Ipnotica Città del Messico di Élmer Mendoza

Questo articolo dello scrittore messicano è uscito originariamente sul Manifesto del 20 luglio 2010.

Città del Messico nessuno si perde. Le sue strade hanno nomi che sono rimasti immutati nei secoli e portano al sole o alla luna. Di notte può succedere di fermarsi a parlare con il conquistador Pedro de Alvarado che durante l’assedio di Tenochtitlan fece fare un salto al suo cavallo di ventidue metri e mezzo per salvare la pelle, o con Alexander von Humboldt che al principio del XIX secolo la battezzò “La città dei palazzi”, o con Malintzin, la famosa interprete di Hernán Cortés, che gli insegnò a dire: Spogliati, amore mio, in nàhuatl. Ti raccontano del futuro, del tempo che non hai visto e dell’eterna bellezza di una città moltiplicata.
In piazza Garibaldi incontrai Garibaldi che beveva pulque, tequila da quattro soldi e birra Bohemia, che è quello che bevono i veri uomini. Cantava Funiculi funicula con voce pastosa, aveva assistito a un comizio nello Zócalo, fatto un giro per il centro storico e brindato all’Opera, l’osteria dove Pancho Villa sparò sul soffitto lasciando un foro come firma. Era affamato. «Cosa vuoi mangiare? Siamo un paese dalla cucina barocca, il mole, per esempio, ha sessanta ingredienti ed è saporitissimo, i frijoles negros con epazote e salsa verde danno dipendenza;» Giuseppe scosse la testa. «No, no», sentenziò, «pasta o pizza», e accarezzò la sua spada macchiata di sangue.

Silenzio. Il bacio della buonanotte è l’orologio dei messicani. La sua sensualità si manifesta sulle loro labbra e sulla loro pelle che è il luogo del desiderio, dell’amore infinito, e de el día que cruzaste por mi camino tuve el presentimiento de algo…. Una messicana che frutta vendeva stava raffigurando mondi con le sue mani. Rifletteva, Cuando te hablen de amor y de ilusiones, un mondo strano e l’incandescenza dei suoi occhi era uno schermo in cui tutti potevano guardarsi. Il serpente le comprò una mela, Guglielmo Tell un’altra, i Beatles una verde che divisero in quattro, i newyorkesi la più grande, Arcimboldo portò via tutto, compreso il frutto proibito.

Fondata alle sei del mattino e rifondata alle otto di sera, Città del Messico è l’unico posto al mondo in cui le allucinazioni sono eterne, dolciastre, amare porte della percezione senza nome in cui un pesce soffre come un dinosauro giocattolo. Per secoli un popolo nomade se ne andò dal nord in cerca di un segnale per fondare la propria città. Un giorno giunse a una laguna dove un’aquila su di un fico d’india divorava un serpente e si fermò.

Ventiquattro mila italiani pensano che Città del Messico sia stata fondata dai maya, agli altri non importa. Bene, lì vissero gli aztechi, quelli dell’aquila divoratrice, una tribù feroce che seminava il terrore fra i suoi vicini ma che rispettava gli uomini barbuti. Perché i calciatori non si lasciano la barba?, ha a che vedere con gli aztechi? Avevano zoo, un servizio di corriere espresso e un calendario perfetto, adoravano Quetzalcoatl e Huitzilopochtli e andavano matti per il cioccolato amaro, mangiavano mais, frijol, carne e coltivavano il pomodoro con l’idea di inventare la pizza però gli italiani li precedettero. Si ubriacavano con pulque, un liquore squisito ed erano sicuri che il Popocatepetl e l’Iztacihuatl, i vulcani simbolo del paese, fossero una coppia che si amava nonostante l’opposizione di Shakespeare.

Nei giorni di pioggia, la città torna a essere più trasparente dell’aria e si possono vedere i morti e parlare con loro: «Eh Calvino, che piacere vederti, che è successo? Te ne sei andato all’improvviso.» «Rulfo, amico caro, che fai in Italia?» «Italia? Niente maestro, siamo a Città del Messico, all’Alameda Central, questi alberi sono del XIX secolo e questi del XVIII, vedi quel colosso grigio? È il palazzo delle Belle Arti, lo costruirono con marmo di Carrara.» «Sicuro?» «Tanto quanto che hai scritto Se una notte d’inverno un viaggiatore, e ti odiamo e ti invidiamo per quel modo di non mettere in relazione i capitoli tra loro; ti invito a una grigliata di agnello che ti farà resuscitare.» «Preferirei fettuccine all’arrabbiata.» «Le ha finite Pasolini, ad ogni modo, ora proverai questo manicaretto in umido con delle tortillas di mais che ti faranno impazzire.»

A Città del Messico si mangia di tutto. La cucina indigena è incredibile, i suoi sapori, odori e consistenze non hanno paragoni, che ne dite di un piatto di uova di formica fritte?, o un  mole negro con mexcal?, o un contorno di fungo nero del mais chiamato huitlacoche? Delizie per tutti i palati. Ma ci sono manicaretti di ogni specie che nuota, vola o striscia. Solo per chi è alla ricerca della fonte dell’eterno piacere, che si trova accanto a quella dell’eterna giovinezza. Non mancano sugosi filetti con insalate e la sorpresa della nuova cucina messicana. I dessert sono infiniti. Nessuno può perdersi i dulces de leche che sono una ricetta della nostra più grande poetessa barocca Suor Juana Inés de la Cruz, o la frutta caramellata che, a quanto mi dicono, è uno dei miracoli della vergine di Guadalupe. In quanto al vino, ce n’è di zone diverse e di uve diverse, e il nostro caffè è fra i migliori al mondo. Un frate portò la prima pianta in America. Durante la traversata di quasi due mesi divise l’acqua e le preghiere con essa, finché non giunsero a Veracruz e poi in Chiapas dove attechì.

Gabriel Garcìa Marquez pubblicò un articolo in una rivista in cui raccontò che aspettava un taxi all’angolo tra via Verdi e via Boccaccio. Ne vide uno occupato e non si mosse; tuttavia, quando l’auto si trovò a dodici metri, si rese conto che era vuoto. Lo prese. «Signore, ho visto chiaramente che portava un passeggero e non l’ho mai visto scendere.» «È un problema, signore, non immagina, tutti i giorni perdo clienti perché vedono che arrivo occupato e non è salito nessuno.» «Però, le dice qualcosa, le chiede di qualcuno.» «Sono io quello che protesta, gli chiedo di andarsene, lo insulto, lo minaccio e lui come se niente fosse; promette soltanto che smetterà di infastidirmi quando incontrerà un disgraziato che lo calunniò, che lui non si ricordò neanche per un momento, di fronte al plotone d’esecuzione, del giorno in cui suo nonno lo portò a conoscere il ghiaccio.» Gulp.

Ci sono ampli viali con alberi, strade di medie dimensioni e vicoli senza uscita. La sua altitudine supera i duemila metri, perciò non stupitevi se all’inizio vi stancate presto e avete bisogno più spesso di ricorrere ai vostri vizi. È la città della comprensione. Il suo bosco più famoso si chiama Chapultepec. Se portate dei bambini, fate attenzione a loro: c’è un castello e possono lanciarsi nel vuoto. Lì ci sono due musei d’arte contemporanea: il MAM, museo d’arte moderna, e il Rufino Tamayo, che ospitano opere d’avanguardia. Se il vostro interesse per l’arte precolombiana è reale, un giorno non basterà per visitare il museo di Antropologia e Storia che sta vicino al Tamayo, però sarà utile. Per andare all’Auditorium Nazionale che è lì accanto, attraversate l’avenida Reforma. È enorme e ci sono molti spettacoli; ci può essere Eduardo Mata che dirige Pavarotti o Janis Joplin accompagnata da John Lennon. Dietro, s’innalza l’Unidad del Bosque, dove si può assistere al teatro contemporaneo e comprare libri d’arte. Se volete conoscere l’arte coloniale, andate al MUNAL e a San Ildefonso, vicino al Palacio Postal, e se preferite i murales, non dimenticate la rispettabile affermazione di Luis Cardoza y Aragòn: I tre muralisti messicani son due: Orozco. Se di Frida Khalo si tratta, ha il suo museo a Coyoacàn.

Come qualsiasi città che si rispetti, ci sono più bar che scuole, contando anche quelle che apriranno nei prossimi cent’anni, e chiunque può incontrarsi con Dio e con il diavolo. I cocktail colorati sono magici, non solo uno scopre il coniglio e la colomba uscire dal cappello del cameriere, ma per giunta orina arcobaleno, tramonti nel Baltico e aceri in autunno; se il vostro capriccio è di birra, dopo il terzo litro darete un contributo tangibile al costante affondamento della città. La tequila è squisita e la via più sicura per mettere un piede all’inferno e l’altro tra le bollenti gambe della persona dei vostri desideri. “Mira cómo ando mi bien por tu querer, borracho y apasionado nomás por tu amor…”

La cattedrale Metropolitana è impressionante. Oscura come una lingua nera. La sua costruzione iniziò nel 1571 e si concluse nel 1813 in piena guerra d’indipendenza. È di stile barocco e plateresco. Se durante la sbronza avete offeso Dio, chiedete perdono, e ditegli che con i postumi avete pagato ben oltre il vostro debito. Edificata sopra il tempio più grande degli aztechi, proprio dove l’aquila ingoiò il serpente, è parte del nostro sincretismo: da un lato continuano gli scavi che scoprono ogni giorno la grandezza della cultura indigena. Di fianco l’antico Palacio Nacional è imponente, e a cento metri un altro paradiso. Quello delle librerie dell’usato, dove scoprii, per esempio, che Marco Polo non visitò mai l’oriente e che Bernal Dìaz del Castillo, fu il primo a seminare arance in America per completare la colazione.

A pochi minuti in taxi si trova il mercato Sonora. Non ditelo a nessuno, però lì potete comprare rimedi per le pene d’amore, la sfortuna e il malocchio. Erbe, animali imbalsamati, olii misteriosi, terra del cimitero, santini, che aiutano a correggere ciò che l’uomo rovina con la sua incuria. Non sbaglierete. Se ciò che volete è essere felici, questa entelechia occidentale, fate di tutto per trovare Chole, una fattucchiera dalle tette prominenti nata a Catemaco e radicata in città dove risolve di tutto. Mi ringrazierete per tutta la vita, ma non ditelo a nessuno.

Se vi stufate di vedere poveri, che qui son la maggioranza, visitate Las Lomas, Santa Fe e Chimalistac. Profumano. Sono posti in cui riconciliarsi con la vita e vedere limousine con signori dai passati turbolenti che leggono documenti. Sono luoghi attraenti, “en sus palmeras se ven sus ojeras borrachas de sol”. Ci sono molti alberi e se vi capita la pioggia, non spaventatevi se vi viene in mente una poesia di gioventù e quella creatura dal sorriso tremulo che pensavate dimenticata. Ahi il ricordo, il racconto del racconto. Uno, non dimenticatelo, è i suoi ricordi. Metà delle cose le facciamo per ricordarle. Un geco mi lancia baci.

Mi piace immaginare che me ne sto lì, nel freddo. Che arrivo con gli spagnoli in armatura e tengo loro testa con Cuauhtémoc nella battaglia di Tacuba vestito col perizoma. Che sono innamorato di Suor Juana ed entro nel suo convento durante la notte. Che sono un cospiratore e uno stregone che sa tutto durante la guerra d’indipendenza del 1810. Che mi batto con Juarez contro i francesi interventisti e faccio innamorare una delle sue figlie. Che durante la Rivoluzione del 1910 sono il Dorado di Villa che gli ha presentato Emiliano Zapata. Che nel movimento studentesco del ’68 sono un leader sconosciuto che ha informazioni riservate che nessuno vuole sentire. Che Città del Messico è una città con solo cinque milioni di abitanti. Che sono un’aquila che mordicchia il corpo della sua amata.

Città del Messico è una città da amare profondamente; nel suo disegno ci sono angoli dove in un certo istante, una volta all’anno, si avverano i desideri impossibili. In uno di quelli vidi la mia prima eclissi solare, la mia prima pioggia di stelle e conobbi Leonardo Sciascia. In un altro, tutto era cioccolato; lì baciai per la prima volta l’ultimo amore della mia vita e capii che Città del Messico era una città a cui si rimane uniti dal cuore e dai sogni.

Traduzione di Giorgio Pillosu

Élmer Mendoza, definito da Arturo Pérez Reverte “il patriarca della letteratura messicana”, ha appena pubblicato per laNuovafrontiera  Proiettili d’argento.

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Traduzione di Lorenzo Ribaldi

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