passaggio seguente nel libro di Coelho: un indovino scrive sulla sabbia gli episodi più significativi del passato del giovane protagonista, compresa la prima volta che si è masturbato. È bene chiarire che tale intima rivelazione viene espressa con parole ben più caste: “Lesse cose che non aveva mai raccontato a nessuno, come […] la sua prima e solitaria esperienza sessuale”.

Il tono sapiente (ma in fondo di una sapienza falsa) e l’ambiguo linguaggio oracolare si rilasciano a piccole dosi nel corso del libro. Vi copio alcuni esempi: “Quando desideri qualcosa, tutto l’Universo cospira affinché tu possa realizzarla”; “La vita vuole che tu viva la tua Leggenda Personale”; “Tutto è una sola cosa”; “Esiste un linguaggio che va oltre le parole”; “Dio ha scritto nel mondo la strada che ogni uomo deve seguire: devi solo leggere ciò che Lui ha scritto per te”; “Qualunque cosa sulla faccia della terra può raccontare la storia di tutte le cose”. Ma oltre a questo tipo di insegnamenti a buon mercato, di seduzione infallibile nonostante il loro pessimo gusto intellettuale, capitolo dopo capitolo appare anche l’impiego della magia. Così il protagonista, verso la metà del libro, “accompagna con gli occhi il movimento degli uccelli”. Guarda i volatili: “All’improvviso, uno sparviero fece un rapido tuffo nel cielo e attaccò l’altro. Alla vista di questo movimento il ragazzo ebbe un’improvvisa visione: un esercito, a spade sguainate, che entrava nell’oasi”. È il classico augurio, sebbene alquanto grossolano dal momento che anziché decifrare l’enigma del volo degli uccelli al pastore è sufficiente guardarlo per avere delle visioni.

C’è un ulteriore ingrediente a rendere più efficace il ricorso al pensiero esoterico. Per renderlo dottrinalmente inoffensivo e privarlo di qualunque pericolo satanico, Coelho lo combina con dosi adeguate di cristianesimo tradizionale: citazioni della Bibbia, quadri del Sacro Cuore di Gesù, preghiere del Padre Nostro… La maggior parte del pubblico non si sente in peccato a leggere eresie e allo stesso tempo il narratore, facendosi passare per una persona dotata di poteri paranormali (capace perfino di telepatia), lascia intendere di essere anche un buon cristiano, malgrado il suo dilettarsi con la magia.
Questi sono alcuni elementi tematici che aiutano a capire, in parte, il favore goduto da Coelho tra i lettori. Ma oltre all’aspetto tematico è bene individuare anche alcune strategie narrative dell’autore brasiliano. Le sue tecniche per tessere la trama sono tanto elementari da avermi ricordato subito lo studio classico sulle forme canoniche del racconto per l’infanzia. Vladimir Propp, uno dei padri della narratologia, pubblicò a Leningrado il monumentale Morfologia della fiaba (1928). Il merito principale di questo grande lavoro risiede nell’aver trovato alla base degli argomenti superficiali di ogni racconto, tutta una serie di elementi formali ripetitivi. Guardati al microscopio, è possibile scoprire che in ogni fiaba i personaggi, per quanto differenti, compiono sempre le medesime azioni, si vedono coinvolti in situazioni o “motivi” affini. Come segnala Propp, “cambiano i nomi dei personaggi ma non le loro azioni, o funzioni, per cui si può concludere che il racconto attribuisce operazioni identiche a personaggi diversi”.
Non intendo dire che Coelho abbia letto Propp, abbia studiato quali siano le “funzioni” più elementari della narrazione tradizionale individuate dal russo e che con tale ricetta si sia dedicato a scrivere la polvere d’oro dei propri romanzi. Sarebbe troppo sofisticato. La questione è ben più semplice: Coelho impiega, intuitivamente e con una certa destrezza, le strutture più primitive del racconto per l’infanzia. Prendete uno qualunque dei libri di Coelho e vedrete quanto sia facile identificare situazioni come le seguenti, indicate da Propp nella Morfologia: “L’eroe lascia la propria casa”; “l’eroe viene messo alla prova o interrogato”; “l’eroe entra in contatto con qualcuno che gli farà un dono”; “l’eroe riceve un oggetto magico”; “l’eroe cade in disgrazia”; “l’eroe si sposta o viene trasferito nel luogo dove si trova l’oggetto della propria ricerca”; “l’eroe combatte contro un antagonista”; “l’eroe fa ritorno”; “l’antagonista viene punito”; “l’eroe si sposa e sale al trono (oppure ottiene cospicue ricchezze)”.

Inutile stancarvi con esempi dettagliati in cui le storie di Coelho paiono calcare alla lettera tali schemi elementari. Posso assicurarvi che, quanto meno nei suoi primi libri, il brasiliano ripete passo per passo le strutture narrative individuate quasi un secolo fa dal grande formalista russo (e questi sì che sono pronostici: non solo Propp descrisse la tradizione popolare, ma anticipò le ricette di un grande successo editoriale).
I libri più recenti di Coelho, ad esempio l’ultimo, Undici minuti (2003), sono un po’ meno grossolani dei primi titoli che ne hanno consacrato la fama. In questo caso la trama, sorretta da alcuni elementi realisti (per tale romanzo Coelho si è avvalso della testimonianza di alcune prostitute), è meno infantile, meno prevedibile. Ad ogni modo è probabile che l’inevitabile disincanto che sopraggiunge con gli anni abbia fatto sì che quest’ultimo libro di Coelho sia meno ingenuo. Ma il buon gusto estetico e intellettuale è molto difficile da acquisire, per cui Undici minuti (il tempo di durata di un coito secondo Coelho), per quanto meno schematico, è un libro quasi più pacchiano dei precedenti. Non voglio affermare niente che non possa essere dimostrato con citazioni testuali. Di quanti esempi avete bisogno per convincervi dell’irrimediabile pacchianeria di Undici minuti? Potrei usare un numero magico, di quelli amati dagli autori di racconti per bambini, come sette o tre. Per non esagerare mi limiterò a tre momenti:

1. La protagonista (una prostituta brasiliana che lavora in Svizzera, una situazione che già di per sé è di un sentimentalismo da telenovela), incontra un giovane pittore che la invita a casa sua. Lei nota che l’abitazione è grande e vuota, pertanto conclude: “Doveva avere davvero molti soldi. Se fosse stato sposato non avrebbe osato farlo perché c’era sempre gente che guardava. Dunque era ricco e celibe”.

2. Nel lieto fine del romanzo quello stesso pittore si presenta dalla ragazza con dei fiori: “Ralf aveva un mazzo di rose e gli occhi pieni di quella luce che gli aveva visto il primo giorno, mentre la dipingeva”.
Nell’ultima pagina il ricco e celibe si presenta con un mazzo di rose e porta la ragazza a vedere Parigi in una situazione così pacchiana che, per quanto è kitsch, penso che nemmeno Corín Tellado avrebbe osato inserirla in un fotoromanzo. Ma a metà del libro c’è un momento addirittura peggiore:

3. La prostituta fa un regalo al pittore di cui comincia ad innamorarsi. Apre la borsa e cerca la propria penna. Dice: “Possiede un po’ del mio sudore, della mia concentrazione, della mia volontà e adesso te la regalo […] Hai il mio tesoro: la penna con cui ho scritto alcuni dei miei sogni”.
Al di là del ridicolo di tale frase, che è unico, c’è addirittura qualcosa di più inquietante: leggendola uno si immagina che l’autore stia ricopiando qui la propria vita. Mi sembra di vedere la scena: il multimilionario che con tante rivelazioni del proprio estro poetico ha venduto 54 milioni di copie, mostra a una ragazza l’oggetto magico (e fallico) con cui si appresta a conquistarla. Le dice, pensando già al materasso della suite che li aspetta: “Ti regalo il mio tesoro: la penna con cui ho scritto alcuni dei miei sogni”. Deve avere una penna per ogni giornata, per ogni hotel e per ogni viaggio. E c’è qualcosa di ben più triste: di certo alcune vittime, alla pari di migliaia di lettori, si lasceranno conquistare con una frase del genere e una simile lusinga. Ovviamente questa è l’unica cosa che non posso dimostrare di tutto quello che ho detto di Coelho in questo articolo. Quest’ultima immagine è soltanto una supposizione e un’ipotesi senza fondamento, il prodotto di una mente maliziosa; tutto il resto l’ho preso direttamente dai suoi libri.

Héctor Abad Faciolince è un celebre scrittore e giornalista colombiano. In italiano sono stati tradotti tre dei  suoi romanzi: Trattato di culinaria per donne tristi, Sellerio  – Scarti, Bollati Boringhieri e L’oblio che saremo, Einaudi.

 

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Traduzione di silvia rogai

Silvia Rogai vive a Firenze, dove insegna traduzione, lingua e letteratura spagnola. Laureata in Teoria e pratica della traduzione letteraria, ha frequentato la Scuola di specializzazione per traduttori editoriali dall’inglese presso l’Agenzia formativa tuttoEuropa di Torino e ha tradotto in versi due commedie del teatro spagnolo del Siglo de Oro: La serrana de la Vera di Luis Vélez de Guevara, vincitrice della sezione “Opera Prima” del Premio Monselice per la traduzione 2011, e Entre bobos anda el juego di Francisco de Rojas Zorrilla, in corso di pubblicazione. Dottoranda in Lingue e culture del Mediterraneo presso l’Università degli Studi di Firenze, si occupa di ispanistica e traduttologia e collabora con alcune case editrici e agenzie letterarie per servizi di traduzione e redazione.

2 Comments Sulla mediocrità di Paulo Coelho, di Héctor Abad Faciolince

  1. anna

    Il commentatore scrive malissimo non ê riuscito a tenere desta la mia attenzione. Mi pare che abbia scritto che non capisce niente di coelho. Non ne dubito. ..personalmente non sono una fanatica di magia eppure la riconosco nell arte di coelho. Nemmeno il tipo, in preda all acredine ha provato ad indagare sulle ragioni del suo successo andando al di la dei luoghi comuni della masturbazione. ..anche mentale. ..la sua.. .. ,

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  2. Pingback: Paulo Coelho: l'uomo delle banalità - Finzioni

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