Intervista sulla traduzione a Pino Cacucci

Nel processo di traduzione è possibile sostituire una lingua a un’altra senza togliere alla lingua di partenza la propria identità? È possibile insomma far sopravvivere nella lingua di arrivo ciò che costituisce l’anima più profonda della lingua che si sta traducendo e che appare inseparabile da essa?

Ritengo sia doveroso impegnarsi a mantenere viva l’identità del testo traducendolo in un’altra lingua, ma senza sentirsi eccessivamente legati all’originale, cercando piuttosto di ricreare quella stessa anima nella propria lingua, perché una traduzione letterale – anziché letteraria – rischierebbe proprio di appiattire il testo. Direi che la traduzione è una sorta di rinascita, di ri-creazione dell’originale attraverso emozioni trasmesse, suggestioni, mille dettagli di cui occorre cogliere non solo il significato ma anche – o soprattutto – il respiro e la vitalità.

Oltre ad essere uno scrittore e un traduttore, lei è anche un grande viaggiatore. In che modo queste attività possono rivelarsi complementari al fine della comprensione di un paese e del popolo che lo abita?

La conoscenza dei luoghi e delle genti che parlano la lingua da cui si traduce è indubbiamente utilissima a respirare la stessa aria dell’ambiente raccontato dall’autore del testo originale, aiuta a immaginare il clima umano, le abitudini, molti dettagli che nessun vocabolario può rendere senza l’esperienza diretta. Certo, lo spagnolo è parlato – con un’infinità di varianti e diversi modi di dire – da tanti popoli e quasi da un intero continente, e non è possibile conoscere ogni luogo e ogni popolazione, però sono sicuro che i miei viaggi e le lunghe permanenze sia in alcuni paesi latinoamericani che in Spagna siano il più valido aiuto su cui possa contare quando traduco. Inoltre, io instauro sempre un rapporto diretto con l’autore – se già non è un amico, lo diventa traducendo, scambiando pareri su ogni dettaglio – e questo credo sia fondamentale proprio per ricreare l’anima e l’identità del libro.

Lei ha vissuto a lungo nei paesi che hanno dato i natali agli autori delle opere che ha tradotto. È nato prima l’amore per quei paesi o per la loro lingua?

Prima nasce in me l’amore per il Messico, ma fin dal primo giorno di quel primo viaggio, è nato anche l’amore per la lingua, e poi l’appassionante curiosità verso le numerose differenze tra una lingua parlata e l’altra (e di conseguenza anche scritta), la straordinaria vitalità creativa, per esempio, dello spagnolo parlato in Messico che si evolve costantemente rispetto al castigliano della Spagna, più fermo sulla tradizione della lingua originaria.

Edmond Jabès ci insegna che alla lingua è legato il tema dell’ospitalità: è nella lingua che un paese mostra la sua predisposizione all’accoglienza. Pur considerando che lo spagnolo si parla in paesi che hanno storie diverse e popolazioni diverse, si può dire in generale che sia una lingua ospitale?

L’ho avvertito più con l’istinto che con la ragione, che lo spagnolo ha la caratteristica di “lingua ospitale”, ma probabilmente dipende anche dall’indole delle genti latinoamericane (pur con infinite differenze da un luogo all’altro), e questo deriva soprattutto dalle radici indigene e dal meticciato. Un’indole di apertura che riscontro anche in Spagna, pur se non quanto lo senta in America Latina, dove il contatto con l’altro è più immediato e schietto.

Come dice George Steiner, senza le traduzioni abiteremmo paesi che confinano con il silenzio. In che modo il lavoro del traduttore spezza le barriere tra i paesi, avvicinando e consentendo un dialogo tra le culture? In un periodo storico come questo, in cui l’altro è ancora guardato con sospetto e la parola “integrazione” produce spesso timore e resistenza, il traduttore può interpretare anche un ruolo politico, contribuendo così al superamento dei pregiudizi e alla crescita politica e sociale dei cittadini?

Mi piace pensare che la silente attività del traduttore possa favorire dialoghi con altre culture, e di fatto è così, però va considerato il ruolo dell’editore, che decide quali testi tradurre. Al traduttore, comunque, resta la possibilità di consigliare e far conoscere agli editori testi che rivelano altre realtà e altri mondi. Il libro è un veicolo straordinario per calarci a fondo nell’esistenza quotidiana di genti lontane e diverse.

Letteratura spagnola e letteratura latinoamericana. Sembra che in questo momento in Italia ci sia un rinnovato interesse per gli autori di questi paesi. Quali autori secondo lei non ricevono ancora la giusta attenzione da parte dei lettori italiani?

La letteratura latinoamericana – più di quella spagnola – ci ha sempre trasmesso la capacità di provare passioni, e ora più che mai, con l’Europa in crisi di valori e sempre meno capace di appassionarsi alla vita e alla sua straordinaria complessità. Il rinnovato interesse coinvolge editoria e lettori, e al momento c’è un’indubbia ripresa di attenzione, che porta a tradurre molti autori prima sconosciuti o addirittura agli esordi. Il problema è forse l’inverso: non abbiamo più molte occasioni di conoscere il passato di una grande letteratura. Per esempio, autori che hanno fatto la storia della letteratura mondiale come Octavio Paz o Juan Rulfo, non sono più editi, e per conoscerli occorre procurarsi i libri in originale (o nei casi più fortunati ricorrere alle biblioteche che ne conservano le traduzioni di tanti anni fa).

Si sta occupando di una traduzione in questo momento? Ci anticipa qualcosa?

Ho in “cantiere” vari lavori in corso, il romanzo di Antonio Ungar Tres ataudes blancos, per Feltrinelli, ambientato in un paese dell’America Latina solo apparentemente immaginario, feroce satira di certi presidenti tirannici che assume via via toni sempre più forti e coinvolgenti, fino al dramma finale concreto e reale, dove l’ironia lascia il posto a una struggente vicenda umana; sempre per Feltrinelli, il nuovo romanzo di Claudia Piñeiro, apprezzata in Italia per il precedente libro Tua. E una raccolta di saggi e articoli di Javier Cercas, per Guanda, autore che ha raggiunto un grande successo internazionale con Soldati di Salamina, di cui traduco l’intera opera. Successivamente, mi dedicherò al secondo romanzo del mio amico messicano Elmer Mendoza con protagonista il suo personaggio di poliziotto “onesto” nel Messico dei narcos, per l’editore La Nuova Frontiera.
Come dicevo prima con quasi tutti gli autori che traduco ho ormai un rapporto di amicizia (“quasi” nel senso che con alcuni la relazione è fatta di un fitto scambio di mail, in attesa di incontrarci), con altri, come Paco Taibo, l’amicizia è addirittura fraterna, e questo mi pare il lato più proficuo e piacevole del mestiere del traduttore.
In un solo caso non è stato possibile entrare in confidenza diretta con l’autore: traducendo diversi scritti di Ernesto Guevara, in particolare il cosiddetto “diario della motocicletta”, uscito con il titolo di Latinoamericana, più andavo avanti e più sentivo una forte vicinanza e coinvolgimento con quella sua maniera di raccontare così immediata, capace di trasmettere sensazioni vive e profonde, e ogni tanto mi sembrava strano non potergli scrivere…

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Traduzione di Lorenzo Ribaldi

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