L’ultima estate, di Lilia Ferreyra

Era la notte del 24 marzo 1977. Sullo stretto tavolo di legno, che usava come scrivania e che liberavamo per mangiare, c’erano le prime cinque copie della “Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare”. Uscimmo di casa e ci fermammo sotto il cielo sgombro di nubi, lucente di stelle. Rodolfo cominciò˜ a indicarle, disegnando in aria le costellazioni, come tante altre volte dal molo oramai scomparso sul fiume Carapachay. La sua osservazione non era mai passiva. Aveva studiato le costellazioni e gli piaceva situare le formazioni celesti mentre discorreva di anni luce e dimensioni ultraterrene, come quelle nelle quali decenni prima aveva immaginato lo spazio tridimensionale di una scacchiera per scrivere il racconto di una partita tra gli dèi. In quel momento, gli dèi non esistevano, però˜ esistevano le mappe terrestri che l’hanno sempre accompagnato. Aveva bisogno di conoscere con esattezza ossessiva i territori nei quali viveva, sapere in anticipo gli itinerari lungo vie e luoghi, conoscere, dal punto di vista cartografico, lo spazio nel quale si sarebbe mosso.

Ce ne stavamo l“ì, nel cuore della notte, in quel appezzamento di mezzo ettaro nel quale vivevamo da circa tre mesi, ascoltando il dolce sussurro degli altissimi eucalipti e del frondoso e vecchissimo alloro che segnava il confine tra quello che sarebbe stato il giardino e la fattoria.

«Mi piacerebbe piantare un doppio filare di pioppi bianchi dall’entrata fino alla casa. Quando il vento accarezza le foglie, suonano come la pioggia sottile», disse, ricordando la campagna dell’infanzia, nel sud della provincia di Buenos Aires.

Pensai che forse non ci sarebbe stato abbastanza tempo.

A destra, in un angolo, marciva lentamente l’humus che avrebbe concimato il terreno. Uno strato di foglie, uno strato di terra e uno strato di sterco, che raccoglievamo con una pala e un sacco lungo le strade non asfaltate di San Vicente, seguendo le orme dei cavalli di passaggio. Avevo imparato a preparare l’humus su un volumetto di orticultura che aveva comprato˜ per farmelo studiare. Ma la sua curiositˆà ebbe la meglio e quando lo aprii era giˆà pieno di sottolineature fatte con i pennarelli colorati che usava per leggere.

A sinistra c’era il quadrato di terra umida e smossa dove, quello stesso pomeriggio, avevamo seminato la lattuga, il primo intervento del progetto di fattoria da lui ideato, pollaio compreso. PoichéŽ la terra poteva fruttare ancor di più, voleva informarsi sulla coltivazione intensiva, fino a fantasticare sulla produzione di zafferano e sull’eventualitàˆ di comprarsi un piccolo trattore giapponese multifunzione.

Di fronte al semenzaio della lattuga c’era l’antichissimo pozzo di mattoni con il suo doppio arco di ferro arrugginito, che avevamo scoperto la prima volta che arrivammo alla casa. Sebbene fosse secco, si propose di recuperarlo in poco tempo. L’immagine del pozzo pareva una messa in scena del racconto Juan se iba por el r’ío, la storia di un argentino del XIX secolo che Rodolfo aveva iniziato a scrivere tra il 1966 e il 1967 come un romanzo, e che in realtàˆ era un nuovo sviluppo del racconto Lettere, pubblicato in Un chilo d’oro nel 1967. A quel tempo, il suo interesse per la storia argentina aveva a mano a mano rimpiazzato la letteratura. Dalle sue periodiche sortite in libreria faceva ritorno con volumi come La historia del alambrado, Vida de muertos di Ignacio Anzo‡átegui o i volumi della collana El Pasado Argentino di Hachette, tra i quali c’erano le cronache dei viaggiatori europei del XIX secolo, e il molto sottolineato Estampas del pasado di Busaniche. Rodolfo era un lettore insaziabile; leggeva con una matita in mano e discuteva con gli autori, scrivendo annotazioni a pie di pagina e ai margini.

Appoggiato al tronco dell’alloro c’era il bastone che qualche giorno prima avevamo usato per distruggere un formicaio. Aveva letto di fattorie invase da eserciti di formiche che costringevano i gauchos ad abbandonarle, e che si trasformavano in un mucchio di rovine; per questo decise di ingaggiare una battaglia contro l’incontenibile forza collettiva della specie. Per conoscere a fondo il mondo delle formiche aveva voluto che durante uno dei miei viaggi nella capitale gli comprassi il libro di Maeterlink. Anche se non riuscii a trovarlo, tutti i giorni all’imbrunire, quando le formiche tornavano all’assalto, le seguivamo con la lanterna per scovare l’entrata principale del formicaio.

«Dietro l’alloro, tra la lattuga e il pozzo, passerà il tunnel», disse indicando la direzione che avremmo dovuto scavare sotto terra per riuscire a fuggire se fossimo stati circondati. Per non far insospettire i vicini, voleva costruire un capanno, appoggiato a un muro della casa, per nascondere il posto dove avremmo iniziato a scavare. Una parte della terra sarebbe finita nell’humus e il resto lo avremmo sparso sull’ampio terreno della casa di San Vicente.

Eravamo arrivati a San Vicente nel dicembre del ‘76, con qualche libro, i suoi scritti inediti e il necessario per una nuova vita. Avevamo anche una foto di sua figlia Vicki che, dopo la sua morte in uno scontro con l’esercito, Rodolfo non fu più capace di guardare. La notte del giorno in cui arrivò˜ la terribile notizia, però˜, riuscì“ a scrivere: «Il vero cimitero è la memoria; l“ì ti custodisco, ti cullo, ti omaggio e forse ti invidio, amore mio». E tre mesi dopo, nella Carta a los amigos, racconta chi era Vicki e perchŽé era morta“: «Non visse per se stessa; visse per gli altri, e questi altri sono milioni» scrive. «La sua morte sì“, la sua morte fu gloriosamente sua e io faccio mio quell’orgoglio e rinasco da lei».

Alla fine del 1976, certo che la sconfitta militare dei Montoneros fosse irreversibile, aveva prospettato ai suoi compagni la necessitàˆ di un ripiegamento per scongiurare l’annientamento. Non significava darsi per vinti ma portare la lotta su altri fronti. Sebbene le sue proposte trovino orecchie sorde, Rodolfo comincia a preparare il nostro ripiego senza abbandonare il suo posto nell’organizzazione: «Dobbiamo uscire dal territorio assediato, Buenos Aires».

Fu così“ che iniziò˜ la nostra “spedizione al sud”. Sempre con una mappa in mano, Rodolfo aveva cercato sulla carta della provincia di Buenos Aires un luogo nei pressi della capitale dove ci fosse acqua. «Dobbiamo seguire la via delle lagune perchŽé ci hanno tolto il Tigri. Ho bisogno di vivere vicino all’acqua». E trovò˜ la più vicina: la laguna di San Vicente. Sebbene la vasta distesa di giunchi l’avesse ridotta quasi a una pozzanghera, quando ci arrivammo non si perse d’animo. Gli alberi, il silenzio e la serenitˆà della siesta non misero in dubbio la scelta di San Vicente come prima tappa del lungo viaggio verso sud.

Non appena ci sistemammo nella casa piccola e modesta – non c’era elettricitàˆ, néŽ acqua corrente, néŽ gas –, cominciò˜ a mettere a punto la sua nuova forma di azione politica. La concepiva come una produzione totale che abbracciava la denuncia, la testimonianza, l’analisi politica o ideologica, il racconto letterario. Sebbene non fosse un uomo incline a parlare del suo passato, sent“ì il bisogno di scrivere anche delle tappe e delle sterzate della sua vita, da un punto di vista diverso rispetto a quello della breve autobiografia pubblicata nel 1965. Quei futuri testi presero il nome provvisorio di Memorias, titolo che a lui non piaceva, e si sarebbero centrati sul rapporto con la letteratura, la politica e il suo mondo affettivo (l’infanzia, le isole, le donne, la campagna), l’unico cui riusc“ì a dare un titolo, Los caballos, prima di cominciare la stesura delle prime righe.

Era nato il 9 gennaio 1927 nell’isola di Choele Choel, R’ío Negro, dove il padre, argentino irlandese di terza generazione, sovraintendeva a una tenuta agricola. Trascorse l’infanzia in campagna, assieme ai tre fratelli e alla sorella, che in seguito sarebbe diventata suora. La crisi economica degli anni Trenta fu un duro colpo per la famiglia e Rodolfo fu messo in un collegio irlandese per orfani e poveri dove impar˜ò a difendersi con i pugni e con l’intelligenza. Ribelle, arguto e testardo, questi tratti della sua infanzia si riconoscono in Maurizio, il protagonista del racconto Foto, che «saggiava la durezza del mondo e rimbalzava, trovando sempre un modo nuovo per tornare all’attacco». Nelle sue memorie circa il rapporto con la letteratura, ricordava che la prima esperienza di narratore era stata orale: nel collegio era riuscito a catturare l’attenzione dei suoi compagni raccontando ogni notte un capitolo de I miserabili di Victor Hugo, che sua madre gli aveva letto durante le vacanze passate in campagna. La drammaticità della sua esperienza scolastica si ritrova in tre racconti conosciuti come “Ciclo degli Irlandesi” e in un testo autobiografico, El 37, l’anno in cui da bambino fu iscritto a una di quelle istituzioni.

Per un paradosso aberrante, era imparentato da parte di madre con lord Kitchener, militare colonialista inglese nato in Irlanda, che istituì“ il primo campo di concentramento del XX secolo in Sudafrica, durante la Guerra Boera, dove morirono di fame e stenti ventimila persone. Ministro della Guerra della Gran Bretagna durante la Grande Guerra, Kitchener fu lo Zio Sam britannico nella campagna per il reclutamento. Il poster con la sua faccia convinse uno zio di Rodolfo, argentino figlio di irlandesi, che si arruolò˜ con gli alleati e morì“ a Salonicco. La storia dello Zio Willy che morì“ in guerra è l’ultimo racconto del Ciclo degli Irlandesi e rimase incompiuto. Non scrisse mai nulla su Kitchener e si compiacque nel sapere che gli irlandesi dell’Éire lo odiassero.

Tra gli scritti inediti che il Grupo de Tareas dell’Esma trafugò dalla nostra casa c’era un altro racconto autobiografico intitolato El 27. Nel testo, scritto pochi mesi prima della sua morte, compaiono di nuovo immagini dell’infanzia, tra le quali si staglia la figura del padre nello scenario di quello che Rodolfo chiamava la cultura della terra, «che abbiamo perso». Il padre non era stato un intellettuale; ma Rodolfo ammirava e rispettava quell’uomo di poche parole e letture, che possedeva la saggezza della campagna e due grandi passioni: i cavalli, con i quali parlava, e il gioco. Al fine di allontanarlo da carte e scommesse, la moglie lo obbligò a leggere un libro: Il giocatore di Dostoevskij. Il padre lo finì in tre giorni e lo restituì, senza proferir parola. Non lesse mai nessun altro libro e continuò a giocare fino all’ultima scommessa: lanciato al galoppo su un sentiero sterrato, il suo cavallo calpestò una tana di viscacce e si rovesciò, uccidendolo. La madre e i figli furono costretti a lasciare la campagna. Rodolfo aveva circa vent’anni. Da solo, per salvare il cavallo del padre dalla morte, partì per un viaggio a cavallo di duecento chilometri verso sud, da casa sua fino a quella di uno zio, a cui poteva lasciare l’animale. A cavallo, in mezzo alla pampa, quel viaggio sembrò anticipare altri intinerari della sua vita.

Strappato dalle radici irlandesi e da qualsiasi canone familiare e accademico, fu in pratica un autodidatta; finì la scuola secondaria a ventidue anni e lasciò a metà la laurea in Lettere. Fu in pratica un autodidatta anche nella formazione politica che, dall’adesione giovanile all’Alianza Nacionalista fino alla costruzione del suo pensiero di sinistra, fu solcata dalle vicissitudini rivelatrici delle sue indagini, come le fucilazioni di Operazione Massacro (La Nuova Frontiera, 2011), El caso Satanowsky e ¿Quién matò a Rosendo? La rigorosa coerenza tra idea, parola e azione, definì col passare del tempo le sue letture politiche, testi che studiò sempre con dedizione per il suo lavoro di scrittore e giornalista e, a partire dal 1968, per il suo impegno come militante di un progetto colettivo nell’ambito del peronismo rivoluzionario.

Nel 1965 nella sua breve biografia scrisse: «Operazione Massacro cambiò la mia vita. Scrivendolo compresi che oltre alle mie perplessità più intime esisteva un minaccioso mondo esterno. Nel 1964 decisi che di tutti i miei mestieri terrestri, il mestiere violento dello scrittore era quello che più mi confaceva». Tuttavia per lui non si trattava di una decisione mistica; poteva cambiare, iniziare daccapo. E nel 1967, il cambiamento arrivò per mezzo del suo amico Paco Urondo, appena giunto da Cuba con un invito per Rodolfo: diventare membro della giuria del concorso Casa de las Américas e partecipare al Congresso degli Intellettuali.

Conobbi Rodolfo pochi mesi prima di quell’invito. Aveva quarant’anni e aveva già scritto quasi tutta la sua opera letteraria e giornalistica. Gli ultimi sei anni li aveva trascorsi in gran parte scrivendo su un’isola del delta del Tigre, pur sempre senza disinteressarsi di ciò che succedeva nel Paese e nel mondo. Era tuttavia inquieto, un po’ stanco di tutte le presentazioni di libri, del mondo letterario di allora. E commosso nel profondo come tanti altri per la morte del Che. In quel mese di ottobre del ‘67 scrisse: «Per chi suona la campana? Suona per noi. Mi è impossibile pensare a Guevara da questa lugubre primavera di Buenos Aires senza pensare anche a Hemingway, a Camilo, a Masetti, a Fabrizio Ojeda, a tutte quelle persone meravigliose che erano l’Havana del ‘59 e del ‘60. La nostalgia prende la forma di un rosario di morti e mi vergogno un po’ a starmene qui di fronte alla macchina da scrivere […]». Eppure, la nostalgia e il senso di colpa non offuscano la sua lucidità e qualche settimana dopo finisce la stesura di Un oscuro día de justicia, un altro racconto sul collegio irlandese, che ruota attorno al potere che umilia, la dignità del ribelle, il dolore della sconfitta, la speranza irremovibile nell’astuzia, la saggezza e la pazienza di un popolo che sa trasformare una disfatta in vittoria.

La prima volta che andai a casa sua vidi alla parete una grande foto in bianco e nero dell’Avana e in quella circostanza seppi che aveva vissuto due anni a Cuba e lavorato per l’agenzia Prensa Latina. Ma non si dilungò mai sulle ragioni del suo allontanamento dall’isola. Non era cubano, non aveva combattuto nella Sierra Maestra; era arrivato all’Avana dopo il trionfo della Rivoluzione. Profondamente rispettoso di quelli che progettano e fanno, al suo ritorno a Buenos Aires mantenne un silenzio di sei anni che ruppe solamente con due righe in questa breve biografia: “Andai a Cuba, assistetti alla nascita di un nuovo ordine, contraddittorio, a volte epico, a volte fastidioso”. Solo nel 1969, quando si era già verificato il suo rincontro con Cuba, fa riferimento, nel prologo di Los que luchan y los quel lloran, al settarismo come uno dei motivi che nel 1961 causarono l’abbandono del direttore di Prensa Latina, Jorge Ricardo Masetti, dall’agenzia cubana. E forse anche il suo. Anche se per Masetti c’era un altro motivo, forse più importante, legato allo sviluppo della guerriglia rurale a Salta. Non era stata, in quei primi anni del’60, la strada di Rodolfo. I suoi cambiamenti furono lenti ma rigorosi.

Quel gennaio del ’68 all’Avana, quando si rincontrò con i suoi amici e compagni di Prensa Latina e della Casa de las Américas, e la partecipazione al Congresso degli Intellettuali, dove ascoltò i delegati dei Paesi in lotta per la liberazione, segnò in modo irreversibile la direzione del suo impegno politico. L’Avana era la cassa di risonanza di un mondo in trasformazione e i dibattiti sul ruolo degli intellettuali andavano dalla creazione di nuovi generi letterari fino alla testimonianza e alla partecipazione attiva nella lotta rivoluzionaria. Quando tornò a Buenos Aires, cominciò la militanza con le armi dell’giornalismo e organizzò il giornale della ribelle CGT degli Argentini in cui scrisse: «L’ambito dell’intellettuale è per definizione la coscienza. Un intellettuale che non comprende ciò che accade nel suo tempo e nel suo Paese è una contraddizione in termini, e colui che capendo non agisce, avrà un posto nell’antologia del pianto, non nella storia viva della sua terra».

Ma qualcosa lo preoccupava. Sapeva che stava iniziando un percorso che gli avrebbe preso quasi tutto il tempo. E il suo tempo, come quello del suo Paese, fu vertiginoso. Nel 1973 entra nell’organizzazione dei Montoneros. Inserito in un progetto politico-militare, cercò sempre di rendere consapevoli l’insieme dei suoi compagni della razionalità di una lotta politico-militare, una logica, se si vuole una scienza, che non ammetteva improvvisazioni. Per lui, questo progetto non poteva appoggiarsi solamente sulla qualità rivoluzionaria dei suoi esecutori, ma fondamentalmente su una corretta comprensione della forza del nemico, sulla solidità del pensiero storico e sull’elaborazione di una strategia politica globale.

La sua militanza fu segnata da questa concezione. Così, già mesi prima del colpo di stato militare del’76, Rodolfo prevedeva con grande preoccupazione questo epilogo. Nell’edizione del 1969 di Operazione Massacro avvertiva: «Le torture e gli assassinii che precedettero e succedettero il massacro del 1956 sono episodi caratteristici, inevitabili e non aneddotici della lotta di classe in Argentina […] Che l’oligarchia, dominante sugli agli argentini e dominata dagli stranieri, sia di temperamento incline all’assassinio è una connotazione importante, che dovrà tenersi in considerazione ogni volta che si affronta la lotta contro di questa».

Per questo, e nonostante il tumultuoso processo politico che si scatenò dopo la morte del Generale Perón, Rodolfo si opponeva a qualsiasi argomento che provasse a giustificare la necessità che i militari riassumessero il potere dinanzi al disordine di Isabel Martínez. Non solamente perché gli alleati storici dei colpi di stato militari in Argentina aspettavano con plauso questo colpo di stato, ma anche perché nello stesso ambito popolare e nella stessa organizzazione alla quale apparteneva, i Montoneros, c’erano quelli che pensavano che con la caduta di Isabel si sarebbe accelerato il processo rivoluzionario nel paese.

Mettendo in discussione quest’idea e prevedendo che la repressione militare avrebbe raggiunto qualsiasi espressione dell’opposizione, Rodolfo diede vita a un progetto di comunicazione alternativa, la Agencia Clandestina de Noticias y Cadena Informativa.
Verso la fine del 1976, comincia a concepire l’idea di scrivere una serie di Cartas Polémicas – Lettere Polemiche- , come le chiamò, che avrebbe firmato con il suo nome e distribuito nella più rigorosa clandestinità. Si trattava di recuperare la sua identità e, con essa, tutto il percorso personale per farlo valere come arma in questa nuova fase. Questo progetto di azione politica si allontanava dalla totale certezza che la sconfitta della resistenza armata era irreversibile.

Il 9 gennaio del 1977, giorno in cui compì 50 anni, fece due scommesse per il 24 marzo del’77, anniversario del primo anno di governo della dittatura: terminare il racconto Juan se iba por el río e diffondere la prima lettera polemica: la “Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare”. Per tre mesi lavorò a questo documento finché non ebbe raggiunto il tono che voleva: una riflessione strategica sulle ragioni essenziali del colpo militare che «instaurò il terrore più profondo che ha conosciuto la storia argentina». E scrive il punto centrale della sua denuncia: «Questi fatti, che scuotono le coscienze del mondo civile, non sono tuttavia quelli che hanno causato maggiore sofferenza al popolo argentino né sono le peggiori violazioni dei diritti umani in cui siete incorsi. È nella politica economica di questo governo che va ricercata non solo la spiegazione dei vostri crimini, ma una crudeltà ancora più grande che punisce milioni di esseri umani con la miseria programmata.»

Contemporaneo ai fatti denunciati, questo documento è considerato oggi, 30 anni dopo, la testimonianza più lucida e rivelatrice di questa tappa nefasta della storia argentina.

Giovedì 24 marzo del 1977 celebrammo la vittoria della scommessa. Fuori, vicino all’alloro era pronta la precaria griglia dove sabato 26 Rodolfo avrebbe arrostito la carne, per festeggiare con sua figlia Patricia, il suo compagnio Jorge Pinedo e i loro due figli, María e Mariano, nato da poco.

Il prato appena tagliato circondava la casetta. In quella lunga estate, lo avevo osservato mentre lui, con il torso nudo sotto il sole, imparava a utilizzare la falce per tagliare le erbacce e pulire la terra, con la stessa ostinazione con la quale durante la notte leggeva e scriveva.

Eravamo lì nel cuore della notte. Dalle ombre del giardino che immaginò «sarà un giardino creolo, le piante mescolate tra sentierini; non mi piace il giardino inglese», si vedeva il rettangolo di luce calda che riflettevano le lampade al cherosene sulle tende – una rossa e un’altra gialla – che avevamo appeso quel giorno alle due finestre. La realtà e la finzione si fondevano in una quiete quasi perfetta. Rodolfo mi abbracciò allegro: «Alla fine abbiamo la nostra casa». Entrambi sapevamo che questa fine, questa casa, era solamente una tappa del suo impegno infaticabile. Come tutte le notti di quegli ultimi mesi, entrammo per controllare tutto in vista di un possibile attacco: caricare le armi e montare le due granate di fabbricazione artigianale che stavano sul comodino, vicino al bicchiere d’acqua. Come una scena della sua opera La Granada, molte volte ho temuto di restare saldata eternamente a quella lattina letale.

Così poco prima della mezzanotte di quel 24 marzo, primo anniversario del nefasto colpo di stato del’76, terminò di battere a macchina le altre cinque copie della “Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare”. «senza aspettarmi di essere ascoltato e con la certezza di essere perseguitato ma rimanendo fedele alla promessa fatta molti anni fa di rendere la mia testimonianza nei momenti difficili.»

Il giorno dopo fu il pomeriggio della sua morte. Un grupo de tareas dell’Esma gli tese un’imboscata in una strada di Buenos Aires. Ma non riuscirono ad evitare il colpo migliore della sua arma più potente: mezz’ora prima, Rodlfo aveva lasciato in una cassetta delle lettere di Buenos Aires le prime copie di “Lettera aperta di uno scrittore alla Giunta Militare”.

Nel 1972 aveva scritto sul suo diario: «Se io morissi domani una parte della mia vita – questa parte della mia vita – potrebbe sembrare insensata ed essere rivendicata da alcuni che disprezzo e ignorata da altri che potrei amare. Senza dubbio questa rivendicazione personale non è la cosa più importante (anche se non sono ancora del tutto capace di rinunciarvi), ciò che importa è il processo che mi ha attraversato, la storia di come io sono cambiato e di come sono cambiati gli altri e il Paese.

Immagino anche un inventario delle cose che amo e delle cose che odio: l’ho già detto.

Le cose che amo: Lilia, le mie figlie, il lavoro segreto che faccio, i compagni, il futuro, quelli che non obbediscono, quelli che non si arrendono, quelli che pensano e inventano e pianificano, quelli che agiscono, l’analisi chiara, la rivelazione di ciò che è nascosto, il metodo quotidiano, la furia fredda, i titoli brillanti di domani, l’allegria di tutti, l’allegria generale che verrà un giorno, la gente che si abbraccia, la coppia con il suo amore, la speranza incorruttibile, l’immersione negli altri».

Come un filo teso verso il futuro, queste parole si riaffermano nella mia memoria, il vero cimitero in cui trent’anni dopo continuo a festeggiare la sua vita.

Traduzione dallo spagnolo di Raffaella Accroglianò e Massimiliano Bonatto

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