Intervista a Luiz Ruffato: «Non scrivo per scacciare fantasmi né per scampare alla morte».

 In questa intervista rilasciata a Diajanida Hernández per il quotidiano “El Nacional” Luiz Ruffato riflette sui motivi che lo hanno portato a diventare uno scrittore e sulla rappresentazione politica e sociale nella scrittura. Buona lettura.

traduzione di Stefania Gandolfo

foto: Obreros di Tarsila do Amaral

La biografia di Luiz Ruffato (1961) è molto particolare. E ogni sua pagina di vita, anche se sembra ovvio, definisce la sua scrittura. Nel caso di Ruffato sono proprio le sue origini, le sue esperienze e il suo vissuto che lo hanno portato a diventare uno scrittore. Per questo assicura che, per lui, il suo mestiere è stato un’opzione, una scelta e non una chiamata o la risposta a una vocazione. Quindi Ruffato scrive per cercare di capire, registrare e dare voce a un immenso gruppo di persone dimenticate, emarginate e messe a tacere. Scrive per finire di sviluppare la foto di famiglia che tiene sulla scrivania. Ruffato si è accorto che nella letteratura del suo Paese non si parlava del suo ambiente, della sua famiglia, dei suoi amici, della sua classe sociale.

Nato a Catagueses, nello stato di Minas Gerais – Brasile – da una famiglia di operai immigrati italiani, questo scrittore si è dedicato a rappresentare l’universo dei lavoratori delle zone urbane, della classe operaia, con uno stile che va controcorrente rispetto a quello imposto dal romanzo borghese.

Ruffato ha pubblicato i libri Histórias de remorsos e rencores (Storie di rimorsi e rancori) (1998), Os sobreviventes (I sopravvissuti) (2000), Come tanti cavalli (2001) e la pentalogia Inferno provisório (Inferno provvisorio). Qualche giorno fa gli è stato assegnato, all’unanimità, il Premio letterario Casa de las Américas per il suo romanzo Domingos sem Deus (Domeniche senza Dio). Il sentito verdetto della giuria riassume la poetica e la ricerca dell’autore; nel responso si legge che il libro «descrive la vita quotidiana del proletariato brasiliano, realtà poco visibile nella narrativa contemporanea. Il romanzo presenta diversi episodi indipendenti che s’intrecciano, formando il mosaico di un Brasile essenziale, anche se dimenticato. Per dare voce a quelli che non ce l’hanno mai avuta, Ruffato utilizza un linguaggio unico, portando all’estremo i paradigmi della lingua standard e creando una punteggiatura e un ritmo propri. Domeniche… chiude la pentalogia Inferno provvisorio, in cui Ruffato ha creato un universo fittizio, il cui sviluppo estetico ed etico lo colloca tra i grandi nomi della letteratura brasiliana».

In occasione della Fiera internazionale del libro di Guadalajara Ruffato si è presentato con un testo incentrato su una fotografia che rimanda alle sue origini e allo scopo della sua scrittura: «Sulla scrivania del mio ufficio di São Paulo c’è un portaritratti. Dentro, una fotografia sbiadita che presenta una strana composizione: in primo piano un bambino con gli occhi semichiusi, tristi e spaventati, con indosso una camicia corta di flanella, shorts trasandati e infradito sporche. Sulle sue spalle ossute poggiano due mani femminili. Accanto, parte della gamba di un pantalone e una pancia, di cui si percepisce subito la prominenza, indicano la presenza di un uomo (forse il marito delle mani femminili). Sul braccio della donna c’è un’altra mano. Dalla posizione delle ombre si deduce che era pomeriggio e dai vestiti che era fine inverno. Così si presenta la foto sul tavolo: il bambino a figura intera, ma gli altri tre personaggi sono impossibili da identificare. Sono privi di volto, pagina bianca su cui si esprime la nostra individualità, la nostra unicità, insomma, la nostra storia.

Ogni mio sforzo come scrittore è sempre stato rivolto a cercare di ricomporre quell’immagine. Il bambino lo riconosco, sono io a cinque o sei anni a Cataguases, la mia città natale, al centro del Brasile. Ma chi erano gli altri tre personaggi, che in un pomeriggio d’inverno perduto per sempre sono rimasti immobili davanti allo sguardo affettuoso di qualcuno dietro la macchina fotografica? Come si chiameranno? Da dove venivano, dove saranno ora, cosa ne è stato di loro?

Il bambino è cresciuto, ha pubblicato otto romanzi e due libri di poesie, è stato tradotto in sette paesi e i suoi libri hanno accumulato premi. Ma le mani femminili che poggiano sulle sue spalle magre, la pancia maschile di cui si percepisce subito la prominenza e la mano sinistra (anche questa femminile) sul braccio della donna si perdono sotto la polvere della memoria… Attualmente passo le mie giornate cercando di ricostruire la storia di questi personaggi, inventando loro nomi, disegnando loro volti, tracciando per loro percorsi con l’illusione che, così, contribuirò a fare in modo che da qualche parte qualcuno li ricordi e celebri il loro passaggio sulla Terra».

«Cosa rimane da dire di quella fotografia?»

«Tutti gli scrittori brasiliani, tranne pochissime eccezioni, sono di classe media, quindi scrivono sulla classe media. E, di conseguenza, vengono consumati dalla classe media.

Non mi trovavo nelle condizioni di essere scrittore. Mia madre era analfabeta, mio padre semianalfabeta. Mia madre era lavandaia, mio padre vendeva topinambur. Ho fatto moltissimi lavori: sono stato operaio tessile, tornitore meccanico e dopo, quando sono andato all’Università a studiare giornalismo, mi sono accorto che nelle pagine della letteratura brasiliana non c’era la classe medio-bassa delle zone urbane. C’era la classe media, quella medio-alta, la borghesia e i delinquenti.

Tutti i miei sforzi sono confluiti nel tentativo di completare quella fotografia. Tutte le persone che vi compaiono non hanno volto, non hanno corpo. Credo di aver tentato di ricostruire tutte le persone che sono lì, perché i poveri non hanno biografia. Non hanno voce. Io non scrivo per scacciare fantasmi né per scampare alla morte. Scrivo per cercare di fare in modo che queste persone siano ricordate da altre persone ».

«Come si trova il tono, la voce, lo stile per parlare della classe operaia?»

«Conosco bene la realtà operaia. Quando ho pensato di scrivere su questo argomento c’era un problema molto serio, ovvero come parlare del mondo del lavoro senza usare la forma del romanzo borghese. Perché il romanzo borghese esiste per mostrare la visione del mondo della borghesia.

Ho dovuto scrivere un libro che si chiama Come tanti cavalli per capire come scrivere i romanzi di Inferno provvisorio. Alcuni autori che hanno provato a parlare di questo mondo lo hanno fatto attraverso il romanzo borghese e il naturalismo. Io scrivo contro il naturalismo, perché il naturalismo ha originato il realismo socialista. Il mio è un realismo capitalista. Ho cercato un modo in cui la forma del romanzo rappresentasse la decadenza; non c’è qualcosa di concreto, di palpabile, ma è fatta di cose che succedono e che rappresentano la decadenza perché le vite di queste persone hanno a che fare con la decadenza.

Questa era l’idea, costruire un romanzo, un ciclo – sono quasi mille pagine – in cui mi interessavo a questioni come il passaggio da un mondo rurale a uno post urbanizzato in soli cinquant’anni; il passaggio da un popolo che viveva in campagna, che aveva uno spazio ampio e un tempo eccessivo, a una realtà completamente diversa, con spazi molto piccoli e tempi simultanei. Questo, secondo me, genera violenza. E ho scritto anche in contrapposizione al linguaggio semplificato e alla psicologia del naturalismo».

«Hai scritto una saga di cinque libri. L’hai finita. E adesso?»

«La mia scelta di fare letteratura è stata una scelta chiaramente politica, non ideologica. Ho scritto molti romanzi e, in un modo o nell’altro, tutti parlano di questo universo del lavoro. Penso di aver trattato questo particolare mondo nella maniera giusta, ma mi rimane una questione da affrontare, ovvero lavorare sul tema delle persone che vivono in un infraluogo, che non è né il luogo d’origine né quello in cui vivono oggi. Viaggiando moltissimo ho scoperto che non è una sensazione esclusiva del Brasile, è una sensazione generale, quindi credo che proverò a scrivere un romanzo su questo».

«Come hai sviluppato la tua vocazione di scrittore?»

«Non so se si tratti di vocazione. È una scelta. Quando ho scoperto che il mio Paese non teneva assolutamente in conto la classe operaia – l’ho capito all’università – ho passato quindici anni senza sapere cosa fare. Fino al 1997, quando mi sono seduto a scrivere il mio primo libro, Storia di rimorsi e rancori, e mi sono detto: «se questo libro viene pubblicato da una casa editrice e ottiene una certa visibilità, scrivo il secondo; altrimenti smetto.»

È stato pubblicato da una casa editrice piccola, di sinistra, e ha raggiunto una certa visibilità. Allora ho scritto un secondo libro, I sopravvissuti, che per fortuna ha vinto il Premio Literario Casa de las Américas. Poi la casa editrice mi ha chiesto un romanzo e io non sapevo scrivere un romanzo, io non so scrivere romanzi. Allora ho scritto Come tanti cavalli ed è successa una cosa curiosa: il libro ha vinto i principali premi letterari del Brasile. Ha venduto moltissimo, sono state pubblicate otto edizioni, in Francia, Italia, Portogallo, Argentina, Colombia, Germania, Stati Uniti e Croazia.

Due anni dopo, nel 2003, ho lasciato il giornalismo per dedicarmi esclusivamente alla letteratura. È stata una scelta radicale. Quando me ne sono reso conto, ero già uno scrittore professionista. Ma credo di averlo fatto per ignoranza, perché, se ci si pensa bene, non è possibile che un tornitore meccanico diventi giornalista, che da giornalista si trasformi in scrittore, e da scrittore in scrittore professionista. Io mi diverto, ma ancora oggi penso che da un momento all’altro qualcuno possa venire a dirmi che questo non è possibile».

«Come ti sei scoperto lettore?»

«Io non avevo libri in casa. E in Brasile l’istruzione non è mai stata un diritto, ma un privilegio, e io non appartenevo alla classe sociale che godeva di quel privilegio. All’epoca studiavo in scuole pessime che non avevano biblioteche. In più, ho sempre lavorato da quando avevo sei anni, perciò dovevo studiare di notte.

Una volta stavo aiutando mio padre a vendere topinambur in una delle piazze della città, una persona è venuta a comprarli, mi ha visto e ha detto «Che bel bambino». E mi guardava. E io, chiaramente, ero povero, si capiva dai vestiti, dal modo di fare, da tutto. Mi sono sentito molto a disagio. E ho iniziato a desiderare di scomparire.

Un giorno sono capitato in un posto molto interessante, perché non c’era mai nessuno. Era una biblioteca. Ho iniziato ad andarci non per i libri – non mi interessavano i libri –, ma perché potevo entrare, mettermi in un angolo e rimanere lì tranquillo, in silenzio. Ci sono andato una, due, tre, quattro volte e un giorno la bibliotecaria mi ha chiamato e mi ha detto: «Prendi questo libro, te lo porti a casa, lo leggi e me lo restituisci, intesi?». Io ero molto timido, le ho detto di sì; ho preso il libro, me lo sono portato a casa, l’ho letto, l’ho riconsegnato alla biblioteca e lei me ne ha dato un altro. L’ho letto, l’ho restituito alla bibliotecaria e lei me ne ha dato un altro. E così via. Quell’anno della mia vita è stato un inferno. Ogni due o tre giorni dovevo leggere un libro. Io non volevo, ma lei sì e io non sapevo come dirle che non volevo leggere.

Ma ormai quella porcheria dei libri mi aveva contagiato. Con il primo che ho letto ho scoperto che, per quanto potesse sembrare incredibile, il mondo era più grande della mia città, che c’erano altre persone che parlavano altre lingue, che avevano nomi differenti, diversi a quelli della mia città, con temperature assolutamente diverse. Questo mi ha procurato un problema serio, perché ho cominciato a pensare che volevo conoscere tutti quei posti.

«Cosa ha apportato il giornalismo alla tua scrittura?»

«Nulla, perché sono sempre stato un pessimo giornalista. Era una tortura intervistare le gente, mi vergognavo; per me le interviste erano molto faticose, non mi risultavano interessanti. Mi sono rifugiato in redazione, non sono mai stato reporter; ho sempre lavorato come redattore, poi come editore e in seguito come segretario di redazione. Tutto questo sempre per ignoranza. Sono rimasto in redazione e via via ho raggiunto posizioni più importanti. Ho sempre lavorato nell’ambito dell’economia e della politica.

Ma forse sono ingiusto. Ho ereditato due cose dal giornalismo. Una è la disciplina: tu la sera non puoi dire a un editore «Non posso farlo, mi manca l’ispirazione per l’articolo di oggi». No, devi scrivere. Io lavoro tutti i giorni; ora un po’ meno, perché viaggio molto, ma lavoro tutti i giorni. E l’altra, credo che sia quella capacità di stare attento per capire cosa c’è dietro le parole».

 


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