Mercé Rodoreda: fiori e letteratura

Mercé Rodoreda ha un giardino. Vive in un giardino. Il giardino di questa magnifica scrittrice non è solo il giardino che vediamo alla fine del viaggio sentimentale, quasi amoroso, che intraprendiamo per vederla, non è solo il giardino in cui lei, tanto orgogliosa della sua piccola selva, vive. Il giardino della Rodoreda è pieno di fiori diversi, fiori di carta e mistero, di cui i lettori hanno potuto annusarne l’odore dal 1937, data di pubblicazione del suo quinto romanzo, Aloma che lei vuole considerare il primo “perché gli altri, erano veramente brutti…”. Sono fiori magici, drammatici, musicali, intimi che sono cresciuti lungo tutte le sue pagine, cercando il profumo e il colore di una letteratura in un certo senso fantastica, anche nel realismo più tangibile.

Domanda> Come si difende adesso, con tutto questo successo, dall’attacco alla sua vita privata?
Risposta> non rispondendo al telefono, per esempio e nei giorni pericolosi – il sabato e la domenica – quando arriva gente che vuole che gli autografi i libri, o che vuole farsi fotografare con me come se io fossi una cantante di copla, chiudendo il cancello a chiave e posizionando le persiane come se qui non ci vivesse nessuno. Mi chiudo come in una prigione, e qualche volta, anche se sono un po’ sorda, sento arrivare delle macchine, perché una macchina si sente sempre in un posto silenzioso come Romanyá. E penso: “che rabbia, che rabbia, non gli apro…”.
Questa persecuzione non è iniziata prima di compiere 70 anni, i quotidiani hanno iniziato a parlare di me e a pubblicare fotografie. Ed è andata avanti quando mi hanno consegnato il Premio de Honor de las Letras Catalanas. Quello fu uno strazio. E dopo è andata avanti con i programmi televisivi, perché ormai la televisione ha un’influenza così grande che la gente diventa matta pur di conoscere chi ci va, per chiunque.
Ho sempre avuto bisogno di solitudine. Già a Ginevra ho vissuto ventiquattro anni quasi completamente isolata. Non conosco la Svizzera né mi restano amici laggiù. Percorrevo quello che soprannominavo il “Triangolo delle Bermuda”: Ginevra, la stanza della domestica che conservo a Parigi e la casa a Barcellona, senza quasi relazionarmi con nessuno. E adesso, imprigionata qui, a Romanyá, se la felicità esistesse (lei ci crede?) potrei dire di essere felice…
Ho bisogno della solitudine per il  mio lavoro e per la mia vita. All’inizio, la gente mi stanca terribilmente, non mi interessa per niente. Avendo libri, bei dischi e la mia macchina da scrivere, la mia vita si riempie, non ho bisogno di altro.
D> Nell’introduzione di Mirall Trencat (Specchio rotto) dice che un romanzo si crea con una grande quantità di intuizioni con una certa quantità di imponderabile, con patimenti e resurrezioni dell’anima, con esaltazioni, con disinganni, con scorte di ricordi inconsapevoli…, una vera e propria alchimia”. Ultimamente si è parlato molto de La piazza del diamante, dimenticando romanzi posteriori come Mirall trencat – splendido – o come il suo libro pubblicato, Quanta, quanta guerra (Quanta, quanta guerra). Potrebbe svelarci qualcosa sull’alchimia usata per questo romanzo? Quale dose magica ha usato per rompere, apparentemente, la linea precedente più realista, entrando appieno in un racconto totalmente fantastico?
R> L’alchimia sta nell’aver vissuto, aver vissuto molto, io non sono una fabbricante di romanzi. Quando ne scrivo uno – ne sto correggendo uno adesso, per esempio – è perché ho voglia di scriverlo. Questo è stranissimo, non piacerà a nessuno.
P> Questa tendenza alla magia non nasce adesso, vero?
R> Assolutamente no, inizia in Mirall trencat, ed è ancora più evidente in Viaggi e Fiori (Viajes y flores), però già in La piazza…(1962) c’è un capitolo, quello della chiesa, nel quale Colometa vede delle palline diventare rosse, quelle palline sono le anime dei soldati. Non è già qualcosa di tipo fantastico? Il seme era stato piantato all’inizio. Inoltre, mi hanno sempre appassionato autori come Lovecraft, Poe, Machen…
P> Come convivono il realismo caratteristico delle sue storie più celebri e questa costante tendenza all’onirico?
R > Molto amichevolmente: ricordo che ne Le avventure di Gordon Pym, Poe descrive dell’acqua striata di rosso, in realtà rappresenta il sangue. È un passaggio di fantasia, ma è come se lo potessimo vedere davvero. Per quanto riguarda la guerra, che in quest’ultimo libro sembra un incubo,  sfortunatamente, è un’esperienza familiare a tutte le persone della mia generazione. “In una guerra non importa chi vince o chi perde, una guerra serve a far sì che tutti la perdano”.
D> I fiori – come gli angeli, e a volte, gli specchi – sono temi ossessivi della lirica della sua opera. Sono talmente tanti i fiori nelle sue pagine che ormai è consuetudine invitarla ad esposizioni di floricultura. In uno dei suoi racconti c’è una ragazza che si vergogna del suo strano nome, Crisantema. Ci parli ancora – anche se lo ha già fatto in altre interviste – di quel crisantemo che ha segnato la sua vita.
R> Il famoso crisantemo? È una vecchia sensazione di vergogna che mi accompagna da quando all’età di 4 o 5 anni ne rubai uno. Non avevo mai visto un fiore come quello.
D> Ci sono dei crisantemi nel suo giardino?
R> No, dovrei piantarli… però ho delle rose, molte piante arbustive, che in estate vanno annaffiate ogni sei sette giorni. Ho un albero di Giove, delle ortensie, vitadimias… come può vedere non sono sola, è così pieno di vita qui, che mette paura. Ci sono molte gazze bellissime, e mi hanno detto che in zona ci sono anche dei cinghiali. Sono in ottima compagnia.

Di Mercé Rodoreda LaNuovafrontiera ha pubblicato: La piazza del diamante, Via delle Camelie e Giardino sul mare.

Intervista rilasciata al quotidiano El Pais il 15 Aprile 1983, ringraziamo Mia Parissi per la segnalazione sul suo blog http://blockmianotes.wordpress.com/.

Print Friendly

1 Comment Mercé Rodoreda: fiori e letteratura

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *