Ricordo di Antonio Tabucchi

Per ricordare Antonio Tabucchi, scomparso il 25 marzo 2012, abbiamo deciso di pubblicare un’intervista realizzata da Pascual Vera e pubblicata nel 2008 in una rivista (Campus) dell’università di Murcia, ripresa poi da diversi giornali portoghesi. Parlare di letteratura spagnola, portoghese e italiana ci è sembrato il modo migliore per salutare l’autore di Notturno indiano.

 traduzione di Osvaldo Esposito 

Lei è un amante della letteratura spagnola. Cosa ne pensa del panorama attuale?

Ho difficoltà a parlare dell’attualità. Preferisco parlare dei morti, che non si lamentano mai. Se parliamo, però, degli scrittori di oggi, ho due grandi amici che stimo molto: Enrique Vila Matas e Manuel Rivas. Degli altri non parlo, perché non li conosco personalmente. Di Enrique ammiro il suo modo molto moderno di narrare, la sua grandissima immaginazione, la capacità di falsare la realtà per arrivare a una realtà parallela, più profonda, che a volte segue la realtà visibile. Di Manuel Rivas ammiro l’impegno, il coraggio e anche il suo modo molto poetico e molto lirico di raccontare che lo rende un narratore speciale.

È noto il fascino che l’opera di Fernando Pessoa ha esercitato su di lei…

In realtà questa fascinazione è stata mitificata. Io sono un portoghese adottivo e i portoghesi spesso mi chiedono di Pessoa. Sono anche un professore di letteratura portoghese e un filologo. Ho tradotto e ho scritto saggi su Pessoa, ma ho scritto anche su tanti altri scrittori che sono finiti nella mia valigia di scrittore. Pessoa mi ha sempre affascinato molto perché è un grande narratore che ha scritto poesia. La sua opera è una commedia umana, ma i suoi personaggi sono poeti. L’alterità, l’invenzione dei personaggi, appartiene all’idea stessa di letteratura. Lo hanno fatto prima di lui anche Cervantes, Shakespeare, Balzac…

E quali altri scrittori ci sono nella valigia di Tabucchi?

Per esempio Conrad, e anche molti poeti, rileggo spesso Emily Dickinson, Pirandello, Borges lo leggo di continuo… E anche, ovviamente, Fernando Pessoa che mi sembra uno dei geni del XX secolo, una delle principali figure del Novecento. Pessoa è un universo.

A parte questa valigia di scrittori che lei si porta dietro, cosa hanno in comune tutti i libri di Tabucchi?

Probabilmente hanno un DNA simile, ma io non sono in grado di trovarlo. Per osservare le proprie opere è necessario un microscopio che l’autore non possiede mai. Si osservano meglio dall’esterno. I critici dicono che i miei temi sono l’erranza, l’inquietudine, i personaggi che hanno una vita incompleta, i vagabondi della vita, i perplessi. Credo che nella mia opera ci siano molti personaggi simili, sebbene in situazioni diverse.

E cosa c’è di Antonio Tabucchi nell’opera di Tabucchi?

Non ho mai scritto usando un io autobiografico, non sono mai stato un personaggio dei miei romanzi, ma, inevitabilmente, i personaggi finiscono con l’assomigliare al loro autore. Tra loro c’è una somiglianza, perché lo scrittore mette sempre qualcosa di sé nei propri personaggi. Cervantes, d’altronde, diceva che lui era Don Chisciotte e Sancho Panza.

Cosa pensa che la letteratura possa dare a un mondo come il nostro, pieno di fretta, che sembra incompatibile con il ritmo lento che la letteratura presuppone?

La letteratura, oggi, ha il ruolo che ha sempre avuto: offrire un modo diverso di vedere le cose. La telecamera ci rimanda delle immagini, ma la telecamera guarda solo dritto davanti a sé, non può girare l’angolo, la letteratura, invece, gira, vede cosa c’è dietro l’angolo, riesce a vedere più lontano di quanto noi siamo in grado di guardare.

Uno dei suoi ultimi romanzi è riconducibile al genere epistolare, come anche uno degli ultimi romanzi di Molina Foix che, in Spagna, ha riscosso molto successo. Le nuove tecnologie ci permettono di comunicare più rapidamente ma, forse, le lettere ci permettevano di farlo in maniera più profonda.

Senza dubbio. Gli SMS e le altre nuove modalità di comunicazione sono sintetiche per forza di cose. Non credo, però, che stiamo andando verso la fine del genere epistolare. Quando abbiamo qualcosa di profondo da dire, scriviamo una lettera. Se muore il padre di un mio amico, non gli mando un SMS, gli scrivo una lettera dicendogli che conoscevo suo padre, dicendogli che capisco il dolore che provoca una perdita, oppure gli descrivo la nostra infanzia insieme e i ricordi comuni di suo padre. Non so se in futuro i sentimenti umani si potranno limitare a un SMS: un sentimento circoscritto a un SMS? Spero proprio di no.

La sua relazione con il cinema è stata stretta e intensa dal momento in cui Sostiene Pereira è stato adattato per il grande schermo. A me è parso un buon adattamento.

Sono d’accordo.

Pensa che il cinema sia complementare all’opera letteraria, che contribuisca a farla comprendere con un altro linguaggio, oppure pensa che la tradisca?

Io credo che quando un libro diventa un film è un’altra cosa, è un altro linguaggio, è un’opera assolutamente indipendente. Sarebbe poco intelligente da parte di uno scrittore andare al cinema per vedere un film basato su una sua opera e, accorgendosi che il film non è quello che lui ha scritto, sentirsi tradito.

E, invece, cosa ha dato la letteratura al cinema?

Il cinema ha bisogno della letteratura, perché ha bisogno di una struttura narrativa, e spesso la cerca nella letteratura. È una relazione molto intensa.

Come mai i suoi romanzi attirano tanto i registi?

Alcuni cineasti dicono che i miei romanzi sono molto “visivi”. Fernando Lopes, il regista portoghese che ha girato Il filo dell’orizzonte, ha scritto un articolo su questa caratteristica dei miei romanzi. Diceva che il mio modo di narrare è apparentemente molto cinematografico ma che, quando poi si prova ad adattare per il cinema una mia opera, diventa tutto molto difficile. Il fatto è che il mio modo di narrare è pieno di lacune, di salti, e questo è complicato per un regista. Il cinema non tollera i buchi, deve riempirli. L’immagine ha bisogno dell’immagine, non del vuoto. Un lettore riempie i vuoti con la sua immaginazione. Requiem è stato adattato da Alain Tanner. Nel mio racconto c’è un incontro che, poi, è una grande attesa del fantasma di una donna da parte di un uomo che l’ha amata. Quel giorno i vivi e i morti si ritrovano sullo stesso piano, e quando sta per succedere, io volto pagina e questo il cinema non lo può proprio fare. Tanner ha risolto bene questo problema, perché ha introdotto una danza, un valzer molto malinconico in cui entrambi i personaggi ballano come in un sogno.

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