Lo sguardo di Calvino su Silvina Ocampo

“Bisogna pubblicare Silvina Ocampo prima degli altri” così scriveva Italo Calvino, in una lettera datata 25 Ottobre 1970,  al suo amico e collega Guido Davico Bonino, mentre progettava una nuova collana «Centopagine» per la casa editrice Einaudi.
E continua “ …ciò vuol dire che anche questa eccellente e finora trascurata scrittrice arriva in tarda età (dimostra una settantina d’anni) il momento del riconoscimento europeo, e anche in Italia ci sarà la corsa a pubblicarla…”.

Silvina Ocampo nasce a Buenos Aires nel 1903, all’interno di una famiglia profondamente radicata nei circoli culturali argentini, sua sorella maggiore è Victoria Ocampo (la scrittrice che è stata la più importante animatrice della vita letteraria argentina, direttrice della rivista «Sur»).La sua prima vocazione artistica la orientò verso lo studio delle arti plastiche ma, dopo aver preso lezioni di pittura da Giorgio de Chirico, abbandona i pennelli per addentrarsi nel mondo delle lettere. A differenza di quella del suo miglior amico, Jorge Luís Borges, o di quella di suo marito, Adolfo Bioy Casares, la sua opera si impone per una graffiante soggettività, senza paure; con astuzia e eloquente delicatezza. Niente è quello che sembra e, meno ancora, ciò che normalmente viene inteso come bellezza. I suoi personaggi sono capaci di descrivere con grande precisione ciò che osservano, ma da un angolo che fa tremare la realtà; rompono lo sguardo stabilito e presentano un paesaggio deformato dai loro sguardi anelanti.
Calvino scriveva a riguardo : “Una crudeltà infantile che cova silenziosa e divampa ma il cui combustibile può essere anche attinto dagli odi degli adulti che i pargoli captano e fanno propri, magari fino a diventare esecutori di delitti perfetti. […] Forse i bambini che appaiono in questi racconti come carnefici ma anche altrettanto spesso come vittime, non sono altro che incarnazioni di forze inconsce degli adulti; i loro sguardi svagati e misteriosi sono gli stessi che ritroviamo fissi in un’atonia allucinata negli occhi dei personaggi più maturi, specie nei ritratti di donna in cui la scrittrice eccelle. C’è un mondo femminile in cui Silvina Ocampo si muove come in un continente nascosto, un labirinto di prigioni individuali che avvolge e condiziona tutto ciò che sembra semplice e palese nei rapporti umani, prigioni che l’egoismo costruisce intorno a se stesso.”
La letteratura argentina del ventesimo secolo la celebra, non solo per la qualità letteraria dei suoi racconti, ma anche per quella sconcertante crudeltà di alcuni personaggi. Tarda ancora ad arrivare, invece, quel riconoscimento europeo che le spettava secondo Calvino.

Francesca Lazzarato ha curato per la nostra casa editrice un’antologia di racconti dell’autrice argentina dal titolo Un’innocente crudeltà.

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