Roberto Bolaño – La stella distante della letteratura cilena, di Lina Meruane

Pubblichiamo di seguito un’intervista che  la scrittrice Lina Meruane fece nel febbraio del 1998 per la rivista cilena “Caras” ad un ancora poco conosciuto Roberto Bolaño. Buona lettura.

Fino a poco tempo fa, i suoi scritti giravano solo in circoli di lettura selezionati. Venivano considerati una scoperta, e chi osava consigliarli poteva anche vantarsi di aver letto – come se non bastasse – qualcun altro dei sei libri di narrativa, o uno di poesia, pubblicati da Roberto Bolaño (1953). Solo di recente si cominciano a udire i bemolle delle sue storie, una saga notevole in cui si è accostato – con un linguaggio laconico, un umorismo stravagante cui ricorre anche quando parla, e un particolare senso della tenerezza – alla vita di personaggi segnati dall’insuccesso e da una certa sordidezza che non sfocia nello scatologico.

Il fatto è che la scrittura di questo cileno si è plasmata nel più silenzioso degli esili volontari, dal quale è uscito solo grazie alla sua innegabile originalità. Elogiata dai critici spagnoli, la sua opera ha varcato i confini. La sua è una letteratura difficile da catalogare, perché sovverte la convenzione dei generi e li mescola raccontando storie particolari che riescono a tenere vivo l’interesse. Non è facile neppure fare paragoni con le opere di altri cileni; Bolaño si avvicina più alle invenzioni di Borges, pur stravolgendo le strategie utilizzate da quest’ultimo.

La fama di questo scrittore si è forgiata nell’originalità della sua scommessa. A quarantaquattro anni può prescindere dall’irrequietezza delle grandi città spagnole e dai loro movimenti editoriali: non compare negli antiquati circoli letterari né sui maxischermi dei media. È invece fedele alla sua intensa routine di lavoro mattutino, con una camomilla che fuma accanto al computer, e al paesaggio marittimo di Blanes, nella provincia di Girona, a poco più di un’ora di treno da Barcellona. La seguente intervista si è svolta in questa città.

 

Libri rubati

Bolaño è nato a Santiago ma ha passato l’infanzia in provincia e l’adolescenza a Los Ángeles in Cile. Aveva quindici anni quando i suoi genitori decisero di trasferirsi in Messico, periodo che lui ricorda bene perché coincise con i primi momenti del suo inserimento letterario. «Il mio viaggio a Città del Messico nel 1968 è un fatto cileno» afferma. «Solo a una famiglia cilena del sud può venire in mente, nel 1968, di partire con due adolescenti, io e mia sorella minore, per un paese che non conoscono…»

L’avventura cominciò allora. Tutte le mattine usciva per andare a scuola, ma finiva sempre per vagare nell’Alameda azteca, curiosando nella Libreria de Cristal o in quella Del Sótano in cerca di libri da leggere, o meglio, da rubare. Prendeva “in prestito” moltissimi volumi adoperando diversi stratagemmi: dal nasconderli sotto il giubbotto di jeans al tenerli semplicemente in mano, “esposti alla vista e alla pazienza di tutti i commessi del locale”. Aveva bisogno di leggere per continuare a vivere, perché, come ha detto lui, quei libri lo aiutavano a respirare. «Ma respirare non è nemmeno la parola giusta».

È stato così che è arrivato alla letteratura? è la domanda inevitabile. «Si arriva alla letteratura per caso, come si arriva al sesso: mossi da una sorta di curiosità verso qualcosa che non conosciamo» tenta di spiegare Bolaño con un accento che non sa decidersi fra il cileno, il messicano e lo spagnolo.

La conversazione viene interrotta, e quando la riprendiamo la sua risposta è cambiata radicalmente: «Ho detto che si arriva alla letteratura per caso? No, no, no, alla letteratura non si arriva mai per caso. Mai, mai… (ride). Che sia ben chiaro. È, diciamo, il destino, capito? Un destino oscuro, una serie di circostanze che ti fanno scegliere. E tu hai sempre saputo che il tuo cammino era quello. E io l’ho sempre saputo, sono sempre stato molto fantasioso.»

«Anche molto bugiardo?»

«Bugiardo no, fantasioso. Inventavo storie… come tutti, insomma. Ma questo ci porterebbe a un’altra domanda: si arriva alla letteratura? Come si arriva alla letteratura? Noi arriviamo alla letteratura o è la letteratura che arriva a noi? Capisci? Ci fa arrivare? Ci arriviamo? Ci siete arrivati?» comincia a ridere e insiste «Ci siete arrivati?»

Bolaño continua nel suo delirio personale, interromperlo è impossibile. «È lei stessa a farci arrivare a lei stessa? La letteratura è la Santissima Trinità?»

 

Maestri senza voce

Con gran disappunto dei suoi genitori e chiamato dalla “Santissima Trinità”, a sedici anni questo adolescente inquieto smise di andare a scuola. Non entrò più nelle aule di nessuna istituzione, ma non si considera un autodidatta. «Dire autodidatta è un errore concettuale, io ho letto molto, ci sono stati autori che mi hanno insegnato quello che so.»

Negli anni in cui girovagava per la capitale azteca incontrò un “maestro singolare”: Efraín Huerta, uno dei grandi poeti messicani di questo secolo. Un vate di cui non udì mai la voce: era stato operato alle corde vocali perché aveva un cancro alla laringe, e quando Bolaño cominciò a frequentarlo non poteva già più parlare.

Enrique Lihn, che non conobbe, fu un’altra persona influente nella sua vita: «Non udii neanche la sua voce, ci sentimmo solo per corrispondenza. Le sue lettere, che conservo ancora, erano piuttosto isteriche. La prima diceva una cosa, nella seconda si scusava per quanto aveva detto nella precedente. Ne risultava un uomo molto vitale, piuttosto tormentato. Mi dava l’impressione che il Cile fosse piccolo per lui, anche se ovviamente nessun paese è piccolo per nessuno scrittore. Ma in ogni caso si aveva la sensazione che Lihn non si meritasse il Cile».

La patria era la fantasia di Bolaño, e nel 1972 l’allora poeta cileno tornò provvisto dei soldi guadagnati come giornalista per diversi media messicani. Era in cerca del movimentato panorama che offriva il paese, si spostava fra diverse città, aveva i suoi “traffici” (compravendite) al mercato nero. Quando ci fu il golpe, malgrado la paura (era già stato una volta dietro le sbarre), Bolaño non voleva andarsene.

«Dico davvero. Ogni notte potevano ammazzarti. Non sapevi cosa sarebbe potuto succedere. Ma credo che la mia voglia di non lasciare il Cile abbia avuto a che vedere con il fatto che la rabbia era tanto anfetaminica che tornare in Messico sarebbe stato come perdere una dose.»

«E quindi?»

«Me ne andai perché non potevo resistere… Non c’era altra soluzione che andarsene. Ma fu molto duro, sai? Perché come se non bastasse ero molto innamorato di Pachi Pons… Una ragazza fantastica. A tredici anni leggeva il Satyricon di Petronio e fumava marijuana. Mi piacerebbe molto rivederla. Cazzo! Ho tantissima nostalgia di Pachi Pons. Non avevo nostalgia del Cile, ma di persone come lei sì.»

Nel 1974, Bolaño era già tornato in Messico, e partecipava alla vita culturale del paese. Aveva solo vent’anni quando cominciò a pubblicare “professionalmente” e ben presto fondò un movimento d’avanguardia, l’infrarealismo, insieme a un gruppo di giovani poeti messicani. «Fu Matta a creare l’infrarealismo quando lo espulsero dal movimento surrealista» spiega. «Ma come progetto non approdò mai a nulla.»

«E Roberto Bolaño se lo aggiudicò…»

«Ovvio. Eravamo entrambi cileni, e io ammiro l’opera di Matta. Ero l’unico a conoscerla… Mi disse: “Dunque, infrarealismo!” Esiste ancora, sai? Divenne un gruppo di una quarantina di persone, non solo scrittori, c’erano anche pittori, musicisti… Ma nel nucleo duro eravamo in otto o dieci…»

« …?»

«È tutto vero eh, non è uno scherzo. L’infrarealismo era un gruppo suicida, kamikaze. In meno di un mese avevamo già provocato un odio unanime, il che è difficile, no? Ci odiavano i comunisti, la destra, quelli del PRI, gli snob… tutti ci odiavano.»

«Anche gli anarchici?»

«Eravamo noi gli anarchici! (ride). Incutevamo timore, letteralmente e letterariamente. Arrivavamo alle presentazioni e le interrompevamo; era un gruppo selvaggio, e io un intrattabile. Una faccenda per niente semplice. Non dimenticare che era un cileno a fare queste cose nella vita culturale messicana. I messicani avrebbero potuto accettarle dall’altro fondatore dell’infrarealismo, il mio caro amico, il poeta messicano Mario Santiago, che è appena mancato tragicamente… ma che le facesse anche un cileno esiliato… Un esiliato, che dovrebbe avere rispetto e una gran prudenza e discrezione nel paese che lo accoglie… Ma il fatto è che, ovviamente, per me il Messico era anche il mio paese.»

«Proprio come il Cile?»

«Proprio come il Cile, sì, sì. In ogni caso ora ero cosciente di essere uno straniero… Feci un’antologia che si intitolava Poeti infrarealisti messicani, in cui non mi inclusi. Perché io ero un poeta infrarealista cileno.»

In quegli anni, Bolaño non scriveva ancora in prosa. «E me ne vantavo» assicura. Gli infrarealisti detestavano la prosa, anche se la loro militanza non era neppure la poesia: «Noi infrarealisti eravamo per la maggior parte drogati, o gente che viveva spacciando droga, o di traffici illegali» chiosa.

«Anche lei?»

«No. Io non arrivai mai a vendere droga. Come fondatore dovevo mantenere dei limiti. Ero il più ragionevole degli infrarealisti.»

 

L’”università” delle donne

Nel 1977, Bolaño lasciò il Messico, stufo di tutto ciò che riguardava la letteratura. «Ero completamente letteraturizzato, e all’improvviso arrivai a Barcellona e mi innamorai di quella città spumeggiante… Cominciai nuovi apprendistati. Passai molto tempo senza frequentare gli scrittori e viaggiai parecchio. Ripresi i miei apprendistati, mi curai da una pena d’amore… In realtà, una delle ragioni per cui me ne andai fu che avevo rotto con la mia compagna, la prima ragazza con cui ho vissuto. Me ne andai perché non sopportavo più tutto quell’odio, come si direbbe in una canzone popolare. Se mi fossi fermato in Messico mi sarei impiccato, sapevo che sarei morto. Lo sentivo, lo sentivo davvero. Non ho mai più sofferto tanto come quando mi ha lasciato quella donna di merda (ride, e aggiunge ironico) Che Dio la confonda, maledetta!»

«“Volti di donne anche nella zuppa”, fa un verso che lei cita in una poesia. E inoltre “Amo, anche se poi ululo”. Sembra che nel suo apprendistato debba più alle donne che alla letteratura.»

«Senza dubbio, senza dubbio. Ho imparato dalle donne, tantissimo: è stata un’università per me. “Mi piace molto il verbo amare coniugato dai surrealisti” scrissi da qualche parte.»

«Anche il suo passaggio alla narrativa ebbe a che vedere con le donne?»

«Ma certo! Senza dubbio. La narrativa entra in scena per via di un altro disastro amoroso… (ride). Un disastro amoroso di proporzioni catastrofiche per il quale capisco che o scrivo una poesia di cinquemila versi o scrivo in prosa. E davanti alla disgiuntiva, ho preferito scrivere un racconto.»

Il suo primo romanzo – Consigli di un discepolo di Jim Morrison a un fanatico di Joyce – lo scrisse nel 1984, in collaborazione con Antoni García Porta. Il libro gli valse il primo di molti premi letterari spagnoli, che gli aprirono le porte delle case editrici in Spagna. Anche se, assicura, «all’inizio, quando sei disperatissimo e hai bisogno di soldi, cazzo! vincere un concorso è economicamente molto più utile che pubblicare con Seix Barral, per esempio. Lo ricevi come una manna.»

«Vincere premi regala una certa sicurezza? »

«No. Io non ho mai creduto nella sicurezza. Figurati, ora ho una critica eccellente, sono pubblicato da una delle migliori case editrici di lingua spagnola. Ma quando ho finito di scrivere il romanzo che ho appena terminato, beh, ero insicuro come nel 1980. Credo che sia sempre così, neppure lo scrittore che vince il Nobel prova sicurezza. Non c’è nulla che ti dia sicurezza, ogni volta è come nel mito di Sisifo: bisogna spingere su quella maledetta pietra ancora e ancora, capisci? Quella cazzo di meta è sempre più alta, più scoscesa, più lontana.»

 

La nazionalità mentale

La meta letteraria è lontana, ma meno di quanto sembri nel caso di Roberto Bolaño, che nel corso della vita ha esercitato diversi mestieri provvisori, dalla guardia notturna al commerciante a Girona, senza mai lamentarsene. Ma da sei anni a questa parte può dire di vivere di sola letteratura. Ancora una volta letteraturizzato. E con la critica che attualmente sulla prestigiosa rivista Quimera lo esalta come “uno degli scrittori latinoamericani più apprezzati in Spagna”.

Bolaño prosegue imperterrito, ringrazia per il giudizio e, fatta eccezione per Parra – poeta che ammira –, per alcuni racconti di Jorge Edwards, per Diamela Eltit, la cui produzione considera magnifica, e per la figura di Pedro Lemebel, cronista irriverente, evita di esprimersi riguardo agli scrittori contemporanei cileni ancora vivi che non conosce personalmente e i cui libri non gli sono capitati fra le mani. «Non li ho letti, neanche uno. Se vuoi puoi chiedermi degli scrittori morti…» Bolaño mi domanda di loro e dei loro scritti, mosso da una curiosità non dissimulata, da un interesse legato all’invito a venire alla Fiera del Libro di quest’anno.

«Verrà in Cile a novembre, per il lancio di La pista di ghiaccio

«Tornare in Cile? Sì, ora che me lo dici, forse non sarebbe una cattiva idea. Mi piacerebbe molto…! Anche se ho un po’ paura di volare, sai? E questo mi limita parecchio. Per questo ultimamente viaggio poco… Sono ventiquattro anni che me ne sono andato dal Cile. Già ventiquattro? Quanto tempo! Non sono mai tornato…»

«Che tipo di relazione ha mantenuto allora con il paese, per sentirsi tuttora così tanto cileno?»

«Una relazione mentale. Una profonda relazione platonica con alcuni periodi, il 1972, il 1973… Ma è un Cile molto vivo nella mitologia della mia memoria. Non è una relazione con il Cile attuale, coniugato al presente. È un Cile setacciato dai ricordi.»

 

Una professione molto pericolosa

Il materiale che ha registrato nella memoria è quello che Bolaño usa al momento di scrivere, molto calmo e concentrato nel suo appartamento di Blanes, in cui si è sistemato non lontano dalla casa di sua moglie, la catalana Carolina López, e di Lautaro, il loro unico figlio. Ha con sé soltanto un cellulare. Per ora preferisce tenersi al margine delle comunicazioni virtuali, e ancorarsi nella sua disciplina di scrittura mattiniera.

«Ha pubblicato cinque libri di poesie, eppure è conosciuto come narratore. Ha abbandonato definitivamente i versi?»

«No, non ho abbandonato la poesia. Entro breve riunirò tutte le mie poesie e le farò pubblicare. Adesso scrivo più narrativa per una questione puramente… eh… (si ferma a pensare). A dire il vero non lo so. Il fatto è che la poesia è molto più difficile della prosa.»

«In che senso?»

«L’atto di scrivere una poesia implica un impegno del poeta non solo con ciò che è stato scritto, ma anche con ciò che è stato detto. Il poeta rischia sempre molto più del prosatore. Il poeta rischia in ogni momento, di solito la vita. E credo che anche un buon prosatore rischi la vita in ogni momento. Scrivere, fare letteratura, è una professione di quelle molto pericolose.

«Si ha la sensazione che da un romanzo all’altro lei abbia rischiato sempre di più. Da La letteratura nazista in America alla sua prossima pubblicazione, I detective selvaggi, ha massacrato pesantemente molti scrittori…»

«Ma quando parlo di rischiare non mi riferisco al massacrare nessuno. In realtà, le mie prese in giro di alcuni scrittori sono soltanto ciò che Enrique Lihn chiamava scherzi da liceali. In Messico si chiamano, con un termine peggiorativo, chingaqueditos. Qui in Catalogna si chiamerebbero putetas. È una cosa che mi terrò per tutta la vita. A me piace fare piccole puttanate in letteratura, in senso rabelesiano.

«Carnevalesco?»

«La satira rabelesiana, la satira fine a se stessa. Per farmi una risata o, come direbbe Parra, per “mandare affanculo la pazienza”. Ma io credo che il mio rischio in letteratura risieda più nella forma. Sì. Il mio lavoro è pieno di minuscoli spunti, di personaggi che compaiono in posti diversi, a volte come protagonisti, altre volte come riferimenti che fanno sì che diventino altri personaggi. Il mio lavoro è come un campo minato. Ora, l’abilità sta nel fatto che per accedere al racconto non è necessario accorgersi che si sta camminando su questo campo pieno di mine. Sono mine che esplodono, oppure che si rivelano solo a colui che le sta cercando. Ma in tutta la mia letteratura, se cerchi le mine, ne trovi a palate, davvero a palate! Ci sono delle piccole chiavi per decifrarle. La letteratura nazista in America è piena di questi giochi, capisci? Al punto che potrebbe essere meglio non cercare neppure le mine, per non rischiare di impazzire. Ecco il mio piccolo gioco formale, in cui rischio nella forma e per il mio piacere personale.»

«Il romanzo Stella distante nasce dalla continuazione dell’ultimo frammento di La letteratura nazista in America. Continuerà a ripetere questo schema?»

«No. Il piano generale è molto più simmetrico e molto più complesso. Da La letteratura nazista in America deriva Stella distante. Stella distante è il siamese, il siamese velocissimo e letale di La letteratura nazista… che è un siamese grasso, lento e impacciato: una mole enciclopedica, di una calma bestiale… Poi vengono i racconti di Chiamate telefoniche. Punto. Da I detective selvaggi, un libro che triplica La letteratura nazista…, nasce un altro romanzo, quello su cui sto lavorando ora… E dopo Amuleto dovrebbe venire un’altra raccolta di racconti, in cui ci sono entrate e uscite rispetto al corpus principale, ma che non ne sono totalmente dipendenti come avviene nel caso del romanzo.»

«Fin qui si ha l’impressione che abbia utilizzato una strategia borgesiana, quella di diventare una sorta di biografo di scrittori fittizi…»

«No. Non sono fittizi. Per prima cosa, non mi piacerebbe affatto diventare il biografo di nessuno, neanche di me stesso. E una cosa è certa: io non scrivo mai di cose irreali. Io tutto quello che scrivo l’ho vissuto. Come Nerval, che diceva che solo lui parlava di cose reali. Sembra pedante e da gradassi, ma è la pura verità.»

«Può affermarlo anche nel caso di La letteratura nazista…, una saga di profili di scrittori con tendenze fasciste?»

«Sì, sì, sì.»

«Ma così tanti! Com’è possibile?»

«Non l’ho vissuto personalmente, no? Però mi risulta che sia tutto vero.»

«Allora possiamo escludere che la sua scommessa sia borgesiana come sembra.»

«Io adoro Borges! Io vivrei sotto la scrivania di Borges, leggendo ogni pagina di Borges. Borges per me è, per dirlo con parole borgesiane, un autore felice. Capisci? Ma ciò che mi muove è una cosa molto più selvaggia di quella di Borges. Purtroppo, direi, perché io vorrei essere una persona molto più tranquilla. Starei molto meglio, di sicuro, eppure no. La mia vita è stata infinitamente più selvaggia di quella di Borges…»

«Mi riferivo alla sua proposta letteraria.»

«La mia proposta letteraria è legata direttamente alla mia vita. La mia proposta letteraria è la mia vita. In questo senso riprendo quel che dicevo a proposito della poesia e del rischio. La proposta letteraria, la poesia del poeta, è il poeta stesso. Sempre, sai? Sempre.»

Lina Meruane

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Traduzione di Thais Siciliano

Laureata in Traduzione all'Università di Torino con una tesi su Alejo Carpentier, subito dopo la laurea ha cominciato a tradurre romanzi e saggistica dallo spagnolo e dall'inglese per diverse case editrici. È una lettrice vorace e instancabile e gestisce i blog Diario di una traduttrice editoriale (http://diariodiunatraduttrice.wordpress.com) e Solo libri belli (http://sololibribelli.wordpress.com), oltre a collaborare con il service editoriale La Matita Rossa e con il blog Libri in Metro. Attualmente si divide fra Pavia, dove vive, e Torino, dove insegna inglese in una scuola superiore, ma non ha ancora abbandonato il sogno di vivere di sola traduzione.

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