Mal d’archivio. Passato e futuro del verbo googlare, di Juan Mendoza

Pubblichiamo oggi una riflessione del giornalista argentino Juan José Mendoza, pubblicata originariamente sul supplemento culturale del quotidiano argentino Perfil, che analizza il tentativo di Google di digitalizzare i fondi delle biblioteche più importanti del mondo; dopo la Biblioteca Nazionale di Francia e la Biblioteca Nazionale di Spagna, anche la Biblioteca Nazionale argentina ha iniziato a riflettere su questa possibilità..  

traduzione di Marina Cantamutto

Google Book, l’area de digitalizazione di libri più importanti di Internet, da nove anni fotografa testi da tutto il mondo. Nel 2009 la Biblioteca Nazionale di Francia, un tempo la più recalcitrante a cedere i suoi fondi, cade  negli artigli di Google. Già prima la Biblioteca Nazionale di Spagna aveva fatto lo stesso. Nel 2008, quando Google aprì la sua filiale a Buenos Aires, correvano voci sulla posibilità che il gigante di Internet cominciasse la digitalizzazione dei fondi della Biblioteca Nazionale. Finora, niente di tutto questo è successo. Ma il dibattito sul piano nazionale di digitalizazione di fondi è già qui. In attesa.

«Perché amiamo così tanto i nostri archivi?» si domanda Claude Levi-Strauss in Il pensiero selvaggio. “Mal d’archivio” chiamò Jacques Derrida questa malattia che da secoli cova nel cuore silenzioso di un pensiero feticista e senza uomini. Il problema dell’archivio, che tanto richiamava il Michel Foucault di Archeologia del sapere, preoccupa anche per motivi del tutto diversi da Google. Il gigante di Internet porta avanti la più ambiziosa digitalizazione di testi che l’umanità abbia conosciuto.

Imperfetto. Centotrentamilioni di libri stampati in quasi seicento anni di stampa. Una media di 226,876 libri l’anno, 621 al giorno, 25 l’ora, quasi mezzo libro al minuto. E avanti s contare. Gutenberg sapeva veramente, cosa stava inventando? Stava inventando l’infinito. Stava meccanizando l’insondabile e creando l’angoscia di non poter leggere tutto. Gutenberg, che semplicemente applicò i caratteri mobili ad un’invenzione cinese, è stato l’inventore di tante altre cose. O meglio ancora, non è stato lui, sono stati i gutenbergiani, una legione discreta che ha propagato il morbo delle lettere in tutti gli angoli del mondo. Furono loro, i gutembergiani, i primi nemici della pagina in bianco e i responsabili della diffusione dei segni d’interpunzione, gli inventori dei paragrafi e della numerazione delle pagine. E sono stati sempre loro, i gutenbergiani, gli inventori delle cartelle, delle rilegature e degli scafali delle biblioteche. Perché tutto questo era già lì, senza saperlo, a dormire il suo sonno di futuro nel ventre di una macchina da stampa mal avvitata che, verso il 1449, impregnò di inchiostro il Messale di Costanza, il primo libro stampato che si conosca. Da allora, mille gutenbergiani disseminati ovunque hanno fatto ognuno la propia parte, come formiche che portano in diverse direzioni la notizia del fuoco. Furono, a loro modo, gli eredi discoli di una tradizione medievale che copiava lettere e trascinava macerie da un foglio ad un altro. Fino a che, un giorno del XX secolo, ad alcuni scenziati che tornavano ubriachi da una guerra, è capitato d’inventare la legione dei post-gutenbergiani. Ed eccoci qui.

Un furgoncino. Tutti i libri di tutti i tempi dentro un furgoncino. Vannevar Bush pensava che si sarebbe dovuto inventare il modo di farlo. Lo pensava nel 1945. Era una delle prime volte che qualcuno immaginava Internet. Una volta finita la guerra, Bush si chiedeva di cosa si dovessero occupare i seimila ricercatori che coordinava nell’Ufficio per lo Sviluppo Scientifico degli Stati Uniti. Lo preoccupava anche creare un sistema decentralizzato d’informazione, un meccanismo di tutela dei documenti che non divenissero facili prede di sabotaggi e attentati. Preservare quel meraviglioso patrimonio militare ricco di ordini di attacchi e bombardamenti nucleari con il quale avevano brillato durante la Seconda Guerra e che, paradossalmente, poteva essere anche distrutto, era al centro di quella nuova “scienza sociale”. Era il cuore di una nuova politica bibliotecnologica che, davanti all’avanzare della moda del classicismo, scambiava Platone per Clausewitz e degradava Epicuro. Tutti i libri di tutti i tempi dentro un furgoncino. La domanda era: se qualcuno aveva pensato di preservare tutto, significava che qualcuno stava pensando di distruggere tutto? Nel cuore di un’ideologia di conservazione culturale si consolidava, silenziosa, una profonda vocazione bellicista, amante disperata della distruzione? Lì stava, corazzato, il primo embrione di Google. Vannevar Bush intendeva che la memoria era qualcosa di passeggero e, pertanto, si doveva inventare un apparecchio, il “memex” (una sorta di “estensore della memoria”), nel quale si potessero immagazzinare i libri e gli archivi di tutti i tempi. E che fosse meccanizzato in modo tale che potesse consultarsi a grande velocità.

10 elevato a 100. La parola la pronunciò per la prima volta un bambino di nome Milton Sirotta un pomeriggio del 1938 mentre passeggiava per il lido del fiume Hudson. Quando il matematico Edward Kasner chiese a uno dei suoi nipoti che nome avesse dato ad un 1 seguito da cento zeri (1100), questi gli rispose: Googol. Una variazione di quella parola utilizzata dai matematici come variante per riferirsi all’infinito è quella che, quasi sessanta anni dopo, nel 1997, Larry Page e Sergey Brin scelsero per denominare il loro nuovo motore di ricerca. In quel tempo Google era soltanto un innocente programmino, ma già era predestinato ad essere quello che sarebbe diventato: il motore di ricerca più importante del Web.

Vieni libro, ti faccio una fotografia. Nell’ottobre del 2004 l’azienda Google Inc. ha presentato alla Fiera del Libro di Francoforte il suo progetto “Biblioteca Google Print”. Un progetto che si proponeva la creazione di un archivio di libri digitalizati disponibili per la consultazione on-line. A dicembre dello stesso anno il progetto contava già su accordi con la New York Public Library e le biblioteche dell’Università di Michigan, Harvard, Standford e con quella che aveva aderito fin dall’inizio: la Biblioteca Bodleian dell’Università di Oxford. All’epoca Google annunciava che avrebbe digitalizzato quindici milioni di libri in un decennio. Per ambizioso che potesse sembrare allora, nove anni più tardi il progetto ha già digitalizzato venti milioni di libri. Cioè, cinque milioni più di quelli che inizialmente ci si era proposti. Ma molte cose sono successe da allora. Fra le tante: Google ha realizzato degli accordi di digitalizzazione di libri con la Biblioteca Nazionale di Madrid e con quella che, di tutte, sembrava una delle biblioteche più difficili da convincere per il suo patrimonio bibliografico, per la sua avversione alla cultura anglosassone: la Biblioteca Nazionale di Francia.

Andiamo a googlare amore mio. La parola Google riporta 11.140.000.000 risultati in 0,19 secondi. Il risultato smentisce quel mito che dice che la parola “sex” è la parola più ricercata su Internet (2.370.000.000 risultati in 0,41 secondi). Nella battaglia delle parole più ricercate su Google compaiono le parole Google, Free, Download, Yahoo, Hotmail, Facebook e Wikipedia. Al di là della parola “sesso”, naturalmente. Internet rimanda a se stesso, nello stesso modo in cui la TV rinvia tutto il tempo alla TV e la letteratura alla letteratura? La parola “sesso”, certamente, è la regina di tutte le vedette: direttamente o no, compare nella letteratura, nella TV e nel Web. «Gli specchi e la copula sono abominevoli, perché moltiplicano il numero delle cose», potremmo dire parafrasando uno degli incipit più conosciuti di Borges. Borges lo diceva nello stesso testo in cui vaticinava che i nuovi tempi avrebbero portato una nuova enciclopedia; e una nuova enciclopedia significava, per lui, la creazione di un nuovo ordine del mondo. «Se c’è nel mondo, c’è su Google» dicono milioni di internauti ogni giorno, in tutto il mondo. Davvero c’è tutto su Google? Quali sono le cose fatte di parole che ancora non sono su Google? Quanto tempo dovrà passare affinché comincino a esserci? Come evitare che Google catturi tutto? Il dibattito sulla digitalizzazione e l’opposizione “libri VS ebooks” nasconde un dibattito ancora maggiore, alimentato soltanto d inclinazioni solitarie e individuali ma titolare di un’enorme tradizione: cosa stiamo faccendo con i nostri archivi analogici? In Argentina esiste una vera “coscienza documentale” o regge soltanto la cultura dell’inerzia e dell’incuria archivistica? Lasciando da parte programmi eccezionali e isolati, esistono politiche di conservazione di patrimoni bibliografici su scala nazionale? Quali sono?

Grande Sorella. La macchina per la digitalizzazione è già qui, tranquilla, scintillante. Davanti al suo occhio passano pagine che litigano con gli acari da alcuni secoli. Libri delicati. Libri con dorsi, senza dorsi. La storia della rilegatura è cambiata. Ce ne sono differenti tipi. Ma lo scanner dell’era digitale, quel vero Grande Fratello dei Libri che tutto vede, è estraneo a questo tipo di dettagli. Lui digitalizza. Come un tarlo a circuiti integrati, lui va. Lontano dai dibattiti su “libri VS ebooks” lui va oltre. Lui mangia. Una ad una va inghiottendo le pagine che giungono al suo occhio da ciclope. Click. Click. Ogni suo battere di palpebre è una nuova pagina che, dopo il passaggio per il Purgatorio delle biblioteche analogiche, dopo avervi trascorso varie decadi, adesso arrivano finalmente all’Olimpo Digitale. Un ultimo splendore e le pagine scampano per sempre dal pericolo del fuoco. O, addiritura, già possono andare a dormire tranquille, fiduciose che qualcosa di loro, qualcosa fatto di bits, sopravviverà. Qualcosa simile a loro è divenuto immortale. E a partire da quel momento saranno lì, nella nuvola di internet, in un Inferno impossibile per la posterità. Alla fine, dopo alcuni secoli di modernità, gli uomini post-umanisti si ritroveranno con un sapere che gli uomini medioevali già possedevano: le biblioteche sono soltanto un mezzo che i testi hanno per produrre altri testi.

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