Otto storie di Ciudad Juárez, di Judith Torrea

 Al di là delle pagine dei giornali e di molte riviste, Ciudad Juárez raggiunge alti picchi di orrore ma anche di altruismo e resistenza cittadina. La giornalista spagnola Judith Torrea ricostruisce lo scenario di questa città di frontiera attraverso le storie di otto persone in un articolo pubblicato nel 2009 sulla rivista Letras Libres.

Ritorno a Ciudad Juárez

«Ti posso prestare la mia scorta per andare dall’altra parte. Sono persone di fiducia.»

Con la massima tranquillità una sconosciuta mi ha appena messo a disposizione parte della propria vita. Non so come reagire: se ringraziarla per poi declinare l’offerta oppure prendere il suo gesto come un presagio di quello che sarà il mio ritorno a Ciudad Juárez.

«È molto pericoloso» mi spiega, «e tu sei una giornalista, donna, giovane e straniera. Hanno ucciso un giornalista da poco. Ne ammazzano anche quindici, venti al giorno.»

Mi trovo all’aeroporto di El Paso, in Texas, e sto cercando di attraversare uno dei ponti che uniscono e dividono queste due città di frontiera, proprio come ho fatto undici anni fa per la prima volta. Questo ponte, di Santa Fe – che unisce e divide tutte le sfumature della vita – mi affascina. Addirittura mi piace, questa collina in mezzo al deserto, brulla e dipinta di bianco, che svela un messaggio: “Leggi la Bibbia: è la verità”.

Il mio piano per andare dall’altra parte è cominciato. Mi accompagneranno due guardie del corpo di ritorno con le loro famiglie al termine di una giornata di lavoro. Sono tra quelli che mettono a rischio la propria vita per Guadalupe de la Vega, moglie di uno degli imprenditori più ricchi di Juárez.

L’istinto mi dice che mi posso fidare di questa signora dai capelli biondo platino, il portamento da attrice classica stile Ingrid Bergman o Lauren Bacall e l’eleganza ammaliante che forse si è accentuata ai suoi dichiarati sessant’anni.

Guadalupe de la Vega mi apre le porte della propria casa a El Paso, il suo rifugio negli Stati Uniti, prima che io mi incammini verso il lato messicano. I peperoncini ripieni che mi offre, il rapporto complice con la cuoca e con le guardie del corpo, mi fanno già sentire vicina a Juárez.

«Un giorno hanno minacciato di tagliarci la testa. Da allora dormiamo a El Paso. Mio marito dice che viviamo in esilio dall’altra parte del ponte.»

La casa di un’intera vita si trova a Ciudad Juárez, disabitata e sorvegliata da guardie.

Come migliaia di abitanti di Juárez che ne hanno la possibilità, i De la Vega si sono comprati una casa a El Paso, la terza città più sicura degli Stati Uniti, che grazie alla fuga dei vicini messicani non ha conosciuto la recessione immobiliare. Un altro mondo a qualche minuto da Juárez, la città più violenta del Messico. Insieme a loro emigrano anche quei ristoranti che possono permetterselo, dato che in Messico sono deserti, sia di abitanti di Juárez che di statunitensi. In pochi hanno il coraggio di mettere a repentaglio la propria vita per un arrosto.

È la guerra al narcotraffico, intrapresa dal governo del presidente Felipe Calderón e dall’esercito, a colpire ogni ambito della società di Juárez. È la guerra tra due cartelli della droga per prendere il potere sulla zona. È l’assenza di autorità in una città militarizzata in cui l’impunità crea un terreno fertile per la delinquenza comune. Tre ingredienti, un cocktail esplosivo. E intanto le donne continuano a morire e a sparire, come da sedici anni a questa parte. Con tanto di capri espiatori.

Più di milleseicento morti l’anno passato e un 2009 che promette di non farsi mancare i funerali. Lo scorso gennaio si è registrato più del triplo dei morti del precedente: 153. A febbraio la cifra è salita a 240, mentre marzo si è concluso con un minor numero di uccisioni, 73 (44 per strada, 20 in una rivolta carceraria e 9 nelle narco-fosse1), e con l’incerta speranza dell’arrivo di 5000 militari (che si aggiungono ai 2300 assegnati da quando, a marzo dell’anno scorso, ha preso avvio l’Operazione “Conjunto Chihuahua”2) e 2300 agenti della polizia federale.

Ogni mattina Guadalupe de la Vega fa ritorno alla vita, a Ciudad Juárez, dove ad attenderla c’è anche la morte. Torna all’Hospital de la Familia [“Ospedale della Famiglia” N.d.T.], che ha fondato lei stessa. Sopravvive alla guerra con ingegno: «Nel bel mezzo di una sparatoria abbiamo ricevuto un messaggio: se assistete i feriti, uccidiamo sia voi che loro. I feriti li abbiamo soccorsi e nel frattempo abbiamo organizzato un concerto di flauto classico. Quando sono entrati non sapevano che cosa fare.»

Sono le nove di sera, arrivo con due guardie del corpo a Ciudad Juárez. Non appena attraversiamo il ponte della frontiera, questi avvertono i compagni del loro arrivo per farsi portare le armi, che negli Stati Uniti non possono fare entrare.

Le strade sono vuote. Ci sono soltanto camion dell’esercito. Non ritrovo Ciudad Juárez, la mia amata Juárez. Rimangono solo i suoi eroi quotidiani.

 

I giornalisti

Manuel Gómez Martínez si sente vicino a Blanca Martínez de la Rocha, moglie dell’ultimo giornalista ammazzato a Ciudad Juárez, Armando Rodríguez. Così come si sente vicino alla propria, di moglie (la giornalista Linda Bejarano), alla madre e al suo migliore amico, liquidati vent’anni fa sulla porta di casa da agenti della polizia federale a causa di un errore, stando alla versione ufficiale. Sessantacinque le pallottole che hanno colpito l’auto su cui i tre si trovavano in quel 23 luglio del 1988. Come Blanca, anche Manuel è rimasto vedovo, con due figlie, una di sei anni e l’altra di quattro: «Per cinque anni ho smesso di lavorare per potermi prendere cura di loro. Ero preoccupato non tanto per i miei morti, ma per le mie bambine.»

Anche Armando Rodríguez, 39 anni, è morto crivellato di colpi sulla porta di casa, il 13 novembre dell’anno scorso. Aveva appena salutato la moglie Blanca e i figli di sei e due anni ed era salito in macchina con la bambina di otto, per accompagnarla a scuola prima di recarsi alla redazione di “El Diario de Juárez”, dove da una decina di anni si occupava di cronaca nera. Dieci colpi di pistola lo hanno raggiunto al volante dell’auto; con il corpo è riuscito a fare scudo alla piccola.

«Ho paura perché non so a cosa vado incontro» dice Blanca, anche lei giornalista, senza che le si spezzi la voce.

Attraverso l’etere di Ciudad Juárez si diffondono le grida di denuncia di Manuel Gómez. Come la moglie uccisa, anche lui fa il giornalista, da 39 anni. In città la sua trasmissione, Enlace Total, ha il record di ascolti. È forse l’unico spazio libero dall’autocensura giornalistica che ora più che mai vige a Juárez per sopravvivere.

«Quando commettono un’ingiustizia io li chiamo assassini. E nessuno osa dirmi niente, perché lo sanno tutti. Non ho paura che mi facciano del male.»

«È perché hai già pagato il tuo prezzo di lutti?»

«No, perché loro non si stancano mai di riscuotere.»

Dal 2000 in Messico sono stati uccisi venticinque giornalisti. Negli ultimi tre anni ne sono spariti sette, secondo il “Comitato per la protezione dei giornalisti” con sede a New York.

A Ciudad Juárez il “chayote”3 è uno strumento quotidiano di controllo dell’informazione. Il tuo silenzio o la tua disciplina in cambio di denaro. È un segreto di Pulcinella, ma svelarlo può costarti la vita.

Sono i soldi del narcotraffico, che controlla tutti i livelli di potere. Gli ordini arrivano perfino tramite i tuoi editori. Apparentemente sono piccoli avvertimenti: non occuparsi di un caso, tacere un avvenimento. L’etica giornalistica viene meno e tutto si trasforma in una giungla della sopravvivenza. Ancor più in questa guerra contro e tra narcotrafficanti, in cui il cartello rivale, quello di Sinaloa, sembra conoscere l’elenco dei giornalisti che ricevono denaro dal cartello locale. Ora come ora che tu segua le direttive o meno rischi la morte. O perché sei corrotto, o perché sei incorruttibile. Oppure perché lavori per un mezzo d’informazione corrotto dai soldi del cartello di Juárez.

Ciudad Juárez si sgretola. A 66 anni Manuel Gómez dice che questo è il periodo peggiore nella storia della città: «Penso che arriverà il momento in cui il governo federale dovrà scendere a patti con i cartelli della droga. Ma la vera domanda è che cosa vogliono gli Stati Uniti dal governo messicano. Perché tutto ciò deve avere fine.»

Quando hanno seppellito Armando Rodríguez, a Manuel è tornato alla mente un ricordo: «Il giorno del funerale della mia famiglia in chiesa c’erano diecimila persone. Per più di sei mesi la gente ha manifestato per le strade chiedendo giustizia. Ma se dopo una sollevazione del genere non è stata fatta giustizia vent’anni fa, quando non si aveva paura, ora cosa succederà?»

Ad alcuni mesi dall’uccisione, il caso di Rodríguez è ancora al punto di partenza. Il Vice Procuratore Generale della Repubblica nello Stato di Chihuahua, Martín Huerta Yedra, responsabile delle indagini, è stato ucciso insieme alla sua segretaria tre settimane dopo l’omicidio del giornalista.

Mentre guarda l’orizzonte Blanca, la vedova di Armando Rodríguez, si confida: «Me ne vorrei andare da Juárez, ma non voglio andare via. Perché dovrei farlo? Questa è la mia città, qui ho conosciuto mio marito, ho costruito una famiglia, ho vissuto felice in mezzo alla sua gente. Povera Juárez.»

 

Il ricercatore

«I cadaveri di quelle donne sono stati rinvenuti in un ruscello in secca. In superficie. Senza sepoltura. Il primo poteva essere lì da un po’ più di 48 ore. Gli altri due avevano la pelle raggrinzita: a Ciudad Juárez i corpi si disidratano molto in fretta.

Abbiamo battuto a fondo la zona e in un altro canale, a duecento metri dal primo, abbiamo trovato altri cinque corpi in fila. Erano sepolti. Se non avessimo scoperto i primi tre il giorno precedente, gli altri non li avremmo mai trovati. Ormai erano solo ossa: il medico legale ha calcolato che i cadaveri potevano trovarsi lì da un periodo compreso tra uno e dodici mesi.

A quel punto c’è stato un grande scompiglio. Un gruppo di madri ha perlustrato la zona e ha trovato dei vestiti e un documento d’identità che quando abbiamo scoperto i corpi e fatto le foto non c’erano. Due giorni dopo il ritrovamento la Procura ha reso pubblici i nomi delle vittime. In due casi ci hanno visto giusto, negli altri sei no.

Non è ancora del tutto chiaro chi fossero. Il 23 settembre del 2002, a un anno dal rinvenimento dei corpi, ne è stato ritrovato un altro nella zona Eje Vial Juan Gabriel, davanti alla maquila4 RKA, che si è poi scoperto essere il cadavere di Verónica Martínez, una delle ragazze incluse nella lista di quelle ritrovate l’anno precedente. La Procura Statale ha tenuto nascosto l’accaduto per più di due anni in modo da evitare che le irregolarità nella conduzione delle indagini venissero alla luce e che i presunti colpevoli fossero scagionati.

Li avevano trovati in fretta quei “colpevoli”. In due soli giorni. Io stavo ancora raccogliendo materiale genetico e loro già “sapevano” chi condannare. Vista la forte pressione sociale, hanno cercato una soluzione politica. Hanno bruciato loro i testicoli e li hanno torturati. Come capri espiatori hanno scelto gli autisti Víctor García Uribe, “El Cerillo”5 [dichiarato innocente dopo tre anni e mezzo di prigione grazie alla forte pressione internazionale] e Gustavo González Meza, “La Foca” [morto lo stesso anno in cui è stato incarcerato in seguito a un intervento chirurgico d’urgenza, stando alla versione ufficiale, pochi mesi dopo che il suo avvocato era stato crivellato di colpi dalla polizia giudiziaria].

Se si fosse indagato su questo caso del campo di cotone, ora sapremmo chi è che uccide le donne. Sì, perché continuano ad ammazzarle.

Ho protetto il fascicolo delle indagini: facevo il mio lavoro, nient’altro. Il mio compito era controllare che non venisse aggiunto niente, che non inventassero prove false. Una volta, ad esempio, è venuto da me un funzionario del pubblico ministero con un sacchetto di carta, voleva che lo inserissi nel fascicolo. Gli ho chiesto: “Ma dove l’ha preso?”. “È un ordine”, ha risposto lui. “D’accordo”, gli ho detto, “Però se lo inserisco spiegherò che l’ho fatto sotto pressione”. Così se n’è andato con il suo sacchetto: era marijuana mischiata a resti del tappetino dell’auto di uno degli accusati. Volevano collegare il veicolo alla scena del crimine.

Un giorno un funzionario di alto livello della Procura, una persona che consideravo un amico, mi ha detto: “Stai attento, ti stanno alle costole”. Due giorni dopo mi chiama uno dei miei nemici e mi dice la stessa cosa.

Se ho paura? Sono così indignato che la paura passa in secondo piano. Per questo ho rinunciato a un lavoro che mi piaceva molto. Ho rinunciato in segno di protesta. Siamo nel 2009 e questo caso sta andando in frantumi, ma loro lo riparano con la colla a presa rapida. Hanno due nuovi capri espiatori: Édgar Álvarez Cruz e José Francisco Granados de la Paz.

Come mai uccidono le donne? Perché possono farlo. Per piacere sadico. Quando ti occupi di casi di omicidi seriali ti rendi conto che esiste una fantasia ricorrente in questo tipo di personalità: quella di rinchiudere le donne in un magazzino, legarle e torturarle. A Ciudad Juárez quando hai fantasie di questo tipo, potere e denaro, chi ti impedisce di metterle in pratica? Certo non la polizia.

Intanto le donne continuano a sparire e questo non deve stupirci dato che non si è mai voluto indagare. Ovviamente stiamo parlando di un gruppo organizzato, non di un uomo solitario e pazzo come nei film. Un gruppo che ha molti mezzi, una struttura. Non si tratta di crimini passionali.

Sono state avanzate altre ipotesi, come quella degli snuff (video in cui si tortura, violenta e uccide veramente), perché allora film del genere erano di moda, però no. Senz’altro chi commette questo tipo di crimini avrà video per uso personale, ma non per il commercio. Non si tratta nemmeno di vendita di organi, perché non ci sono né le condizioni adeguate, né i prodotti chimici, né il personale specializzato. Non credo nemmeno alla teoria delle sette sataniche: non è stato ritrovato alcun armamentario a confermarla. Nutro la speranza che un giorno i femminicidi finiranno.»

A parlare è Óscar Máynez, che è stato il responsabile delle perizie e medico legale dello Stato di Chihuahua per un anno e mezzo, fino al 2 gennaio del 2002. Ha 43 anni. È originario di Ciudad Juárez.

 

Lo storico

Lungo una strada della città, lo storico Pedro Siller ferma la macchina per raccontarmi nei dettagli un omicidio che ha visto proprio in quel punto, nel parcheggio dell’affollato centro commerciale Rio Grande: «Tutte le volte che passo di qui cerco la donna di colore che quella mattina stava inginocchiata vicino all’uomo ammazzato. Da allora, quasi un anno fa, le cose sono peggiorate. Si è accentuata la banalità del male, quella naturalezza con cui oggi percepiamo la violenza quotidiana. Bisogna ritornare sui luoghi e ricordare. L’oblio è il nostro peggior nemico.»

Una strada sterrata (come il cinquanta per cento di quelle di Juárez), costeggiata da abitazioni costruite con i rifiuti delle fabbriche maquiladoras, ci porta in uno dei luoghi simbolo della rivoluzione messicana. Qui si trovava la casa di adobe6 usata dall’esercito di liberazione come quartier generale. Oggi sono rimasti soltanto ruderi, spazzatura e un busto di Francisco I. Madero7 che spunta tra i rami caduti di un albero.

Ci troviamo nel triangolo della zona di frontiera di Ciudad Juárez, che confina con Chihuahua, Nuovo Messico e Texas. Il paesaggio del deserto è violentemente bello: le montagne brulle accarezzano l’azzurro intenso del cielo. A qualche metro, il Rio Bravo (in Messico), poi Rio Grande (negli Stati Uniti), si fa carico di dividere Chihuahua e Texas.

Pedro Siller mi racconta questa storia con così tanta emozione che mi aspetto che da un momento all’altro compaia Pancho Villa al galoppo: «Dobbiamo ricordare e ammirare che ci siano state persone con il coraggio di sognare e lottare per cambiare le cose. Magari ce lo avessimo oggi quel coraggio. La violenza fa parte della storia di Ciudad Juárez, ma mai è stata così incontrollata come ora. Agli inizi del secolo scorso Juárez era violenta come El Paso: in entrambe vigeva una sorta di “legge del West”. Adesso invece la violenza rimane solo sul lato messicano.»

Arriva il tramonto in questa città in cui la gente è privata della propria dignità con la scusa della guerra al narcotraffico, viene sequestrata o presa a colpi di pistola sotto il dominio dell’impunità, l’indifferenza delle autorità e l’onnipotente presenza dell’esercito. Le sfumature di rosso fanno spazio a quelle di ocra per poi trasformarsi in arancioni che giocano con la notte. È ora di abbandonarsi davanti a un Margarita al mitico bar Kentucky, nel centro della città.

È rimasto poco della Juárez della Seconda Guerra Mondiale, dove stelle come Frank Sinatra, Elizabeth Taylor, John Wayne o Richard Burton venivano a divertirsi o a divorziare. Dove regnava un clima di festa, con musica dal vivo e casinò aperti giorno e notte. Al bar Kentucky, testimone di tutto ciò, non c’è più nessuno il sabato sera: né messicani né tanto meno gringos, malgrado i prezzi vantaggiosi.

Faccio un’ultima domanda a Pedro Siller: «Come vive uno storico come lei la realtà quotidiana di Ciudad Juárez?»

«Senz’altro la vedi con occhi diversi. Le strade, gli edifici, la casa di adobe, l’edificio dell’ex Dogana8, il tragico destino della città… Tutto ciò rappresenta una sfida per uno storico, perché non solo deve conoscerlo, ma anche comunicarlo, farsi capire, e questo è molto difficile quando il resto del mondo sta soltanto cercando di sopravvivere un giorno in più per poi riprovarci anche il giorno dopo.»

 

Gli avvocati

L’avvocato Sergio Almaraz Ortiz, trent’anni, è seduto sulla stessa sedia su cui era il padre durante l’ultima intervista che gli ho fatto, prima che lo ammazzassero il 25 gennaio del 2006. La prima volta che ho messo piede in questo ufficio è stata in seguito all’uccisione del suo compagno di battaglie, Mario Escobedo Anaya, con cui aveva difeso i due capri espiatori accusati di avere ammazzato le otto donne trovate nel campo di cotone.

In quella occasione Sergio Dante Almaraz Mora, il padre, mi aveva rivelato: «Quando la polizia ha ucciso Mario, non sono uscito di casa per tre giorni. Mi hanno telefonato per dirmi che il prossimo sarei stato io. So bene di non poter scappare da loro. Non voglio girare armato, quando vorranno ammazzarmi lo faranno.» (“Las muertas de la frontera”, El País, España, 13 luglio 20039).

Sergio Dante Almaraz era il Don Chisciotte di Juárez. Abbastanza folle e sognatore da continuare a difendere il proprio imputato, l’autista Víctor García Uribe, “El Cerillo”. E per di più gratis.

Sono voluta tornare in questo posto.

«Lei assomiglia a suo padre. A guardarla bene mi sembra di vedere lui, solo senza i suoi baffi eleganti, mi scusi…»

«Vorrei assomigliargli non soltanto nel fisico, ma nella semplicità, nella socievolezza. La sua morte significa molte cose per me: un atto di eroismo ma anche grande frustrazione. Uno si chiede: “perché mio padre non ha smesso di dire quella cosa o di fare quell’altra?”, almeno ora sarebbe qui con me. Ma chiedergli di smettere di fare qualcosa sarebbe stato come chiedergli di rinunciare alla propria esistenza, grazie ai cui insegnamenti oggi sono il professionista che sono. Aiutiamo la nostra comunità, le persone in difficoltà. Abbiamo a che fare con gente umile, ma di questo viviamo anche. È il nostro mestiere, sono le armi che ci ha lasciato lui per sopravvivere.»

«Lei lavora alla sua stessa scrivania, accanto a quel decalogo dell’avvocato che tante volte suo padre mi ha citato quando gli chiedevo se valva la pena rischiare la vita per difendere qualcuno.»

«Ho sentito molto la mancanza di questo posto quando ero negli Stati Uniti. È un luogo speciale, ci ritrovo la presenza di mio padre. Quindici giorni dopo che lo hanno ucciso sono arrivate le minacce di morte, affinché smettessimo di indagare. Ce ne siamo dovuti andare. È stato molto duro sentirsi perseguitato. Sono orgoglioso di essere messicano. Le mie due figlie sono messicane. Dato che vivevamo sulla frontiera ho scelto di farle nascere in Messico.»

«Cosa faceva negli Stati Uniti? Di che vivevate?»

«Facevamo ghiaccioli e granite. Non mi importava fare il più umile dei lavori, ma lontano da Ciudad Juárez mi sentivo infelice. Provo un amore morboso per questa città. Nel giro di sei mesi siamo tornati. L’assassinio di mio padre ci ha fatto ridefinire le nostre strategie. Ci siamo presi l’impegno familiare, dal momento che siamo una famiglia di avvocati, di non occuparci di casi criminali. Questo perché non abbiamo la garanzia che all’interno del nostro sistema municipale, statale e federale venga rispettato l’esercizio della professione.»

«Non si è mai saputo chi abbia ucciso suo padre.»

«Né si saprà. Le posso dire che ad oggi i funzionari assegnati dalla Procura alle indagini sul caso di mio padre sono morti, sono stati bersaglio di attacchi. Inoltre la procuratrice non ha mai illustrato i dettagli delle indagini. Lo Stato ha l’obbligo di dare ai cittadini la certezza che chi attenti alla vita dovrà risponderne davanti alla giustizia, ma in una città in cui si hanno decine di morti al giorno… Malgrado le difficoltà e la paura la nostra vita deve andare avanti. Continuiamo a uscire per portare a scuola i nostri figli, per andare a lavoro, non per divertirci. Ci divertiamo a casa, non al ristorante. Per il momento lo Stato si limita a dire che noi cittadini per bene non dobbiamo preoccuparci, che è una lotta tra criminalità organizzata.»

Il 6 gennaio di quest’anno la storia si è ripetuta. Gli avvocati Mario Escobedo Salazar, 59 anni, e il figlio Edgar Escobedo Anaya, di 33, sono stati ammazzati nel loro ufficio. L’altro figlio, Mario Escobedo Anaya, socio di Sergio Dante Almaraz, era già stato ucciso da alcuni agenti della oramai scomparsa Polizia Giudiziaria Statale, che alla fine sono stati scagionati. La famiglia Escobedo se ne è andata negli Stati Uniti. Sono rimasti in vita soltanto due figli, uno dei quali avvocato.

Invece chi adesso rappresenta uno dei due nuovi accusati per i crimini del campo di cotone, il trentacinquenne avvocato Abraham Hinojos Rubio, ha aumentato le proprie misure di protezione in seguito agli ultimi omicidi degli ex colleghi con cui condivideva l’ufficio e il caso. Rappresenta Édgar Álvarez Cruz, che si trova ancora in prigione pur essendo stato scagionato.

Hinojos ha lavorato con gli Escobedo per tre anni. Quasi fin da subito ha seguito in ufficio il primo omicidio, per quello stesso caso che rappresenta oggi, anche se alla difesa di un diverso innocente che vogliono trasformare in colpevole. Questa volta il capro espiatorio lo hanno trovato a Denver, in Colorado: si tratta di un immigrato illegale negli Stati Uniti. La detenzione di Álvarez Cruz è stata definita “un importante passo avanti nelle indagini sui femminicidi a Ciudad Juárez” da parte dell’ex ambasciatore degli Stati Uniti in Messico, il texano Tony Garza, che è in ottimi rapporti con la procuratrice di Chihuahua.

«Che cosa ha imparato da tutto questo processo?» chiedo a Hinojos.

«Che il nemico è in casa. È lo stesso governo, sono persone che compiono crimini in giacca e cravatta, che hanno il coraggio di imprigionare i sogni di persone che si trovano a migliaia di chilometri di distanza, anziché condurre un’indagine scientifica e approfondita nel rispetto della legge.»

 

Il sindaco

Ricordo il mio incontro con il sindaco di Ciudad Juárez, José Reyes Ferriz (Partito Rivoluzionario Istituzionale), alla fine di novembre del 2008. Mi ha ricevuta nel suo spazioso ufficio con un’unica finestra che guarda in direzione di El Paso, la città in cui vive con la propria famiglia, sebbene sia lui che il suo addetto stampa smentiscano categoricamente.

«Ciudad Juárez è una città con molti problemi. Cosa sta facendo per risolverli?»

«Beh, molto… Abbiamo… Da una parte… ci siamo occupati di un aspetto che per molti anni è stato trascurato, quello sociale. Abbiamo sviluppato un programma di asili nido. Ne abbiamo aperti una ventina, l’obiettivo è quello di arrivare a un centinaio.»

«E per quanto riguarda la sicurezza, che cosa sta facendo?»

«Abbiamo individuato il problema principale del corpo di polizia di Ciudad Juárez: era troppo ridotto, c’erano milleseicento poliziotti quando invece avrebbero dovuto essere quattromila. Abbiamo dato avvio a un programma di reclutamento di militari per la polizia. Abbiamo attuato un processo di epurazione perché all’interno della polizia municipale c’era una forte infiltrazione della criminalità organizzata; questo ci ha portati ad estromettere trecento elementi mentre altri centocinquanta se ne sono andati spontaneamente appena abbiamo cominciato le verifiche.»

«La soluzione per Ciudad Juárez?»

«Tanto lavoro [ride]. Ci sono molti problemi e nei problemi bisogna progredire, non si può fare in un giorno.»

Ferriz aspira a diventare il nuovo governatore dello Stato di Chihuahua.

Non sempre i piani per Ciudad Juárez, buoni o cattivi che siano, vengono realizzati dal Comune.

Il progetto più ambizioso è il Piano Strategico di Juárez, creato nel 2004 da un gruppo di cittadini, da imprenditori fino ad organizzazioni sociali. Si basa su quello realizzato a Bilbao, in Spagna, per risollevare una città sprofondata nel suo periodo più buio. Le riunioni del gruppo sembrano quelle di un consiglio comunale diretto da un sindaco. Chiamano esperti da tutto il mondo per discutere delle strategie migliori in ogni ambito che possa riguardare una città di oltre un milione e mezzo di abitanti.

«L’insicurezza è conseguenza di ciò che non facciamo» mi dice Miguel A. Fernández, l’imprenditore in pensione direttore del Piano Strategico. «Chi governa agisce solo per voti. C’è un elevato livello di indifferenza. Mi fanno rabbia l’ingiustizia, la povertà, il cinismo dei politici.»

 

La drammaturga

Perla de la Rosa è nata due volte, entrambe a Ciudad Juárez. La prima è stata 45 anni fa, in una città allegra e tranquilla, al confine con gli Stati Uniti. Il profumo dei lillà fuoriusciva dai cortili delle case di adobe e i bambini giocavano per strada. Quelle della sua adolescenza erano serate di teatro e cenacoli letterari. Il teatro l’ha portata fino a Città del Messico, dove ha fatto l’attrice per diciassette anni.

La seconda volta è stata nel 2001. Era incinta del primo figlio e la morte della madre l’ha fatta tornare a Juárez. Ha ritrovato una città stravolta. Ha scoperto i femminicidi, l’impunità.

Da lì è nata la sua prima opera come regista teatrale, “Antígona, las voces que incendian el desierto” [“Antigone, voci che incendiano il deserto” N.d.T.], che ha girato l’Europa. È rimasta intrappolata dalla realtà e da allora non ha più voluto lasciare la propria città, tanto meno il proprio paese, pur avendo la possibilità di farlo perché è residente negli Stati Uniti.

«Quello che provo per Ciudad Juárez è un amore sofferto.»

Quando Perla è tornata al proprio nido e non lo ha più ritrovato, ha creato insieme ad altri artisti della città il “Movimiento Pacto por la Cultura”. In seguito è nata l’associazione civile “Telón de Arena”, che dal 2002 propone produzioni teatrali per costruire spazi immaginari e non violenti indirizzati ad ogni tipo di pubblico, anche i più emarginati della società, che vanno a prendere con degli pullman perché prendano parte a questo dialogo.

«Abbiamo la responsabilità di parlare del terrore che proviamo, del modo in cui stiamo perdendo questa città; altrimenti accadrà in tutto il paese.»

Per definire con due parole la Ciudad Juárez lontana dall’orrore potremmo usare, forse, “oasi culturale”. El Paso, per esempio, non ha né i festival, né i teatri, né gli intellettuali, né l’esplosione di vita, con le sue luci e le sue ombre, di Ciudad Juárez. Non può competere con i cinque spazi teatrali (due dei quali nell’appena inaugurato Centro Culturale Paso del Norte), i tre musei e i cinque centri di formazione artistica che animano la città messicana. Bisogna andare fino a Tijuana per trovare una città di frontiera con un’attività culturale altrettanto intensa.

«Sto portando avanti una battaglia e per niente al mondo vorrei fare altro o essere altrove» mi dice Perla de la Rosa con i suoi due bambini.

 

La voce

Ci sono giorni in cui la chemio tenta di spegnerle la voce. Si sdraia sul letto. Quando pensa che la giornata sia finita squilla il telefono: «Stia tranquilla, signora. Arrivo.»

Il cancro è una malattia bastarda. Anche la realtà di tutti i giorni lo è, a Ciudad Juárez: con i morti in nome della guerra al narcotraffico, i vedovi e i bambini, i posto di blocco costanti, le donne scomparse.

«Siamo allo stesso punto di sedici anni fa. Anzi, peggio.»

Ci sono voci che esprimono l’orrore o la speranza. Quella di Esther Chávez Cano hanno cercato di diffamarla con campagne mediatiche, nella sua stessa terra. È così che ha agito l’ex governatore Patricio Martínez per metterla a tacere dalle pagine del maggior quotidiano nazionale, “El Diario de Juárez”, di cui è il principale azionista. Ma non sono riusciti a zittirla, né a ostacolarne i successi: nel 1993 ha iniziato a compilare una lista con i nomi delle donne di Juárez scomparse o morte che ha fatto il giro del mondo. Poi è passata all’azione: ha fondato “Casa Amiga”, un centro senza scopo di lucro che si occupa interamente, e gratuitamente, delle vittime di violenza. Ventiquattro ore su ventiquattro.

Esther, 75 anni, mi racconta: «Viviamo vicino agli Stati Uniti, che ha bisogno del narcotraffico e ci controlla. A Juárez poliziotti e autorità hanno sempre gestito la droga. Ne hanno lasciato la vendita ora a questi ora a quelli, mentre gli anni passavano senza alcun progetto per contrastare la violenza sulle donne, senza fermare la vendita di droga.»

Non aveva mai immaginato che avrebbe visto la città militarizzata: «Ho paura, ma non per me: io ormai sono vecchia e sto per andarmene. Ho paura per i giovani. Mi viene da pensare a quanti bambini sono rimasti orfani. Che ne sarà di loro se non facciamo niente? Nel giro di qualche anno saranno assassini brutali che tagliano teste o appendono cadaveri lungo le strade. Chi se ne farà carico?»

Ci sono voci che non vengono ascoltate. Perché sembra sia conveniente vivere in un teatro dell’assurdo. Fino a quando la realtà colpisce, con i suoi morti. E alle autorità fanno più male le notizie sulle prime pagine dei giornali internazionali che i morti veri e propri.

«La soluzione? Che i militari se ne vadano, che le autorità civili si assumano le proprie responsabilità oppure rinuncino. Sono stati eletti: molti cittadini gli hanno affidato non solo potere, ma anche la propria speranza. Juárez è una città fallita.»

Esther Chávez Cano, che a dicembre dell’anno scorso ha ricevuto il Premio Nazionale per i Diritti Umani per mano del presidente Calderón, non la mette a tacere nemmeno il cancro. È dura da uccidere, dice ridendo. Quest’oggi la sua voce è un sussurro: le hanno fatto la chemio.

 


1. Fosse comuni in cui i cartelli della droga seppelliscono i corpi delle proprie vittime. [N.d.T.]

2. Piano operativo ordinato da Felipe Calderón nel marzo del 2008 per combattere la criminalità organizzata tramite un massiccio intervento delle forze armate. [N.d.T.]

3. Termine utilizzato nel gergo giornalistico messicano per indicare la mazzetta ricevuta da un giornalista in cambio del controllo delle informazioni a vantaggio del corruttore. [N.d.T.]

4. Le maquilas, o maquiladoras, sono stabilimenti industriali controllati da soggetti stranieri che lavorano in un regime di esenzione fiscale e a basso costo di manodopera, per l’assemblaggio di prodotti destinati all’esportazione. [N.d.T.]

5. “Il Cerino”. [N.d.T.]

6. Le “casas de adobe”, mattone composto da un impasto di erba secca e fango essiccato al sole, sono le tradizionali abitazioni messicane. [N.d.T.]

7. Francisco Ignacio Madero, considerato uno dei paladini della Rivoluzione Messicana, è stato presidente del Messico tra il 1911 e il 1913, anno in cui, dopo aver combattuto le insurrezioni di Emiliano Zapata e Félix Díaz, fu arrestato ed ucciso in seguito al tradimento da parte del generale Victoriano Huerta. [N.d.T.]

8. Il cosiddetto “Edificio de la Ex Aduana”, palazzo in stile vittoriano inaugurato nel 1889, era sede dell’antica Dogana ed ospita oggi il Museo Histórico della città. [N.d.T.]

9. Traduzione italiana lineadifrontiera.com: “Femminicidi di frontiera”, di Judith Torrea.

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Traduzione di silvia rogai

Silvia Rogai vive a Firenze, dove insegna traduzione, lingua e letteratura spagnola. Laureata in Teoria e pratica della traduzione letteraria, ha frequentato la Scuola di specializzazione per traduttori editoriali dall’inglese presso l’Agenzia formativa tuttoEuropa di Torino e ha tradotto in versi due commedie del teatro spagnolo del Siglo de Oro: La serrana de la Vera di Luis Vélez de Guevara, vincitrice della sezione “Opera Prima” del Premio Monselice per la traduzione 2011, e Entre bobos anda el juego di Francisco de Rojas Zorrilla, in corso di pubblicazione. Dottoranda in Lingue e culture del Mediterraneo presso l’Università degli Studi di Firenze, si occupa di ispanistica e traduttologia e collabora con alcune case editrici e agenzie letterarie per servizi di traduzione e redazione.

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