Ribeyro nella sua ragnatela, di Alejandro Zambra

“Ogni scrittore ha il volto della sua opera”, pensava Julio Ramón Ribeyro, ma non è facile determinare il volto di Ribeyro, perché il suo aspetto cambiava molto da una foto all’altra: i capelli lunghi o corti o di media lunghezza, con o senza sigaretta, con o senza baffi, un gesto serio, un lieve sorriso o una risata improvvisa. È come se avesse deciso di depistare i curiosi con rudimentali travestimenti.
Il volto di Ribeyro è il volto di uno studente di giurisprudenza che disprezzava l’avvocatura, quello di un abitante di Lima che voleva vivere a Madrid, che a Madrid sognava di andare a Parigi, che a Parigi aveva nostalgia di Madrid e così via, a seconda degli amori e delle borse di studio, e soprattutto in cerca di tempo da perdere scrivendo, nella solitudine di Monaco, di Berlino, o di Parigi, di nuovo, per un lungo periodo.
Il volto di Ribeyro è il volto di un solitario che accumulava bicchieri sporchi e gettava la cenere dal balcone. Il volto di Ribeyro è il volto di un eterno convalescente nato nel 1929 e morto nel 1994, due anni dopo aver dato il via alla pubblicazione di La tentación del fracaso, il meraviglioso diario che scrisse nel corso di più di quattro decenni.

“Era forse la persona più timida che abbia mai conosciuto” ha detto Mario Vargas Llosa, lo scrittore meno timido del Perù. Enrique Vila-Matas, invece, quando conobbe Ribeyro ammutolì, e non per l’ammirazione, ma semplicemente “a causa del panico che la mia timidezza e la sua avevano provocato in me”. Ribeyro era un timido che credeva che i peruviani fossero timidi: “Temiamo il ridicolo in modo malsano; il nostro gusto per la perfezione ci conduce all’inattività, ci costringe a rifugiarci nella solitudine e nella satira”, scrive nel suo diario.

“La mia vita non è originale né tantomeno esemplare, e in fin dei conti non è altro che una delle tante vite di uno scrittore di classe media nato in un paese latinoamericano nel ventesimo secolo”, dice nella sua “Autobiografia”.
Anche nelle pagine più intime del suo diario persiste un tono impersonale, che lo mantiene al sicuro dall’esibizionismo e dall’aneddotica. Ribeyro scrive per vivere, non per dimostrare di aver vissuto. Un frammento del 1977 è rivelatore in questo senso: “La vera opera deve partire dall’oblio o dalla distruzione (trasformazione) della persona dello scrittore. Un grande scrittore non è colui che registra in modo veritiero, dettagliato e penetrante la propria esistenza, ma colui che si trasforma nel filtro, nella trama, attraverso la quale la realtà passa e si trasfigura.”

Ribeyro è stato un grande scrittore?
Nonostante gran parte del suo diario sia tuttora inedita (l’ultima edizione di Seix Barral arriva fino al 1978), la lettura di La tentación del fracaso rivela che Ribeyro è uno dei più grandi diaristi della letteratura latinoamericana. I suoi racconti, nel frattempo, gli valsero ben presto il titolo di “miglior autore di racconti del Perù” (anche se non mancò il burlone che lo definì “il miglior scrittore peruviano del diciannovesimo secolo”). In un’annotazione del 1976 giudica, con disincanto, il suo destino letterario: “Scrittore discreto, timido, laborioso, onesto, esemplare, marginale, intimista, limpido, lucido: ecco alcuni degli aggettivi che mi ha attribuito la critica. Nessuno mi ha mai chiamato grande scrittore. Perché sicuramente non sono un grande scrittore”.
Gli piaceva presentarsi come un narratore di terza categoria che un paio di volte era riuscito a segnare un goal magnifico. Ma negli ultimi anni della sua vita giocò a stadio pieno, accogliendo con gentilezza le pressioni dei suoi ammiratori.

I racconti di Ribeyro si prestano a essere sfogliati, riletti, al ritmo dei viaggi in metro e delle inconfessabili parentesi sul lavoro. È difficile tornare a lavorare dopo aver assorbito le pennellate che Ribeyro preparava con pazienza, sulla scia di quella “emotività sobria” di cui parla Bryce Echenique.
Negli anni Settanta e Ottanta, i racconti di Ribeyro circolarono con il titolo La palabra del mudo, che alludeva alla rappresentazione degli emarginati, ossia ai personaggi ribeiriani per eccellenza: deboli, sopraffatti dal presente, vittime della modernità. Come ha osservato ancora Bryce Echenique, nei suoi racconti Ribeyro appare come un Vallejo compassionevole, inchiodato rasoterra.
Lo zelo con cui ritrae una Lima triste e irregolare coesiste fin dall’inizio con una velata proiezione autobiografica, che acquisterà poi nitidezza non solo nei racconti ma in tutta la sua opera. Scrisse romanzi, opere teatrali e “proverbiali”, come chiamava le sue digressioni storiche, oltre a validi saggi di critica letteraria e a due libri pungenti e strani come Prosas apátridas (1975) e Dichos de Luder (1989), che prepararono il terreno per lo sbarco di La tentación del fracaso.

Mentre i suoi colleghi scrivevano i grandi romanzi sull’America latina, Ribeyro, escluso dal boom, dava vita a decine di racconti semplicemente magistrali, che tuttavia non soddisfacevano le aspettative dei lettori europei. E lui lo sapeva benissimo: “Il Perù che presento non è il Perù che loro immaginano o si raffigurano: non ci sono indios o ce ne sono pochi, non succedono cose meravigliose o insolite, il colore locale è assente, mancano il barocco o il delirio verbale”, dice con calcolata ironia.

In Dichos de Luder, Ribeyro trova un’elegante via d’uscita alla domanda sul perché non scriva romanzi: “Perché sono un corridore su distanze brevi. Se corro una maratona rischio di arrivare allo stadio quando il pubblico se n’è già andato”.

In un recente articolo Alonso Cueto ha scritto che i romanzi di Ribeyro finiscono col perdere tensione e interesse. Di sicuro pensava alla leggerezza forzata di I genietti della domenica (1965) o allo scetticismo un po’ annacquato di Cambio de guardia (1976). Invece Crónica de San Gabriel (1960), il suo primo romanzo, è sicuramente un’opera importante.
“È prima di tutto una cronaca” dice Ribeyro di questo romanzo, “la cronaca di un’adolescenza immaginaria, di una famiglia strana, di una terra generosa e nello stesso tempo ostile, la cronaca di un regno perduto”. Ribeyro sceglie la maschera di Lucho, un adolescente di Lima che, nel corso di un anno di vita lenta, è oggetto delle velleità di sua cugina Leticia e testimone delle ingiustizie di un mondo in laboriosa decomposizione. Il romanzo procede a tentoni, in cerca di un linguaggio preciso ed ermetico: “Guardandola da vicino notai stupito che le sue pupille avevano un’opacità tanto singolare che la luce delle finestre le illuminava senza penetrarle”. Il regno perduto di San Gabriel, dice nel diario dopo aver finito il romanzo, “è il tempo dello scrittore, gli innumerevoli giorni di bellezza che ho sacrificato per immaginare queste storie”.

Nel diario del 1964 compare questa mirabile definizione di romanzo, che tuttavia potrebbe servire anche per descrivere il processo creativo di un racconto o di una poesia: “Un romanzo non è come un fiore che cresce, ma come un cipresso che viene tagliato. Non deve prendere forma a partire da un nucleo, da un seme, per mezzo di aggiunte o fioriture, ma a partire da un volume arboreo, per mezzo di tagli e sottrazioni”.
Lo scrittore che pota corre il rischio di ritrovarsi senza un giardino, un rischio che però in ogni caso è necessario: “Silvio en El Rosedal” o “Al pie del acantilado”, forse i suoi racconti migliori, producono, per così dire, un effetto romanzesco, nello stesso modo in cui le frasi di Ribeyro tendono a sfiorare l’intensità della buona poesia.

Un frammento di La tentación del fracaso: “Quando avevo dodici anni mi dicevo: un giorno sarò grande, fumerò e trascorrerò le mie notti in uno studio, scrivendo. Ora sono un uomo, sto fumando, seduto nel mio studio, scrivendo, e mi dico: quando avevo dodici anni ero un perfetto imbecille”.
Un altro: “Provo grande sfiducia nei confronti degli uomini che non fumano né assaggiano un alcolico. Devono essere terribilmente viziosi”.

“Da un certo punto in poi la mia storia si confonde con quella delle mie sigarette”, dice Ribeyro in Solo per fumatori, il suo imprescindibile “autoritratto da fumatore”. Dopo avere richiamato le sue prime Derby, le Chesterfield da studente universitario (“il cui aroma dolciastro è tuttora impresso nella mia memoria”), le “nazionali di tabacco nero” Inca, la confezione perfetta delle Lucky Strike (“entro per forza in quel cerchio rosso quando evoco le lunghe notti di studio durante le quali facevo l’alba con gli amici alla vigilia di un esame”), e le Gauloises e le Gitanes che decorarono le sue avventure parigine, Ribeyro ricorda il momento più triste della sua vita di fumatore, quando capisce che per poter fumare deve disfarsi dei suoi libri: scambia allora Balzac con diversi pacchetti di Lucky Strike, i poeti surrealisti con una confezione di Players, Flaubert con qualche decina di Gauloises, e rinuncia persino a dieci esemplari di Los gallinazos sin plumas, la sua prima raccolta di racconti, che finisce per vendere a peso per trasformarla in un misero pacchetto di Gitanes.
Il resoconto abbonda di passaggi che un non fumatore giudicherà inverosimili, ma che noi fumatori sappiamo essere totalmente attendibili: quella notte, per esempio, in cui Ribeyro si lancia da un’altezza di otto metri per recuperare un pacchetto di Camel, o anni più tardi, quando aggira la rigida prescrizione di non fumare nascondendo sotto la sabbia alcuni pacchetti di Dunhill, che corre a dissotterrare ogni mattina.
Ribeyro merita un posto di riguardo nella liberatoria biblioteca per fumatori che comprende, fra altri libri necessari, La coscienza di Zeno di Italo Svevo, Cigarettes are sublime di Richard Klein, Puro humo di Guillermo Cabrera Infante e Cuando fumar era un placer, il saggio di autoaiuto di Cristina Peri Rossi in cui compare questa sentita poesia, che i non fumatori – ancora una volta – riterranno esagerata, ma che per noi è una dichiarazione di massima intensità amorosa: “Smettere di fumare / è stato duro / e doloroso / quanto smettere di amarti”.
Insisto: queste immagini possiedono una bellezza indiscutibile per chi, come Rocco Alesina, crede che “il fumo non uccide, accompagna verso la morte”. Non conviene, ovviamente, leggere questo racconto di Ribeyro se si sta facendo un trattamento a base di vareniclina, il farmaco in grado di trasformare i fumatori in deprimenti cittadini del villaggio globale. (È bene ricordare, a proposito, le testimonianze di persone che, dopo aver seguito con successo trattamenti a base di Champix, confessano un enorme disagio esistenziale. “Adesso che non fumo, è tutto infinitamente più palloso”, mi ha detto poco tempo fa il mio amico Andrés Braithwaite, famoso da anni per le sue energiche boccate).

Al posto dello stato semivigile consigliato da Breton e compagnia bella, Ribeyro preferiva scrivere in stato di semiubriachezza. Non resisto alla tentazione di citare per intero questo frammento di Prosas apátridas, che potrebbe benissimo essere inteso come la versione alcolizzata di “Borges y yo”: “L’unico modo che ho per comunicare con lo scrittore che è in me è attraverso la libagione solitaria. Dopo un paio di bicchieri, lui emerge. E ascolto la sua voce, una voce un po’ monocorde, ma costante, a tratti imperiosa. Io la registro e tento di trattenerla, finché non diventa sempre più indistinta, disordinata, e finisce per scomparire quando io stesso affogo in un mare di nausea, di tabacco e di nebbia. Povero doppio mio, l’ho relegato in un pozzo così terribile che riesco a intravederlo solo sporadicamente e a costo di stare malissimo! Nascosto in me come un seme morto, magari ricorda i tempi felici in cui convivevamo, anzi, in cui eravamo una cosa sola e non c’erano distanze da superare né vino da bere per averlo costantemente con me”.

“Kafka è mio fratello, l’ho sempre sentito, ma un fratello eschimese, col quale comunico a gesti e cenni, però ci capiamo”, scrive Ribeyro.
Oltre alla somiglianza percepibile in alcuni dei loro racconti fantastici, l’analogia – la fratellanza – tra Ribeyro e Kafka compare nella sua pienezza in momenti di velato umorismo come il seguente: “Sono una cosa relativamente preziosa e fragile, voglio dire un oggetto difficile e costoso da fabbricare – studi, viaggi, letture, lavori, malattie – e perciò mi dispiacerebbe se questo oggetto non avesse la possibilità di rendere al meglio. Fare un acquisto e poi sbarazzarsene è insensato”.
O quest’altro frammento, che ricorda il Kafka di “Undici figli”: “Temo che mio figlio abbia ereditato quasi tutti i miei difetti, oltre a quelli di mia moglie, il che sarebbe troppo. I miei sarebbero stati sufficienti a renderlo un intelligente disgraziato”.
Ancora uno, questo elogio della lentezza: “Perché andare tanto in fretta, se all’angolo più inaspettato troveremo un semaforo rosso, grazie al quale tutti quelli che abbiamo superato ci raggiungeranno”.

In linea con lo scetticismo dell’autore, i personaggi di Ribeyro hanno un rapporto problematico con la storia. È difficile stabilire se la sua acquiescenza politica corrispondesse a un imperativo morale o se, al contrario, si sia costruito nel tempo un abito su misura. Il germe del disimpegno politico – se non sociale – di Ribeyro si trova in questa annotazione del 1961, scritta dopo aver redatto un manifesto sul ruolo che dovevano avere gli scrittori in Perù: “Più importante di mille intellettuali che firmano un manifesto, è un operaio con un fucile. Il nostro è un ruolo triste. E poi che senso ha, quanto è poco decente buttar giù questa dichiarazione a Parigi, ascoltando Armstrong e bevendo un bicchiere di Saint-Émilion?”
Nel 1970, dopo aver lasciato il suo lavoro di un decennio all’Agenzia France Presse, Ribeyro passa a occupare un posto all’ambasciata e poi all’Unesco, sopravvivendo, fino al 1990, alle democrazie e alle dittature di turno. Guillermo Niño de Guzmán, suo editore e amico, ricorda a questo proposito: “Il desiderio di mantenere la sua condizione di diplomatico è comprensibile perché si trattava del suo modus vivendi (le sue entrate letterarie erano insufficienti), ma ebbe un costo eccessivo: la perdita della sua indipendenza politica”.

Nei suoi diari Ribeyro dà spazio ad alcune colpevoli riflessioni sulla lealtà. Ma prevale l’incredulità, o forse la convinzione che le grandi gesta storiche costituiscano un lapsus dietro il quale si annidano la mediocrità e la miseria. Le notizie che arrivano dall’America latina lo colpiscono, ma lo colpiscono molto di più – e lui è il primo ad ammetterlo – i lunghi periodi che passa in ospedale e i suoi combattimenti corpo a corpo con la pagina bianca.
Di fronte alla notizia del colpo di stato cileno, Ribeyro firma, naturalmente, gli imprescindibili manifesti, ma continua a mantenere le distanze, a separare le acque: “In questi momenti greci e troiani si uniscono, dimenticano le loro divergenze e agiscono nello stesso senso, anche se, devo ammetterlo, non con gli stessi obiettivi”. L’imperativo ad agire si scontra con la sua visione pessimistica della storia: “I due spazzini francesi della stazione della metro, con le loro tute blu, che parlano in argot e borbottano del loro lavoro, che vantaggi hanno ottenuto dalla Rivoluzione Francese?”

Chi era, dunque, Ribeyro?
Ribeyro era, come dice Tabucchi di Pessoa, un baule pieno di gente: “È come se in me esistessero non uno ma diversi scrittori che lottano per esprimersi, tutti nello stesso momento, ma che in fin dei conti riescono a far spuntare solo un braccio, una gamba, il naso o l’orecchio, alternati, in disordine, scombinati e un po’ grotteschi”.

Un messaggio smarrito fra le pagine del diario: “D’ora in poi non hai più nessun diritto di proprietà sul tuo corpo. L’ho comprato io. I tuoi seni sono miei. Le tue cosce sono mie. Il tuo sesso è mio. La tua pelle è mia. Sono il padrone non solo del tuo corpo, ma anche di ciò che rappresenta: padrone del tuo piacere e del tuo dolore”.

La crisi del romanzo è per Ribeyro il risultato di un’impostura: “Da un po’ di tempo a questa parte i romanzi francesi vengono scritti dai professori e per i professori. Il romanziere francese di oggi è un uomo che non ha niente da dire sul mondo ma ha molto da dire sul romanzo”, scrive.
Insiste, poi, puntando il dito contro la letteratura “moderna” (aggettivo che in Ribeyro è solitamente sprezzante): “Ogni nuovo scrittore confronta la propria opera con quella degli scrittori precedenti, non con il mondo. In questo modo si arriva a una rarefazione della materia romanzesca, che può confondersi con l’esoterismo”. I nuovi scrittori, conclude, “cercano di rendere la propria opera non il riflesso personale della realtà, ma il riflesso personale di altri riflessi”.

Di Franny e Zooey, il romanzo di Salinger, dice: “I suoi personaggi si muovono come diplomati dell’Actors Studio”.

È decisivo questo giudizio su Carpentier, scritto dopo aver letto le prime sessanta pagine di Il ricorso del metodo: “Il romanzo è un bazar di nomi propri e riferimenti eruditi. Questo difetto è accentuato da un altro tratto caratteristico che mi sembra di avvertire in Carpentier: il timore che essendo latinoamericano e comunista lo accusino di essere ignorante riguardo alla cultura occidentale. E quindi la ostenta, ma con un’esuberanza tropicale”. Ribeyro sa essere spietato: “È come il nuovo ricco che va alla festa con il suo vestito più elegante e con tutti i suoi gioielli. Il suo stile, più che prezioso, è ingioiellato. Inoltre, il suo ‘dittatore illuminato’ non riesce a farsi carne, continua a essere verbo e nient’altro che verbo. Per il momento non ci credo: è una figura letteraria laboriosa e inverosimile”.

“Necessità di ricostruire da capo la mia vita, la mia ragnatela”, scrive Ribeyro, a metà degli anni Cinquanta, con piena e prematura coscienza del fatto che vivere è fare continuamente tabula rasa. Non è quell’eroe di Borges che solo all’ultimo secondo – appena prima di sentire “l’intimo coltello sulla gola” – comprende il proprio destino. Ribeyro non è un eroe ma un uomo che ogni mattina, ormai lontanissimo dal suo quartiere di Lima, si guarda nei frammenti dello specchio familiare. Più che una vita ordinata in tappe e sconfitte parziali, Ribeyro invoca ogni giorno un destino dubbio. Da qui la predilezione che lettori come Bryce o Julio Ortega provano per “Silvio en El Rosedal”, un eccellente racconto sull’arte schiva di leggere il mondo.

“La sua mancanza di fiducia nel futuro lo obbligava a limitare le sue aspirazioni quasi solo alla sfera quotidiana, e non si preoccupò mai davvero di sapere che cosa avrebbe fatto o mangiato il giorno seguente”, dice l’autore in “Autorretrato al estilo del siglo XVII”. Chi ci ha accompagnato fino a qui riuscirà a immaginare quanto si sia divertito Ribeyro nello scrivere queste righe: “Pur non essendo goloso, gli piacevano più i piatti complicati di quelli semplici, il buon vino e i liquori, ma allo stesso tempo era capace di grandi privazioni e gli accadde di sopportare senza troppi problemi settimane di pane col burro e acqua. Invece soffriva per la mancanza di tabacco ed era appassionato di amore, più della varietà che della ripetizione, ma senza che la sua mancanza lo portasse allo squilibrio”.
E il finale è meraviglioso e forse veritiero: “Riusciva a rimanere solo e di fatto aveva una certa inclinazione per la solitudine e accettava solo la compagnia di persone che non minacciassero la sua tranquillità o che non lo schiacciassero con le loro chiacchiere”.
Agosto 2006

“Tratto da No Leer”, Alpha Decay 2012
Si ringrazia l’autore per la gentile concessione

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Traduzione di Thais Siciliano

Laureata in Traduzione all'Università di Torino con una tesi su Alejo Carpentier, subito dopo la laurea ha cominciato a tradurre romanzi e saggistica dallo spagnolo e dall'inglese per diverse case editrici. È una lettrice vorace e instancabile e gestisce i blog Diario di una traduttrice editoriale (http://diariodiunatraduttrice.wordpress.com) e Solo libri belli (http://sololibribelli.wordpress.com), oltre a collaborare con il service editoriale La Matita Rossa e con il blog Libri in Metro. Attualmente si divide fra Pavia, dove vive, e Torino, dove insegna inglese in una scuola superiore, ma non ha ancora abbandonato il sogno di vivere di sola traduzione.

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