La verità e lo stile, Leila Guerriero

Nella sezione Cultura del quotidiano El País è uscito nel febbraio scorso questo articolo della giornalista Leila Guerriero che aiuta a far luce su quel genere ibrido che in America Latina si chiama crónica e che in Italia si inizia a conoscere come Giornalismo Narrativo. Attraverso un dialogo tra i protagonisti di quello che è stato definito come un secondo “boom” della letteratura latinoamericana, Leila Guerriero ci svela le origini del genere, le sue caratteristiche e le difficoltà che incontra nel mondo editoriale contemporaneo.

traduzione di Alessio Mirarchi
foto: immagine della città di Tijuana, México, 1991. / ALEX WEBB (MAGNUM)

Se assegnare un nome a un fatto, una cosa o a un fenomeno significa far venire al mondo quel fatto, quella cosa o quel fenomeno, allora c’è stato un tempo in cui non esisteva nulla di quello che c’è oggi. Anni – non molto lontani, 1996, 1997 – in cui non esistevano i cosiddetti «cronisti latinoamericani» (e neanche le riviste che li pubblicavano, o le antologie che raccoglievano i loro lavori) e durante i quali la parola crónica si usava, in America Latina, per menzionare le cose più disparate – i dispacci urgenti, la cronaca nera, gli editoriali – ma nessuna o poche di queste definivano ciò che oggi conosciamo con quel nome: storie di non-fiction che richiedono lunghe indagini sul campo e che vengono narrate utilizzando gli espedienti formali della finzione. C’è stato un tempo, non molto lontano, in cui non c’erano né cronisti né cronache ma solo giornalisti isolati che, tramite mezzi solo a volte coincidenti con quelli che gli permettevano di guadagnarsi il pane, scrivevano articoli – che chiamavano semplicemente articoli – più simili a pezzi di new journalism nordamericano che a notizie di giornale, probabilmente ispirati allo stile dei gringos e ad alcuni precedessori latinoamericani (Juan Villoro, Tomás Eloy Martínez, Martín Caparrós, per citare i più noti) che avevano continuato a coltivare questo genere dai mille nomi (le cui origini non intendiamo discutere qui) con ostinazione e dedizione. Successivamente, poco più di quindici anni fa, cominciarono a succedere delle cose. A metà degli anni Novanta, a Cartagena de Indias, sotto la  direzione di Gabriel García Márquez, nacque la Fundación Nuevo Periodismo Iberoamericano (FNPI), che patrocinò seminari sotto la guida di autori come la messicana Alma Guillermoprieto o l’argentino Tomás Eloy Martínez. Come conseguenza, nacquero delle riviste – le colombiane “Gatopardo”, “El Malpensante, “SoHo e la peruviana “Etiqueta Negra” – che cominciarono a pubblicare quei giornalisti isolati e i loro referenti ostinati, e disegnarono la mappa ancora confusa di un futuro che nessuno prevedeva. Subito prima o subito dopo, o addirittura nello stesso periodo, nacquero le riviste argentine “Rolling Stone” e “Latido” e le cilene “Fibra” e “The Clinic”, che imboccarono lo stesso sentiero. Nel 2001 la FNPI lanciò la prima edizione del Premio Cemex-FNPI per opere giornalistiche di questo tipo. Nei primi anni del XXI secolo comparirono “Marcapasos” in Venezuela, “Pie Izquierdo”in Bolivia, “Lamujerdemivida”in Argentina, mentre riviste più tradizionali come le cilene “Sábado” e “Paula “e la messicana “Letras Libres”aumentaronoi contenuti di questo genere. Nel 2010 l’Università di Guadalajara e l’Escuela de Periodismo Portátil del cileno Juan Pablo Meneses, presentarono il Premio Las Nuevas Plumas, che si rivolgeva a giovani giornalisti. E a un certo punto la parola crónica scese dal cielo come la divinità nomenclatoria di tutti questi testi, e cronista divenne il nome da utilizzare per riferirsi a chi li scriveva.

Se le case editrici latinoamericane mostrarono interesse a rappresentare questa produzione già a metà dello scorso decennio, adesso il genere – che alcuni preferiscono chiamare giornalismo narrativo – sembra aver suscitato l’interesse anche degli editori spagnoli: alla collana Crónicas di Anagrama si deve aggiungere La Ficción Real di Debate, più altri titoli di case editrici indipendenti come Libros del K.O. nonché la comparsa di Antología de crónica latinoamericana actual, nella quale Alfaguara ha riunito 48 autori latinoamericani a cura di Darío Jaramillo Agudelo, e di Mejor que ficción, a cura di Jorge Carrión, pubblicato da Anagrama e nel quale sono raccolti 21 autori ispanoamericani. Tutti questi eventi, accaduti e che continuano ad accadere, sono stati chiamati “moda” da qualcuno, “boom” da altri, mentre altri ancora non ne vogliono neanche sentir parlare. Se qualcosa sta davvero succedendo in America Latina a proposito della cronaca, allora di che si tratta?

Alla fine degli anni Ottanta c’erano pochi spazi, per non dire nessuno, per pubblicare cronache, sostiene l’argentino Martín Caparrós, il cui intenso lavoro nell’ambito di questo genere e il cui fecondo libro di cronache, intitolato Larga distancia (Planeta, 1992), sono stati di ispirazione per molti giornalisti della generazione successiva. Oggi è più facile, proprio grazie a questo succès d’estime, a questo successo di un fallimento, quello della cronaca. Si tratta di un successo che non prevede l’impegno da parte degli editori, che dovrebbero essere i soggetti interessati, a ricercare questo tipo di testi per le proprie testate. Sui media è difficile pubblicare cronache. Questo successo di nicchia lo ha reso un genere prestigioso e ha fatto in modo che ci siano editori che vogliono averlo tra le loro collane. La FNPI si diede da fare per produrre una generazione di giornalisti consapevoli che ciò che facevano non era molto allettante, ma fiduciosi che esistesse una specie di aldilà che invece lo era. I seminari della fondazione dimostravano la possibilità dell’esistenza di questo aldilà. Questo lavoro si integrò con quello delle riviste e grazie a tutto questo si forgiò il mito della cronaca. Stiamo parlando dal punto di vista di coloro che la scrivono. Resta da stabilire se questi elementi hanno svolto qualche funzione anche per quelli che la leggono, sempre che qualcuno la legga.

Jaime Abello, direttore generale e cofondatore della FNPI, crede che se è mai esistita una persona fermamente convinta che bisognasse lavorare per promuovere la cronaca, questa persona era García Márquez.

La fondazione nacque infatti con questo compito. Iniziò nell’aprile del 1995 con un seminario che si chiamava “Seminario di Cronaca”, condotto da Alma Guillermoprieto. Negli ultimi 15 anni sono state fondate riviste, non si è mai smesso di scrivere cronaca e si sono cominciati a pubblicare più libri. Tuttavia, nonostante abbia guadagnato mercato, la cronaca continua a essere di nicchia. Significa forse che non sta succedendo nulla? No. Qualcosa si muove. Ma è il prodotto di un lavoro intenso. Oggi queste case editrici pubblicano antologie di cronache e quando si pubblicano delle antologie è perché esistono sia un’area di mercato che un riconoscimento pubblico.

Margarita García Robayo è colombiana ed è stata coordinatrice di alcuni progetti della FNPI. Oggi vive a Buenos Aires, dove è direttrice esecutiva della Fondazione Tomás Eloy Martínez, creata per volere dello scrittore e giornalista argentino con lo scopo di sostenere le opere di narrativa e non-fiction di autori latinoamericani.

«La FNPI, dichiara, stabilì dei punti di riferimento contemporanei e latinoamericani del genere, e inoltre stabilì: “Questa cosa si chiama cronaca, la fanno queste persone e la si può fare in questo modo”. Dandole un nome le attribuì anche uno status. Credo tuttavia che se di boom si può parlare la definizione vada circoscritta alla persone che fanno giornalismo, e che quelli in gamba sono gli stessi di sempre. Non c’è molto ricambio.»

Nel 1999 nacque in Colombia, con distribuzione continentale, la rivista “Gatopardo”fondata da Miguel Silva e Rafael Molano, che associava firme di punta con quelle di coloro che avrebbero formato la nuova generazione di cronisti latinoamericani.

«Il chiodo fisso di voler creare una rivista dedicata alla cronaca – dice Molano, che oggi vive in Messico dove dirige la rivista “GQ”–nacque soprattutto notando quanto fosse desolato il contesto della nostra regione, a parte alcune eccezioni individuali. Rispetto all’assenza, per quanto ne so io, di altri mezzi interessati all’argomento, noi fummo pionieri nel far appassionare lettori e giornalisti all’idea di leggere e scrivere storie di qualità. Oggi la cronaca ha un senso per molte altre riviste.»

Mario Jursich è il direttore di “El Malpensante”, una rivista che può pubblicare la biografia del compositore di vallenatos[1] Emiliano Zuleta, o dedicare un intero numero al diario di una giovane dottoressa colombiana impegnata in Afghanistan.

«Verso il 2003 c’era una certa consapevolezza che la cronaca stesse attraversando un momento di fortuna, una cosa che però avvertivamo noi che facevamo riviste, chi praticava il genere e un ristretto gruppo di lettori. Solo adesso il grande pubblico inizia a capire che la cronaca sta vivendo un periodo d’oro. Sebbene alcuni quotidiani non abbiano mai smesso di pubblicare cronache, pare evidente che il giornalismo narrativo è un genere più adatto alle riviste. Al contrario, i grandi media gli hanno voltato le spalle, il che rivela quanto le majors si siano allontanate dalla strada maestra della loro missione.»

Il colombiano Alberto Salcedo Ramos è autore de El oro y la oscuridad (Debate, 2005), e La eterna parranda (Aguilar, Colombia, 2011). Come altri della sua generazione, anche lui imparò il mestiere in modo quasi selvaggio.

«Volevo raccontare delle storie, ma non avevo maestri. Durante quegli anni il cronista era visto come uno scansafatiche, mentre gli altri membri della famiglia dei giornalisti si rompevano la schiena per coprire le notizie quotidiane. Non sono sicuro che questa percezione sia cambiata. Però in molti crediamo nel valore letterario del genere e non lo reputiamo un mestiere minore, un semplice trampolino per poi volare verso incarichi più importanti.»

Gabriela Wiener è peruviana, autrice di due libri – Corpo a corpo (La Nuova Froniera) e Nueve Lunas (Mondadori) – e vive a Madrid dove lavora come redattrice di Marie Claire.

«Etiqueta Negra è stata la mia scuola. Mettevano il tuo nome in copertina vicino a quello di Villoro e Jon Lee Anderson, e intuivi che ci sarebbero state delle conseguenze. È stato come un investimento sul futuro, perché collaboravamo per amicizia e fede, gratis. Quello che stiamo vivendo potrà anche essere un momento felice, con l’uscita di queste antologie, però ci sono meno spazi e meno soldi. Io vivo del mio lavoro a “Marie Claire” e grazie a questo posso ogni tanto permettermi di scrivere una cronaca.»

“Elfaro.net” è un giornale digitale con sede a El Salvador. Lì, come coordinatore di una squadra di reporter che si pone gli stessi obiettivi della The Open Society Foundations e della Catholic Organisation for Relief and Development Aid, lavora Óscar Martínez, autore di una serie di storie su migranti clandestini centroamericani in Messico che nel 2008 formarono il progetto En el camino.

«I giornali pagano tardi, e di solito pensano di farti un favore realizzando il tuo sogno di scrivere molto. A “Elfaro”, invece, ho trovato una realtà dove l’unica cosa importante è la qualità del giornalismo e abbiamo chiesto soldi a organizzazioni che iniziano a concepire l’informazione come un qualcosa che ha la stessa importanza degli aiuti alimentari ai campi di rifugiati.»

Daniel Samper Ospina, direttore della rivista colombiana “SoHo”, ha finanziato progetti di ampio respiro (come la biografia del cantante di vallenatos Diomedes Díaz, a cui ha lavorato per anni Alberto Salcedo Ramos), e non ha esitato a dedicargli 40 pagine quando ce n’è stato bisogno.

«Ci sono molti scrittori giovani che non pensano più a scrivere un romanzo quanto a lavorare a grandi cronache, perché sono sorti gli spazi. I difetti dei giovani scrittori di giornalismo letterario sono, talvolta, la voglia di produrre testi che siano più letterari che giornalistici e il cadere nel facile equivoco, di cui è ben cosciente Caparrós, di fare testi non in prima persona ma sulla prima persona.»

Il messicano Guillermo Osorno assunse la direzione di “Gatopardo”nel 2006 e nel 2008 dovette rinunciare alla distribuzione continentale, eppure, come parte di quegli alti e bassi tipici del giornalismo latinoamericano, la rivista otterrà, dal febbraio di quell’anno, un’edizione ecuadoriana.

«C’è una nuova generazione di giornalisti che si sono formati leggendo queste riviste e una generazione di editor che hanno inventato un mestiere che non esisteva – dice –. A loro volta, questi cronisti si sono dedicati totalmente al giornalismo narrativo, non scrivono cronaca fra un romanzo e l’altro. Ma sai, quale sarebbe per me la prova inequivocabile di un vero boom? Potermi sedere con le gambe accavallate sulla scrivania mentre aspetto che nella mia casella di posta elettronica arrivino dei testi accattivanti, dopo che i loro autori abbiano avuto tutto il tempo per studiare i loro argomenti, e poterli poi pagare quanto si meritano per questi lavori. Invece non è così. Quello che vedo però è una confluenza di propositi verso il giornalismo narrativo. È probabile che il grande catalizzatore siano state la FNPI e le riviste.»

«Lo spazio per pubblicare si è ridotto a tal punto che ormai resta soltanto questo improvviso interesse per la cronaca in Spagna – dice il messicano Fabrizio Mejía Madrid, autore, tra gli altri, del libro Días contados (Debate, 2012) –. Quello che facciamo, andare in un posto, parlare con la gente, sembra un mestiere inutile nel giornalismo virtuale. Noi siamo gli ultimi rappresentanti della comunicazione senza intermediari. Oggi “contattare” significa scrivere una lettera. Il fatto che la cronaca sia passata dai giornali ai libri segnala non solo un prestigio inaspettato, ma anche l’ansia di voler preservare la storia di un istante che è ci è già sfuggito.»

«Sento dire che ormai non ci sono più i lettori per questo tipo di testi – afferma Patricio de la Paz, redattore del supplemento “El Semanal”, che iniziò a uscire in edicola nel 2011 con il giornale cileno “La Tercera”–.  Ma se non facciamo un giornalismo che insegni alla gente come appassionarsi di nuovo a testi di ampio respiro, allora non avremo mai quel pubblico. Bisogna investire nella narrazione fino a creare una consuetudine.»

«Ad ogni modo, credo che oggi godiamo di un certo prestigio –  conferma Salcedo Ramos –  anche se non mi risulta stimolante l’idea di appartenere a una corrente che forse è stata innovativa ma che poi si è trasformata in una smania collettiva. Mi preoccupa il fatto che coloro che si avvicinano oggi a questo genere abbiano la stessa attitudine di chi pratica uno sport alla moda.»

«Sì, sempre più persone vogliono diventare autori di cronaca, però mi spaventa l’endogamia, il rischio che ci leggiamo fra noi – secondo Cristian Alarcón, giornalista cileno che vive in Argentina, autore di Cuando me muera quiero que me toquen cumbia (Norma, 2003) e Si me querés, quereme transa (Norma, 2010) –. A volte mi chiedo se questa iperinflazione sentimentale della cronaca possa produrre una moda. Pare che la cronaca sia quello che ci vuole per ottenere prestigio.»

«Per il Premio Las Nuevas Plumas abbiamo ricevuto più di trecento cronache inedite – racconta il cileno Juan Pablo Meneses, fondatore della Escuela de Periodismo Portátil e autore di Hotel España (Iberoamericana) –. È qui che si vede la moda. Il finanziamento, il posto dove pubblicarle, il compenso, può anche essere una delusione, ma non ha a che vedere con l’essenza del raccontare una storia reale, ma piuttosto con la parte amministrativa.»

Tuttavia questa parte amministrativa, per molti, non è affatto una fantasmatica entelechia quanto la timida risposta alla questione insolubile del perché ci si debba occupare di lavori che si detestano per poter fare, ogni tanto, quello che ci piace; perché, sebbene ci siano riviste che pagano bene, i cronisti latinoamericani sono soliti portare a termine i loro progetti personali grazie alle acrobazie del pluri-lavoro.

«La precarietà è sempre stata– dice Caparrós –, la modalità in cui abbiamo lavorato noi latinoamericani. Ho sempre avuto chiaro il fatto che se volevo fare una cosa del genere dovevo cercarmela da solo, che non era ciò per cui ti assumeva una grande testata.»

Il titolo dell’antologia di Anagrama, Mejor que ficción, e la frase della quarta di copertina di quella di Alfaguara – “la cronaca giornalistica è la prosa narrativa più appassionante e meglio scritta attualmente in America Latina” –  riprendono un postulato che si ripete: la non-fiction ispanoamericana produce oggi forme e racconti più interessanti della finzione.»

«L’industria editoriale – conferma Mario Jursich – è pervasa dalla speranza che nasca un gruppo di autori che rimpiazzi quelli del boom. E non capiscono che è possibile che il secondo boom ce l’abbiano già sotto il naso, ma in forma di giornalismo. Il giornalismo narrativo ha apportato certi ritmi, un punto di vista e dei toni che possono provocare lo stesso meravigliato stupore che si ebbe negli anni sessanta grazie ai romanzi del boom.»

«Non credo che sia così – ribatte Martín Caparrós – ma se circolassero romanzi di grande spessore non si potrebbe nemmeno dirla una cosa del genere. Una dichiarazione del genere si riferisce al fatto che non ci sono grandi romanzi in giro.»

Se è vero che ci sono riviste latinoamericane che si dedicano al giornalismo narrativo, ci sono stati, altresì, progetti che hanno conosciuto un destino differente. “Pie Izquierdo”, che era diretta da Álex Ayala in Bolivia, riuscì a mantenersi per otto mesi fino a che i suoi fondatori non si ritrovarono senza un soldo. La venezuelana “Marcapasos” nacque nel 2007, ed arrivò a 10 numeri prima di ritirarsi sul web per mancanza di pubblicità.

«L’appello della FNPI per migliorare il giornalismo latinoamericano – afferma una delle sue fondatrici, Sandra Lafuente – ha ricevuto una risposta che perdura ancora oggi nell’ostinazione di voler creare nuove pubblicazioni con poche risorse, come ben sappiamo fare noi in America Latina, dove conviviamo da generazioni con quella che oggi in Europa chiamano crisi.»

Nel 2011 Hernán Casciari, argentino residente in Spagna, ha lanciato la rivista “Orsai”; il quotidiano messicano “El Universal” cominciò a pubblicare il supplemento “Domingo”mentre il cileno “La Tercera”fece nascere “El Semanal”,nell’aprile dello stesso anno vedrà la luce “Anfibia”, una pubblicazione digitale diretta da Cristian Alarcón. Tutti progetti dedicati al giornalismo narrativo, ai quali si aggiunge “Radio Ambulante”, che convoglia l’estetica della cronaca nel formato della radio. Ma in Spagna non sembrano esserci molte iniziative di questo tipo, oltre ad eccezioni come le reti “Periodismo Humano” e “FronteraD” o alcuni media tradizionali che continuano, ogni tanto, a dare spazio a questo genere.

«È probabile – puntualizza Martín Caparrós – che la cronaca sia una risorsa delle società che si considerano maggiormente in via di sviluppo rispetto a una società come quella spagnola, che negli ultimi anni si è creduta fatta e finita. Forse è per questo che gli spagnoli non scrivono molta cronaca. La cronaca rappresenta un tentativo di capire una cosa molto turbolenta, è come quando guardi le rapide di un fiume, ti danno la sensazione che ci sia molto di più da vedere rispetto a quando il fiume è calmo.»

Può darsi che questa stessa sovrabbondanza di conflitto determini quella che molti segnalano come una delle più grandi mancanze del giornalismo narrativo latinoamericano: la facilità con cui affronta temi relazionati alla violenza e a tematiche freak che si scontra con la quasi totale indifferenza nei confronti di temi che riguardano il potere o qualsiasi forma di felicità.

«La cronaca degli ultimi anni si è trasformata in un bestiario popolato da creature esotiche, dice Boris Muñoz, venezuelano, autore di Despachos del imperio (Mondadori) –. È sorprendente che una generazione che ha provato a scrollarsi di dosso i luoghi comuni del realismo magico e del boom finisca per soccombere a essi.»

«Ciò che li affascina è che scriviamo come se scrivessimo da Marte: le riviste europee ci chiedevano testi di “Etiqueta Negra”, sempre quelli sui personaggi più freak – dice Daniel Titinger –.»

Titinger è peruviano, autore di Dios es peruano (Planeta, 2005) e dell’imminente Cholos contra el mundo (Planeta, 2012). Attualmente dirige il giornale sportivo “Depor”ma è stato per alcuni anni redattore di “Etiqueta Negra”, dove integrava con lavori vari uno stipendio di 300 dollari.

«Non ci sono nuovi autori e i più giovani credono che si tratti semplicemente di trovare il tizio più pazzo del mondo e di parlare di lui nella forma il più possibile simile a una poesia. Se poi parliamo dell’aspetto economico… La cosa strana però, è che vogliamo continuare a farlo. Io ho un lavoro che mi occupa 12 ore al giorno, eppure anche in queste condizioni voglio continuare a raccontare storie. Scrivere una cronaca ti stressa, non riesci a dormire, ti ci arrovelli, ma è ciò che ti rende felice. E non scrivi né per soldi né per fama. Scrivi per non essere triste.»


[1]   Genere musicale simile alla Cumbia, originario della Colombia e diffuso nell’area caraibica [N.d.T.]

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