La lingua degli argentini, Roberto Arlt

Il signor Monner Sans, in un’intervista concessa a un reporter di El Mercurio, giornale cileno, ci infama con queste parole:

«Nella mia patria siamo testimoni di una curiosa evoluzione. Laggiù, nessuno oramai difende più l’Academia e nemmeno la sua grammatica. La lingua, in Argentina, attraversa un periodo critico… La moda del gauchesco è passata ma ora incombe un’altra minaccia: sta prendendo piede il lunfardo, lessico di origine spuria introdotto in diversi strati sociali ma che ha trovato i suoi unici sostenitori nei quartieri periferici della capitale argentina. Per mia somma gioia, è in atto una grande opera di depurazione, nella quale sono in gioco gli alti valori intellettuali argentini».

Basta con le frottole! I grammatici, che gente! Quando sono arrivato alla fine della sua relazione, cioè a quella frasetta “Per mia somma gioia, è in atto una grande opera di depurazione, nella quale sono in gioco gli alti valori intellettuali argentini”, sono scoppiato a ridere a crepapelle, poiché mi sono ricordato che tali “valori” sono così noiosi che non li legge nessuno.

Vuole che le dica un’altra cosa? C’è uno scrittore qui da noi – non ricordo il nome – che scrive in uno spagnolo purissimo e per dire che un tale si è mangiato un tramezzino, operazione alquanto semplice, deliziosa e nutriente, ha dovuto usare tutte queste parole: «e si portò alla bocca il pane in cassetta farcito». Non mi faccia ridere, per favore! Questi valori, cui lei si riferisce, insisto, non li legge nessuno. Solo signori in camicia inglese, dalla voce grossa, che impugnano la grammatica come un bastone e la propria erudizione come uno scudo contro le bellezze che impreziosiscono la nostra terra. Signori che scrivono libri di testo che gli alunni si affrettano a dimenticare non appena lasciano le aule, nelle quali sono obbligati a spremersi le meningi studiando la differenza tra il passato e il trapassato. Quesi gentiluomini costituiscono una conventicola orripilante di “sapientoni” – mi concede la caduta di stile? – che quando si fanno scattare una foto da pubblicare in un giornale prendono ogni precauzione per sistemarsi di fianco a una catasta di libri, al fine di dimostrare de visu che le opere che hanno scritto raggiungono un’altezza maggiore di quella dei loro corpi.

Caro signor Monner Sans: la grammatica assomiglia molto al pugilato. Ora glielo spiego:

Quando un tale senza qualità studia pugilato, non fa altro che emulare i colpi che il suo istruttore gli insegna. Quando un tale con qualità studia pugilato, e fa un combattimento magnifico, i critici della boxe esclamano: «Quest’uomo tira fuori i colpi da ogni angolazione!» Ossia, siccome è intelligente, parte per la tangente fuggendo dalla grammatica scolastica del pugilato. Inutile dire che costui che fugge dalla grammatica del pugilato, con i suoi colpi “da ogni angolazione”, spacca la faccia a quell’altro; da ciò prende origine la nostra espressione “pugilato europeo o da salotto”, cioè un pugilato che sarà anche utile per mettersi in mostra, ma che per combattere non serve affatto, almeno contro i nostri giovani pugili antigrammaticali.

Con i popoli e le lingue, caro Monner Sans, è lo stesso. I popoli primitivi perpetuano se stessi nella propria lingua poiché, non avendo nuove idee da esprimere, non hanno bisogno di nuovi termini o strani giri di parole; però, dal canto loro, i popoli che, come il nostro, sono in continua evoluzione tirano fuori parole da ogni angolazione, parole che irritano i professori, come un istitutore di pugilato europeo si irrita quando, cosa per lui inconcepibile, un ragazzo che tira male di boxe spacca la faccia a un suo allievo che, tecnicamente, è un pugile perfetto. Ebbene sì, è logico secondo me che protestiate. Ne avete diritto perché nessuno vi dà retta, perché avete così poca capacità di discernimento pedagogico da non rendervi conto che, nel paese dove vivete, non potete obbligare nessuno a dire o scrivere “si portò alla bocca il pane in cassetta farcito”, invece di “si mangiò un tramezzino”. Mi gioco la testa che lei, nella vita di tutti i giorni, non dice “si portò alla bocca il pane in cassetta farcito”, bensì, come chiunque, dirà “si mangiò un tramezzino”.

Va da sé che un tramezzino si mangia con la bocca, a patto che l’autore della frase non abbia scoperto che si mangia anche con le orecchie.

Un popolo impone la sua arte, l’industria, il commercio e la lingua con la prepotenza. Tutto qui. Faccia caso a quello che accade negli Stati Uniti. Ci mandano gli articoli con la legenda in inglese e molti termini inglesi ci sono familiari. In Brasile, molti termini argentini (lunfardos) sono popolari. Perché? Per prepotenza. Per superiorità.

Last Reason, Félix Lima, Fray Mocho e altri hanno influenzato molto più la nostra lingua di tutte le scempiaggini filologiche e grammaticali di un tale Cejador y Funda o Benot e di quella combriccola polverosa e imbronciata di topi da biblioteca, i quali non fanno altro che rimestare negli archivi e scrivere memorie che neanche voi, illustri grammatici, vi prendete il disturbo di leggere, perché sono troppo noiose.

Questo fenomeno dimostra fino alla sazietà quanto sia assurdo pretendere di costringere in una grammatica canonica le idee nuove e sempre cangianti di un popolo. Quando un furfante che sta per infilzare il petto di un compare con un pugnale dice «ti faccio uno sbrego nel telaio», è molto più eloquente di «collocherò la mia daga nel suo sterno». Quando un malvivente esclama, nel vedere entrare un gruppo di poliziotti, «li squadrai di sottecchi!», è molto più grafico di «circospetto guardai i gendarmi».

Signor Monner Sans: se facessimo caso alla grammatica, i nostri bisnonni per primi avrebbero dovuto rispettarla e, arretrando progressivamente nel tempo, arriveremmo alla conclusione che, se avessimo rispettato la lingua degli antenati, noi, uomini della radio e della mitragliatrice, parleremo ancora la lingua delle caverne. Il suo umile servo.

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Traduzione di Massimiliano Bonatto

Nato e cresciuto ai bordi della foresta (quella del Cansiglio) ha da subito avuto una spiccata predisposizione per imboscarsi, specie nei libri, e da questa condizione di imboscato, dopo varie peripezie che lo hanno portato in giro per l'Europa e alla laurea in traduzione a Venezia, ha deciso che era ora di venire allo scoperto. Ora, divide il suo tempo tra la Spagna e l'Italia traducendo, un po' insegnando e senza mai dimenticare l'antica passione che lo aveva portato in bosco. Collabora con la casa editrice Odoya traducendo saggi di musica, arte, sociologia e via di seguito. Destreggiandosi tra qualche traduzione tecnica e turistica, aspetta l'occasione di dedicarsi alla letteratura, magari ispanofona, la vera aspirazione che gli ha fatto prendere la strada.

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