Montevideo, memoria costante di Benedetti

Percorriamo la capitale uruguaiana cercando l’ombra del suo poeta più famoso.
Lo scorso 17 maggio c’è stato il quinto anniversario della morte dello scrittore.

Le città che sono state lette prima di essere visitate si trasformano in ricordi che il lettore sa come filtrare nella memoria. Gli abitanti delle città lette in precedenza sono personaggi con un passato finito. I loro angoli, i bar, i giardini, le facciate, sono scenografie ricordate con un minimo sforzo. L’accento e il modo di parlare delle loro genti hanno un alone premonitore. Le passeggiate per le strade delle città che sono state lette prima di essere visitate sono un déjà vu inaspettato per il lettore, quindi, volente o non volente, il lettore, il visitatore, si trasforma in un altro personaggio di quel quadro costumbrista che già aveva delineato nella sua testa dalla lettura dei libri.
È meglio mettere in guardia il lettore di Benedetti su questo effetto della reminiscenza prima del suo viaggio a Montevideo, la capitale più meridionale del Sudamerica, la capitale dell’Uruguay, il “paesello” rincantucciato nella vastità del Sudamerica. Montevideo è una capitale provinciale, come direbbe lo stesso Mario, sebbene con una peculiarità: “È una città provinciale senza una capitale a cui fare riferimento”.
Non è ridondante arrivare a Montevideo da Buenos Aires in nave, come un qualsiasi apprendista di Onetti, solcando il Río de la Plata. Entrambe le città si completano e lo stesso Onetti le avrebbe fuse per sempre nella sua platea privata chiamata Santa María. Lo stesso Benedetti amava profondamente Buenos Aires, una delle sue prime mete durante l’esilio. Nei suoi giorni bonaerensi, sempre sul chi va là, lo scrittore si aggrappava al suo famoso “portachiavi solidale”, un mazzo di chiavi che apriva cinque o sei appartamenti di amici. Mario cambiava spesso casa per sfuggire all’arresto nel periodo della dittatura.
È meglio arrivare a Montevideo da Buenos Aires. Dalla poppa del Buquebus si scorge il tragitto della Rambla lunga più di venti chilometri, che delinea il perimetro della città. La strombazzata dell’imbarcazione mentre attracca al porto richiama quella solitudine tanto benedettiana, quella nostalgia che si trasforma in commedia nei suoi testi, ma il cui riflesso non si spegne nella memoria del lettore. Il tragitto da Montevideo a Buenos Aires non è lungo, giusto l’ampiezza di un fiume, ma il tempo rallenta. E il viaggiatore lo sente.

La tregua e la Ciudad Vieja
Nella Ciudad Vieja di Montevideo si trova, con la sua facciata verde e madreperla, il caffè Las Misiones. Al suo interno i tavoli vengono apparecchiati prima del pranzo con tovaglie color pistacchio e tovaglioli neri. Qualunque uomo si sieda e legga il giornale assomiglia a Martín Santomé, perché in fondo sono tutti Martín Santomé. Tutti quanti hanno quella parvenza di attesa, tutti quanti, di tanto in tanto, guardano la porta per vedere se entra la Avellaneda, con quel “sorriso palpabile” con cui Benedetti la disegnò ne La tregua perché nessun lettore potesse dimenticarla. Il caffè si trova all’angolo tra Misiones e 25 de Mayo, una delle strade che attraversano la Ciudad Vieja di Montevideo.
A soltanto un isolato c’è il Big Mamma, un ristorante che ha un menù simile a quello delle stazioni di servizio. Quando Benedetti andava lì a scrivere La tregua si chiamava Café Sorocabana. È ancora di due piani. A quello superiore, tra gennaio e maggio del ’59, Mario avrebbe scritto gran parte della sua opera più iconica. In omaggio all’autore, al Big Mamma si possono vedere opere e ritratti, e un tavolo dell’epoca della stesura del romanzo è ancora lì e tollera, resistendo silenziosamente, la moderna e attuale estetica del locale.
Mario ricordava che la prima volta che spedì La tregua a una casa editrice di Buenos Aires fu un tale fallimento che la casa editrice addirittura gli rinviò il plico con il manoscritto senza nemmeno averlo aperto. Nei decenni successivi, il libro sarebbe stato ristampato continuativamente in decine di paesi in lungo e in largo per il mondo. Inoltre, nel 1974 Sergio Renán avrebbe girato la versione cinematografica del testo, sebbene Benedetti non fu mai troppo convinto del fatto che avessero spostato la storia a Buenos Aires, ritenendo che lo scenario di Montevideo fosse fondamentale per lo spirito e la narrazione dell’opera.
Nella Ciudad Vieja il porto si percepisce, i cani annusano gli angoli, alcuni negozi di alimentari hanno le facciate dipinte con colori appariscenti, i tram avanzano lenti verso il teatro Solís, i montevideani passeggiano senza troppa fretta ed è normale che si fermino a scambiare due chiacchiere. Questa calma così nazionale, tanto evocata da Mario, ha la sua rappresentazione migliore sulla via pedonale Sarandí, dalla Rambla República de Francia fino a Plaza Independencia, dove la classe media di Montevideo, germe e centro dell’opera di Benedetti, metteva in scena la sua routine quotidiana.

Visita in ufficio
Ariel Silva è stato il segretario dello scrittore fintantoché era in vita e attualmente gestisce la Fondazione Mario Benedetti, che ha sede nel centro della città, al 1130 di Canelones. Ariel ha la capacità di ricordare Mario in un modo benedettiano, ovvero, con un misto di umorismo e nostalgia e lucidità che fornisce un intenso ritratto dei suoi trascorsi con l’autore.
L’edificio della Fondazione si trova a pochi passi dall’ultimo domicilio di Benedetti. Curiosamente l’ultimo appartamento dello scrittore si trova nella via dedicata a uno dei suoi grandi amici, il senatore Zelmar Michelini. Molto vicina all’ultimo domicilio c’è Plaza Cagancha (“questa piazza si chiama Libertà / per questo le hanno tolto le piastrelle…”) e a seguire Avenida 18 de Julio, la grande arteria del centro, Plaza Ingeniero Fabini, dove troneggia un monumento, che più che un monumento è una “confusione” di lotte e passioni come direbbe lo stesso Benedetti.
18 de Julio finisce in Plaza de la Independencia dove si trova Palacio Salvo, “mostro folcloristico”, per Benedetti, “rappresentazione del carattere nazionale: sfacciato, insipido, compatto, simpatico”. La cartolina del Palacio Salvo, in secondo piano dietro a un manipolo di palme, è una delle immagini più iconiche di Montevideo.
Ariel Silva insiste ad andare alla Ragioneria Generale dello Stato, organo burocratico e amministrativo dell’Uruguay e luogo in cui Benedetti lavorò dal 1940 al 1945. “Poemas de la oficina” nacquero da questa esperienza. Da questa esperienza e dalla lettura casuale del poeta argentino Baldomero Fernández Moreno, in cui Benedetti scoprì un tipo di poesia in rotta con l’esotico o l’eccentrico, “e cominciò a scrivere semplicemente di cose che interessavano alla gente”. Benedetti attribuì sempre il suo successo letterario a questa chiave.
La Ragioneria Generale è la rappresentazione della burocrazia uruguaiana. Funziona tutto con calma. L’eco dei francobolli che si appongono sui documenti risuona in tutto l’edificio. I banconi sono di legno di quercia. I funzionari passeggiano ipnotizzati dal piacere di una vita sicura. Magari in attesa di una nuova riunione dei dirigenti per vedere se finalmente viene confermato l’aumento di stipendio, come succede ne El Presupuesto, il racconto che apre Montevideanos. Nelle file d’attesa ai banconi si intessono conversazioni pazienti e rassegnate.
Nell’edificio c’è una piccola biblioteca e un ricordo di Benedetti. Si può ancora visitare il suo ufficio. Ma perché questo avvenga bisogna aspettare che una guardia chiami un’altra guardia perché avvisi un subalterno che a sua volta avvisi il funzionario addetto alle visite. Ma la catena, con un ritmo proprio, funziona. E arriva Daniel Blanco, con un’andatura paciosa, un’andatura che evoca il dondolio degli elefanti. E ci mostra l’edificio, la biblioteca, le sale. E, nel frattempo, pontifica sul carattere calmo dell’uruguaiano, sapete, siamo fatti così, questo è il nostro ritmo, ci piace la sera, il mate, non serve mica avere tanta fretta. E intanto parla come chi sta impartendo una lezione. Parla tutto il tempo di Mario, delle sue poesie, dei suoi racconti. Ma arriva l’ora della verità e Ariel gli chiede se ha letto Benedetti. “No, in realtà non ne ho avuto occasione. Sa com’è. C’è un sacco da fare qui…”

Esilio e desexilio
Ariel Silva ammette che Mario ha sempre avuto nostalgia di Montevideo, avendo trascorso molto tempo fuori dalla città, sia per impegni, per decisione personale e, ovviamente, per l’esilio. Negli ultimi anni, Benedetti fuggiva dall’inverno come chi fugge da un brutto sogno. Viveva l’estate di Montevideo e l’estate di Madrid. Il calendario e la simmetria climatica degli emisferi gli facilitava quella fuga dal freddo.
Benedetti trascorse dodici anni in esilio e sognava sempre di tornare. “Torno, voglio credere che sto tornando / con la mia storia migliore e la mia storia peggiore / conosco questo cammino a memoria / ma comunque mi sorprendo.” Nostalgia di Montevideo nell’esilio, ma anche “nostalgia dell’esilio” una volta che questo finì. Lo scrittore affermò sempre che un esiliato è un esiliato per tutta la vita, anche se ritorna in patria, “e io ero uno di quelli che rimetteva i vestiti della valigia nell’armadio; c’era anche chi non disfaceva neanche le valigie”. La parola desexilio, che inventò lui stesso, lo accompagnò per sempre, come uno specchio dell’esilio.
Lo scorso 17 maggio è stato il quinto anniversario della morte dello scrittore. L’ultimo giorno del mese si è esaudita l’ultima volontà di Mario e i suoi resti sono stati trasferiti al loculo in cui si trovava sua moglie, Luz López Alegre, nel Cimitero Centrale di Montevideo. Alla piccola cerimonia era presente il cantautore Daniel Viglietti, voce e chitarra di Benedetti, e tanti altri amici dello scrittore. Dopo l’evento tutto è rimasto impregnato di silenzio, un simpatico e paziente silenzio montevideano. E l’esilio – o il desexilio – era quella quiete definitiva.

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Traduzione di elisa tramontin

Elisa Tramontin è nata a Belluno, ma vive e lavora a Roma. Laureata in Lingue e Letterature Straniere a Bologna, dal 2005 collabora con diverse case editrici e si occupa di traduzione e sottotitolazione di film e documentari. Per laNuovafrontiera ha tradotto Mario Benedetti, Fernando Aramburu, Antonio Dal Masetto, Lucía Puenzo, Sergio Álvarez e Valeria Luiselli.

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