Letteratura Brasiliana: istruzioni per il non-uso, Miguel Sanches Neto

Le lezioni americane di Italo Calvino hanno influenzato molta della recente letteratura latinoamericana. Un’ulteriore conferma arriva dal polemico articolo dello scrittore Miguel Sanches Neto apparso sul numero di aprile della rivista brasiliana Rascunho.

traduzione di Cleo Cirelli 

Parentesi

Prima di indicare una delle caratteristiche dell’attuale letteratura brasiliana, è necessario che io fissi i miei confini: non faccio distinzione tra critica e produzione creativa, il che mi porta a mescolare comportamenti e ad avere uno sguardo allo stesso tempo interno – in qualità di scrittore – ed esterno – in qualità di chi segue il mercato editoriale. Quello che sto cercando di dire è che la questione del gusto per me è qualcosa di indissociabile dalla critica; il mio è un gusto piuttosto particolare, è una scommessa su un determinato tipo di letteratura. Tuttavia, non apprezzo soltanto la letteratura simile alla mia. Fortunatamente la mia produzione, nonostante sia il centro della mia percezione, non mi ha rovinato fino a questo  punto. È a partire dalla mia letteratura che cerco di arrivare ad altre opere che considero importanti, per quanto molto diverse dalle mie.

La critica ha sempre una funzione ideologica che non può essere ignorata. Leggere questo libro e non tutti gli altri sottintende un programma. Proporre una caratteristica della produzione contemporanea, come ora farò, significa sistematizzare un gusto, proponendo un aspetto ed escludendone altri. Pur consapevole del carattere bellico delle opinioni, avverto che la mia è fin dall’inizio relativizzata.

Da un punto di vista letterario, mi sono formato leggendo gli scrittori (poeti, narratori e cronisti) della generazione del 1930. Sono emerso dagli strati più incolti del mondo rurale brasiliano e mi sono imbattuto nei grandi autori, in modo assolutamente casuale – questo percorso da lettore si trova nel mio libro Ereditando una biblioteca (Record, 2004). Più che delle tematiche, ho assorbito da un gruppo di autori moderni la propensione alla semplicità di linguaggio. La generazione modernista si era allontanata dal culto del nuovo – dall’avanguardia per l’avanguardia – tipico degli anni ‘20 e dall’emulazione ossequiosa del passato, proponendo la centralità del linguaggio quotidiano. La propensione per la cronaca contamina completamente il linguaggio creativo, una volta che questi autori, legati inconsapevolmente al progetto fallito di Lima Barreto, tentano di scrivere con una lingua più vicina al parlato.

Talvolta egemonica, questa lingua scritta, legata all’oralità, ha sofferto e soffre continui rifiuti. Ciononostante sembra essere quella che meglio traduce una maniera di scrivere “nazionale”, il cui antecedente più antico sarebbe Il sergente delle milizie (romanzo d’appendice pubblicato tra il 1852 e il 1853), di Joaquim Manuel de Almeida, e il principale rappresentante contemporaneo il mineiro Luiz Vilela. Ma è una vasta stirpe, con una forte presenza nella nostra produzione successiva al Romanticismo, non solo nella prosa.

Espresso pachiderma

Chiusa questa parentesi, posso dire che uno dei difetti che vedo nella letteratura più recente è il peso del linguaggio. C’è stata una specie di inflessione lusitana nella nostra letteratura, che ha finito col rafforzare una tendenza barocca, contro la quale i nostri modernisti si erano ribellati. Questo peso può essere riscontrato principalmente a due livelli: nell’uso delle strutture e nell’uso delle parole che si vogliono rendere più grandi delle storie narrate. Facendo del supporto lo spazio privilegiato del letterario, si perde la sua essenza che è la capacità che la grande arte ha di emozionare ogni tipo di lettore, permettendoci un’identificazione con l’altro. Usando una metafora tecnologica, è un po’ come valorizzare l’hardware a scapito del software. Ciò riflette una visione patrimoniale della cultura. Il valore sta nella cosa che si possiede, nel linguaggio che si conquista e non nel suo effetto.

Valorizzare ciecamente l’inventiva, la trasgressione testuale, gli investimenti stilistici, le novità nell’area della comunicazione etc., è un modo per separare la lingua letteraria dal sociale, creando una casta che non si vuole mischiare con l’uomo comune. Il dramma di questo tipo di ragionamento è che siamo un paese di non-lettori, in cui tanto gli educatori e gli amministratori dell’area culturale, quanto (e direi soprattutto) gli scrittori hanno il compito di allargare le maglie della ricezione della cultura. Così, il culto del linguaggio eccezionale, che in altre culture più letterate non ha grandi conseguenze, nella nostra genera un vero e proprio apartheid, che si manifesta surrettiziamente sotto l’insegna della grande letteratura. Da un lato il lettore comune, dall’altro l’élite iperletterata.

L’arte della levitazione

Italo Calvino, che non può essere accusato di oscurantismo, sceglie la leggerezza come la prima delle sue proposte per il terzo millennio: “ho cercato di togliere peso, ora alle figure umane, ora ai corpi celesti, ora alle città; soprattutto ho cercato di togliere peso alla struttura del racconto e al linguaggio.”[1] All’estremo opposto di questa concezione del letterario, la letteratura brasiliana sta aumentando il peso della struttura narrativa e del linguaggio. Stiamo pensando alla letteratura in maniera accademica. Che significa? Significa che siamo a tal punto smaniosi che qualcuno scriva un paper sulle nostre opere che gli studi universitari finiscono col regolare la nostra produzione. Nella proposta di Calvino, l’ideale è che lo scrittore assuma un ruolo indipendente di filosofo-poeta, che lo porti a dire cose di interesse generale in una lingua piacevole: “la letteratura come funzione esistenziale, le ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere”[2]. In un mondo segnato dalle tensioni, la letteratura dovrebbe essere un momento di distensione, di aria nuova, attraverso il  linguaggio, pur affrontando i problemi della contemporaneità.

Non sto difendendo, e vi chiedo di non fraintendere le mie parole, l’assenza di investimento nella struttura e nel linguaggio. Vorrei solo che questo non fosse il fine ultimo dell’opera. Vorrei che fosse appena un mezzo in grado di condurci oltre l’arte stessa.

Concludendo, e perdonerete lo schematismo di questa analisi, la lotta che oggi vedo nella letteratura brasiliana è tra il peso del linguaggio e la leggerezza del vivere.


[1] I. Calvino, Lezioni americane, Milano, Garzanti, 1988, p. 5.

[2] Ibidem, p. 28.

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