Lunare, Luanda

Questo articolo dello scrittore angolano è uscito originariamente sul Manifesto del 27 luglio 2010.

Luanda. Oppure Lua, la luna in portoghese, come è conosciuta nell’intimità. Anche Loanda. Letterariamente: Luuanda (si veda Luandino Vieira). Con il suo nome completo, São Paulo de Assunção de Luanda, venne fondata nel 1575 da Paulo Dias de Novais. Vent’anni dopo arrivarono nella nuova città le prime dodici donne bianche, che subito trovarono dei fidanzati e si sposarono ed ebbero dei figli. Nel 1641 la città fu occupata dagli olandesi, che se la diedero a gambe appena sette anni dopo. Il 15 agosto del 1648 una truppa carnevalesca di bianchi, neri e indios, portata fino in Africa a bordo dei galeoni dell’immensamente facoltoso latifondista e negriero carioca, per quanto originario di Cadice, in Spagna, Salvador Correia de Sá e Benevides, sbarca a Luanda. Tratti in inganno da una serie di audaci manovre di Correia de Sá, più di mille soldati olandesi si arrendono, abbandonando due fortezze praticamente intatte a un esercito esausto di meno di seicento uomini.

Ebbe così inizio una splendida confusione di razze, lingue, accenti, fischietti, clacson e percussioni, che, con il passare dei secoli, non ha fatto che perfezionarsi. Il caos che genera un caos ancora più grande. Oggi, si mischiano per le strade di Luanda l’umbundo oblungo degli ovimbundo. Il lingala (lingua nata per essere cantata) e il francese stentato degli emigranti di ritorno dal Congo. Il portoghese intonato dei borghesi. Il sordo portoghese dei portoghesi. Il raro quimbundo delle ultime bessangana, altere nei loro abiti tradizionali. A questo si aggiunga, negli ultimi tempi, un pizzico del mandarino ellittico dei cinesi, l’aroma speziato dell’arabo solare dei libanesi; e ancora qualche vocabolo in ebraico resuscitato, raccolto senza fretta la domenica mattina, in alcuni dei più sofisticati locali dell’isola. Più l’inglese, in tonalità diverse, di inglesi, americani e sudafricani. Il portoghese felice dei brasiliani. Lo spagnolo incantato di un cubano che si è fermato.

E tutta questa gente si muove lungo i marciapiedi, sgomitando agli angoli, in una sorta di universale moscacieca. Ragazzi lirici. Ragazze tisiche. Imprese di speranza privata. Cinesi (di nuovo) a frotte. Bambini che vendono sigarette, chiavi inglesi, batterie, popcorn, lucchetti, cuscini, grucce, profumi, cellulari, bilance, scarpe, radio, tavoli, aspirapolvere. Bambine che si vendono sulla porta degli hotel. Bambini che reclamizzano ciondoli, specchi, colla, collane, palloni di plastica, elastici per capelli. Bambine che trattano capelli biondi, «Cento per cento umani», intrecciati, per extension. Mutilati che ipotecano le protesi. Ambulanti che mercanteggiano papaie, maracuja, limoni, pere, mele, uva succulenta e remoti kiwi.

Zio! Capo! Bello! Ehi, guardami amico. Ué! Dico a te. Te lo metto a cinquecento, il disco, brother!

… Lavo…

… Sorveglio…

… Lustro…

Se fosse un uccello, Luanda sarebbe un immenso pappagallo, ebbro di abisso e di blu. Se fosse una catastrofe, sarebbe un terremoto: energia indomita, che scuote all’unisono le profonde fondamenta del mondo. Se fosse una donna, sarebbe una meretrice mulatta, dalle cosce esuberanti, il seno abbondante, un po’ stanca ormai, che balla nuda in pieno Carnevale.

Se fosse una malattia, sarebbe un aneurisma.

Difficile camminare sulla luna. La polvere penetra nei pensieri. Non è facile neanche guidare. Le buche, vive, ingoiano tutto. Si tratta, garantiscono alcuni specialisti, della più vasta collezione al mondo di buche urbane. A volte si risvegliano affamate. Si lanciano contro le automobili con la voracità dei piranha. I candongueiro, i caratteristici tassisti di Luanda, cercano di mettersi in salvo con improvvise sterzate, ma senza mai ridurre la velocità. Sono tanto pericolose le buche quanto i tassisti.

Il rumore copre la città come una coperta di filo spinato. A mezzogiorno l’aria rarefatta riverbera. Motori, migliaia e migliaia di motori di automobili, generatori, macchine convulse in movimento. Gru che innalzano palazzi. Prefiche che piangono un morto, in lunghi, lugubri ululati, in uno degli appartamenti di un palazzo di lusso. E botte, gente che si insulta gridando, urla, latrati, risate, gemiti, rapper che strillano la propria indignazione sul vasto clamore del caos in fiamme.

L’arte della fotografia non ha una tradizione in Angola. Al contrario di quanto è avvenuto in Mozambico (tanto per prendere come riferimento un paese molto vicino all’Angola da un punto di vista culturale e storico), non c’è mai stata in Angola una scuola di fotografia. Eppure, l’inizio è stato benaugurante. I quattro volumi con le eccezionali immagini raccolte alla fine del XIX secolo, tra Cabinda e Moçâmedes, da Cunha e Moraes contribuirono (e molto anche) a inventare l’Angola. Evidentemente, era ancora lo sguardo dell’ “altro”, carico di pregiudizi, ma anche di vero e proprio fascino se non, addirittura, di incanto. Purtroppo, Cunha e Moraes non ha avuto seguaci alla sua altezza. Mentre i mozambicani sono stati capaci di formare diverse generazioni di eccellenti fotografi – tra i quali è impossibile non citare i nomi di Ricardo Rangel, Kok Nam e Sérgio Santimano – non c’è un solo fotografo angolano conosciuto e apprezzato fuori dalle frontiere del paese. Dopo l’indipendenza, però, diversi sono stati i fotografi stranieri che hanno pubblicato libri con immagini dell’Angola. Il più costante tra questi professionisti, credo sia stato il brasiliano Sérgio Guerra, 45 anni, residente a Luanda dal 1997.

Fotografare è spiare. È mettere in mostra. Ovviamente, non si mette in mostra tutta la realtà, ma solo la realtà che al fotografo interessa rivelare. C’è quindi in qualunque discorso fotografico un sostrato ideologico più o meno consapevole, più o meno ben articolato, e dall’efficacia variabile. Da un punto di vista ideologico ed estetico, il lavoro di Sérgio Guerra si muove nello stesso terreno ruvido, periferico, di terra battuta, in cui ora si lanciano Inês Gonçalves e Kiluanje Liberdade, mostrandoci ritratti di persone comuni, di passaggio, o alla deriva, su uno scenario che non ha nulla, né di epico, né di lirico. Anime comuni in comunione con la realtà. Strappate al rumoroso silenzio della loro condizione, queste persone si espongono ed espongono una storia. Sono, quindi, storie di vita quelle che si insinuano nelle loro foto. Guardiamole, e ascoltiamole. Ascoltiamole con il cuore.

Storie di uomini, donne e bambini, disposti ad arrivare al posto giusto, anche prendendo le strade sbagliate. Persone che vogliono a ogni costo raddrizzarle le strade. Gente capace, anche, di fabbricarle le strade. Sono, insomma, ritratti di una città che resiste, ostinatamente, nonostante ogni genere di privazione. Eccola, la Luanda che ride, e balla, e festeggia la vita, anche quando si mette a lutto. La Luanda che ama, che si innamora e si lascia andare, nonostante il costante abbandono dei poteri pubblici. La Luanda che sa (o intuisce) che il sesso è sovversivo, che il sesso è rivoluzionario, e che ha inventato il kuduro e la tarrachinha, dopo aver inventato il semba o la kizomba. La Luanda che sta dando una nuova anima alla lingua portoghese.

Sentendo (con il cuore) le storie di queste persone, sono altri, ormai, questi ritratti. Si trasformano. E sì, ora sono grandi quadri epici; e sì, c’è della poesia in loro, la stessa armonia ribelle delle tempeste. Un territorio fatto di sogni, allo stesso tempo bello e pericoloso, come un campo minato coperto di girasoli. Sedetevi e ascoltate con attenzione. Questa è la Luanda che, alla fine, trionferà.
Traduzione dal portoghese di Giorgio de Marchis

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Traduzione di Lorenzo Ribaldi

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