L’ultimo segreto di Perón, di Luisa Valenzuela

Pubblichiamo oggi una riflessione di Luisa Valenzuela, scrittrice argentina, sul suo ultimo romanzo La máscara sarda (Seix Barral, 2012), un romanzo che indaga sulle origini di una delle figure più popolari della cultura argentina, Juan Domingo Perón. Secondo una storia che si racconta in Sardegna, il padre del peronismo sarebbe nato proprio su quest’isola e in questo romanzo la scrittrice argentina segue questa pista inaspettata quanto interessante. Buona lettura!

Traduzione di Rodja Bernardoni

Una volta ho detto che il romanzo lo si cerca, e che invece il racconto ti trova.

Ma c’è sempre modo di contraddirsi e di sbattere la faccia contro ogni affermazione categorica. Perché questo nuovo romanzo mi ha trovata e mi ha colto di sorpresa, proprio io che avevo rinunciato alla scrittura di ampio respiro e che a febbraio di quest’anno ho viaggiato in Sardegna con lo scopo di fare ricerche per un futuro libro su maschere e carnevali. Ma là mi aspettava, in agguato, la storia irrifiutabile. Perché quando sono arrivata nella regione conosciuta come la Barbagia di Ollolai, a Mamoiada, paesino di montagna di circa 2500 abitanti, mi aspettava la grande sorpresa: il presidente di una delle due associazioni di Mamuthones e issohadores, le maschere più rappresentative dell’isola, mi ha rivelato con assoluta certezza che Juan Domingo Perón era nato lì. Si tratterebbe di un emigrante sardo dell’inizio del XX° secolo che, nel segreto più assoluto, è riuscito a diventare un altro. L’ho presa come una grande favola, ma poi hanno cominciato a piovere i dati, e nell’albergo di Mamoiada, chiamato Sa Rosada, cioè La Rosada in onore del nostro palazzo del Governo, mi hanno presentato le prove: in numerosi libri sull’argomento pubblicati da insigni studiosi locali e perfino due articoli firmati da Nino Tola che sono apparsi sul giornale L’Unione Sarda nel 1951. L’argomento ha cominciato a interessarmi, perché negarlo, e ancora di più quando ho visto le maschere dei mamuthones che sorprendentemente hanno una vaga somiglianza con il profilo del Generale, e ho saputo che erano intagliate nel legno di pero selvatico (in italiano nel testo N.d.T). Mi sono detta sì,però? E però è una congiunzione avversativa che tra le altre meraviglie indica che quello che dice la frase a cui si riferisce impedisce o contraddice quanto detto nella principale. Ragione per cui non ho avuto altra via d’uscita e ho deciso di addentrarmi in quella “Selva selvaggia”, come direbbe Dante, e salpare alla ricerca del possibile romanzo.

Sono tornata a Buenos Aires con un sovrappeso di libri: quelli di Grazia Deledda, oriunda di quella regione, volumi sui carnevali della Barbagia, sulla mitologia, sulla storia e sulle tradizioni sarde, e perfino sulla sua musica. Qua mi attendevano le biografie autorizzate di Perón che ha firmato Pavón Pereyra, e altre biografie più libere: Juancito Sosa, el indio que cambió la Historia (Juancito l’indio che ha cambiato la storia), di Hipólito Barreiro e La novela de Perón (Il romanzo di Perón) di Tomás Eloy Martínez. E circondata da tutto questo materiale mi sono immersa, vorace, nella lettura.

Molte informazioni e pochissime prove, ho compreso. E le numerose contraddizioni nella vita di Perón. Dove è nato? A Lobos, a General Bermúdez o in nessuno di questi due posti? E in che data? Nel 1893 o nel 1895? E per quanti anni è stato all’Accademia Militare? E a partire da quando? Lui stesso si è preoccupato di confondere le tracce e ne era orgoglioso: «Come se avessi vinto con il destino una scomessa magica, sono riuscito a conservare fino a oggi le origini della mia nascita come un profondo segreto» ha detto a Pavón Pereyra, frase che i sardi citano copiosamente (e in una lettera a sua cugina Mecha menziona il suo “oscuro passato”). Pertanto, potevo io, romanziera, non dare il mio contributo per alimentare il mito?

Senza togliergli la sua natura di mito, senza dare la “sardità” per scontata e senza considerarla una menzogna, perché la letteratura non cancella, apre porte. Il tema era delicato: se fosse stato italiano, Perón non sarebbe mai potuto entrare all’Accademia militare, e tantomeno diventare presidente della Repubblica. La Costituzione lo proibiva. Motivo per cui i sardi sostengono che lo scambio d’identità si è dovuto realizzare nel più assoluto segreto.

Mi ha sorpreso verificare che una cosa così pittoresca come l’idea di un Perón nato nella minuscola e lontana Mamoiada sia stata sempre taciuta su questi lidi. Del tema si continua a parlare in Italia. Come è stato possibile che non sia mai divenuto di pubblico dominio in Argentina? Anche solo per riderci su? Sono stata tentata di pensare all’azione occulta dei servizi segreti argentini guidati dallo Stregone, come accusano i sardi. Ma forse López Rega, l’ignobile Lopecito, è sempre stato là? Credevo di no, ma ho scoperto di sì. Dal 1949 “per mandato divino” il capo della polizia José López Rega è stato il custode del Palazzo Unzué, la residenza presidenziale. Traendo le dovute conclusioni ho compreso che quel “mandato divino” deve essere provenuto dall’indovina e guaritrice Victoria Montero, maestra di López Rega in questioni esoteriche e consigliera occasionale di Evita.

In un certo modo tutto cominciava a quadrare. Allora cosa? Allora, grazie a una certa confidenza che anni fa mi fece il dottor Cámpora durante il suo esilio nell’ambasciata del Messico, ho capito che lo Stregone deve aver provato un profondo risentimento contro Perón, che non gli ha mai riconosciuto la posizione di potere alla quale lui aspirava. Da lì in poi la trama è andata costruendosi da sola.  Dopo tentativi infruttuosi, ho trovato dove e quando ambientare l’azione. Il luogo: il cosiddetto “Chiostro” della Villa 17 de Octubre a Madrid, una saletta ai piedi della mansarda-altare dove giaceva il sarcofago di Evita. Il tempo: alcuni giorni prima del ritorno definitivo di Perón in Argentina, cioè, nel 1973.  Esattamente il 16 di giugno, data di triste memoria per il Generale, un momento nel quale si sarebbe sentito estremamente vulnerabile. Vulnerabile ai maneggi dello Stregone che lo guiderà e gli intimerà nel corso del presente del romanzo di ricordare e rivivere la sua infanzia sarda: “Lei è trino, mio Generale”, gli dirà in tono confidenziale.

Trino perché in lei ci sono tre persone come nella Santissima Trinità, ma nessuno di essi è figlio o padre o spirito santo. Tutti sono lei, mio Generale. Lei è Juancito Sosa ed è Juan Perón naturalmente, ma non dobbiamo dimenticare che per prima cosa, e principalmente, lei è Juanne de Mamoiada, chiamato anche Juvanne o Juvennu. Lei è la reincarnazione del dio Dioniso, quello dai molteplici nomi.

La principale sfida è stata per me quella di lavorare in libertà utilizzando elementi della realtà.  Di solito mi sento a mio agio solo quando invento. Il personaggio di López Rega, lo avevo in qualche modo introiettato, mio malgrado, perché alla fine degli anni ’80 ho scritto un romanzo intitolato Cola de Lagartija (Coda di lucertola) che racconta, per così dire, la storia segreta dello Stregone. Ma quella era stata un’esperienza completamente diversa e di pura fantasia. La storia aveva preso il via da una domanda che mi ero rivolta, venuta dal nulla: Com’è possibile che un popolo evoluto come il nostro possa essere finito nelle grinfie di un vile Stregone?

Per rispondere a questo tipo di dubbi non mi resta altro che gettarmi a capofitto in un romanzo e cominciare a esplorare il tema. L’ho fatto a partire dalla natura stramba del personaggio, la sua ambizione di un potere assoluto, la sua voglia di essere Dio. Il linguaggio mi ha condotto in caverne profonde e orripilanti. Ma in questo caso specifico, con un protagonista tanto illustre e venerato, non era il caso di abbandonarsi al puro gioco. Dovevo basarmi sui testi, e non solo sulle biografie, o per fare un esempio, su La fuerza es el derecho de las bestias (La forza è il diritto delle bestie, è il primo libro che il Juan Domingo Perón ha scritto durante l’esilio iniziato con la sua caduta nel 1955 N.d.T). Il libro Astrología Esotérica di López Rega mi ha dato verbatim il suo linguaggio ampolloso ed esagerato. Mi sono stati utili anche i ritagli di giornale che ero andata accumulando durante il periodo posteriore a Cola de Lagartija, nei quali per esempio Víctor Bo cita il gioco del “chin chun cha” raccomandato dal Generale, nel quale le regole cambiano continuamente e solamente lui le conosce.

Splendori come questi nutrono la letteratura. E in questo caso l’hanno nutrita anche le tradizioni, le superstizioni sarde, per non parlare delle sue maschere, e le tradizioni argentine. È stata la parte locale del romanzo quello che mia ha sorpreso di più acquistando una dimensione e una profondità che non avevo previsto. Là ho potuto imbastire uno scambio di identità con tutti i crismi, assolutamente logico. I sardi dicono che un certo emigrante di Mamoiada, forse Giovanni Piras, è arrivato in Argentina durante il primo decennio del 1900 e che è riuscito ad ascendere socialmente in modo sorprendente secondo alcuni grazie a un matrimonio altolocato (il fratello di Aurelia Tizón -prima moglie di Perón — aveva un posto di prestigio), o secondo altri grazie alla bontà di Juana Sosa, impietosita dal povero giovane sardo che doveva andare a fare il servizio militare nel suo paese a tal punto da dargli una nuova identità. In un modo o in un altro il pastore mamoiadino è arrivato a chiamarsi Juan Domingo Perón ed è stato un altro, eccezionale e diverso.

Come romanziera mi vanto di aver trovato un filo narrativo molto più plausibile. Questi sono i miracoli della scrittura, quando ci lasciamo trascinare dal linguaggio e dall’immaginazione. Non lo racconto perché significherebbe rivelare il nucleo della trama, ma sono state le tradizioni vive di quella terra antichissima che mi hanno ispirato nel tracciare per il bambino – designato inizialmente come capro espiatorio del suo paese, investito di una maschera forzosa— un cammino di sapienza che lo ha condotto a diventare un altro e a raggiungere le alte sfere del potere. Il suo carisma e la sua capacità di provare empatia li ha acquisiti nel corso di gioie e difficoltà e incontri propiziatori. Incontri che possono essere stati drammatici, come quello che ha avuto con il giovane Juancito Sosa, o trasformativi come con quella che divenne poi sua madre Juana Sosa de Perón, un personaggio che con mia grande sorpresa è cresciuto nel corso della scrittura fino a diventare imponente.

La parte argentina si svolge a Chubut, dove vivevano i Perón, terra patagonica di pietra e vento che, come la Barbagia di Ollolai, si presta agli incantesimi.

Per questa parte mi sono state molto utili le mie vacanze “gauchesche” nella tenuta dei Girondo. Ci abbeveriamo a ogni esperienza, le nostre, le altrui, quelle inventate per creare il solido universo della finzione.

Ma accanto alla storia vera e propria mi è sembrato indispensabile redigere un diario di bordo che evidenzia fili della realtà che si sono intrecciati con la finzione per ufficiare quest’operazione magica che si chiama romanzo.

La tomba ignorata

“Nella campagna patagonica, ai piedi di un albero, c’è una tomba che ormai è stata cancellata, calpestata dal bestiame, forse profanata da qualche strada lungo la quale oggi corrono auto e camion. L’albero è secco. Quella tomba ormai non è più al centro del pascolo sei della tenuta La Porteña, ai piedi dell’altopiano basaltico del Chubut, ma si trova nel suo cuore, e lo lacera, e su quella tomba c’è una croce e Perón ci si dovrá avvicinare e leggerà la leggenda che non è mai stata registrata e vedrá con chiarezza che c’è scritto Juvanne Paulis, 1892-1909, ma saprà che in realtà si tratta dell’altro e alla fine capirà che l’altro è lui e non è lui, e affinché non sia mai più lui in nessuna delle sue manifestazioni, lui dovrà depositare la maschera da Mamuthon sulla tomba ormai distrutta ma immanente anche nella sua assenza e si congederà dal morto, chiunque lui sia. Che il suo fantasma non torni mai più a tormentarlo nei sogni. Vattene, gli dirà, prendi il tuo spirito e vattene.” (Frammento de La maschera sarda)

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