Lo spirito e il contributo originale della letteratura brasiliana (II parte)

Pubblichiamo un interessante contributo dello scrittore Julio Monteiro Martins: la Conferenza di Apertura del Seminario “Storia della letteratura brasiliana”, tenutosi presso l’Ambasciata del Brasile a Roma, il 15 Ottobre 2009.
Questa è la seconda parte del testo, per rileggere la prima http://lineadifrontiera.com/2012/03/14/lo-spirito-e-il-contributo-originale-della-letteratura-brasiliana/ . Buona lettura!

di Julio Monteiro Martins

L’energia esplosiva e le pulsioni iconoclaste del primo Modernismo non si sono mai affievolite nei decenni successivi, e l’avanguardia letteraria è stata la punta di diamante di questa brama di futuro, che a volte somigliava ad una visione utopica e apocalittica, ma che in ogni modo incoraggiava gli artisti brasiliani nelle loro sperimentazioni, serviva da propellente per le loro idee più ardite e gli confermava l’inestricabile intreccio tra il destino della loro arte e il destino della loro patria.

La maturazione letteraria, psicologica e politica dei Modernisti negli anni successivi alla loro comparsa sulla scena, parlo degli anni Trenta, che è stato il periodo delle rivoluzioni utopiche e della tentazione dei totalitarismi, ha dato origine anche all’opera di alcuni dei nostri più brillanti poeti, penso a Manuel Bandeira, a Cecilia Meirelles, l’autrice del poema “O Romanceiro da Inconfidência”, opera monumentale, che parla della lotta spesso ingrata in favore della libertà, e ambientata tra i giovani rivoluzionari della fine del Settecento che, condotti dal Tiradentes e ispirati dal successo della Rivoluzione Francese, hanno provato a costo della propria vita di anticipare l’Indipendenza del Brasile.

Penso a un poeta molto amato anche dagli italiani, Vinícius de Moraes, che insieme al cileno Pablo Neruda ha cantato l’amore, anche quello erotico, in modo allo stesso tempo semplice e struggente. Quante volte in Italia ho sentito ripetere questa sua definizione dell’amore: “Che non sia immortale in quanto fiamma, ma che sia eterno mentre dura”.

Penso a João Cabral de Melo Neto e ai suoi “retirantes”, in “Morte e Vita Severina”, le famiglie del Nord Est, che assediate dalla siccità prolungata seguivano a piedi i letti secchi dei fiumi, portando sulle spalle le loro povere cose, in lunghe processioni, verso le spiagge del litorale che non avevano mai visto. Viaggi che duravano settimane e durante le quali si partoriva e si moriva: l’uomo al suo limite più estremo, davanti alla catastrofe della carestia e della siccità, la stessa che era stata il leitmotiv di un altro nostro grande romanziere, Graciliano Ramos, nel suo romanzo più toccante, “Vidas Secas”, trasformato negli anni ’60 in un capolavoro cinematografico da Nelson Pereira dos Santos.

E penso anche a quello che è forse il più grande di tutti i poeti del Brasile, Carlos Drummond de Andrade. Poeta civile, poeta dei sentimenti semplici e sacri della gente brasiliana. Lo stesso Drummond che una volta ha scritto “Sono stanco di essere moderno. Ora voglio essere eterno”, una sorta di “sfogo estetico” ma anche un atto di fede che ho preso in prestito come motto per la Scuola di Scrittura Sagarana.

Il Brasile si sprovincializzava e si apriva alle questioni del suo tempo, partecipava alla Seconda Guerra Mondiale in Europa, con la sua Força Expedicionária che ha combattuto sulla Linea Gotica, proprio nella Toscana dove vivo. A Pistoia, dove ha sede la Sagarana, c’è il piccolo cimitero dei caduti brasiliani sugli Appennini, soldati venuti dai tropici per morire nella neve sulle cime delle montagne toscane. Non a caso è un cimitero senza lapidi, quello, progettato dagli stessi architetti di Brasilia.

Nei decenni successivi alla Seconda grande guerra, i romanzi di Jorge Amado cominciavano a essere conosciuti internazionalmente, e i suoi personaggi femminili, Gabriela, Dona Flor e Tereza Batista, erano una sintesi delle migliori virtù e della forza vitale di quel popolo che Amado celebrava. Ma era stato nei suoi primi romanzi, quelli più sociali, come “Capitães da Areia”, “Jubiabá”, “Mar Morto” e o “País do Carnaval” che l’essenza epica del quotidiano sofferto dai brasiliani era emersa come mai si era visto prima. “Tocaia Grande”, l’ultimo dei suoi grandi romanzi, propone la nascita, lo sviluppo e la fine di una città, era quella la metafora definitiva di tutto ciò che Jorge Amado aveva visto, vissuto e ritrattato.

Il periodo dell’uscita di Gabriela e Dona Flor era il periodo in cui il Brasile rifioriva con Juscelino Kubitschek, nei suoi “anni d’oro”, e lanciava i primi veri ponti artistici verso il mondo. Era il momento dell’architettura moderna, della Bossa-nova, di João Gilberto e Tom Jobim, del Cinema Novo di Glauber Rocha, dei gol di Pelé e di Garrincha nei mondiali di calcio, di una nazione per la prima volta ottimista, quasi euforica del proprio futuro; e il mondo, in sintonia, restituiva il messaggio brasiliano con il primo vero sguardo attento sulla nostra cultura, attraverso per esempio l’opera di Levi-Strauss sugli indios del Brasile o quelle di Roger Bastide e di Pierre Verger sui riti afro-brasiliani, o di un film come l’Orfeo negro di Marcel Camus. Lo stesso Drummond scriveva in quegli anni, in una frase sintesi di questa apertura: “Ho due mani e il sentimento del mondo”.

All’inizio degli anni ‘50 la letteratura brasiliana, sempre più riflesso delle luci al neon della città al posto del chiaro di luna della campagna, diventa con Lucio Cardoso e Clarice Lispector, una letteratura anche esistenziale e psicologica, seguendo così la lezione del nostro maggior critico letterario, Antônio Cândido, che insegnava che “La marcia del romanzo moderno è andata in direzione di una crescente complessità psicologica dei personaggi, accompagnata da una inevitabile semplificazione della tecnica narrativa.” E aggiungeva: “La rivoluzione subita dal romanzo consiste nel passaggio dalla trama complessa con personaggi semplici, alla trama semplice con personaggi complessi.” Come esempio di narrativa esistenziale per i miei allievi italiani di Scrittura Creativa utilizzo spesso il romanzo “La passione secondo G.H.” di Clarice Lispector. Si tratta di un romanzo con un intreccio praticamente inesistente, una donna di mezz’età, sola nel suo appartamento, vede salire sullo stipite della porta uno scarafaggio. Pensa di ucciderlo, chiudendo semplicemente la porta, ma quando si avvicina, il suo passato emerge, si alzano le onde emotive delle sue questioni irrisolte, e lei non ha il coraggio di distruggere l’insetto con il quale si è stranamente identificata. Questa trama quasi inesistente si sviluppa lungo più di 200 pagine. E tuttavia, il lettore non si annoia mai, non riesce a fermarsi fino all’ultima riga, tanta è la concentrazione di saggezza presente nello stile di Clarice, la sua bizzarra originalità e gli insight sorprendenti ma veri sulla soggettività dell’uomo contemporaneo.

Ho conosciuto Clarice Lispector nei suoi ultimi anni di vita, quando era già malata di cancro, dopo essere stata vittima di un incendio che lei stessa aveva provocato ingerendo tranquillanti e addormentandosi con la sigaretta accesa sul divano. È stato quello il periodo più tragico e ritirato della sua vita. Nel 1977, subito dopo la sua morte, il direttore della rivista Ficção, Cicero Sandroni, oggi Presidente dell’Academia Brasileira de Letras, mi ha chiesto di scrivere la recensione sul suo splendido romanzo postumo “L’ora della stella”, in un’edizione speciale di Ficção dedicata a Clarice, e quel mio testo è diventato alla fine una sorta di necrologio della scrittrice. In quel libro, “L’ora della stella”, Clarice Lispector, attraverso il personaggio-narratore, presenta anche delle riflessioni profonde sulla scrittura stessa:

Scrivo perché non ho niente da fare in questo mondo: sono rimasto fuori e non c’è posto per me sulla terra degli uomini. Scrivo perché sono un disperato e sono stanco, non reggo più la routine di essere me stesso, e se non fosse la sempre novità che è scrivere, ogni giorno mi morirei simbolicamente.

Scrive, in Portoghese, “eu me morreria”, io “mi morirei”, e non “mi ucciderei” o semplicemente “morirei”. E cosi ri-inventa il senso dell’espressione.

Oppure quest’altro brano:

… sto cercando, sto cercando. Tento di capirmi. Tento di offrire a qualcuno ciò che ho vissuto e non so a chi, ma non voglio rimanere con quello che ho vissuto. Non so che fare con quello che ho vissuto, ho paura di questa disorganizzazione profonda.”

O ancora quest’altro:

Scrivere è il modo di chi usa la parola come esca: la parola che pesca quello che non è parola. Una volta che si è pescata l’interlinea, si può con sollievo buttar via la parola. Ma qui cessa l’analogia: la non-parola, al mordere l’esca, l’ha incorporata.

La stessa modernità, lo stesso spessore intellettuale e consapevolezza della propria scrittura che si trovano in Clarice Lispector possiamo trovarli anche in un altro grande scrittore, scomparso 10 anni fa, mio grande amico e compagno di generazione, Caio Fernando Abreu. La sua opera è oggi molto apprezzata anche in Europa. Proprio quest’anno è uscita in Italia la sua raccolta di racconti “I draghi non conoscono il paradiso” e ho avuto l’onore di presentarla a Milano.

Caio ha scritto il più bel racconto che ho mai letto sull’epidemia dell’Aids. Il racconto si chiama “Linda, una storia orribile”. Insieme a opere come “Angels in America” di Tony Kushner e a “Les Nuits Fauves” di Cyril Collard, è l’opera più bella in assoluto su questo drammatico argomento. Parla di un giovane uomo che deve abbandonare la sua piccola città natale nel Sud del paese per cercare lavoro ma soprattutto libertà a São Paulo, nella grande metropoli, dove lavora come giornalista. All’epoca della sua partenza gli avevano regalato un cucciolo di cane, a cui si era affezionato, ma che era rimasto con sua madre nell’antica casa. Più di una dozzina di anni dopo, già malato di Aids, decide di tornare alla casa materna per morirci, e lì trova, morente anche lei, Linda, la vecchia cagna, con macchie rosse cosparse sulla pelle spelacchiata simili alle sue, a quelle del sarcoma di Kaposi. E uomo e cagna si riconoscono e si accomunano nel complice avvicinamento alla propria morte.

Gli anni dell’esistenzialismo sono anche gli anni della rivoluzione della poesia Concreta, della poesia Praxis e della poesia Processo. Esperimenti sempre più audaci e inventivi dei fratelli Augusto e Haroldo de Campos, oltre quelli di Décio Pignatari, sovvertivano l’estetica anche grafica della poesia. Ma anche il romanzo ha accettato le grande sfide formali del periodo, penso a uno straordinario romanziere di Recife, Osman Lins, che nel suo romanzo “Avalovara” utilizza simboli grafici e figure geometriche come personaggi. Una riflessione di Osman Lins su cosa significa la parola per lo scrittore è stata l’epigrafe che ho scelto per il mio ultimo romanzo: “La parola consacra i re, esorcizza i posseduti, rende effettivi gli incantesimi. Capace di molti usi, è anche proiettile dei disarmati e l’animale che scopre le carcasse putride.”

Facciamo un passo indietro e torniamo agli anni del dopo-guerra per parlare di altri due grandissimi scrittori brasiliani: Nelson Rodrigues e Guimarães Rosa. Nelson è il nostro più grande drammaturgo, ha scritto piéce teatrali scandalose per l’epoca, quasi tutte proibite dalla censura del periodo di Getúlio Vargas, pièces come “Vestido de noiva”, “A Dama do Lotação”, “Bonitinha Mas Ordinária” e “Os Sete Gatinhos” che mettono a nudo, a volta letteralmente, le patologie psicologiche e sessuali della piccola borghesia carioca, i suoi incubi e le sue ossessioni, e fanno una vera radiografia dei valori profondi, esemplari, anche negativamente esemplari, degli uomini e delle donne brasiliane.

“Vivere è molto pericoloso… perché imparare a vivere è il vivere stesso” scrisse João Guimarães Rosa, medico e diplomatico di Minas Gerais, che è probabilmente il più completo e innovativo scrittore brasiliano del XX secolo. In “Grande Sertão: Veredas”, un romanzo monumentale, ha inventato una specie di lingua propria, ha ricreato la lingua portoghese per poter sviluppare la sua opera appieno, carica di storie allo stesso tempo fantastiche e sagge. Una visione dell’uomo in situazioni limiti, la vita e la morte in un dialogo costante e infinito. E è suo il più bel racconto sulla pazzia, sul crollo improvviso della lucidità, che ho mai letto. Si chiama “La terza sponda del fiume”, e il titolo è una metafora trascendente della follia stessa.

Da una sua raccolta di racconti, chiamata “Sagarana”, ho preso il nome della mia Scuola di Scrittura e della rivista letteraria di cui sono il direttore. Tanto si parla oggi del realismo fantastico, o “realismo magico” latino-americano, quello per intenderci di Garcia Márquez e di Julio Cortázar. Ma ciò che raramente si ricorda è che le prime opere che rispecchiarono e ispirarono questo genere sono state le opere di Guimarães Rosa, dove il sopranaturale è sempre presente e mischiato in modo indistinto alla realtà, dove il “jagunço”, il guerriero contadino del sertão, incontra il diavolo in persona sul ciglio della strada e con lui intraprende una singolare contrattazione. Nessun’altro scrittore ha mai offerto alla sua letteratura, come ha fatto Rosa, un mondo a parte, integro, completo, quasi un’altra letteratura a sé stante, così tanto ricca e sconfinata.

E ora facciamo un ultimo salto nel tempo, avanti questa volta, andiamo al Brasile del regime che ha preceduto l’attuale democrazia, agli anni bui della dittatura militare, gli anni ’70, quando i libri erano letti e censurati da ottusi ufficiali dell’Esercito che fungevano da censori all’interno delle case editrici. Era proibita nel paese la circolazione di opere come quelle di Ferreira Gullar, José Louzeiro, Rubem Fonseca o Loyola Brandão, l’autore del romanzo “Zero” che è dovuto uscire prima nella traduzione italiana per avere, anni dopo, una prima edizione brasiliana. Libri che erano proscritti e messi al bando in indici compilati nelle caserme. Era il tempo in cui riviste come Realidade, Cadernos de Civilização Brasileira o il settimanale O Pasquim, dove scrivevo allora, erano ritirati in fretta dalle edicole la mattina presto da zelanti sergenti e caporali. Il periodo in cui i giovanissimi poeti “sovversivi” stampavano le loro poesie in ciclostili clandestini e le vendevano o regalavano nei locali notturni e nelle università, rischiando la prigione per un verso o una strofa poco “rispettosa” dei galloni e della divisa verde-oliva. In quel periodo, amici miei italiani, è stata la letteratura brasiliana, l’arte di quegli scrittori scapestrati e trasgressivi, con opere spesso oscure, inedite o dimenticate, ma sempre incredibilmente coraggiose, a far tornare nell’immaginario della gente intorpidita, impaurita dal dispotismo, l’idea della possibilità del suo superamento.

Proust diceva che “si entra in letteratura come si entra in religione”, ma a volte il contenuto sacro e irresistibile della letteratura è proprio la partecipazione molto laica e concreta alla verità del mondo. E ispirati da questa sete di verità gli scrittori brasiliani del “boom letterario”, avvenuto durante e in opposizione alla tirannia, hanno saputo presentarsi come la riserva etica e la coscienza critica che ci voleva, nel momento più drammatico. E a me è capitato proprio di scrivere i miei primi libri in mezzo a quel turbinio.

Siamo gli autori della storia letteraria che ha tessuto, poesia dopo poesia, racconto dopo racconto, la trama della libertà, e alla fine siamo riusciti a ripristinare la vera identità del paese e abbiamo saputo restituire il Brasile a sé stesso.

 fonte: www.sagarana.net

BREVE BIOGRAFIA:

Julio Monteiro Martins nasce nel 1955 a Niteroi, nello stato di Rio de Janeiro (Brasile). Si dedica alla scrittura fin da ragazzo e già nel 1976 pubblica i primi racconti. Nel 1979 partecipa allo International Writing Program della University of Iowa (USA), ricevendo il titolo di Honorary Fellow in Writing, e per un anno insegna scrittura creativa al Goddard College (Vermont, USA). Continua poi l’insegnamento presso la Oficina Literária Afrânio Coutinho (Rio de Janeiro), dal 1982 al 1989, e in seguito in Portogallo, presso l’Instituto Camões di Lisbona (1994) e presso la Pontifícia Universidade Católica do Rio de Janeiro (1995). Dal 1996 insegna all’università di Pisa, dove attualmente tiene il corso di Lingua Portoghese e Traduzione Letteraria. Dirige inoltre il Laboratorio di Narrativa del Master di Scrittura Creativa, presso la Scuola Sagarana di Lucca. È fondatore e direttore della rivista culturale Sagarana (www.sagarana.net).

All’attività di scrittore e docente affianca un impegno attivo in campo politico e sociale. Nel 1983 è uno dei fondatori del del Partido Verde brasiliano, e successivamente, nel 1986, del movimento ambientalista brasiliano “Os verdes”. Nel 1991, avendo affrontato studi universitari di indirizzo giuridico, è avvocato dei diritti umani per il Centro Brasileiro de Defesa dos Direitos da Criança e do Adolescente (ONG), occupandosi in particolare dell’incolumità dei meninos de rua chiamati a testimoniare in tribunale, in seguito all’orrenda strage della Chacina da Candelária, nella quale una squadra di poliziotti in borghese uccise nel sonno a colpi di mitra bambini abbandonati che dormivano in strada a Rio de Janeiro.

La produzione letteraria di Julio Monteiro Martins comprende numerose opere sia in portoghese brasiliano sia in italiano, essendo quest’ultima la lingua attualmente preferita dall’autore. Pur prediligendo la forma narrativa, Monteiro Martins ha pubblicato anche poesie e pièce teatrali. Da alcune sue opere sono state tratte sceneggiature di cortometraggi. Di seguito i principali titoli.

In portoghese: Torpalium (racconti, Ática, São Paulo, 1977), Sabe quem dançou? (racconti, Codecri, Rio, 1978) Artérias e becos (romanzo, Summus, São Paulo, 1978), Bárbara (romanzo, Codecri, Rio, 1979), A oeste de nada (racconti, Civilização Brasileira, Rio, 1981), As forças desarmadas (racconti, Anima, Rio, 1983), O livro das Diretas (saggi politici, Anima, Rio, 1984), Muamba (racconti, Anima, Rio, 1985) e O espaço imaginário (romanzo, Anima, Rio, 1987); suoi lavori sono inoltre apparsi in numerose antologie.

In italiano: Il percorso dell’idea (poesie, Bandecchi e Vivaldi, Pontedera, 1998), Racconti italiani (Besa Editrice, Lecce, 2000), La passione del vuoto (Besa, Lecce, 2003 ), Madrelingua (romanzo, Besa, Lecce, 2005) e L’amore scritto (racconti, Besa, Lecce, 2007); ricordiamo infine la partecipazione, assieme ad Antonio Tabucchi, Bernardo Bertolucci, Dario Fo, Erri de Luca e Gianni Vattimo, all’opera collettiva Non siamo in vendita – voci contro il regime (a cura di Stefania Scateni e Beppe Sebaste, prefazione di Furio Colombo, Arcana Libri / L’Unità, Roma, 2002). Nel 2011 è stata pubblicata la monografia sulla sua opera Un mare così ampio: I racconti-in-romanzo di Julio Monteiro Martins, di Rosanna Morace, per la Libertà edizioni, di Lucca.

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