Lettera di Anabel Hernández

Pubblichiamo una lettera aperta della giornalista messicana scritta originariamente per il Knight Center for Journalism in the Americas e pubblicata anche sul blog NuestraAparenteRendicion in cui la giornalista messicana racconta la storia della sua vita sotto scorta e della gravissima situazione che si trovano a vivere i giornalisti d’inchiesta in Messico.

Sono una giornalista d’inchiesta.

Per più di cinque anni mi sono occupata della corruzione e dell’abuso d’ufficio dell’ex Ministero della Pubblica Sicurezza Federale (SSP), al cui vertice si trovava Genaro García Luna. Nel corso di quel periodo ho scoperto le radicate reti di connivenza di García Luna e dei suoi più stretti collaboratori con la criminalità organizzata, che andava da bande di sequestratori fino ai cartelli della droga, in particolare quello di Sinaloa.

Ho documentato l’inspiegabile arricchimento dell’allora capo della polizia, nonché fascicoli aperti presso la Procura Generale della Repubblica (PGR) destinati a rimanere segreti, all’interno dei quali esponenti del cartello di Sinaloa accusavano apertamente la squadra di García Luna di fornire loro protezione in cambio di sostanziose mazzette.

In seguito a questo lavoro d’inchiesta l’allora capo della SSP ha iniziato a perseguitarmi e a prendere provvedimenti contro i miei informatori. La paura non mi ha impedito di proseguire con il lavoro di giornalista: ho sempre ritenuto che tacere simili atti di corruzione mi avrebbe resa complice; ho sempre creduto che il giornalismo d’inchiesta profondo, documentato e autentico possa contribuire a un Paese più giusto e a fare in modo che i corrotti rispondano delle loro azioni di fronte alla cittadinanza.

A dicembre del 2010, dopo la pubblicazione del mio libro Los Señores del Narco, nel quale riporto in parte la vicenda di tale corruzione, mi è stato riferito da un informatore fidato che García Luna stava reclutando agenti dell’Agenzia Investigativa Federale (AFI) per farmi uccidere, come rappresaglia del mio lavoro d’inchiesta.

L’ho denunciato pubblicamente e ho sporto denuncia alla Procura Generale di Giustizia del Distretto Federale (PGJDF) in merito alla situazione che stavo vivendo. Da allora quest’ultima mi ha concesso le misure cautelari, che consistono nella scorta ventiquattro ore su ventiquattro, il che –per quanto vivere sotto scorta sia terribile e mi abbia praticamente costretta a cambiare vita– mi ha permesso di rimanere viva e di proseguire con il lavoro di indagine.

A gennaio del 2011 la mia famiglia ha subito un attacco e le minacce non si sono fermate. In tutto questo tempo alcuni degli informatori sono stati minacciati, ammazzati o arrestati ingiustamente; l’anno scorso addirittura qualcuno è stato torturato perché inventasse delle accuse contro di me. A maggio del 2011 ho avviato un’indagine preliminare contro García Luna nella PGR poiché, benché l’agenzia facesse parte del governo del presidente Felipe Calderón, volevo lasciare un precedente legale di quanto mi stava accadendo.

Nel 2012 è stato ucciso un importante informatore, il generale Mario Arturo Acosta Chaparro. Un altro è stato torturato dalla PGR (quando al governo c’era ancora Calderón) affinché facesse delle dichiarazioni contro di me.

A novembre dello stesso anno ho pubblicato il mio ultimo libro, México en Llamas, in cui riporto tutte queste infamie e apporto ancora nuove prove riguardo alla corruzione della Polizia Federale.

Ho difeso la mia vita e il mio diritto alla libertà di espressione, ma qualche giorno fa un informatore pienamente fidato e diretto mi ha riferito che García Luna pianifica di vendicarsi contro di me e il mio lavoro d’inchiesta.

Ho allargato la denuncia alla PGJDF e alla PGR. Tuttavia la prima, all’inizio del mese di marzo, ha declinato la propria competenza sul caso inoltrando il mio fascicolo alla PGR, la quale in due anni non ha minimamente progredito nelle indagini, pur essendo in possesso di elementi che io stessa ho presentato in seguito all’attacco alla mia famiglia. Fino ad adesso la PGJDF non mi ha inviato alcuna notifica, né mi ha dato spiegazioni. Sono venuta a saperlo con sorpresa lunedì 11 marzo alla PGR, dove sono stata convocata.

Grazie all’intervento di governi e organizzazioni internazionali, mercoledì scorso la PGJDF ha deliberato di concedermi le misure cautelari solo per altri tre mesi. Lo apprezzo, ma chiedo che vengano confermati in modo permanente.

Non posso accettare che a proteggermi siano la Polizia Federale Ministeriale o la Polizia Federale – cioè quanto la PGR mi offre – quando per anni ne ho denunciato la corruzione e la stragrande maggioranza dei comandanti deve il posto a García Luna, senza contare che gran parte dei suoi sono ancora lì. Propormi come protezione gli stessi poliziotti che ho denunciato è una cosa assurda e senza senso: in pratica equivale a indurmi a lasciare il Messico. Spero che la PGR e la PGJDF possano firmare un accordo di collaborazione affinché a portare avanti la mia protezione sia la PGDJF.

So di essere sulla lista nera di uomini molto potenti, come Genaro García Luna, e ci sono persone di grande prestigio e moralità in Messico a essere testimoni diretti dell’odio irrazionale nei miei confronti da parte dell’ex capo della polizia, che però non vogliono esporsi per timore. E io non posso né devo obbligarli.

So che García Luna sta aspettando il momento di portare a termine la minaccia pagando un prezzo politico inferiore. So di non avere altro che la mia verità, la mia voce e il mio lavoro di giornalista, e ho intenzione di difendermi.

Vivere per tenere la bocca chiusa non è vita in nessun angolo di mondo. Vivere per tenere la bocca chiusa sul modo in cui corrotti, crimine e impunità continuano ad impadronirsi del mio Paese è come morire. Continuerò a denunciare la decomposizione del Messico e la collusione tra politici e funzionari pubblici.

Morte, minacce o censura contro qualunque giornalista sono attentati al diritto umano della società di avere accesso all’informazione e ne è responsabile tanto chi li compie quanto chi li permette. Senza libertà di espressione non vi è alcuna possibilità di giustizia né di democrazia.

L’ufficio della PGR, al momento unico responsabile della conduzione del mio caso, non ha risolto finora una sola indagine di giornalisti minacciati, scomparsi o uccisi. Mi rifiuto di essere un numero in più del fallimento dell’autorità.

Al momento vivo sotto scorta, scorta da cui a malapena sono stata informata a voce che resterà per soli altri tre mesi. Grazie di nuovo all’intervento di organizzazioni quali Libera in Italia, l’ambasciata francese in Messico e Reporteros Sin Fronteras. Dopo questi tre mesi, però, cosa succederà?

Questa è l’angoscia in cui mi trovo a vivere.

*Anabel Hernández è una premiata giornalista che ha dedicato la propria carriera alla denuncia della corruzione in Messico. Attualmente collabora come freelance con la rivista “Proceso” e il quotidiano “Reforma”. È autrice dei libri La Familia Presidencial [“La Famiglia presidenziale” n.d.t.] (2005), Fin de Fiesta en Los Pinos [“Gran finale a Los Pinos” n.d.t.] (2006), Los Señores del Narco [“I Signori del Narco”] (2010) e México en Llamas [“Messico in fiamme” n.d.t.] (2012).

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Traduzione di silvia rogai

Silvia Rogai vive a Firenze, dove insegna traduzione, lingua e letteratura spagnola. Laureata in Teoria e pratica della traduzione letteraria, ha frequentato la Scuola di specializzazione per traduttori editoriali dall’inglese presso l’Agenzia formativa tuttoEuropa di Torino e ha tradotto in versi due commedie del teatro spagnolo del Siglo de Oro: La serrana de la Vera di Luis Vélez de Guevara, vincitrice della sezione “Opera Prima” del Premio Monselice per la traduzione 2011, e Entre bobos anda el juego di Francisco de Rojas Zorrilla, in corso di pubblicazione. Dottoranda in Lingue e culture del Mediterraneo presso l’Università degli Studi di Firenze, si occupa di ispanistica e traduttologia e collabora con alcune case editrici e agenzie letterarie per servizi di traduzione e redazione.

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