Messico 2006-2014: la crisi dei diritti umani, di Diego Osorno

Il Messico soffre di una lunga crisi dei diritti umani visibile oggi a livello internazionale per la sparizione di 43 studenti di una scuola pubblica di Guerrero. L’ultima notizia certa che abbiamo è che questi giovani poveri e di sinistra, per la maggior parte figli di contadini, sono stati arrestati da un gruppo di poliziotti la notte del 26 Settembre 2014 in una città dove è in funzione lo schema del “Comando Unificato”, per cui,  la polizia federale, statale e urbana agiscono in modo coordinato.

Quello che è successo a Iguala è un’eccezione nel nostro Paese? Sfortunatamente la risposta è no.

Con maggiore enfasi a partire dal 2006 e fino ad oggi, molti cittadini, organizzazioni sociali e politiche sono stati vittime di una costante e illegale repressione dello Stato messicano. Nel 2006, quando ancora governava Vicente Fox, dovremmo ricordare che tre lavoratori del sindacato dei minatori furono assassinati dalla polizia durante uno sciopero; sempre allora, due giovani morirono durante un assalto della polizia al villaggio di San Salvador Atenco, dove un centinaio di fermati furono brutalmente torturati e una decina di donne violentate; nella città di Oaxaca, più di venti oppositori dell’allora governatore, morirono sotto i colpi sparati dagli squadroni illegali.

Dal 2007 al 2012, durante il mandato di Felipe Calderón, la crisi umanitaria si esacerbò con l’adozione del termine Guerra del Narco nella narrativa ufficiale. Migliaia di uccisioni, sparizioni, torture e detenzioni illegali, così come decine di massacri accaddero nella totale impunità. Tra questi caduti, ci sono un’altra decina di studenti.  Per esempio, Jorge Mercado e Fernando Arredondo, che furono assassinati da un commando dell’Esercito che, dopo averli uccisi, provò a rendere irriconoscibili i resti di questi due studenti modello del Tec di Monterrey sfigurandone i volti e presentandoli alla stampa come due supposti membri degli Zeta.

Nel 2013 e 2014, già sotto la presidenza di Enrique Peña Nieto, il massacro di Tlatlaya e Iguala, sono solo i fatti più noti, però la lista è lunga e parte da altri massacri che sono stati nascosti e arriva a centinaia di detenzioni illegali di attivisti in diverse parti del Paese.

Di questa crisi dei diritti umani che è stata denunciata puntualmente da tanto tempo da organizzazioni non governative, accademici e giornalisti, i responsabili sono praticamente tutti i partiti politici, con la complicità della Commissione Nazionale dei Diritti Umani, soprattutto sotto la presidenza di Raúl Plascencia, la cui rielezione sarebbe una sorta di scherzo macabro.

Che succederà? È una delle domande che circola nel Paese in questi giorni.

Se questa grave crisi dei diritti umani che soffriamo continua a crescere, non è fuori luogo pensare che, un giorno, si trasformerà in una crisi sociale e politica in cui migliaia di messicani umiliati e offesi tra il 2006 e il 2014 potranno fare qualcosa di più intelligente e organizzato che incendiare la porta abbandonata del Palazzo Nazionale.

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