La morte del suo personaggio migliore, Osvaldo Bayer

 In occasione del 35° anniversario della tragica desaparición dello scrittore e giornalista argentino Rodolfo Walsh, 25 marzo 1977, pubblichiamo un articolo di Osvaldo Bayer uscito sul supplemento culturale Radar del quotidiano argentino Página12.

Traduzione di Alessio Mirarchi

Ci sono quattro cose che mi sarebbe piaciuto fare con Rodolfo Walsh. Giocare a scacchi contro di lui in carcere. Per mettermi alla prova, dato che lì dentro sono stato proclamato campione, ma senza soddisfazione. Una finale contro di lui nessuno avrebbe voluto perdersela, perché era bravissimo. La seconda: piantare degli alberi insieme a lui, perché so che gli piaceva lavorare la terra. La terza, lasciare che mi parlasse di letteratura per molto, moltissimo tempo, perché tutto ciò che diceva sui libri che aveva appena letto era da ascoltare con attenzione e da annotare. Qualcosa di nuovo, di diverso. Vedeva la letteratura con altri occhi. E la quarta, incontrarci nel caffè El Foro, all’incrocio tra Avenida Corrientes e Uruguay, e parlare delle cose di oggi. Sì, di quelle che troviamo dietro l’angolo, dopo ottant’anni di vita, dopo che ne abbiamo viste e vissute così tante.

E mi sarebbe piaciuto, ancora, che avesse scritto un’altra lettera nello stile di quel suo ultimo messaggio ai generali delle sparizioni, ma questa volta a proposito del prologo del «Nunca más» e  dei suoi opposti estremismi[1]. Perché la domanda che mi faccio è: come è possibile che dopo quell’ultima lettera di Walsh ai generali della morte, qualcuno abbia potuto ancora scrivere un prologo come quello, basato sulla cosiddetta teoria dei «due demoni»? Quella lettera di Walsh rimarrà un’altissima testimonianza, una sintesi definitiva. Nessun analista di quel periodo storico può tralasciarla se vuole descrivere quell’atmosfera di crudeltà normalizzata.

Inoltre, Walsh sarebbe stato l’unico intellettuale ad avere abbastanza autorevolezza – perché affrontò tutti i pericoli – per condurre un’analisi completa del peronismo. Di ciò che è stato e di ciò che è oggi. Perón, John William Cooke, López Rega, Menem, Kirchner e gli eterni seguaci più o meno approfittatori. È qui che avverto il vuoto che ci ha lasciato la sua morte, ucciso da quegli schifosi, come non avrebbe potuto essere altrimenti.

Ricordo perfettamente di quella volta che ci incontrammo a L’Avana, durante il primo anno della Rivoluzione. Quando gli telefonai mi invitò subito nel suo appartamento che si trovava proprio vicino all’ Hotel Habana Libre. Mi disse che gli premeva avere notizie dell’Argentina. Lavorava a Prensa Latina, ma gli interessavano i retroscena di quei due anni di governo Frondizi, i suoi intrichi, le manifestazioni e le contromanifestazioni, più contromanifestazioni che manifestazioni. La conversazione durò quasi cinque ore. Lui si segnava, come al solito, alcune parole chiave. Sempre affamato di informazioni per evitare di sbagliarsi. Io ero segretario generale dell’allora Sindicato de Prensa e per questo durante quel suo interrogatorio calcò la mano sulla politica sindacale. Ascoltava con quei suoi occhi timidi incollati alle mie labbra. A L’Avana aveva iniziato a mostrare un profondo interesse per la politica latinoamericana, il che lo avrebbe condotto a stabilirsi definitivamente a Buenos Aires, lì dove si andava a sistemare il propulsore che avrebbe mosso i suoi anni futuri.

Per non parlare dei suoi libri, del suo stile e della sua coerenza. Ricordo uno dopo l’altro tutti i miei incontri con lui. Pochi, ma sempre improntati a questo: la coerenza, il discorso sulla gente, non sui suoi libri o i suoi problemi. Parlava del mondo che lo circondava come se dovesse portare a termine una specie di missione, per nulla missionaria ma che assomigliasse piuttosto a un movimento, a una sorta di cammino, la decisione di vivere per costruire una società dove non ci fossero più operazioni massacro né assassini di Rosendo. Un’Argentina senza mafie né cabecitas né gorilas.[2] Avevamo in comune anche una stessa malinconia: le pampas coi loro suoni, il loro verde, i rumori nascosti così come ce li avevano raccontati le pagine di Hudson. Più di una volta questo fu il tema delle nostre conversazioni dopo che avevamo esaurito gli argomenti politici. «Laggiù, tanto tempo fa». Forse immaginava di ritrovarci suo padre, i suoi antenati dai capelli biondi giunti in un paradiso insanguinato. Mentre io immaginavo laggiù… i miei che mi precedettero, venuti dal Tirolo, e che sostituirono le Alpi con quelle distanze che non potevano essere abbracciate, cosa che provavamo comunque a fare.

E così arrivò la nostra ultima volta, durante quegli anni indescrivibili, unici. Tra le miserie della Tripla A e le uniformi che già puzzavano di Chiesa. Le sviste della volontà, il coraggio, la privazione di tutto, le strade senza rifugio, i libri bruciati o sotterrati. Niente di sicuro nenell’attimo che arrivava, né nel nuovo tetto né nei consigli degli esperti. La morte in ogni colpo di clacson, in ogni frenata, in ogni sportello che si apriva.

Mentre ero in esilio ho sempre pensato che la morte di sua figlia Vicky fosse stata per lui come il finale definitivo. Me ne ero reso conto già durante il nostro ultimo incontro – casuale e precedente la sua prematura morte – quando difese in modo insolito la partecipazione delle donne nelle azioni di guerriglia. Non ci fu modo di discutere. Lasciava trasparire una certa agitazione piena di rabbia. O di ansia. O sarebbe meglio dire afflizione? Non so. Mi sembrò che volesse spiegarsi tutto utilizzando gli argomenti di lei, non i suoi. Forse voleva salvarla. Se avesse potuto scrivere lui stesso di quel momento, ci troveremmo senz’ombra di dubbio a leggere la migliore pagina letteraria di quella sua realtà che poco alla volta lo aveva circondato. Senza lasciargli la possibilità di fuggire. Era troppo altruista per una cosa del genere. No, questo mai, si sarebbe risposto da solo senza neanche domandarselo.

Voglio immaginarmi adesso quel momento nel quale tutto si definì, quel momento che, ne sono sicuro, stava aspettando senza cercare, e che proprio per questo trovò. Quando si vide circondato dai codardi pipistrelli della morte, mercenari. Lui solo con una pistoletta quasi giocattolo. In quel momento si trasformò nel personaggio delle sue memorie immaginate. Operazione massacro per un eroe del popolo. Come definirlo altrimenti. Non c’è un’altra parola. Sì, probabilmente la migliore onorificenza, quella che gli anarchici di una volta assegnavano ai loro eroi di strada: Figlio del Popolo, con le due maiuscole. I repressori, gli intellettuali del sistema, gli indifferenti, quelli con la tunica addosso che rimasero in silenzio quando furono assassinati i frati pallottini[3] con le loro belle anime, gli indifferenti che ci sono sempre stati nella società argentina, non potranno mai cancellare quegli eroi dalle loro menti. Rodolfo, come dovrebbe fare qualsiasi intellettuale nella società, rimase lì, immerso nella realtà, pur continuando a sognare davanti alla pagina bianca.

Coloro che hanno scritto il prologo dei due demoni distolsero lo sguardo quando a Lamarque, vicino a Choele Choel, in quelle terre incantate della provincia di Río Negro, lasciarono che la casa dove era nato Rodolfo fosse utilizzata da un’azienda nordamericana come deposito per casse di frutta. La realtà non avrebbe potuto avere più fantasia. Oggi non ci sono più casse di frutta, però quella casa deve diventare un luogo di incontro e di cultura, con i libri, gli originali, le lettere, gli articoli, le pubblicazioni di questo incredibile patagonico. Morto per mano delle forze armate argentine. Sì, Rodolfo. Ucciso dallo sbirro Astiz, il delatore delle Madri; sempre lui[4]. Capitano di corvetta, il perfetto gola profonda delatore della Marina Militare argentina, argentina.

Di fronte a lui: Rodolfo Jorge Walsh, patagonico, il più grande intellettuale argentino.

il traduttore

Alessio Mirarchi è nato e vive a Napoli, dove per quattro anni ha lavorato come giornalista sportivo e di cronaca nera, mentre studiava Lingue e letterature ispanoamericane. Poi il salto nel mondo dell’editoria romana grazie ad un corso per operatori editoriali. Divoratore di libri di autori ispanoamericani nonché grande estimatore di tutto ciò che viene dal subcontinente. Affinare le sue capacità di traduttore è l’interesse che sta coltivando in questo periodo.


[1]   «Nunca más» è il titolo del rapporto della Commissione Nazionale sulla Scomparsa delle Persone (CONADEP) che fu creata dal presidente argentino Raúl Alfonsín nel dicembre del 1983 per indagare sui crimini commessi dalla dittatura militare dei Generali tra il 1976 e il 1983. Bayer critica il fatto che nel prologo di questa pubblicazione ufficiale si mettano sullo stesso piano le poche azioni di guerriglia dei gruppi peronisti di sinistra avvenute prima del 1975 con la sistematica repressione del governo di Videla che fece oltre trentamila vittime. [N.d.T.] http://www.desaparecidos.org/arg/conadep/nuncamas/7.html

[2]   Cabecita e gorila sono due termini offensivi che hanno una profonda connotazione politica in Argentina, il primo era utilizzato dai membri delle classi borghesi anti-peroniste che definivano i lavoratori «bifolchi e ignoranti», il secondo invece era in uso presso la classe operaia peronista e potrebbe essere tradotto con l’espressione «reazionari di destra».[N.d.T.]

[3]   La notte del 4 luglio 1976 tre sacerdoti e due seminaristi dell’Ordine dei Pallottini furono assassinati dai militari nella chiesa di San Patricio a Buenos Aires. [N.d.T.]

[4]   Nel 2011 si sono concluse le udienze del processo a carico dei responsabili delle sparizioni e delle torture avvenute presso la ESMA. È stato stabilito con certezza che lo squadrone della morte che tentò di catturare Walsh era capitanato da Alfredo Astiz, condannato all’ergastolo anche per aver commesso altri crimini, tra cui l’infiltrazione del movimento Madri di Paza de Mayo, operazione grazie alla quale furono raccolte le informazioni necessarie a identificare e uccidere le tre donne fondatrici del movimento. [N.d.T.]

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