Intervista ad Alma Guillermoprieto

Intervista ad Alma Guillermoprieto

di Diego Salazar (Letras libres, Giugno 2011)

La giornalista messicana Alma Guillermoprieto voleva fare la ballerina e invece è diventata una reporter del The New Yorker. Voleva far parte di una prestigiosa compagnia di danza di New York e invece ha insegnato danza a L’Avana. È nata in America Latina e in lingua spagnola ed è finita a spiegare l’America Latina al pubblico nordamericano e in lingua inglese. Queste contraddizioni, questa doppia vita, sommate ad una maniacale cura del dettaglio, una prosa raffinata e una ben allenata capacità di stupirsi l’hanno resa una delle giornaliste più interessanti in entrambe le lingue.

In La Habana en el espejo, un memoir artistico e politico, Alma Guillermoprieto narra i sei mesi vissuti nella Cuba rivoluzionaria del 1970 e in Desde el país de nunca jamás (Cartoline dal continente che non c’è, La Nuovafrontiera 2011) ci presenta un’accurata selezione dei suoi articoli scritti tra il 1981 e il 2002 e pubblicati principalmente sulle pagine del The Washington Post, The New Yorker e del The New York Review of Books. Questa selezione, come quasi tutta l’opera della Guillermoprieto, ha come tema principale quel grande paese che, ai suoi occhi, è l’America Latina.

La conversazione che riportiamo di seguito ha avuto luogo a Madrid in una soleggiata mattina di febbraio.

Se mi permette, vorrei cominciare dall’inizio del libro, precisamente dal titolo. Questo “continente che non c’è” si riferisce a quell’arcadia personale, quella dell’infanzia, a cui di tanto in tanto fa ritorno da adulta o ha altre connotazioni che mi sfuggono?

Beh, da una parte, l’America Latina è la regione che sogno quando sono lontana, e sono dovuta restarci a lungo, dall’altra è anche il continente dove mai e poi mai riusciamo ad essere noi stessi, dove mai e poi mai riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi, dove mai e poi mai le cose sono come dovrebbero essere. È un insieme di questi fattori. E, inoltre, volevo trasmettere quel senso di intimità che cerco di stabilire con i miei lettori quando racconto loro una storia. Le mie storie sono reportage, ovviamente, ma le racconto con l’intenzione di sedurre, di suscitare nel lettore un certo piacere nell’ascoltare la storia.

Si ha l’impressione che sia un titolo che ha avuto una lunga gestazione, è così?

No, ci è venuto in mente subito, mentre stavamo preparando quest’antologia. La prima antologia si intitola Al pie de un volcán te escribo e questo titolo è nato dalla stessa volontà, quella di trasformare il libro in una lettera molto personale indirizzata a chi legge.

La cosa interessante è che di solito questo tipo di libri, che contengono buona parte dell’esperienza giornalistica di un autore, anche se sotto forma di raccolta, hanno un filo conduttore: c’è un tema che rappresenta l’evoluzione dell’autore. Nel caso di quest’opera, lo dice lei stessa nel prologo, questo tema è Cuba e Fidel Castro. In questo senso il giornalismo, come strumento di conoscenza e comprensione, è anche fonte costante di delusione?

Sì. E oltre a questo, il giornalismo è anche una forma di autobiografia.
Inevitabilmente si scrive ciò che si è vissuto. E quindi, in questa mia autobiografia la figura di Fidel ha sempre ricoperto un ruolo fondamentale, a cui bisogna aggiungere – dal momento che siamo latinoamericani – l’enorme ruolo simbolico della Rivoluzione cubana come punto di riferimento obbligato. Trent’anni passati a scrivere della stessa regione, trent’anni durante i quali Fidel è invecchiato, io sono invecchiata e l’America Latina ha modificato la propria visione di ciò che ha significato la Rivoluzione cubana, ad eccezione di alcuni settori. E quindi, per forza di cose, il libro è una riflessione su Fidel; nel libro c’è una trilogia (di articoli) che parlano esplicitamente di Cuba, ma anche quando non parlo di lui, il suo personaggio fa capolino.

Attenendoci all’idea che il giornalismo è in qualche modo autobiografico, credo che una delle sue caratteristiche personali le permetta di avere un approccio verso certi aspetti della realtà latinoamericana altrimenti impossibile: lei è latinoamericana, ma ha passato buona parte della sua vita professionale e non negli Stati Uniti. E questo si nota soprattutto nei testi più ampi – penso soprattutto al reportage su Sendero Luminoso pubblicato nel 1993 – e credo che sarebbe stato impossibile per un peruviano o per un latinoamericano dell’epoca scrivere un pezzo del genere in quel momento storico. Non avrebbe avuto la distanza necessaria; sono dovuti passare anni prima che autori peruviani riuscissero ad analizzare la situazione in quel modo. Ma lei l’aveva già fatto. E credo che tutto questo abbia a che fare con questa sua dualità che le permette di raggiungere l’empatia e lo straniamento necessari per scrivere su una tematica del genere.

È una teoria interessante perché, ovviamente, l’essere bilingue, aver trascorso parte della mia adolescenza negli Stati Uniti, scrivere per i lettori nordamericani e scrivere in inglese, di fatto, mi permette di mantenere la distanza e di stupirmi. Io vivo in uno stato di continuo stupore di fronte a quella che dovrebbe essere una realtà a me familiare. Non ho ben capito a quale articolo sul Perù ti riferisci …

Al primo che troviamo in questo libro, scritto poco dopo la cattura di Abimael Guzmán, che parla dell’attivista María Elena Moyano uccisa da Sendero e di Maritza Garrido Lecca, ballerina che ospitava Guzmán all’ultimo piano della sua casa a Lima. Se questa storia venisse scritta oggi, non risulterebbe così sorprendente, ma è stata scritta nel 1993, quando in Perù era impossibile affrontare l’argomento con una visione d’insieme e pensare ad Abimael Guzmán come ad un essere umano …

Sicuramente un essere umano alquanto ridicolo. Sì, credo che sarebbe stato impossibile per il Perù dell’epoca. Ci sono due aspetti. Per prima cosa immagino che sarebbe stato difficile parlare del ragazzino con cui si chiude il reportage, che fa parte di Sendero Luminoso e che mi fa una tenerezza tremenda, forse trovandosi in Perù non sarebbe stato possibile sentire tenerezza per un personaggio del genere. E, seconda cosa, c’era Marita Garrido Lecca con la quale io mi identificavo perché gli stessi esercizi di ballo che faceva lei li avevo fatti anch’io, era impossibile non vedersi come in uno specchio e dire: “Accidenti, anch’io in un momento di demenza ideologica, mi sarei potuta ritrovare in una situazione del genere”. In quell’articolo si mescolano tutti questi elementi: la distanza che mi dà scrivere in inglese – non tanto aver vissuto negli Stati Uniti quanto la lingua in sé –, la possibilità, grazie a questa distanza, di ridere di un personaggio terrificante come Guzmán, di provare tenerezza per uno dei suoi sudditi e di identificarmi contemporaneamente con un altro dei personaggi. Per questi motivi sono molto legata a quel reportage, perché mi ha permesso di provare quella molteplicità di emozioni.

Ha mai riflettuto su questa sua dualità, su questa capacità di straniamento? Immagino che a questo punto della sua carriera sia ormai pienamente cosciente di tutto questo, ma è sempre stato così?

No, per niente. E poi, andando avanti con gli anni in questo mestiere è sempre più difficile mantenere l’innocenza e la capacità di stupirsi. Sempre. Sia nell’arte che nel giornalismo. Questo è il vero pericolo che si corre ad invecchiare. Magari, se partissi oggi stesso per l’Egitto potrei recuperare quello stato primitivo di innocenza, ma la differenza starebbe nel fatto che, non parlando la lingua, non riuscirei ad accedere all’intimità.

E questo vivere nello stupore si può imparare?

Sì, certo. Imparando ad essere degli osservatori spietati. Da una parte è qualcosa che si ha dentro dalla nascita, ma dall’altra è necessario osservare tutto, e questo si impara dopo essere stati ingannati. Essere ingannati è una grande lezione. E si viene ingannati quando non si osservano sufficientemente le cose.

Oltre a ciò che la natura dà ad ognuno di noi e all’insegnamento che ci dà l’essere ingannati, la sua ossessione per i dettagli le è stata insegnata da qualcuno dei maestri di questo mestiere?

Ci sono vari aspetti della questione. Mi sono sempre interessata ai dettagli. Per esempio mi è sempre piaciuta la moda, l’alta moda, e l’alta moda è fatta di dettagli, i dettagli sono importantissimi nella moda, sono la base. E poi io ho iniziato la mia gavetta come reporter alle prime armi accanto ad una fotografa, Susan Misellas, e per i fotografi le conferenze stampa sono davvero inutili perché non c’è niente da vedere. Bisogna andare nei posti dove c’è qualcosa da vedere. E io non sapevo che per i giornalisti anche le conferenze stampa potevano essere interessanti, e accompagnavo Susan ovunque andasse, e con gli occhi facevo le foto a ciò che lei vedeva attraverso la sua macchina fotografica. Inoltre, credo di aver sempre ritenuto stupido scrivere le stesse cose che scrivevano gli altri, quindi, per non farlo, osservavo la realtà intorno a me.

La prima parte del libro raccoglie una serie di testi pubblicati su un quotidiano, non su riviste come nel caso di tutti gli altri testi. E, nonostante ci siano segnali di questa sua ossessione per i dettagli e per le storie che non andranno mai in prima pagina, leggendoli si ha la sensazione che lei fosse costretta a rispettare l’immediatezza imposta dal giornalismo da quotidiano. Come si sente a lavorare per quel formato?

Ecco, l’ho fatto e non credo di averlo fatto male, visto che ho iniziato nel 1978 come giornalista non professionista e nel 1979 lavoravo già al The Washington Post, per cui non devo aver lavorato così male. Comunque, so che facevo diventare matti i miei direttori, pensavano che non sapessi scrivere perché ogni volta dovevano tagliare metà dei miei articoli, quella metà che non entrava nel formato del quotidiano che ha le sue buone ragioni per esistere.

La metà che, probabilmente, per lei era la più interessante …

Ovvio. Insomma pensavano che non sapessi scrivere. Io ero certa di saperlo fare, ma non mi ero resa conto che non ero capace di scrivere come un giornalista di un quotidiano. E quindi c’era stato un malinteso che fortunatamente si è risolto quando ho lasciato il giornalismo quotidiano e ho iniziato a lavorare come reporter per il The New Yorker. Posso dire di essere nata per scrivere sul The New Yorker degli anni ’90. Ho scritto il primo articolo, l’hanno accettato e mi hanno chiesto di scrivere il secondo, ho scritto il secondo e mi hanno chiesto il terzo. E non ho dovuto sudare, né rimaneggiare niente. Per me era la cosa più naturale del mondo.

Checov diceva che per scrivere è necessario avere “delle scarpe buone (mai risparmiare sulle scarpe)”; pensavo a questa frase quando ho letto l’intervista che le fece Juan Cruz per El País un paio di anni fa in cui lei affermava che era diventata giornalista perché le piaceva camminare.

Proprio così, e non solo per questo ma anche perché non sapevo guidare, per anni sono andata a piedi e camminare e guardarmi intorno era per me come vivere e realizzare reportage. In realtà imparare a guidare ha comportato la perdita di uno strumento di lavoro.

Qual è la prima cosa che fa quando arriva in una città per realizzare un reportage?

Camminare. Dove mi portano i piedi. Prendo un taxi e mi faccio portare da qualche parte o prendo un autobus e scendo a una qualsiasi fermata e inizio a camminare. A piedi vado a comprare i giornali, raggiungo il luogo in cui ho fissato un’intervista; finita l’intervista mi metto a camminare lì intorno, cammino per ore. E, in questo modo, sento che inizio ad essere più vicina.

In quell’intervista era alquanto pessimista sul futuro del suo mestiere. Diceva che, a causa dei cambiamenti nelle abitudini dei lettori e a quelli dovuti alle nuove tecnologie, ci sono sempre meno persone disposte a dedicare il tempo necessario alla lettura del tipo di giornalismo che scrive lei. Ne è ancora convinta?

Fondamentalmente sì, anche se mi rendo conto di essere un po’ più ottimista rispetto a due anni fa perché ho capito che la narrativa, il racconto, una storia raccontata bene, è un bisogno fondamentale dell’essere umano. Noi siamo ciò che raccontiamo a noi stessi. Io sono ciò che racconto a me stessa. E quindi abbiamo bisogno di raccontarci e ascoltare quelle storie che ci dicono com’è fatto il mondo. Quale formato avranno queste storie nel futuro? Non lo so. Ma so per certo, e non è una certezza piacevole, che chi scoprirà queste nuove forme non sarò io, ma tu e la gente della tua età. Certo, per le persone della mia generazione – lo abbiamo detto mille volte ed è un po’ noioso ascoltarlo di nuovo – che pensavano di cambiare il mondo è sconcertante scoprire che in realtà noi siamo la fine di un momento storico e che quello che sta iniziando continuerà senza di noi.

E forse – riguardo al suo pessimismo – bisogna considerare anche il fatto che gli editori non sono più tanto disposti a lasciare che lei o un qualunque reporter faccia ricerche per i due o tre mesi che, come minimo, sono necessari per scrivere una storia con queste caratteristiche.

Il problema è che questa è una questione prettamente di mercato. Ovvero, la carta è cara, i viaggi sono cari, la vendita di spazi pubblicitari diminuisce e in questo momento di passaggio sembra che nessuno sappia come rendere redditizio un mezzo di comunicazione. Io credo che il Kindle, l’iPad e tutti gli altri e-readers cambieranno questa situazione. Da quando ho un Kindle leggo molto di più di quanto abbia letto negli ultimi vent’anni. Posso leggere continuamente e ho cento quaranta libri in memoria. Viaggiare con il Kindle è un piacere. Penso che questo stia portando a un cambiamento. Forse anche per questo sono più ottimista. Comunque, è anche vero che un libro di carta è un manufatto tecnologicamente perfetto, mentre un libro o un testo in qualsiasi formato elettronico è ancora molto primitivo, è in una fase di sviluppo. Tutte le cose che si possono fare con un libro [di carta] – sottolineare, scriverci sopra, scorrere le pagine dall’inizio alla fine, cercare quell’illustrazione che ci piace, trovare la citazione che ci interessa – farle con un libro elettronico è ancora una seccatura. L’esperienza della lettura con un apparato elettronico è infinitamente meno flessibile, anche se la tecnologia si vanta proprio della sua flessibilità. Cambierà, migliorerà. Un laptop è un aggeggio di pietra con un bastoncino se lo compariamo con quello che probabilmente sarà il computer del futuro.

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