Le gambe del Kenya, Juan Pablo Meneses

Pubblichiamo questa crónica proprio durante i giorni in cui si svolgono le Olimpiadi. In questo testo l’autore, Juan Pablo Meneses, uno degli esponenti di spicco del giornalismo narrativo dell’America Latina, ci racconta cosa si nasconde dietro questi giorni di euforia e scandalo, chi sono davvero gli atleti che passano la vita ad allenarsi sognando di arrivare alle Olimpiadi. Buona lettura!

Alla fine di questa storia qualcuno muore. È una morte improvvisa. Ma accadrà soltanto alla fine di questa storia, per adesso mi trovo su un Boeing della SouthAfrican Airways che sta sorvolando Nairobi. La pista è molto vicina, assurdamente stretta e grigia in mezzo a un mare di terra così secca che sembra sabbia. Sull’aereo c’è John Hesler, un keniota bianco che stava quasi per vomitare quando il pilota si è messo a girare intorno al Kilimangiaro per farci fotografare la montagna più famosa dell’Africa orientale. Hesler era salito sull’aereo a Johannesburg, dove era andato per concludere un contratto per la sua ditta d’importazioni di televisori. Ha studiato in Europa, vive tra Londra e Nairobi, ed è convinto che il miglior affare della sua vita sarebbe diventare rappresentante dei maratoneti del Kenya.

«Il vero affare è riuscire ad inserirli nei circuiti internazionali. Ma ci sono fin troppe società europee altrettanto interessate, e questi atleti non sono disciplinati», afferma John Hesler che per il momento preferisce continuare a vendere televisori.
È sufficiente atterrare all’aeroporto Jomo Kenyatta di Nairobi, la capitale del Kenya, per constatare che per gli occidentali l’Africa continua ad essere un mistero. Mentre cammino incrocio musulmani dalle mani tatuate e il sorriso coperto, indiani col turbante inamidato e la 24 ore in mano, una regina kikuyu con il volto decorato di bruciature, oltre a vari turisti bianchi, quasi tutti con un cappello da safari in testa. I safari, termine che in lingua swahili significa “viaggio”, sono nati un secolo e mezzo fa come pericolosissime battute di caccia per miliardari e membri della nobiltà europea. Oggi i safari si sono trasformati in orde di avventurieri stranieri – in gran parte europei, nordamericani e giapponesi – che hanno sostituito i fucili con macchine fotografiche digitali e videocassette e, in questo modo, hanno fatto del turismo una delle poche attività fiorenti di questa parte del pianeta.
Potrei dire che in Africa i quattro punti cardinali della mappa sociale sono la fame, la povertà, l’AIDS e l’analfabetismo. Che in molte strade ci sono bambini che sniffano colla e che ti avvicinano per chiederti soldi. Che molte delle keniote vestite con abiti europei che popolano i bar per stranieri sono prostitute. Che la dominazione inglese è durata fino al 1963 e che è stata feroce, e che persino gli scrittori che in quegli anni si sono trasferiti in Kenya – Ernest Hemingway per primo – avevano una propria corte di africani pronti a servirli. Che sul Paese si sono abbattute terribili piaghe di febbre gialla e malaria, che il terrorismo musulmano è scoppiato più volte sotto forma di camion-bomba, causando centinaia di morti tra i civili e il conseguente crollo del turismo. Ma il motivo per cui scrivo questa storia è un altro.
Sono venuto a Nairobi per parlare di successi e vittorie. Per capire e per veder correre gli atleti del Kenya, quegli uomini e quelle donne magri come chiodi, semplici e modesti, che vincono le gare più lunghe del pianeta. Africani di successo ai quali le grandi società sportive del primo mondo, soprattutto europee, danno la caccia da anni.

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Sono le sette del mattino e sulle banchine della Moi, una delle strade più importanti di Nairobi, una città di tre milioni di abitanti, migliaia di kenioti corrono per andare al lavoro o a scuola. Gli automobilisti, invece, provengono da tutto il mondo: uomini col turbante, neri con occhiali dorati, bianchi dentro a lussuose 4X4. Non a caso la capitale del Kenya è la città più importante dell’Africa orientale: qui hanno sede gli uffici centrali di tutte le multinazionali, le università più prestigiose della regione e le organizzazioni internazionali di aiuti per combattere la fame nel continente. Ma accanto all’asfalto, su quella stretta striscia di terra accanto alla strada, i normali cittadini si spostano su due piedi, correndo felici.
Un comune cittadino keniota percorre tra i quattro e i sei chilometri al giorno correndo, e sul ciglio della Moi ci sono persone di tutte le età che corrono. Uomini soli o in gruppo. Ragazzini con i loro quaderni e anziani senza capelli. Gruppi di amici e intere famiglie. In molti accompagnano le falcate cantando come se fossero davvero felici, come se mettersi a correre ogni mattina alle sette per andare al lavoro fosse una benedizione più che una tortura.
«Qui si vive così ed è così che si formano gli atleti» dice Karl Vain mentre mi accompagna in jeep su quella strada.
Vain ha la barba, la testa pelata, gli occhi chiari, due figli, una moglie magra e un ufficio nel gigantesco edificio Habitat, l’agenzia internazionale delle Nazioni Unite pergli Insediamenti Umani. In un Paese in cui le attività più importanti sono il turismo, i fiori e il caffè, i corridori del Kenya sono diventati il più prestigioso prodotto d’esportazione. Vain mi snocciola dei dati. Le passate sette edizioni della maratona di Boston, quattro delle ultime cinque di quella di New York, oltre a quella di Rotterdam e di Roma, sono state vinte da corridori kenioti. Bisogna poi aggiungere i cinque record mondiali nella categoria juniores e i tre in quella femminile, tutti in gare di fondo. Senza dimenticare la supremazia assoluta nella corsa campestre né la sorprendente parabola di Wilson Kipketer.
Kipketer è un simbolo del nuovo Kenya. Non figura su nessuna banconota né gli sono stati dedicati monumenti come al presidente Daniel Arap Moi o come al padre della patria Jomo Kenyatta, ma tutti parlano di lui. Per qualcuno è semplicemente un figlio bastardo. Altri, invece, vedono in lui il perfetto esempio di progresso personale. È per questo che Vain si entusiasma tanto nel raccontare questa storia. E anche se stiamo percorrendo la Moi su una jeep dell’ONU, diretti allo stadio per l’allenamento mattutino, per un attimo la storia di Kipketer s’impadronisce della conversazione e io riesco a vedere tutto in modo molto chiaro.
Ogni mattina Wilson Kipketer esce dal suo lussuoso appartamento in un quartiere di lusso di Copenaghen, Danimarca. Fa freddo, per questo l’atleta indossa un lungo cappotto e si affretta a salire sulla sua auto sportiva e riscaldata. Cammina tenendo per mano la sua fidanzata europea e, prima degli allenamenti, passa dall’Università della Danimarca, dove è iscritto alla facoltà di Ingegneria elettronica. Il suo rappresentante lo chiama al cellulare per comunicargli che ha appena fissato tre gare per il mese prossimo. Kipketer, che adesso vince medaglie d’oro per la Danimarca, riattacca e alza il volume della radio. Ama la musica elettronica e la sua auto con cambio automatico che lo fa sentire in paradiso. Nonostante le ore passate ad allenarsi, le gambe che lo hanno reso milionario sono sempre molto magre. Magre come chiodi. Magre come quelle di un keniota.

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I cancelli arrugginiti del Nyayo Stadium sono aperti a metà. Non c’è sorveglianza né telecamere che impediscano a chiunque di entrare senza chiedere il permesso né niente. Lo stadio, dove si allenano alcuni dei migliori giovani corridori, sembra il campo sportivo di una squadra di calcio sudamericana in fondo alla classifica di serie A: con la differenza che qui l’erba del campo è così secca che sembra un telone giallo e quasi tutte le attività si concentrano al di fuori del campo rettangolare, sulla pista atletica di rekortan. La capienza del Nyayo Stadium sarà sulle ventimila persone e su una delle curve c’è un tabellone segnapunti manuale. Gli spalti sono vuoti e i numeri del tabellone per terra. Al centro dello stadio, alcuni atleti piegano le gambe come fossero di gomma. Altri, sulla pista fanno giri di mezz’ora. Intorno a me c’è il cuore pulsante dell’atletica agonistica del Kenya.
Nello stadio ci sono anche gli uffici della Federazione Nazionale di Atletica Leggera, fondata nel 1964, un anno dopo l’indipendenza del Kenya, ma manca ancora un po’ prima che inizino a lavorare. Philip Mosima, che si allena oggi, è il detentore del record mondiale giovanile dei cinque mila metri, ottenuto a Roma. Ha circa vent’anni, ha appena finito il servizio militare e porta le sue consumate scarpette chiodate dentro una busta di plastica che, a quanto pare, lui usa come borsone. È basso e magro. Il suo corpo non sembra quello di un atleta di livello internazionale, di un fondista che aspetta solo di firmare per qualche società inglese, tedesca o danese.
Le gambe di Mosima sono magre come le sue dita. Quando parla, alza raramente lo sguardo da terra. Sembra un ragazzo timido, ma sul suo viso si disegna un grande sorriso che lo trasforma completamente appena gli chiedo di raccontarmi il suo sogno come atleta.
«Vorrei andar via da qui e correre in Europa. Vorrei fare tutti i Grand Prix» mi dice, seduto sull’erba secca mentre si allaccia le stringhe.
«Vorresti essere come Kipketer?»
Sentendo pronunciare il nome di Kipketer i suoi occhi s’illuminano. Una luce che svanisce subito, perché una recente lesione al ginocchio destro ha subito intimorito i rappresentanti europei in cerca di promesse.
«Sì, mi piacerebbe seguire le sue orme», risponde mentre fa gli allungamenti.
«Ma lui non è più un keniota?»
«Lo sarà sempre, è solo che adesso corre per un altro Paese e si è assicurato un futuro economico. Questo è importante in un Paese come questo.»
«E cosa ti manca per essere come lui?»
«Devo migliorare, per difendere i miei record. È l’unico modo per farcela. Le gare migliori, con i premi migliori, sono all’estero.»
Prima di iniziare a correre Mosima appallottola la busta di plastica, la sua borsa da lavoro, e se la mette in tasca. Voleva fare l’artigiano, ma per quanto ami lavorare il legno e intagliare sagome di animali, già prima di compiere dieci anni tutti gli dicevano che aveva le doti per diventare un corridore, e da allora non ha mai smesso di correre. Come se l’idea fissa di andarsene, di lasciare tutto, fosse più facile da realizzare mettendosi a correre per vari chilometri al giorno.
Un altro atleta che questa mattina si allena nel Nyayo Stadium è John Kosgei, ma è tutta un’altra storia. Indossa una tuta blu, una catena d’oro al collo e ha un’enorme puntura d’insetto sullo zigomo destro. Specializzato nei tremila metri ma senza record mondiale per il momento, Kosgei si accontenta di lasciare il suo Paese giusto il tempo necessario, per non dover stare troppo tempo lontano dal suo quartiere di Nairobi dove è uno dei ragazzi più conosciuti e dove vive la sua fidanzata e dove tutti gli vogliono bene perché essere un atleta in Africa è altrettanto, se non più importante che fare il calciatore in Sudamerica. Ecco perché Kosgei vuole partecipare alle gare fuori dal Paese e poi tornare subito a casa, la casa dei genitori, dove custodisce una collezione di cappelli che compra durante le trasferte.
«Non mi piace stare troppo tempo lontano dal mio Paese. I campionati mi piacciono, sì, ma non voglio passare la mia vita lontano da qui, come invece sognano altri» mi dice con tranquillità.
Kosgei vuole una carriera sportiva come quella del suo idolo Kipchoge, il keniota che ha vinto il maggior numero di medaglie olimpiche per il proprio Paese e che, a differenza di Kipketer, ha preferito rimanere in Kenya a fare una vita semplice.
Vendersi all’estero e vincere con una maglia europea. O restare nel proprio Paese e condurre una vita piena di difficoltà economiche e soddisfazioni personali. Queste, a quanto pare, sono le uniche possibilità che hanno i corridori del Kenya. E questo è anche il grosso dilemma di Edwin.
Edwin è un giovane senza nessun titolo ma pieno di volontà che non ha ancora scelto se fuggire verso il successo o lottare in casa propria. È di media statura e attira l’attenzione perché tiene sempre le braccia piegate, come se stesse sempre correndo, come se l’unica ragion d’essere delle sue estremità fosse quella di mantenere l’equilibrio mentre corre.
«Come ti immagini tra qualche anno?»
«Non lo so, per ora voglio solo migliorare i miei tempi. Penso solo a questo.»
Gli parlo di una carriera internazionale e di contratti milionari e mi restituisce un sorriso dubbioso, imbarazzato, mentre solleva le sue spalle ossute. Come se per lui fosse più difficile che per gli altri scegliere se seguire le orme di Kipketer o quelle di Kipchoge. Non sa quello che vuole, ma nell’atletica le scadenze sono brevi e sa che presto dovrà scegliere una delle due strade. È così per tutti. Anche per quelli che non corrono.
Assistere agli allenamenti di atletica non è uno spettacolo molto divertente. Si tratta semplicemente di osservare persone che girano e girano intorno alla pista, che ogni tanto guardano il cronometro e si sforzano per migliorare il proprio record. Se la vita non è altro che una lotta contro il tempo, gli atleti sono gli uomini e le donne che meglio di chiunque altro incarnano questo detto. Non pensano alla solitudine, ai sacrifici e allo sconforto, lottano contro loro stessi, contro quel maledetto giorno in cui hanno corso in meno minuti. E corrono come struzzi, senza troppi movimenti, come se le loro gambe fossero dei bastoni da cricket con le articolazioni di ferro. Niente a che fare con il ritmo dei calciatori di colore del Brasile, né con la solida agilità dei giocatori di pallacanestro dell’NBA, né con le gambe piene di muscoli dei velocisti giamaicani. Quelle dei kenioti sono falcate meno aggraziate, scoordinate, monocordi e regolari.
Con la singolare bellezza della loro corsa, gli atleti del Kenya non si fermano mai, continuano a correre, senza sosta, sudando come schiavi, eppure felici perché grazie alle proprie doti naturali possono ottenere benefici a livello mondiale.
«A cosa pensi quando corri i cinquemila metri?» ho chiesto a Mosima, il ragazzo dalle gambe magre a cui piace intagliare il legno, quello che sogna di diventare come Kipketer, prima che iniziasse a correre sulla pista.
La sua risposta è stata quasi filosofica:
«Penso al tempo.»
Accanto a me c’è Karl Vain, il tedesco che lavora per l’ONU. È l’unico biondo in tutto lo stadio e mentre mi parla alcuni atleti dalla pista lo guardano con la coda dell’occhio. Forse pensano che Vain invece di lavorare per l’ufficio internazionale di Habitat, sia il rappresentante che li porterà in qualche Università europea in cerca di medaglie. Fuori dal Nyayo Stadium dei bambini in cerca di cibo chiedono l’elemosina. Niente fa pensare che alla fine di questa storia qualcuno morirà.

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Il Kenya è un Paese composto da tribù in lotta tra loro per la conquista di terre e greggi. In occidente la tribù più conosciuta è quella dei Masai, ma tutti gli atleti kenioti appartengono a quella dei Nandi. Alla fine del XIX secolo, questa tribù era la più forte del Paese ed è la stessa a cui appartiene Daniel Arap Moi, il presidente della Nazione per quinto mandato consecutivo.
«I Nandi sono un popolo di pastori che vive nella zona della Rift Valley. Vivono sulle montagne. Ogni giorno, in media, si fanno una mezza maratona» dice Peter Njenga, un giornalista sportivo di Nairobi. La mancanza d’ossigeno, dovuta all’altezza, ha reso i loro polmoni più grandi. E questo migliora molto la resistenza fisica.
Peter Njenga ha dei baffi sottili, i capelli corti, una cravatta dai colori pastello, un abito scuro e qualcosa più di trenta anni. È un esperto di atleti e uno dei cronisti di punta del National Newspaper, il giornale di maggior diffusione in Kenya e uno dei più influenti in Africa. Gli uffici sono nel centro di Nairobi e, come in qualsiasi ufficio del Paese, le foto del presidente Daniel Arap Moi sono su tutte le pareti. È la regola, che deve essere rispettata negli hotel, nelle discoteche, nei ristoranti e in tutti i locali pubblici.
Njenga mi racconta che durante le ultime Olimpiadi i kenioti sono rimasti davanti al televisore fino alle quattro del mattino per seguire le gare di corsa. Sembra assurdo: un Paese povero che passa la notte in bianco per seguire una maratona. Quando gli atleti sono tornati a Nairobi, una folla si è riversata all’aeroporto per accogliere i suoi eroi. Non ci sono dubbi, lo sport più popolare tra i cittadini kenioti è la corsa, sia quella su pista che quella campestre.
Ma nonostante la grande popolarità degli atleti, in Kenya non c’è un vero e proprio mercato per quest’attività. Non si vendono le magliette dei maratoneti o scarpe autografate, né esistono aziende disposte a pagare perché il loro logo appaia sulla pancia dei fondisti. Ma nonostante questo, e in contraddizione con le leggi del mercato dello sport, nonostante il loro essere vergini in fatto di merchandising, i corridori kenioti continuano a riscuotere successo in tutto il mondo, vincendo con il minimo sforzo.
«L’unico sfruttamento economico è quello degli atleti» mi dice Njega.
E non sbaglia. In una corsa di seconda categoria a livello mondiale, come la maratona di San Silvestro in Brasile, i corridori vengono pagati fino a dieci mila dollari solo per partecipare.
«Il problema è che vengono sfruttati al massimo e si stancano molto velocemente. La loro carriera dura tre o quattro anni» mi dice.
Agli atleti privilegiati che restano nel Paese, il governo di Moi offre un lavoro nell’esercito. Tre quarti degli sportivi più importanti sono militari, cosa che permette loro di dedicarsi quasi esclusivamente allo sport, di percepire uno stipendio e di organizzare i propri orari. Questo ambiente da dilettanti, quasi amateur, un ambiente non professionista, rende difficile la sopravvivenza fuori dal Kenya per la maggior parte degli atleti. Gli esperti internazionali accusano gli atleti kenioti di avere una fede cieca nelle proprie qualità naturali e di non preoccuparsi della loro carriera sportiva a lungo termine. Né del loro futuro economico
Mosima, il corridore che voleva fare l’artigiano, è sicuro di riuscire a diventare famoso all’estero. Si allena solo per questo, aspettando di rimettersi in sesto dopo la lesione al ginocchio. Afferma di non uscire mai con gli amici e che per il momento preferisce non avere una fidanzata. Edwin, invece, l’atleta che tiene le braccia sempre piegate, ha un futuro più incerto. Neanche le sue grandi doti naturali lo hanno aiutato a risolvere il suo dilemma: gareggiare all’estero o continuare la sua vita difficile a Nairobi.

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Stanotte ho fatto un sogno strano. Stavo correndo sulla Biashara, una strada del centro di Nairobi, insieme ad altri cinque kenioti: una donna che sembrava una prostituta con i tacchi alti, un bambino denutrito, un anziano con un cappello da inglese e le mani da schiavo e due atleti kenioti con le maglie di società europee. Correvamo tranquilli e la strada era piena di animali: giraffe, elefanti, leoni e rinoceronti, tutti seduti per terra che parlavano tra loro. Correvamo velocemente ed io ero l’unico a stancarsi. Cercavo di stare al passo, di parlare con loro, ma solo la prostituta mostrava un qualche interesse nei miei confronti. Li seguivo con un registratore in mano e quando facevo loro delle domande e avvicinavo il registratore, mi sentivo la persona più idiota al mondo. E subito si allontanavano, ma senza correre più veloce. Allora ho fatto un triplo sforzo per raggiungerli, ma continuavano ad allontanarsi, sempre di più, finché sono caduto. E lì sono rimasto, con la faccia a terra, quando una camionetta delle Nazioni Unite si è fermata davanti a me. Dal finestrino della 4X4 diplomatica si è affacciato un gringo, con un cappello da safari e la crema solare sul naso, che mi ha offerto un passaggio. Proprio in quel momento mi sono svegliato.
Mi sono svegliato nella mia camera dell’Inter-Continental di Nairobi, qualche ora prima di partecipare a un ricevimento all’Ambasciata del Cile. E adesso mi trovo nella reception, circondato da importanti manager europei, ambasciatori e consoli di mezzo mondo e personalità della politica locale. Parlo per un attimo con Michel Bosshard, lo svizzero che lavora come direttore responsabile della Nestlé per il Kenya. Da qualche anno si è trasferito con la sua famiglia a Nairobi. Come prima cosa mi parla dei safari, e mentre lo ascolto penso al rapporto tra i rappresentanti internazionali e gli atleti kenioti e al fatto che di questo non parla quasi nessuno.
«Appena riesci ad avvistare un bell’esemplare arrivano subito venti jeep. I soldi hanno rovinato tutto. Un giorno stavamo osservando un leone gigantesco e dal nulla è spuntato un pulmino di giapponesi. Avevano tutti dei guanti bianchi e il volto coperto con dei fazzoletti per ripararsi dalla terra, i giapponesi sono così paranoici! Avevano delle telecamere di ultima generazione e chiedevano alla guida di avvicinarsi ancora. E siccome le mance possono arrivare ad essere molto generose, la guida ha accettato e alla fine hanno spaventato il leone.»
Quando sei a un ricevimento in un’ambasciata, non riesci mai a capire chi è la persona con cui stai parlando. Troppi sorrisi, troppa indiscriminata gentilezza. Sono capitato in un piccolo gruppo in cui si parla di atleti. E rimango qui, ad ascoltare persone che conversano come se stessero parlando di cavalli. Un tale di nome Chris, che dice di essere general manager di una società chiamata Colsult, ha tutte le caratteristiche dello scopritore di atleti da esportazione. Forse perché parla di loro nello stesso modo in cui Hesler, l’imprenditore che ho conosciuto appena arrivato in Kenya, mi parlava di televisori.
«Questi corridori si stanno adattando perfettamente all’Europa» dice lui. «Il segreto è portarli via in gruppo, per nessuna ragione devono partire soli. E bisogna iscriverli ai campionati di primavera ed estate, perché rendono meglio negli stadi all’aperto che indoor
In questa stanza il soffitto è alto e da lassù pendono dei grandi lampadari che ci illuminano tutti. Per strada, all’aria aperta, la notte di Nairobi è fresca e, secondo qualcuno, molto pericolosa.

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Oggi il National Newspaper pubblica su quattro pagine, a colori, foto di corpi mutilati. La notizia del giorno è una battaglia tra tribù rivali in un quartiere alla periferia di Nairobi. Lo scontro si è concluso con venticinque persone uccise a colpi di pietre e bastoni. Niente di nuovo, sembra volermi dire il tassista, alzando le spalle. La notte precedente, in un bar del centro di Nairobi, in mezzo a gringos di organizzazioni internazionali e keniote con borsette rosse e scarpe di vernice, ho saputo che quella sera era morto uno dei corridori che avevo conosciuto al Nyayo Stadium. Me l’ha detto una spagnola che conosce bene Karl Vain, il tedesco che mi ha accompagnato

a vedere gli allenamenti.
«Nessuno sa chi fosse. È morto investito da una jeep, mentre tornava a casa.»
Edwin era un atleta senza nessun titolo e non sapeva se lasciare il Kenya o se rimanere. Viveva con le braccia piegate come se fosse sempre in corsa contro il tempo. È successo tutto così in fretta che non è riuscito a decidere del suo futuro. Secondo il freddo punto di vista degli intermediari degli atleti, la morte di questo corridore indeciso e senza titoli rappresenta soltanto una perdita irrilevante.
Salgo su un taxi e appena mi metto a guardare fuori dal finestrino perdo il conto di quanti ragazzini tornano a casa correndo. In memoria di Edwin, investito da una jeep, festeggerò ogni volta che un atleta del Kenya vincerà una gara internazionale. Fa lo stesso se è un “bastardo” che corre per una società italiana, francese, danese o keniota. O un “eroe” che difende i colori della patria e che gareggia per una vita semplice. La cosa importante è che sia uno di questi cittadini di Nairobi che corrono con passi da trampoliere accanto al mio finestrino, quasi tutti cantando, come se fossero davvero felici.

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Traduzione di

Franca Pirina nata e cresciuta a Livorno, espatriata e poi ritornata. Dal 2005 lavora con, tra, per i libri occupandosi di editoria con sorti alterne e ricoprendo vari ruoli, all'insegna del precariato. Correttrice, traduttrice, ideatrice e realizzatrice di progetti di condivisione della lettura come #LettoriFuori. Per laNuovafrontiera cura la collana di giornalismo narrativo Cronache di Frontiera e ha tradotto il libro di Gabriela Wiener Corpo a corpo (il diario di traduzione lo trovate qui) e Z. La guerra dei narcos di Diego Enrique Osorno. Collabora con Internazionale e altre riviste italiane e straniere.

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