Introduzione di Emiliano Monge a Scritti Apolidi

“In ognuna delle parole che scrivo passa il filo del tempo, il mio tempo, la trama della mia vita, che altri decifreranno come il disegno nel tappeto.” Scritti apolidi, n° 115

Il 22 Aprile del 1978, di notte, lo scrittore peruviano Julio Ramón Ribeyro scrisse nei suoi diari, pubblicati in seguito con il titolo La tentación del fracaso: “Rilettura degli Scritti apolidi, sia quelli che pubblicò Tusquets che quelli che pubblicherà Milla. Ho probabilmente dato il meglio di me. Ce ne sono alcuni che mi sorprendono e mi emozionano perché non so come sono nati né perché li ho formulati così. Sono testi che mi superano, voglio dire che sono migliori di me. Credo che in quel libro, in certi momenti, sono andato al di là dei miei stessi limiti”.
Il 22 Aprile, dobbiamo ricordarlo, è uno degli ultimi giorni di cui Ribeyro tiene traccia nei suoi diari; infatti, il 1978, è l’ultimo anno che La tentación del fracaso registra. Le parole scritte allora non sono quindi frutto di un impulso momentaneo né di una lettura febbrile, sotto il pungolo della sindrome della fine dell’opera o della sindrome della recente pubblicazione. Sono parole annotate da uno scrittore che passa in rivista la sua vita e la sua opera, parole, come tutte quelle dell’autore dei Genietti della domenica, scarne, acute e profondamente autocritiche.
Pochi scrittori sono stati così autocritici e duri con se stessi e con i propri scritti come Ribeyro, del quale è possibile ammirare la sofferenza vitale ed estetica in tutte le pagine dei diari di cui abbiamo parlato: nessuna delle sue opere pubblicate (come neppure nessuna di quelle che mai pubblicherà) è esente da un giudizio lapidario, dal dubbio, dalla paura, dalla certezza, dal pentimento. La tentación del fracaso è, in un certo qual modo, il negativo della vita e dell’opera di Ribeyro, i progetti segreti del suo mondo e della sua letteratura, dei progetti che ci permettono di vedere al di là di ciò che leggiamo quando leggiamo Ribeyro, che lasciò il Perù appena maggiorenne per non tornarci mai più fino a sentire la morte vicina.
È per questo che l’annotazione del 22 aprile 1978 risulta fondamentale: perché in nessuna delle quasi 700 pagine dei suoi diari, Ribeyro si mostra compiaciuto o sorpreso del suo talento. In nessun’altra pagina del negativo della sua vita Ribeyro si mostra come un uomo orgoglioso. La domanda allora è: perché gli Scritti apolidi generano nell’autore de La palabra del mudo, volume monumentale che riunisce la totalità dei suoi racconti (scritti quasi tutti in Europa, dove l’autore si guadagnò da vivere come giornalista e ambasciatore onorario presso l’Unesco), questo sentimento e questa opinione, sentimento e opinione che, alla fine della vita, paleserà solo un’altra volta parlando di uno dei suoi racconti: Silvio en el rosedal?
La risposta è molto più semplice di quel che sembra: Julio Ramón Ribeyro, che come lettore preferiva i diari, le memorie, i brani e le raccolte di aforismi, nonostante fosse un lettore vorace di romanzi e racconti e nonostante sia stato un narratore straordinario, ha sempre preferito, come creatore, i testi non narrativi. E quest’opinione, che non avrebbe nessuna importanza se fosse solo mia o se fosse unicamente l’opinione dei suoi biografi e critici, diventa inappellabile quando la leggiamo dalle sue stesse parole: La tentación del fracaso, ancora, chiarisce che per Ribeyro gli Scritti apolidi, La caza sutil, Dichos de Luder e i diari menzionati furono sempre superiori ai Genietti della domenica, a Cambio de guardia, Crónica de San Gabriel e incluso a La palabra del mudo, tanto nella pianificazione come nella scrittura e nella pubblicazione.
Perché Julio Ramón Ribeyro, il massimo esponente della generazione conosciuta in Perù come “Generazione del ‘50”, ha saputo solcare le acque della narrazione solo sulla barca del dubbio: ogni racconto, ogni romanzo, ogni opera di teatro, sono stati per lui un supplizio e una battaglia persa. Tanti erano i suoi dubbi nei confronti del narrare, che in ogni nuovo testo reinventava tutto il suo lavoro: dalla voce narrante fino ai paramenti più effimeri della poetica. Ed è ora utile ricordare che per l’autore delle opere di teatro Atusparia e Santiago, el Pajarero, il dubbio era sinonimo di sofferenza, del vivere tentato dal fallimento. Così lo lascia intravedere nella seconda annotazione degli Scritti apolidi:

“Il dubbio, che è segno di intelligenza, è anche la tara più nefasta del mio carattere. Mi ha permesso di vedere e di non vedere, di agire e di non agire, mi ha impedito di formarmi solide convinzioni, ha ucciso perfino la passione e alla fine mi ha dato del mondo l’immagine di un vortice nel quale affogano i fantasmi dei giorni, senza lasciare nient’altro che briciole di avvenimenti insensati e un vano e immotivato gesticolare.”

Per sentirsi padrone della sua arte, quando scriveva, Ribeyro doveva distanziarsi dal dubbio. E per riuscirci doveva estirpare il gene della narrazione dal suo lavoro: solo allora, allontanando da sé il calice della trama, Ribeyro si sentiva sicuro, libero e potente. Senza i lacci della forma, che per lui erano catene, assicurato unicamente alle ancore del fondo, il massimo esponente del Realismo Urbano e uno dei pilastri su cui si ergerà l’edificio del Boom latinoamericano (edificio dove lui non volle mai entrare né volle occupare e in cui non mise mai piede) diveniva capace di navigare e domare i sette oceani del mondo: sulle acque dell’essay, la sua imbarcazione era governabile e lui era il capitano dell’imbarcazione.
E come ogni buon capitano, Ribeyro, ormai non più un navigatore insicuro, procedeva seguendo principi categorici, quasi monolitici: nell’arte dei testi non narrativi, Ribeyro ritrovava l’aroma della sicurezza e della certezza, come chiarisce la mattina di un altro 22, nel marzo del 1977, sempre ne La tentación del fracaso:

La vera opera deve partire dall’oblio o dalla distruzione (trasformazione) della persona dello scrittore. Il grande scrittore non è colui che passa in rassegna in modo veridico, dettagliato e penetrante il suo vissuto, ma chi si trasforma in filtro, nella trama, attraverso cui passa la realtà e si trasfigura.

È chiaro, quindi, che per Ribeyro, Julio Ramón era migliore come saggista che come narratore, migliore come scrittore di aforismi che romanziere, migliore come scrittore di diari che drammaturgo. E allora, perché di tutta le sue opere non finzionali, l’autore peruviano preferisce gli Scritti apolidi? Perché, quindi, asserisce che questi sono la cosa migliore che ha fatto? Anche questa risposta è molto semplice, anche se il suo autore non poteva vederla: perché come La tentación del fracaso è il negativo dell’opera e della vita di Ribeyro, gli Scritti apolidi sono la sua espressione più pura, la sua condensazione quasi perfetta: le diapositive della sua esistenza e della sua arte, il rullino che Ribeyro avrebbe mostrato al suo funerale.
Gli Scritti apolidi, queste immagini minuscole scritte a cavallo tra l’aforisma, la divagazione, la domanda esistenziale e la sentenza, sono, infatti, la fusione di opera letteraria, pensiero e vita vissuta che sognava il Ribeyro scrittore come anche il Ribeyro lettore e il Ribeyro persona. E sono, per questo, il raggiungimento involontario e insperato dell’ideale a cui tanto ambiva e che così chiaramente esponeva nella nota 149 di questi testi:

“Immaginare un libro che sia dalla prima all’ultima pagina un manuale di saggezza, una fonte di gioia, uno scrigno di sorprese, un modello di eleganza, un tesoro di esperienze, un esempio di condotta, un dono per gli esteti, un enigma per i critici, una consolazione per gli sfortunati e un’arma per gli impazienti. Perché non scriverlo? Sì, ma come? E a che pro?”

Difatti, senza accorgersene, Ribeyro, scrivendo il libro dove teorizza il libro perfetto, lo scrisse. Perché Scritti apolidi è un manuale di saggezza:

“Proprio per questo, il membro di una tribù primitiva che possiede il mondo in dieci nozioni basilari è più colto dello specialista di arte sacra bizantina che non è capace di friggere due uova.”

Un fonte di allegria:

“I conquistadores trovarono in America ciò che cercavano: oro in quantità mai viste, grandi estensioni di terre fertili, schiavi che hanno lavorato al loro servizio per secoli. Trovarono anche molte cose che non cercavano e che modificarono il regime alimentare dell’umanità: la patata, il mais, il pomodoro. Ma gli sconfitti gli rifilarono di contrabbando un altro prodotto che rappresentò la loro vendetta: il tabacco. E continuarono ad avvelenarli per il resto della loro storia.”

Un dono per gli esteti:

“In alcuni casi, come nel mio, l’atto creativo è basato sull’autodistruzione. Tutti gli altri valori – salute, famiglia, futuro eccetera – restano subordinati all’atto di creare e perdono ogni validità. L’improrogabile, il primordiale, è il rigo, la frase, il paragrafo che uno scrive, che diventa così il depositario del nostro essere, nella misura in cui implica il sacrificio del nostro essere. Ammiro pertanto gli artisti che creano in accordo con la propria vita e non contro la propria vita, i longevi, autentici e allegri, che si nutrono della loro stessa creazione e non ne fanno, come me, ciò che si sottrae a quanto ci era dato di vivere.”

Un enigma per i critici:

“Un solo brano di Flaubert, ma che dico, una sola delle sue metafore, ha il potere di durare più di questi impegnativi lavori.» Perché? Posso solo tentare una spiegazione: i critici lavorano con i concetti, gli artisti con le forme. I concetti passano, le forme restano.”

Un conforto per gli sventurati:

“Passeggiamo come automi per città prive di senso. Passiamo da un sesso all’altro per giungere sempre alla stessa dimora. Diciamo più o meno le stesse cose, con leggere varianti. Mangiamo vegetali o animali, ma non più di quelli disponibili, nessuno ci servirà mai l’Uccello del Paradiso o la Rosa dei Venti. Ci vantiamo di avventure che un calcolatore ridurrebbe a dieci o dodici situazioni ordinarie. Dunque la vita, a causa della sua monotonia e contrariamente a quanto si dice, sarebbe troppo lunga? Che importanza ha vivere uno o cent’anni? Come il neonato, non abbiamo niente da perdere. Come il centenario, non c’è niente che potremo portare con noi, né i vestiti sporchi, né il tesoro. Qualcuno lascerà un’opera, è vero. Sarà pubblicata in una bella edizione. Poi diverrà curiosità di qualche collezionista. In seguito la citazione di un erudito. Infine poco meno di un nome: un’ignoranza.”

Un’arma per gli impazienti:

“Nella catena biologica o, per la precisione, nell’evoluzione dell’umanità, siamo un lampo, anzi, nemmeno quello, un sussulto, ancora meno, un sasso che cade in un pozzo, qualcosa di ancora più insignificante, un riflesso, un soffio, un granello di sabbia, niente che emerga dalla massa o dall’indifferenza. Da tale prospettiva non conta l’individuo, ma la specie, unico agente attivo della storia. Prima o poi essa dovrà essere scritta senza citare un solo nome, che sia di imperatore, artista o inventore, perché ognuno di questi è il prodotto di tutti coloro che lo hanno preceduto e il germe di quelli che gli succederanno. La nozione di individuo è una nozione moderna, che appartiene alla cultura occidentale e si è radicalizzata dopo il Rinascimento. Le grandi opere della creazione umana, siano esse libri sacri, poemi epici, cattedrali o città, sono anonime. L’importante non è che Leonardo abbia prodotto La Gioconda, ma che la specie abbia prodotto Leonardo.”

La cosa incredibile, quindi, non è che Ribeyro, con i suoi Scritti apolidi, abbia scritto il libro perfetto: il libro sognato, ma che la specie, la nostra specie in rovina, abbia prodotto Julio Ramón Ribeyro.

Emiliano Monge è uno scrittore messicano. Il suo ultimo libro è “Cielo arido” Premio Jaén de Novela 2012, uscito in Italia nella traduzione di Natalia Cancellieri per laNuovaFrontiera nel 2013.

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Traduzione di elisa tramontin

Elisa Tramontin è nata a Belluno, ma vive e lavora a Roma. Laureata in Lingue e Letterature Straniere a Bologna, dal 2005 collabora con diverse case editrici e si occupa di traduzione e sottotitolazione di film e documentari. Per laNuovafrontiera ha tradotto Mario Benedetti, Fernando Aramburu, Antonio Dal Masetto, Lucía Puenzo, Sergio Álvarez e Valeria Luiselli.

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