La Patagonia, di Leila Guerriero

La Patagonia argentina è un territorio che comprende le province di Neuquén, Río Negro, Chubut, Santa Cruz, Terra del Fuoco, l’Antartico e le isole dell’Atlantico del Sud. Senza voler esagerare – e non contando l’Antartico e le isole – la sua superficie è di 787.800 chilometri quadrati ed equivale a venti volte la Svizzera. Ma se la Svizzera ha un totale di 7.260.000 abitanti, la Patagonia ne ha appena 1.738.000: meno della città di Buenos Aires.

Chubut, una delle province più australi, non è una destinazione turistica. Fatta eccezione per la sua Península de Valdés – un pezzo di terra proclamato Patrimonio Naturale dell’Umanità nel 1999 – che da settembre a gennaio si riempie di americani, spagnoli, italiani e balene, che passano da lì per la loro migrazione annuale. In migliaia arrivano con la speranza di vedere l’animale, lo vedono e dopo se ne vanno, con la cartolina for export in tasca: la Patagonia come un territorio sconfinato, con guardaboschi, pinguini ben pettinati, balene. Pochi si addentrano nella pianura centrale: la pampa disabitata, incolta, interminabile, una terra deserta, feroce, avvelenata. La pampa crudele su cui sopravvivono poche cose: arbusti e i loro rami secchi.

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Fino al 1865, e salvo alcuni sporadici tentativi, gli indios tehuelches furono gli unici abitanti di quella che ancora non si chiamava Chubut. Quell’anno, attratti da un’offerta di terra dello Stato Argentino, un gruppo di gallesi, che scappava dall’oppressione inglese, arrivò in nave in questa pampa nella quale trovarono quello che c’era: il nulla. Né paesi, né case né acqua dolce. Tenaci, si fecero strada fino a trovare un fiume, fondarono fattorie, costruirono paesi, piantarono semi di città future: Rawson, Trelew, Gaiman, Dolavon. In seguito, già nel XIX secolo, arrivarono fino alle Ande e fondarono un villaggio chiamato Trevelin. Al giorno d’oggi, ripercorrendo il cammino gallese, c’è una strada, l’unica asfaltata, che unisce la costa di Chubut con la cordigliera delle Ande. Si chiama Ruta Nacional 25 e, come una metafora di tutte le cose, quanto più si addentra nella pianura tanto più si svuota: di auto, di gente, di caseggiati che non arrivano a formare un paese.

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Il cartello dice che Gaiman è la Capitale della Cultura e del Canto Corale e, per essere la capitale di qualcosa, è piuttosto piccola. Uno stradone, un paio di ristoranti, sale da tè: qui non ci sono più i gallesi ma i loro discendenti che hanno trasformato la tradizione in un buon affare e si fanno pagare cara una tazza di tè con qualche pasticcino. Lady D, principessa del Galles, quando venne in Argentina nel 1995, visitò una della sale da tè di Gaiman. La sala si chiama Ty Te Caerdydd, è adornata da una fontana e da un’enorme teiera di due metri. Dentro, un salone con i tavoli apparecchiati, un ritratto di Lady D con i fiori, una vetrinetta con tazze di porcellana e una cameriera “travestita” da gallese che guarda con disprezzo gli stivali di chi arriva: gli stivali sporchi di chi arriva.

La Patagonia a volte è un luogo comune, soprattutto nei suoi punti estremi: la costa e la montagna. In quei luoghi insiste nel voler essere un parco tematico di se stessa; in quei luoghi si vende predigerita sotto forma di torta, marmellata e agnello patagonico. In quei luoghi, la terra indomabile sembra essere domata.

Niente di più falso.

Niente di più illusorio.

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Il parco si chiama El Desafío, si affaccia sull’unica strada di Gaiman, promette 55 dinosauri a grandezza naturale ma quello che c’è è questo: 30.000 lattine, 25.000 rotoli di filo, 5000 bottiglie di plastica, 5000 metri di cavi del telefono, 12.000 tappi di bottiglie di olio, 50.000 bottiglie di vino e birra. Tutte queste cose tappezzano alberi, formano ghirlande e labirinti, servono da sostegno a cartelli sui quali si possono leggere aforismi vari e si mescolano a televisori, frigoriferi, lavatrici, lattine, auto vecchie e figure di dinosauri di latta che non si sa se sono 55 ma certamente sono a grandezza naturale.

Joaquín Alonso – 87 anni, nove figli, dieci nipoti, quattordici bisnipoti – dice che tutto questo, così com’è, è opera di un solo uomo: lui.

«Ero stato a Disneyland e volevo fare qualcosa di simile. Un giorno vidi questo terreno che era una discarica. Lo comprai e invece di togliere la spazzatura l’ho trasformata in un parco.»

Con la spazzatura fatta parco, Alonso è entrato nel libro dei Guinness dei Primati: la sua è l’opera più grande costruita da una sola persona con materiale riciclato. Adesso, nei pomeriggi di vento, le ghirlande, le lattine, le bottiglie fremono con un ruggito di catastrofe che tutto inghiotte. E allora il parco mostra una certa vena folle, oscura, inspiegabile. E sembra davvero possibile che certe cose possano esistere solo qui: in Patagonia. Ignorate, discrete, completamente nascoste.

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Ai due lati della strada le pecore tosate sembrano larve mollicce, malate. La terra è pallida, coperta da una coltre grigia di arbusti spinosi. Il cielo si afferra all’orizzonte, un globo teso, azzurro. In giorni come questo la Patagonia sconcerta: sembra mansueta.

In macchina, la radio annuncia le previsioni metereologiche per l’indomani: “Ci sarà bassa pressione, un poco più bassa di quella che c’è oggi, e la temperatura sarà più o meno uguale. Ci saranno alcune nuvolette che staranno lì a fare giri fino a dopo mezzogiorno”. Settimane fa, in pieno agosto, questa strada era percorsa da veicoli speciali che provavano a pulire metri di neve, e i notiziari si riempivano di immagini di campi gelati in cui la temperatura era arrivata a 34 gradi sotto zero: il Servizio Meteorologico Nazionale assicurava che era stata la terza temperatura minima della storia dell’Argentina continentale.

Ma adesso non ci sono nuvole, e io immagino che la precisione metereologica la riservino per migliori occasioni: grandi catastrofi e cose così.

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Il cartello è scritto a mano e annuncia CADES: non dice nient’altro. La strada di seguito è interamente di pietra, quattro o cinque chilometri che si addentrano nella campagna. Dopo un cancello (un portone di legno che determina il limite tra spazio privato e pubblico nella campagna argentina: una convenzione) sul quale un annuncio avverte: “Tenere sempre chiuso il cancello”.

Il sentiero si trasforma in una strana fattoria: recinti senza animali, calma da caserma. Due uomini parlano seduti su un tronco. Solo quando parcheggio, scendo, cammino e dico buon giorno, uno si avvicina, le mani in tasca.  «Cosa vuole?» «Niente, vedere.» «Se ne deve andare.» «Perché?» «Questo è un centro di recupero per drogati, e se ne deve andare, se ne vada. Questa è proprietà privata. Se ne vada.» Il tipo quasi mi spinge.

Dietro di lui, lontano, un gruppo di alberi enormi. Nascosta dietro gli alberi, la casa. Non si vede, non si sente nulla. Non mi viene in mente una perversione peggiore: rinchiusi, sotterrati, neanche immaginati, sprofondati in questa ciste patagonica, circondati da ettari di pietra arida. Riabilitati, dicono.

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«Dicevano di essere di quella razza. Dei tehuelche.»

Inés Calfupán è una dei tre abitanti di questa landa chiamata Las Chapas, il primo posto con anima viva al quale si arriva passato Gaiman – 114 chilometri più indietro – e comunque non sono tanti: galline e tre persone, Inés Calfupán, suo figlio di 21 anni, e il signor Sosa, proprietario del benzinaio, all’altro lato della strada.

«I miei nonni dicevano di essere Tehuelches. Ma non so. A 13 anni me ne andai da casa per lavorare come cameriera e dopo ho conosciuto mio marito, e siamo venuti qui e non li ho più rivisti. Qua c’è il bar El Toro Mañero: sei o sette lavoratori dei campi vicini giocano a dadi e a gridare, un tavolo, un vecchio frigorifero, uno scaffale con alcolici cattivi.»

«Ma mio marito è morto da un anno. Ha perso la vista a poco a poco e un giorno andai a svegliarlo ed era morto.» Gli uomini ridono, tirano i loro dadi, si guardano di sottecchi. Le pareti sono annerite dal fumo della lampada: anche se vive a dodici chilometri dalla Diga Ameghino, che fornisce energia alla zona, Ines non ha la luce elettrica. «Il governo dice che costa troppo portare la luce fin qui solo per due persone.» Poche cose arrivano fin qui: né luce, né giornali, né notizie. L’unico telefono che c’è è quello della stazione di servizio e non funziona quasi mai.

D’improvviso uno dei tipi, molto da vicino, mi domanda: «Mi da dieci pesos?» Inés gli ordina di non disturbare e dopo, a voce molto bassa mi dice di non preoccuparmi, che in tutti gli anni di vita del suo defunto sposo, lei non ha avuto un solo problema. Che questo bar è sempre stato per tutti: per uomini come lui e per famiglie come me, e che questo non cambierà.

La codardia deve essere questo: la voglia di correre. Il ricordo di film in cui le donne entrano in bar come questo e non ne escono più.

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La strada penetra, diritta, nell’orizzonte. Le curve non sono necessarie in un territorio così – piatto, liscio, sconfinato – fino al confine. Ma all’improvviso un cartello avvisa Curva Pericolosa, e la curva effettivamente lo è. Intorno non ci sono montagne né fiumi da evitare, quindi perché curva – e pericolosa com’è – in inverno, e con ghiaccio, questo asfalto potrebbe, persino, ammazzare qualcuno: qualche sprovveduto. E allora realizzo che in questo paesaggio che non sembra essere disposto a raccontare nessuna storia, la curva c’è per questo: con questa finalità.

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A Las Plumas ci sono poche cose: quaranta case che si confondono con il colore asfissiante della terra opaca. Il ristorante – l’unico – profuma di pulito ed è vuoto. Marta, la proprietaria, è voluminosa, ha tre figli ed è venuta con suo marito diciannove anni fa a cercare la tranquillità: qui l’ha incontrata.

«Ma all’inizio mi depressi e mi ammalai. Qui non c’è un cinema, una palestra, un bingo. E il paesaggio è tutto piatto e grigio. Il medico venne a visitarmi varie volte finché mi disse “Signora, lei sapeva che sarebbe venuta qui, quindi deve abituarsi”.»

«E lei che fece?»

«Mi abituai.»

Mi domando quanta irrequietudine hanno queste anime per venire a combatterla qui: lungo questi confini, con queste cose noiose. Mi domando come si chiama realmente ciò che cercano.

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La prima cosa che si vede è il cadavere rosso, sanguinante, appeso alla corda. Al cadavere rosso, sanguinate, appeso alla corda, una gallina gli sta mangiando un occhio.

«L’agnello me l’ha ammazzato un cane, lo sto seccando.»

Irineo Aguilar ride e dice che al cane non gli ha fatto niente, che l’ha lasciato dormire, il povero cane. La campagna è subito fuori Las Plumas e lui vive da quarant’anni in questa casa composta da una stanza con un letto, un tavolo, una sedia e uno stereo che ha comprato ieri, che rimbomba zamba e al quale non sa come abbassare il volume. Quindi grida «Avanti. Si accomodi!» Sul letto una foto nella quale sorride abbracciato a un puma squartato la cui pelle adesso usa come coperta o come tappetino.

«È bella, è pesante. Sono arrivati i puma da queste parti. Prima non c’erano, ma adesso ci sono e uccidono molte pecore. Qua è desolato, bello. Si trovano molte cose lì nella campagna. Guardi questa punta di freccia degli indios: l’ho trovata qui. Ci sono molte cose di valore qui. È molto ricca l’Argentina qui a Las Plumas, in molti sono venuti in questa campagna per studiare la pietra dipinta.»

La pietra dipinta: a cinquecento metri e ai piedi di un dosso, i petroglifi sono ovunque. Figure – spirali, soli, labirinti – incisi nella pietra da signori e signore che vissero, si suppone, 10.000 anni prima di Cristo.

Irineo si arrampica, le calpesta, mi incita, venga, si arrampichi, salga, guardi, ce ne sono ovunque, ovunque. Qualcuno, su una delle pietre, ha dipinto il suo nome con una vernice a spruzzo molto bianca: Su.

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Questa terra che si ostina a essere confine, mezzo di nessuno. Ai due lati della strada, pecore: vive ma anche morte, pezzi che furono lana e che sono carne che odora di tutto. Domando perché muoiano. Mi dicono che il cibo, che il foraggio, che quest’anno molti hanno tosato molto presto e che c’è stata pioggia e poi freddo e che centinaia- migliaia sono morte congelate.

Immagino questo gocciare tenebroso in questa pampa tesa. La carovana di belati che avanzano verso la morte.

Pecore.

E qui c’era il mare. Qui c’è stato, una volta, il mare.

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Poi, all’improvviso, quello che chiamano il paesaggio.

Pareti di roccia che avanzano come prue di navi, letti di fiumi, cavalli che brucano da entrambi i lati della strada, il paese: Los Altares.

Una chiesa cattolica, due evangeliche, un paio di negozi alimentari, un solo telefono, bar, una stazione di servizio, un’osteria e un quadrato di terra circondato da pioppi con il busto di San Martin al quale hanno rotto la faccia a pietrate: la piazza.

L’uomo dice:

«Sì, Mercedes Carrimán sono io.»

La furia del clima produce queste androginie, usi e abitudini che fanno sì che una donna di settant’anni si vesta come un rapper di città: pantaloni enormi, giubbotto, capelli unti, e un cappello che dice Isola di Bali.

Mercedes è nata nei dintorni, non si sa dove, ed ha vissuto qui con suo marito fino a che lo ha ammazzato un cavallo: lo disarcionò.

«Questo dissero, perché io non c’ero.»

«Non l’ha potuto vedere?»

«L’ho visto morto, ma non l’ho visto morire. Quindi non so.»

Mercedes ha una figlia ma vive da sola, e dice che non se ne va più da Los Altares.

«Dove dovrei andare, se non capisco nulla. Neanche leggere so. Adesso vado a scuola, ma non so unire le lettere.»

Le domando se sa cosa dice il cappello che usa e risponde di no, che gliel’ha regalato sua sorella. «Dice “Isola di Bali”.»

Risponde che non sa cosa sia.

Non sa cosa sia un’isola.

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Cerro Cóndor è una meta.

Sessata chilometri verso l’interno, circondato da montagne basse, ha solo una scuola e un distaccamento di polizia. Il percorso non potrebbe essere più bello né peggiore: le pietre sono enormi, sparse, e c’è un lago cristallino, specchio della montagna, pecore alle pendici, l’arcobaleno.

Ma venti chilometri prima di arrivare c’è una frana, il sentiero segnato da un ruscello di acqua rossa, e intorno il nulla: nessuno.

Torno indietro, rinuncio, utilizzo quello che non so come si usa: rassegnazione.

Torno all’asfalto, strada e pavimento: là dove questa terra ordina che devo stare.

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È notte, e non ci sono al mondo notti come queste: l’oscurità è una materia azzurra che respira, aderisce al viso come una cartilagine di pietra. In Paso de Indios non ci sono luci per strada, e le poco macchine navigano con le luci basse, tra nuvole di polvere, allucinate.

Il negozio di pneumatici di Juan Carlos Castel, nel mezzo di questa notte piena, prorompe come una nave, come la cabina di una nave, come la luce della cabina di una nave nel mare oscuro.

«Io sono del nord, di Ledesma, di Jujuy. L’unica cosa che voglio è tornare lì.»

Castel ha 47 anni e ne aveva 13 quando mise poche cose in una borsa e si mise in viaggio, e vediamo chi lo caricava. Seguirono anni di felicità e paesi e camion, finché un giorno, in casa di un amico, ebbe l’idea: «Andiamo in Patagonia, a Puerto Madryn», gli disse. Già in quegli anni si diceva che qui c’erano i soldi. Dovemmo prendere due autobus, viaggiammo una settimana, circa.

Quando arrivammo a Puerto Madryn e vedemmo quello che era…non c’era neanche il semaforo. Dissi al mio amico “Andiamocene questa è la morte”. Andammo alla stazione degli autobus e chiedemmo alla bigliettaia: “Signorina, due biglietti per Buenos Aires”. Era mercoledì. Ci disse “Dovrete aspettare fino a sabato”. Passava un autobus alla settimana. Dicemmo va bene, aspettiamo. Ed eccomi qui, che aspetto.

Mentre aspettava, lavorò nel porto, nei campi, e dodici anni in una nave che navigava nei mari del sud pescando calamari.

«Ma una nave è un carcere. Quando ti sorprende una tormenta, passi una settimana senza poter mangiare. Non puoi afferrarti a una sedia neanche con i denti. Mi stancai, mi sposai, mia moglie e mia figlia vivono a Trelew e io sono qui.»

«E ti piace?»

«No. Ma sono l’unico gommista nel raggio di duecento chilometri.»

Come lui, ne vennero molti altri. Non perché gli piacesse: a fare soldi.

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Il cammino nel quale l’uomo si perde è come una cicatrice pallida che passa tra due colline.

L’uomo è giovane, monta una cavalla incinta e ha davanti un viaggio di sei ore per liberarla in aperta campagna e lasciarla partorire in pace.

«È di un amico, ma io gli faccio un favore.»

Il favore all’amico: il suo programma per il sabato pomeriggio.

Quando inizierà la mia disperazione e il vento, il contorno dell’uomo sarà già un ricordo.

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In una parrilla da strada – intorno al fuoco, e ai resti della cena – quattro uomini conversano. Due mori, uno giovane, l’altro biondo con questo segno di languidezza esangue che lascia la stanchezza in alcuni uomini delicati. Parlano dell’inferno: di piste che vanno dal nulla al nulla, di guasti in luoghi sperduti, di paesi con cani cattivi, di una terra torva che ruggisce mentre loro avanzano, le mani ghiacciate, il combustibile quasi congelato.

Elencano i nomi di pianure spaventose, evocano secche di sabbia come bocche flosce, menzionano curve, rette e cancelli (di legno), scorciatoie, interruzioni. Conoscono la dismisura, la conoscono.

E lì dove altri morirebbero, loro sanno cosa fare.

Gli uomini delle terre crudeli. Li invidio senza pietà, senza nasconderlo: avere questo coraggio, queste conoscenze.

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La terra con i suoi nomi: la valle de Las Ruinas, l’Escorial.

E più al sud: il Bajo del Diablo, la Pampa Negra.

E al nord: la Aguada Malaspina, il Cerro Triste. Ovunque, in un certo momento, la terra fu mare e intrappolò tanti: Charles Darwin, W. H. Hudson, Bruce Chatwin.

Ma io vedo questo: il grigio, la polvere, il cielo. Il vento che dimostra chi comanda qui, non sono gli uomini.

***

Pampa de Agnia è una zona alta, in cui il vento grida e spinge come un mostro. Da lì si possono vedere le prime cime basse della cordillera. Aldilà, la ruta 25 perde il proprio nome e si trasforma in provinciale 62.

A Pampa de Agnia, oscura e sola, c’è una stazione di servizio. Dentro, in quello che in un qualche momento è stato un bar, un televisore inerte, scaffali nudi. Il ragazzo – che si chiama Mauro, ha undici anni, vive con sua madre, suo padre, due fratelli e parla poco – accende una lampada e un’escrescenza bavosa si sparge nella stanza: la luce di un occhio che prova a vedere e che non può.

«Le vendo qualcosa?» domanda.

Indica quello che possiede: nulla.

Fuori il sole si tuffa. Graffia la neve delle vette basse.

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Traduzione di Raffaella Accroglianò

Raffaella Accroglianò sono nata e cresciuta a Roma, ho vissuto e studiato in Spagna e ho lavorato e vissuto in Argentina. Dal 1996 studio, leggo e amo la lingua spagnola. Mi sono occupata di cooperazione internazionale, bambini in situazione di rischio e abbandono, carcere, urgenze sociali di varia natura e traduzioni. Nel 2009 mi sono avvicinata al mondo dell’editoria promuovendo autori argentini. Ho letto e schedato libri per Ponte alle Grazie e per la Voland. Dal 2011 collaboro con il blog delle edizioni Sur. Insegno la lingua italiana agli stranieri e la lingua spagnola agli italiani.

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