Lo spirito e il contributo originale della letteratura brasiliana

Pubblichiamo un interessante contributo dello scrittore Julio Monteiro Martins: la Conferenza di Apertura del Seminario “Storia della letteratura brasiliana”, tenutosi presso l’Ambasciata del Brasile a Roma, il 15 Ottobre 2009. Il testo è diviso in due parti, quindi seguiteci per non perdervi la seconda puntata.

di Julio Monteiro Martins

Vorrei iniziare dal racconto di un’esperienza personale, accaduta ormai trent’anni fa. Nel 1981 ero tornato in Brasile dopo aver passato qualche anno nelle università degli Stati Uniti imparando le tecniche dei laboratori di scrittura, i writers workshop, una vecchia tradizione anglo-sassone allora ancora sconosciuta in Brasile. Proprio in quegli anni un anziano critico letterario e allora professore alla Universidade di Rio de Janeiro, Afrânio Coutinho, aveva trasformato la sua propria casa, in Ipanema, in una Scuola di Scrittura, la OLAC, la prima del paese, e mi aveva invitato a creare lì il mio Laboratorio di Narrativa. I suoi figli erano già grandi, e lui ormai vedovo e, già ottantenne, era quasi cieco. Dormiva in una brandina messa tra due librerie al terzo piano, tutto il resto della grande casa era dedicato alla scrittura, e quell’amore e sacrificio per lo sviluppo della letteratura in Brasile mi hanno così colpito che non mi sono mai scordato di quell’esempio di letteratura vissuta non come parte dell’industria dell’intrattenimento, ma come missione e sacerdozio.

Tra i libri scritti dal Professor Coutinho, che negli anni, dopo un lungo periodo negli Stati Uniti aveva introdotto il new criticism in Brasile, ce n’era uno sulla famosa polemica Alencar/Nabuco, una discussione pubblica tra due grandi intellettuali brasiliani dell’Ottocento, combattuta sulle pagine dei giornali nell’anno 1875, su quale sarebbe dovuta essere l’identità della futura letteratura brasiliana. La questione centrale dell’identità si faceva presente per la prima volta in quella polemica, per diventare la grande questione della letteratura brasiliana fino ai giorni nostri. Partita come “ricerca di un’identità”, la nostra letteratura finisce con creare e costruire brillantemente questa stessa identità.

La cultura brasiliana si rivolge al futuro, non perché abbia paura o vergogna del proprio passato, con cui fa i conti tutti i giorni, ma perché è innamorata del progetto del Brasile, dell’idea stessa di Brasile, di ciò che il Brasile ha la possibilità, anzi la forte probabilità, l’intima certezza di diventare, di essere.

Tornando alla polemica Alencar/Nabuco, non era la prima volta che quella polemica era stata oggetto di studio e di analisi. Già negli anni ‘50 Múcio Leão, e in seguito Brito Broca avevano sottolineato la sua importanza germinale per la nostra letteratura. Ma senz’altro il libro di Coutinho è stato quello più completo a riguardo.

La polemica coinvolgeva due grandi scrittori: José de Alencar, romanziere del Ceará, accusato dagli avanguardisti di essere ancora troppo legato ad una visione romantica della letteratura. Autore dei grandi classici dell’Indianismo, “Iracema”, “Ubirajara”, “O Guaraní”. Opere che dipingevano con tinte eroiche e sentimenti nobili, da paladini del medioevo, i nativi del Brasile di allora, in realtà a quel punto ormai sconfitti dal conquistatore europeo e in via di estinzione come cultura incontaminata.

Dall’altra parte c’era Joaquim Nabuco, intellettuale di Recife, città dello stato di Pernambuco. Aveva vissuto all’estero, in Europa, dal 1873 al 1878. Portava a Rio de Janeiro le idee più moderne del suo tempo, un uomo di cultura cosmopolita, era stato il più grande teorico dell’Abolicionismo, il movimento per l’abolizione della schiavitù in Brasile, che aveva dato origine alle potenti poesie di Castro Alves, come “Navio Negreiro” e “Vozes D’Africa”, un poeta di ferventi convinzioni anti-schiaviste, morto “romanticamente” all’età di 24 anni.

Joaquim Nabuco, il mentore di Castro Alves, era un cittadino del mondo, attratto dallo “spettacolo del suo secolo” come ha scritto in “Minha Formação”. E al contrario di José de Alencar, non dava particolare enfasi all’ambiente brasiliano, ma cercava nel Brasile quello che lo accomunava alle nazioni sviluppate dell’Occidente, la Francia, l’Inghilterra e già gli Stati Uniti, dove sarebbe stato ambasciatore negli anni successivi. Le sue idee accentuavano e valorizzavano la dipendenza occidentale della cultura brasiliana. Un’influenza secondo lui fortunata e benedetta per il futuro del Brasile.

Erano due visioni diverse, in conflitto tra di loro, che cercavano di conquistarsi il territorio dell’immaginario nazionale:  La visione “nazionalista” e la visione “occidentalista”.

Il grande romanziere Joaquim Maria Machado de Assis, che ancora giovane aveva accompagnato da vicino la polemica tra Alencar e Nabuco, anni più tardi, ormai alla fine dell’Ottocento, avrebbe costruito un’opera che sarebbe stata la sintesi di queste due posizioni apparentemente inconciliabili, un’opera allo stesso tempo universale e profondamente brasiliana. Susan Sontag considera Machado il più grande scrittore delle Americhe del XIX secolo, una sorta di Balzac del Nuovo Mondo, superiore a Melville o a Hawthorne, costruttore di una narrativa ancora più alta.  Il romanzo “Memórias póstumas de Brás Cubas”, per esempio, ha anticipato alcune grandi innovazioni nella narrativa, presentando una sofisticazione psicologica che sarebbe riapparsa soltanto alcuni decenni più tardi nelle opere di autori come Svevo, Marcel Proust o Virginia Woolf.

La ricerca tormentata di un’identità nazionale finisce per diventare – e questa è la grande fortuna della letteratura brasiliana – un esercizio straordinario di creazione di un’identità, utilizzando i fatti storici e sociali come spunto per una vera effervescenza dell’immaginario collettivo, ancora oggi attiva, e cercando di stabilire – e qui uso le parole dell’antropologo Roberto da Matta: “Ciò che rende il brasile, Brasile”. Una ricerca dell’identità che si trova per esempio in un libro magnifico dell’antropologo Darcy Ribeiro, “O Povo Brasileiro”, e nell’opera che in un certo senso è stata la sua origine e ispirazione, “Casa Grande e Senzala” di Gilberto Freyre, pubblicato in Italia col titolo di “Padroni e schiavi”, due libri stupendi, in cui il Brasile si spalanca dinanzi a noi, sensuale, molteplice e pieno di energia storica, gravido di futuro, con l’odore delle sue piante, delle sue spiagge, delle sue case, dei suoi corpi lucidi di sudore.

Agli albori del Novecento è apparso un altro grandissimo romanzo, “Os Sertões”, di Euclides da Cunha, che lo scrittore argentino Jorge Luis Borges considerava il più bel romanzo delle Americhe, era il suo romanzo preferito. Da Cunha racconta la guerra intestina al Brasile del 1896, più tardi riproposta da Mario Vargas Llosa in “La guerra della fine del mondo”, tra i fanatici religiosi di Antônio Conselheiro, leader carismatico e messianico del territorio libero di Canudos, e l’esercito dell’appena nata Repubblica del Brasile. Dopo diverse battaglie in cui l’esercito repubblicano è stato sconfitto, alla fine c’è il ribaltamento della situazione e il completo annichilimento di Canudos, una Cartagine in pieno sertão di Bahia. Su quel Brasile profondo, sulla gente che l’abitava, Euclides da Cunha scrisse: “O sertanejo é antes de tudo un forte!” (L’uomo del sertão è innanzitutto un forte.) E potrebbe aver detto lo stesso, per estensione, del popolo brasiliano nel suo insieme, che con quell’opera era emerso in modo dirompente nella nostra letteratura, e da quel momento in poi sarebbe stato il protagonista indiscusso.

Questo crocevia delle possibili identità del Brasile si è manifestato fortemente un’altra volta all’inizio degli anni 20, nel Centenario dell’Indipendenza del paese, quando dei giovani intellettuali e artisti, soprattutto di São Paulo, tornati dall’Europa dove erano stati a contatto con le avanguardie nascenti, con il Futurismo soprattutto, ma anche con il Surrealismo, il Dadaismo e il Cubismo, hanno allestito la Settimana di Arte Moderna a São Paulo, un evento sconvolgente per l’epoca, che sovvertiva il gusto e il canone fino ad allora imperanti, con accesi scontri tra i suoi difensori e i suoi detrattori, un po’ come era avvenuto a Parigi nella prima mostra degli Impressionisti al Salon des Refusées.

Uno dei frutti più straordinari della Settimana paulista è stato il Manifesto Antropofagico, creato da Oswald de Andrade, un manifesto poetico radicale che proponeva agli artisti brasiliani di prendere ad esempio gli indios che praticavano il cannibalismo per “cannibalizzare” la cultura importata e l’arte europea. Il Brasile avrebbe affermato la sua identità “mangiando” e digerendo l’arte dell’invasore, invertendo così la dominazione culturale post-coloniale. La frase chiave del Manifesto Antropofagico era “Tupi or not Tupi: that is the question.”, sostituendo con il nome della tribù indigena del nostro litorale, i tupi, il verbo essere, il “to be” del dubbio hamletiano. E ancora oggi, nell’ambiente accademico degli Stati Uniti per esempio, si studia la validità possibile nel nostro tempo del concetto che ha trovato la sua sintesi nelle Antropofagic Strategies create dai brasiliani nel 1922.

Il romanzo “Macunaima – L’eroe senz’alcun carattere”, scritto da Mario de Andrade nel 1928, è in un certo senso la materializzazione del “nuovo eroe” brasiliano, nella forma di un anti-eroe mutante, allo stesso tempo pigro e ambizioso, che assume le sembianze di un negro, di un indio, di un gigantesco neonato, figlio della natura selvaggia ma affascinato dalla macchina, dall’aeroplano, dalla modernità rumorosa delle nuove metropoli. Macunaima è l’anti-eroe mitico brasiliano, il protagonista di quello che Lukács riconosceva come “l’epopea negativa dei tempi moderni, l’epopea di un mondo senza Dio.”

La letteratura dei Modernisti brasiliani, nata intorno alla rivista Klaxon, ha potuto contare sul prezioso apporto di intellettuali di origine italiana, come Menotti del Picchia e i pittori Emiliano Di Cavalcanti e Anita Malfatti. Quella era una letteratura rivoluzionaria non solo nel pensiero, nella visione della società, ma anche nella forma, ora spoglia dagli orpelli eccessivi, dalla metrica rigida e dal “perbenismo” stilistico del secolo precedente. L’impegno dello scrittore modernista con il mondo si legava all’impegno con la forma; in quello che Rolland Barthes ha chiamato “la responsabilità della forma”. E la forma da loro scelta per esprimersi era spesso troppo cruda, franca e disadorna per il gusto borghese prevalente.

Molti anni più tardi, negli anni Sessanta, gli intellettuali e gli artisti avrebbero ripreso le riflessioni del Modernismo riguardo all’identità del paese, al progetto culturale futuro del Brasile. Manifestazioni come il Teatro di Avanguardia di José Celso Martinez Correia, che ha riproposto la pièce teatrale “O Rei da Vela” di Oswald de Andrade, o il successivo Teatro dell’Oppresso, di Augusto Boal, ma anche romanzi come il delirante e psichedelico “Panamérica” de José Agripino de Paula, oppure le poesie di Paulo Leminski e di Ana Cristina César, poetessa radicale ed estrema, morta suicida all’età di trent’anni.

E non possiamo dimenticare il “figlio tardivo” del Modernismo, il Movimento Tropicalista, che è esploso nel 1968 nelle canzoni di Gilberto Gil e di Caetano Veloso, come “Alegria, Alegria” e “Soy Loco Por Ti, America”, che già dialogavano con il rock e il pop in piena cultura globalizzata, l’arte di Lygia Clark e di Hélio Oiticica, con i suoi Penetrabili e i Parangolés, strane sculture di tessuto, come tunnel o tende, in cui lo spettatore doveva penetrare, per abitarle momentaneamente, come nella dirompente istallazione “Tropicália”, nel 1967. Questa esuberanza di arte e di creatività nasce dalla fertile dialettica tra il passato e il futuro del paese, tra la foresta Amazzonica e le metropoli postmoderne, tra il primitivismo e l’avanguardia più radicale, della quale anche l’architettura di Oscar Niemeyer, creatore della nuova capitale, Brasilia, è un esempio grandioso. Come ha ben notato Andrè Breton: “L’opera d’arte non ha alcun valore se non nella misura in cui è attraversata dai riflessi del futuro”.

fonte: www.sagarana.net

                                                                                                                                                                                                                                                                              continua…

BREVE BIOGRAFIA:

Julio Monteiro Martins nasce nel 1955 a Niteroi, nello stato di Rio de Janeiro (Brasile). Si dedica alla scrittura fin da ragazzo e già nel 1976 pubblica i primi racconti. Nel 1979 partecipa allo International Writing Program della University of Iowa (USA), ricevendo il titolo di Honorary Fellow in Writing, e per un anno insegna scrittura creativa al Goddard College (Vermont, USA). Continua poi l’insegnamento presso la Oficina Literária Afrânio Coutinho (Rio de Janeiro), dal 1982 al 1989, e in seguito in Portogallo, presso l’Instituto Camões di Lisbona (1994) e presso la Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro (1995). Dal 1996 insegna all’università di Pisa, dove attualmente tiene il corso di Lingua Portoghese e Traduzione Letteraria. Dirige inoltre il Laboratorio di Narrativa del Master di Scrittura Creativa, presso la Scuola Sagarana di Lucca. È fondatore e direttore della rivista culturale Sagarana (www.sagarana.net).

All’attività di scrittore e docente affianca un impegno attivo in campo politico e sociale. Nel 1983 è uno dei fondatori del del Partido Verde brasiliano, e successivamente, nel 1986, del movimento ambientalista brasiliano “Os verdes”. Nel 1991, avendo affrontato studi universitari di indirizzo giuridico, è avvocato dei diritti umani per il Centro Brasileiro de Defesa dos Direitos da Criança e do Adolescente (ONG), occupandosi in particolare dell’incolumità dei meninos de rua chiamati a testimoniare in tribunale, in seguito all’orrenda strage della Chacina da Candelária, nella quale una squadra di poliziotti in borghese uccise nel sonno a colpi di mitra bambini abbandonati che dormivano in strada a Rio de Janeiro.

La produzione letteraria di Julio Monteiro Martins comprende numerose opere sia in portoghese brasiliano sia in italiano, essendo quest’ultima la lingua attualmente preferita dall’autore. Pur prediligendo la forma narrativa, Monteiro Martins ha pubblicato anche poesie e pièce teatrali. Da alcune sue opere sono state tratte sceneggiature di cortometraggi. Di seguito i principali titoli.

In portoghese: Torpalium (racconti, Ática, São Paulo, 1977), Sabe quem dançou? (racconti, Codecri, Rio, 1978) Artérias e becos (romanzo, Summus, São Paulo, 1978), Bárbara (romanzo, Codecri, Rio, 1979), A oeste de nada (racconti, Civilização Brasileira, Rio, 1981), As forças desarmadas (racconti, Anima, Rio, 1983), O livro das Diretas (saggi politici, Anima, Rio, 1984), Muamba (racconti, Anima, Rio, 1985) e O espaço imaginário (romanzo, Anima, Rio, 1987); suoi lavori sono inoltre apparsi in numerose antologie.

In italiano: Il percorso dell’idea (poesie, Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 1998), Racconti italiani (Besa Editrice, Lecce, 2000), La passione del vuoto (Besa, Lecce, 2003 ), Madrelingua (romanzo, Besa, Lecce, 2005) e L’amore scritto (racconti, Besa, Lecce, 2007); ricordiamo infine la partecipazione, assieme ad Antonio Tabucchi, Bernardo Bertolucci, Dario Fo, Erri de Luca e Gianni Vattimo, all’opera collettiva Non siamo in vendita – voci contro il regime (a cura di Stefania Scateni e Beppe Sebaste, prefazione di Furio Colombo, Arcana Libri / L’Unità, Roma, 2002). Nel 2011 è stata pubblicata la monografia sulla sua opera Un mare così ampio: I racconti-in-romanzo di Julio Monteiro Martins, di Rosanna Morace, per la Libertà edizioni, di Lucca.

Print Friendly

1 Comment Lo spirito e il contributo originale della letteratura brasiliana

  1. Pingback: Lo spirito e il contributo originale della letteratura brasiliana « lineadifrontiera

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *