María en tierra de nadie, un documentario

Presentiamo oggi un’intervista alla regista Marcela Zamora Chamorro che per più di un anno ha seguito alcune migranti centroamericane durante il loro viaggio attraverso vari Paesi dell’America Centrale per tentare di arrivare negli Stati Uniti. Da questa esperienza è nato un documentario, María en tierra de nadie, Maria nella terra di nessuno. La giornalista Fabiola Pomareda ha realizzato questa intervista all’autrice per la rivista Contratiempo. Buona lettura.

traduzione di Francesco Esposito

È stato sulle rive del  Suchiate, il fiume che delinea la frontiera tra Tecún Umán, in Guatemala, e Ciudad Hidalgo, nello stato messicano del Chiapas, che tra l’ottobre 2008 e il dicembre 2009 la documentarista Marcela Zamora Chamorro ha cominciato a seguire alcune donne centroamericane durante il loro viaggio verso gli Stati Uniti, dove molte di loro non sono mai arrivate.

Il suo documentario María en tierra de nadie raccoglie testimonianze forti, mai mostrate prima, di ciò che è accaduto nel crudele percorso di alcune di queste donne e sopravvissute, dell’impotenza dei familiari che non hanno più visto le loro figlie, madri, zie, sorelle dopo che queste hanno cominciato il loro viaggio verso il nord.

Zamora, che recentemente in visita a Chicago, ha spiegato come si è accorta che la migrazione centroamericana aveva un volto maschile, perché nei media le testimonianze venivano sempre date dagli uomini e non dalle donne.

«Le donne stavano sempre in silenzio, negli angoli, con il loro matate[1] a coprire i loro problemi, perché parlare per le donne comporta aprire ferite, e aprire ferite significa essere deboli, e quando ti metti in cammino non puoi certo essere debole. Devi tener duro”» ha raccontato Zamora.

«La donna non parla, non si offre mai per parlare, per questo ho voluto dar voce alle donne per raccontare la storia dal loro punto di vista», ha aggiunto.

Il documentario racconta la storia di due donne salvadoregne che provano a migrare e di una madre di 60 anni che intraprende il viaggio alla ricerca della figlia scomparsa in Messico. Viene sottolineato il ruolo chiave degli albergues[2] nell’informare questa popolazione riguardo ai pericoli del viaggio e denunciato lo sfruttamento di queste persone da parte delle organizzazioni criminali.

Il documentario, inoltre, include esperienze di donne sequestrate dall’organizzazione criminale conosciuta col nome di “Los Zetas”, e di alcune vittime del traffico sessuale o donne mutilate durante il tragitto, cosi come la storia della solidarietà delle Patronas, donne nel sud del Messico che danno una mano distribuendo alimenti ai migranti che viaggiano sui treni.

Zamora è stata accompagnata da Óscar Martínez, del quotidiano salvadoregno El Faro, dalla documentarista israeliana Keren Shayo, dai fotografi spagnoli Edu Ponces e Toni Arnau e dall’argentino Eduardo Soteras, con il progetto En el camino.

E così questa squadra di comunicatori ha intrapreso il viaggio che realizzano migliaia di migranti centroamericani senza documenti attraverso il territorio messicano. Come risultato del progetto sono nati il libro fotografico En el camino. México, la ruta de los migrantes que no importan e il reportage narrativo Los migrantes que no importan” editi dalle casi editrici Icaria e Blume. C’era  però bisogno anche d’immagini vive.

«Loro mi hanno invitato a realizzare un cortometraggio e quando ce ne siamo resi conto, avevamo materiale per 20 lungometraggi. Ho iniziato a viaggiare con loro e mi sono resa conto del tema che volevo trattare, volevo parlare delle donne» ha commentato Zamora.

Il documentario è stato post prodotto in otto mesi tra Messico e la Scuola di Cinema e Televisione di San Antonio de Los Baños, Cuba con il sostegno dell’ Open Society Institute, la Fondazione Ford, e il gruppo che si occupa di questioni legali sui diritti umani i(dh)eas in Messico.[3]

Riguardo al titolo María en tierra de nadie, Zamora ha dichiarato che allude al pellegrinaggio di Maria, alla ricerca della locanda per partorire Gesù.

«Tutti le chiudono la porta in faccia ed è un po’ quello che succede alle donne migranti. Le uniche persone che aprono loro la porta sono membri della chiesa, di differenti chiese.»

Una volta terminato il documentario, Zamora ha attivato un monitoraggio dei personaggi del film per circa un anno.

«Ho creato un legame. Qui lasci qualcosa. Il documentario è un discorso, non è giornalismo. I documentari sociali dopotutto sono attivismo. Questo documentario non lo sto realizzando perché la gente dica che è bello, che è ottimo, ma per dare origine a una reazione.»

Zamora è nata in Nicaragua, ma ha la nazionalità salvadoregna. Ha studiato giornalismo e comunicazione in Costa Rica, dove ha realizzato il suo primo lavoro audiovisivo sui migranti nicaraguensi. Ha vissuto in Messico, dove ha lavorato per un anno alla realizzazione del documentario Xochiquetzal. La casa de las flores bellas su un albergue nel quartiere La Merced, nel quale convivono prostitute anziane. Ha vissuto in Venezuela, dove è stata assistente di direzione per un documentario sulla nazionalizzazione dell’industria petrolifera e per altri  lavori  sulle favelas più grandi di Caracas.


[1] Matate, borsa di corda usata dai contadini centroamericani per trasportare cibo e oggetti vari. [N.d.T.]

[2] Gli albergues, rifugi per migranti, hanno lo scopo di assistere coloro che hanno bisogno di aiuto durante il viaggio. Offrono assistenza primaria come vitto e alloggio oltre ad assistenza sanitaria di base. [N.d.T.]

[3] Dal sito del collettivo i(dh)eas: «In ambito migratorio i(dh)eas ha come obiettivo la promozione e la difesa dei diritti umani dei migranti e dei richiedenti asilo mediante l’utilizzo della “causa strategica”, ossia, la presentazione in tribunale di casi paradigmatici, allo scopo di modificare quelle strutture che permettono  la violazione dei diritti umani all’interno della società. [N.d.T.]

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