Juan José Saer: cicatrici di una lunga assenza

Beatriz Sarlo, che ricorda il suo amico in questo numero, dice che è stato il più grande scrittore argentino della seconda metà del XX secolo. Ne parla anche il suo editore Alberto Díaz e la critica Florencia Abbate ci offre una mappa per entrare nella sua opera.

La scrittrice Beatriz Sarlo ha detto una volta che Juan José Saer è stato il più grande scrittore argentino della seconda metà del XX secolo. Quando La Gaceta le ha chiesto perchè lei ha risposto: “Ha costruito un suo spazio letterario. Ha inventato una scrittura che non deve nulla a Borges. Nemmeno le sue trame devono qualcosa al tipo di trame borgesiane. In quel momento sorsero due linee che si allontanavano da Borges e che collocavano la letteratura argentina in un posto diverso, originale. Da una parte c’era Manuel Puig (1932-1990), che andava verso la cultura pop, e dall’altro Saer che procedeva verso una scrittura raffinatissima”. 

Il prossimo 11 giugno si compiranno dieci anni dalla morte di Saer, nato a Serodino, in provincia di Santa Fe, il 28 giugno 1937. Alcuni non esitano a compararlo a Jorge Luis Borges e altri addirittura lo mettono un gradino più in alto. In ogni caso è stato uno scrittore di nicchia: non ha mai avuto un seguito di massa.

I suoi romanzi, i racconti e i saggi sono stati tradotti in francese, inglese, tedesco, italiano, portoghese, olandese, svedese, greco, ceco e giapponese. Oggi sono reperibili in Argentina grazie a un’edizione completa di Seix Barral.

“Alla fine del 2012 ho iniziato a pubblicare Borradores Ineditos dei quali sono usciti finora tre volumi; il quarto e ultimo esce quest’anno. Con la pubblicazione di questi quattro libri Seix Barral avrà pubblicato l’intera opera di Saer. In questo modo sento di sdebitarmi con quell’amico e autore straordinario che è stato Juan José Saer. Portare al di là dai limiti di una letteratura di nicchia l’opera di Juani facendola conoscere anche al di fuori dei circoli accademici e d’avanguardia è stato forse il contributo che la nostra amicizia ha dato alla sua opera. Saer ha la fama di essere un autore “difficile”; credo che in realtà sia un autore esigente con il suo lettore ma che una volta entrati nella sua opera se ne diventa automaticamente dipendenti” dice a questo giornale il suo amico Alberto Diaz, attuale direttore editoriale di Planeta.

Ciò che dice riguardo alla dipendenza è vero. Iniziare a leggere Saer è un viaggio di sola andata. Già dalle prime pagine di uno qualsiasi dei suoi libri si percepisce la differenza con gli altri scrittori. È attuale. I suoi romanzi e i suoi racconti potrebbero essere stati scritti perfettamente sia dieci anni fa che l’anno scorso. Non c’è differenza. Sembra che il tempo non li abbia scalfiti.

Sarlo consiglia Cicatrici (1969) per avvicinarsi a Saer. “È uno dei suoi primi romanzi con una serie di difficoltà formali, ma allo stesso tempo è una storia di adolescenti e di iniziazione adolescenziale che dà un’idea di cos’è la scrittura di Saer e di ciò che sarà il suo mondo. Secondo me è il romanzo dal quale iniziare. Non è il migliore. Anche se dopo Cicatrici tutti romanzi di Saer sono formalmente perfetti.” sostiene chi, oltre a essere sua amica è anche una grande paladina della sua opera letteraria.

Cicatrici è stato scritto in Argentina e pubblicato nel 1969, un anno dopo che Saer si traferisse a Parigi con una borsa di studio de l’Alliance Française. In precedenza aveva alternato la scrittura all’insegnamento di cinema all’Universidad Nacional del Litoral. Però questo viaggio nel vecchio mondo, inizialmente di sei mesi, stravolse i suoi piani. Rimase lì per sempre, anche se non smise mai di tornare in Argentina. Quando se ne andò lo fece con la sua prima moglie, Mimi Caternao, dalla quale ebbe suo figlio Jerónimo. Professore di letteratura all’università di Rennes, conobbe in seguito Laurence Gueguén dalla quale ebbe una figlia, Clara.

Fu a partire dagli anni ’70 che ha scritto i suoi libri più celebri. Il romanzo El limonero real e la raccolta La Mayor sono di quel periodo. Negli anni ’80 sono usciti, fra gli altri, Nadie nada nunca, L’arcano, Glosa e La ocasión. Premiato e ancora più celebre ha pubblicato negli anni ’90 Lo imborrable, L’indagine e Le nubi. Ha inziato gli anni 2000 con Luogo, l’ultimo libro pubblicato in vita.

Planeta ha venduto fra il 1994 e il 2015 più di quattrocentomila copie in ventisei edizioni e centoventi ristampe.

“Questi sono numeri molto importanti, soprattutto per un autore che non scrive per il mercato” ha detto Díaz recentemente.

Sarlo pone l’accento sull’originalità di Saer: “In senso moderno l’originalità di uno scrittore risiede in ciò che di nuovo propone al mondo letterario o in un nuovo modo di rapportarsi alla tradizione”.

Saer, l’amico

“Qual è il primo ricordo che le viene in mente se le dico Saer?”, chiede La Gaceta a Sarlo. La saggista si prende qualche secondo e poi si lancia: “Mi ricordo vagamente della lettura di Nadie nada nunca, durante la dittatura militare. Venne pubblicato in Messico. Rimane il mio romanzo preferito di Saer, pur sapendo che non è il suo romanzo più importante che credo sia Glosa. Nel mio caso però influisce il momento della lettura, nel bel mezzo della dittatura militare. Inoltre era un libro che non poteva essere pubblicato in Argentina e del quale comunque scrissi. Dopo ricordo in modo vivido la lettura dell’originale di Glosa. Era un manoscritto. Leggere l’originale di chi è stato anche un amico fu un’esperienza forte, che mi colpì”.

Parlando dell’amicizia Díaz non dimentica i particolari di quel 1985, quando si sono conosciuti. “Lui usciva dalla Libreria Gandhi che all’epoca si trovava tra la Charcas e Riobamba. Abbiamo iniziato a parlare e ci accordammo per vederci il giorno seguente nel mio ufficio. Secondo lui fu Piglia a presentarci. Questa discrepanza sul ricordo del nostro primo incontro, ovviamente, evoca immediatamente Pichón Garay che in Glosa, diciotto anni dopo, è sicuro di ricordare che il Matematico era stato fra i partecipanti al compleanno di W. Noriega. Il giorno dopo ci vedemmo da Alianza e stipulammo un contratto per i primi due libri, Glosa e El Limonero real. Festeggiamo il contratto e suggellammo la nostra amicizia andando a mangiare da Edelweiss, abitudine che abbiamo mantenuto nei nostri ventuno anni d’amicizia.

“Quando lo conobbi Saer aveva pubblicato in venticinque anni di lavoro undici libri: sei romanzi, quattro di racconti e uno di poesia. Erano stati pubblicati da dieci case editrici e in sei città diverse: Santa Fe, Rosario, Buenos Aires, Caracas, Barcellona e Città del Messico. Di questi undici libri sei erano stati scritti a Santa Fe e Cicatrici era stato l’ultimo scritto in Argentina. Come tutti sanno nel 1968 Saer si stabilì in Francia e lì, fra il 1968 e il 1985, scrisse i seguenti cinque libri”, aggiunge.

Díaz inoltre spiega che con Glosa inizia il suo periodo di scrittore professionista perché fino ad allora: “Saer non aveva avuto un rapporto stabile con nessuna delle case editrici con le quali aveva pubblicato”. E va oltre: “Iniziò a crescere la sua fama di scrittore, accompagnata da maggiori tirature e dall’interesse dei mezzi d’informazione non specializzati. La sua opera cominciò a superare i limiti della letteratura di nicchia e si fece conoscere al di là dei circoli accademici o d’avanguardia. I suoi libri erano più facili da trovare”. “Nel 1993 lasciai Alianza e passai a Espasa Calpe-Seix Barral. Un anno dopo abbiamo fatto uscire Cicatrici e la L’indagine con Seix Barral-Biblioteca Breve. Da lì in poi abbiamo pubblicato tutta la sua opera: dodici romanzi, cinque libri di racconti più i Cuentos Completos nel quale è stato pubblicato l’inedito Esquina de febrero, e quattro saggi. Alla fine ventitré libri in diverse edizioni”, spiega.

Tanti anni d’amicizia permettono a Díaz di distinguere i gusti di Saer. Glosa “era il libro che gli piaceva di più”. Opinione che condivide, avverte. E ricorda, inoltre, che i suoi scrittori preferiti erano Borges, Roberto Arlt, Antonio Di Benedetto, Juan L. Ortiz, Macedonio Fernández, Juan Carlos Onetti, Ricardo Piglia, William Faulkner, Robbe Grillet, Cervantes, Góngora e Quevedo.

 Il lungo addio

“Perché Borges ha avuto più risonanza di Saer? È difficile rispondere. Si potrebbe argomentare che il momento della consacrazione di Borges in Europa coincise con il premio Formentor (nel 1961) condiviso con Samuel Beckett. Era forse un momento perfetto per far conoscere uno scrittore, un grande scrittore latinoamericano. Poi venne il Boom che abituò i lettori europei a un tipo di letteratura latinoamericana dell’America magica, se si vuole, piena di peripezie che è l’opposto di quella di Saer. Allora Borges si fece conoscere (in Europa) prima del Boom, con un premio degli anni ’60 insieme a Beckett. Saer si fece conoscere successivamente. Nonostante sia stato tradotto nelle principali lingue europee non è uno scrittore popolare perché il Boom offre ai lettori europei un’immagine di ciò che deve essere la letteratura latinoamericana” dice Sarlo degli scrittori che, come dice all’inizio di questo articolo, hanno segnato la letteratura argentina del secolo scorso.
“Venerdì 10 giugno 2005 abbiamo parlato per l’ultima volta al telefono” dice Alberto Díaz  ricordando la morte di Saer. “Era ricoverato in ospedale e mi disse che stava finendo La grande, mancava solo l’ultimo capitolo e l’aveva pensato come una coda, non molto lungo, non più di venti pagine, e che  aveva deciso di finire il romanzo con la frase “Moro vende”. Dell’ultimo capitolo Saer scrisse nel quaderno il titolo, “Lunes, Río abajo” e la prima frase “Con la pioggia arrivò l’autunno e con l’autunno il periodo del vino”.

Aveva 67 anni al momento della morte, avvenuta a Parigi, per un cancro al polmone. Fu sepolto nel cimitero di Père-Lachaise. Díaz si ricorda l’11 giugno 2005. Non è mai facile parlare della morte di un amico. “Alle dieci di mattina suo figlio Jerónimo mi chiamò per comunicarmi la triste notizia della sua morte. Partì immediatamente per Parigi e il giovedì seguente, con la famiglia e altri amici, ho avuto la possibilità di salutare l’amico Juani. La nostra immutabile amicizia durata più di vent’anni iniziò il giorno in cui firmammo il contratto di Glosa e El limonero Real”.

“Ricordo la tristezza con la quale lessi al computer La grande, quando Saer era già morto e Alberto Díaz mi fece due o tre domande su dei piccoli dettagli che non erano stati modificati nell’originale” dice Sarlo un decennio dopo quel finale.

Ora i dieci anni di assenza sono una scusa per ricordare uno scrittore indimenticabile. Per fortuna ci sono i suoi libri. I suoi geniali libri.

Alejandro Duchini- La Gaceta- Buenos Aires

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Traduzione di Alessandro Stoppoloni

Sono uno studente di Storia con la passione delle lingue. Ho vissuto a Roma, Parigi e Bologna. Al momento vivo a Bielefeld, in Germania, dove frequento l'ultimo anno di università. Mi piacciono molto le lingue iberiche e negli anni ho coltivato un forte interesse per il catalano, appassionandomi in particolare a opere come Incerta Glòria di Antoni Sales e El temp de les cireres di Montserrat Roig.

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