Letteratura senza patria, di Emiliano Monge

Quando Juan Marsé corresse la famosa (e vuota) frase di Ayala: “La patria di uno scrittore è la sua lingua” sostenendo che: “La patria di uno scrittore è il linguaggio” il creatore di Ultimas tardes con Teresa ebbe dalla sua parte la ragione, ma non la sostanza. La frase di Marsé, nonostante sia assertiva e ben pensata, rimane vuota tanto quanto quella di Ayala.

E questo vuoto, che in prima battuta potrebbe sembrarci una conseguenza delle parole lingua o linguaggio, le quali sono state a loro volta sostituite da Roberto Bolaño con idioma nel suo discorso dell’ XI Premio internacional de novela Romulo Gallegos, è in realtà conseguenza della parola patria, vestita, svestita e rivestita così tante volte da rimanere senza senso: proprio come il colore bianco che contenendo tutti i colori finisce per non averne nessuno.

O no. Perché a pensarci bene, il vuoto delle frasi (questo sì: veri blurbs di corporazione) di Ayala, Marsé e Bolaño forse non risiede in patria ma in scrittore e non perché questi non abbiano il diritto di avere o di aspirare ad avere una patria e decidere, inoltre, che questa è la lingua, il linguaggio, l’idioma, la parola, la «I» latina, il quartiere, il terrazzo, un’amaca o un aguacate, ma perché in questo affare, quello della patria, sono i libri a essere importanti, non lo scrittore.

Sembra così che la frase citata abbia senso solo se la costruiamo in questo modo: la patria di Amuleto (di Roberto Bolaño, 1999, NdT) è il Messico. O: la patria di La tentación del fracaso (di Julio Ramón Ribeyro, 1992-1995, NdT) è una piccola casa ayacuchana di Montmartre, Monaco, Belgio. Ma forse nemmeno questo. Perché pensandoci di nuovo la frase è sempre vuota. Il problema forse è nell’emittente e non nella frase: perché uno scrittore dovrebbe parlare di patrie, perché uno scrittore dovrebbe incaricarsi di distribuire documenti e passaporti, perché dovrebbe abbandonare il sentiero dell’universalità a favore di quello dell’individualità?

Non è il viaggio dell’individualità verso l’universalità e permette alle fondamenta della letteratura di diventare un edificio? Non sono proprio le voci universali della letteratura nonostante i politici nazionalisti privi di idee – così di moda in tanti posti – ad adagiarsi sulla loro condizione di apolidi? E non succede la stessa cosa con la Divina Commedia, Re Lear, Ulisse o Pedro Paramo? O forse un lettore congolese non sente le stesse cose di un lettore spagnolo quando legge Don Chischiotte o un lettore canadese non sente ciò che sente un tedesco leggendo il Decamerone? Gli scrittori e i libri sono apolidi e sono anche bastardi, nella prima e più corretta accezione di questa parola: non hanno nazionalità e prescindono della loro origine e natura.

Per questo motivo frasi come quelle di Ayala, Marsé e Bolaño rimangono vuote e giustificano i problemi più gravi ai quali fa fronte oggi la letteratura: anteporre la lingua (idioma) alla forma, linguaggio a stile, lingua a sostanza. Insomma: anteporre la geografia alla qualità letteraria. Non è un caso che oggi le librerie assomiglino più ai corridoi che il Corte Inglés dedica ai prodotti di un Paese che al sogno di Borges; non è un caso che i distributori condannino un libro per l’origine del suo autore o che gli amministratori delegati gridino nei loro arroganti consigli editoriali: voglio due asiatici, uno svedese e tre latinoamericani!

Perciò quando qualcuno mi chiede come viene ricevuta la giovane letteratura latinoamericana in Spagna preferisco evitare le parole latinoamericana, Spagna e giovane. Dopo rifletto sui criteri che ritengo importanti: forma, stile e sostanza. A questo punto posso affermare, nonostante la mia risposta non possa servire né da guida ai lettori né da appoggio ai librai né da blurb agli editori, che quelli che dovrebbero essere sempre ben accolti sono, per esempio: Los estratos (Juan Sebastián Cárdenas, 2013, NdT), Canción de tumba (Julián Herbert, 2011,NdT), ¡Que viva la musica! (di Andrés Caicedo,1977, NdT), El desierto y su semilla (di Jorge Barón Biza,1998, NdT), Porque parece mentira la verdad nunca se sabe (di Daniel Sada,1999,NdT) , El asco (di Horacio Castellanos Moya, 1997, NdT), Respiración artificial (di Ricardo Piglia, 1980, NdT), Todos los perros son azules (Rodrigo de Souza Leão, 2008, edizione originale in portoghese, NdT) …

Traduzione dallo spagnolo di Alessandro Stoppoloni

Emiliano Monge è nato a Città del Messico nel 1978. Ha studiato Scienze Politiche all’Universidad Nacional Autónoma del Messico dove ha tenuto anche dei corsi. Ha collaborato con giornali e riviste tra cui ricordiamo El País, Letras Libres, Reforma e Gatopardo  Attualmente vive a Barcellona e si dedica a tempo pieno alla scrittura.
Ha già pubblicato il volume di Arrastrar esa sombra (2008) e i romanzi Morire di memoria (laNuovafrontiera 2011) eIl cielo arido (laNuovafrontiera 2013).
Print Friendly

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *