Missing. Un libro pertinente, di Jorge Carrión

Pubblichiamo una recensione del critico e scrittore Jorge Carrión su Missing, il libro di Alberto Fuguet che sarà presentato il 12 maggio, alle ore 19.00 al Salone del libro di Torino.

traduzione di Chiara Muzzi.

Nel maggio del 2003, Alberto Fuguet pubblicò sulla rivista peruviana Etiqueta negra il reportage “Cercasi zio”, in cui raccontava la scomparsa nel 1986 di Carlos Patricio Fuguet, dopo una sfilza di problemi, in Cile e negli Stati Uniti, con la famiglia e con la legge, che lo avevano portato addirittura in carcere. Quel testo non era altro che una delle fasi di una vecchia ossessione, quella dello scrittore per una figura immaginaria, incarnazione del sogno di scomparire, che lo ha accompagnato per tutta la vita. Grazie a un investigatore privato, Alberto Fuguet trovò suo zio, lo intervistò a lungo e decise di scrivere Missing, uno dei libri di non-fiction più importanti degli ultimi anni. Un romanzo molto pertinente.

Nelle sue pagine più coraggiose, la trascrizione delle parole di Carlos si fonde con la ricostruzione, ossia con la fabulazione portata al minimo, in verso e senza maiuscole, seguendo una logica tecnica che scandisce il ritmo della parola (come aveva fatto in precedenza Martín Caparrós con certe testimonianze di El interior). Dopo aver conosciuto a fondo la vita dello zio e averla contestualizzata nella famiglia e nella storia, dopo aver empatizzato con il protagonista del suo libro, Fuguet realizza un teso esercizio di ventriloquia e monologa per quasi duecento pagine per raccontarci uno degli infiniti modi di imparare la solitudine. Perché la stigmatizzazione di Carlos nel seno di una famiglia con violente tensioni interne, il suo progressivo allontanamento, la sua particolare concezione della libertà, la sua esperienza nell’esercito e in carcere o i suoi strani rapporti erotici e sentimentali (il più memorabile, con un’anziana) si devono considerare come gli elementi di uno dei Bildungsroman a cui ci ha abituati la postmodernità (quelli dei film di Wim Wenders, per capirci). Il romanzo di formazione di un uomo che invece di seguire il modello generale e, quindi, socializzare e procreare, si isola. Il suo itinerario di vita si può leggere come una versione plausibile di quell’altro sogno americano: l’individuo svincolato dalla famiglia, consumo-dipendente, frequentatore di autostrade e motel come porte di accesso per paesaggi di una desolazione minerale, gestore nomade di hotel sperduti, indigente progressivo in una società che non concepisce la possibilità che il presente non sia assicurato in vista del futuro (con un piano di pensionamento, un’assicurazione medica, qualche risparmio).

La storia si sarebbe potuta narrare come una biografia, ma per farlo Fuguet sarebbe dovuto partire da un materiale stabile, predeterminato. Niente di più lontano dalla volontà di un libro che sa di essere “progetto”. Opera in divenire. La sua pluralità di generi (investigazione giornalistica, reportage di viaggio, confessione autobiografica, storia familiare, intervista diretta, taccuino di appunti, corrispondenza epistolare via posta elettronica, testimonianza poeticizzata) e il desiderio di ricapitolazione dell’autore rivelano la volontà di destabilizzare le forme con cui generalmente ci si avvicina al reale. Con questa intenzione, la prima cosa che perde stabilità è lo stesso io. In alcuni frammenti, infatti, il narratore diventa “lui” o semplicemente sparisce. Senza dubbio l’ossessione di trasformare il fantasma di Carlos in una specie di filo conduttore segreto della sua esistenza favorisce sia la riconsiderazione della scrittura e della pubblicazione di libri anteriori sia l’esplorazione di insuccessi e tentativi falliti. La vita e le sue aspettative e i suoi progetti. Il nucleo dell’analisi sulla sua vita sta nel passaggio in cui Fuguet vede nell’emigrazione negli Stati Uniti il momento chiave della sua stessa biografia: “sono diventato uno scrittore […] perché ho perso un intero paese” e soprattutto “perché ho perso una lingua”.

Il linguaggio di Missing è fedele sia alla poetica del suo autore sia all’ambivalenza dell’opera (in bilico tra due paesi e due culture e due lingue): “la musica disco”, “qualcosa del genere”, “dove cazzo sei?”, “un remix”, “enter ghost”, “resident manager”, “shift doppio”. Siamo davanti a colloquialismi e anglicismi ben studiati, che trasmettono alle pagine la freschezza espressiva di quello che non deve essere letto come un testo chiuso, monolitico, monumentale, ma come una ricerca in divenire, che riguarda la realtà e, allo stesso tempo, il modo in cui questa realtà è trasmessa. La falsa immediatezza e la crudezza del linguaggio, ovviamente, hanno a che vedere anche con la sensazione di sincerità. Fuguet fa un patto con il lettore: ti racconto i fatti esattamente come li ho vissuti e sentiti. E affinché il lettore accetti il patto, definisce suo padre: “un egoista figlio di puttana che se ne è andato”. E dice di suo nonno: “È morto il vecchio di merda. […] Finalmente”. Ma nella letteratura, che alla fine è una forma codificata, la confessione nasconde sempre un’intenzione narrativa: la ricerca dello zio Carlos e l’incontro con lui faranno parte di un meccanismo vitale ed emotivo che avvicinerà il narratore a suo padre e, attraverso di lui, alla figura scomoda del nonno. Le parole si mettono al servizio di questa metamorfosi e di questa catarsi. “Chiusi il libro e mi misi a piangere”, confessa il narratore. Come accade nella migliore letteratura confessionale, tali parole sono dosate per ottenere effetti letterari. Il libro deve comunicare verità: per questo deve essere insieme duro e tenero, tragico e comico, crudo e sofisticato, lacerante e una boccata di aria fresca.

Credo che Missing sia un libro pertinente perché dimostra ancora una volta che è possibile raccontare belle storie, assolutamente vere, con artifici letterari; e perché testimonia un certo stato di una lingua letteraria in spagnolo che non esisteva prima, che ha motivo di essere solo nella nostra epoca. Una lingua di frontiera. Il romanzo tende a mascherarsi da cronaca fin dalle sue origini quasi contemporanee (il Chisciotte e il Lazarillo), ma la postmodernità ha radicalizzato con il tempo questo gioco di maschere: da Cent’anni di solitudine a Bersaglio notturno l’artificio letterario mantiene la sua condizione inverosimile di cronaca storica o giornalistica, ma parallelamente troviamo una tradizione di opere che si presentano direttamente come cronache verosimili (se Il romanzo di Perón e Santa Evita sono libri di non-fiction, pensiamo ad esempio alla linea che va da Storia universale dell’infamia a La letteratura nazista in America, se si possono considerare romanzi). Nel contesto attuale, con la fiction letteraria che vampirizza costantemente le strategie dell’autobiografia, del discorso storiografico e dell’indagine giornalistica, Missing agisce come un pertinente elemento di resistenza, nella sua condizione di romanzo non-fiction cosciente di essere assolutamente letterario.

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