Intervista a Luiz Ruffato, di Giorgio de Marchis

Nell’ambito di una più generale ascesa politica e culturale dei paesi emergenti, verso la fine degli anni Novanta del secolo scorso, ossia circa una ventina d’anni fa, il Brasile ha avviato una serie di misure tese a imporre a livello mondiale una nuova immagine del paese. Oggi, tutto sembra indicare che gli obiettivi principali della diplomazia brasiliana nel breve termine siano il consolidamento del Brasile all’interno del G20 e, nel 2015, l’attribuzione al paese di un seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Gli accordi con la Cina (oggi il principale partner commerciale del Brasile), la Russia, l’India e il Sudafrica – espressi attraverso gli ormai celebri acronimi BRIC e IBS – mostrano abbastanza chiaramente in che modo i brasiliani intendano consolidare il proprio ruolo sulla scena internazionale. Il Brasile – una potenza economica che da 140 anni non si lascia coinvolgere in conflitti militari con nessuno dei dieci paesi confinanti e che, priva di armamenti nucleari, si deve per questo considerare un’assoluta eccezione nell’ambito delle cinque nazioni continentali più densamente popolate (Stati Uniti, Cina, Russia, India e, appunto, Brasile) – non poteva, però, che affidare al soft power un ruolo predominante nelle proprie strategie politiche. Il cinema, l’arte contemporanea, la musica, la letteratura, ma anche l’organizzazione, gravosissima per le finanze pubbliche, di manifestazioni ad altissima visibilità internazionale (penso alla Giornata Mondiale della Gioventù dello scorso luglio, ma anche ai Campionati del mondo di calcio del 2014 e alle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016) sono stati, quindi, subito identificati, non solo come efficaci strumenti per disegnare una nuova mappa dell’intrattenimento globale – in cui l’industria culturale brasiliana, ormai definitivamente emersa, potesse ritagliarsi un significativo spazio all’interno dei nuovi flussi commerciali – ma anche come preziosi alleati nell’ottica di un’affermazione politica internazionale. Mai come oggi, si potrebbe dire, gli artisti brasiliani hanno il compito di ricordare al mondo che Deus é brasileiro e che, ovunque vadano, arrivano sempre da un paese benedetto da questo illustre connazionale…

Da un lato, quindi, il vertiginoso aumento del potere d’acquisto di una parte significativa dei cittadini brasiliani ha imposto il paese come mercato privilegiato di prodotti culturali – Rio de Janeiro e São Paulo sono, del resto, ormai tappe obbligate di qualunque tournée mondiale e, non a caso, le due megalopoli brasiliane stanno modificando il proprio aspetto, con un susseguirsi frenetico d’inaugurazioni di spazi espositivi e centri culturali; solo a Rio, per dire, il MAR (Museo d’Arte di Rio), la Casa Daros, la Fundação Cidade das Artes (Fondazione Città delle Arti) – il maggior polo culturale brasiliano, un impressionante complesso di cinema, sale da concerti, sale conferenze e musei disegnato dall’architetto francese Christian de Portzamparc – e, presto, anche il Museu do Amanhã (il Museo del Domani) dello spagnolo Santiago Calatrava; dall’altro, si assiste all’ormai evidente tentativo di imporre i prodotti culturali brasiliani nel mondo, associandoli a un’immagine positiva di quella che si vuole presentare come la più solida democrazia nel contesto dei BRICS. In quest’ottica, si potrebbero citare innumerevoli esempi, tra i quali mi limito a segnalare il potenziamento, da parte del Ministero degli Esteri, del canale radiofonico internazionale The brazilian hour, che trasmette quotidianamente e in cinque lingue (inglese, portoghese, spagnolo, francese e cinese) solo programmi sulla cultura e la musica brasiliana e il rilancio della produzione cinematografica nazionale – inizialmente realizzata attraverso una serie di facilitazioni fiscali e, in un secondo momento, mediante la creazione di un’agenzia governativa (Ancine) e di un fondo destinato a finanziare la realizzazione di film brasiliani (Funcine). Per quanto riguarda la letteratura, il principale contributo statale alla promozione degli autori nazionali si esprime nell’imponente “Programma di sostegno alla traduzione e pubblicazione di autori brasiliani all’estero” allestito dal Ministero della Cultura. Un piano decennale (2010-2020) con un investimento del governo brasiliano di circa otto milioni di dollari, generosamente destinati alle case editrici straniere che pubblicheranno traduzioni di opere inedite oppure nuove edizioni di autori brasiliani. A tutto questo si aggiungono ulteriori finanziamenti stanziati per incentivare l’invito di scrittori brasiliani a fiere e festival letterari internazionali e borse di studio per ospitare in Brasile traduttori stranieri.

Alla luce di quanto detto, è evidente, quindi, che la presenza del Brasile come paese ospite alla Fiera del Libro di Francoforte dello scorso ottobre, non si possa considerare né casuale, né episodica. Il governo Brasiliano voleva che Francoforte fosse la sfarzosa vetrina del nuovo Brasile e, anche in questo caso, la disponibilità di fondi è stata impressionante (diversi milioni di dollari), con una delegazione che ha portato in Germania un contingente di settanta scrittori brasiliani, arrivati a Francoforte per sedurre giornalisti ed editori del mondo intero.

La conferenza d’apertura è stata, però, affidata a Luiz Ruffato. Non, quindi, al più noto e tradotto scrittore brasiliano contemporaneo, Paulo Coelho – che, d’altra parte, in polemica con gli organizzatori del padiglione brasiliano, aveva improvvisamente deciso di non prendere parte alla manifestazione –, ma neanche a uno tra gli autori più noti e autorevoli presenti nella delegazione (João Ubaldo Ribeiro, Nélida Piñon o Carlos Heitor Cony, tra gli altri). L’invito a tenere la conferenza è stato, invece, rivolto a un esponente, forse il più interessante, di quella “Generazione 90” che, negli ultimi anni, ha visto cambiare il paese sotto i propri occhi.

Chiunque avesse letto anche solo poche pagine dell’autore di Inferno provisório sapeva che Luiz Ruffato non avrebbe pronunciato un discorso encomiastico sulla nuova società brasiliana. Tutta l’opera di questo scrittore riflette, infatti, la convinzione che il presente brasiliano non sia del tutto inedito, ma gonfio di passato e, soprattutto, di errori commessi in passato. Paese di estremi, la complessità brasiliana è la conseguenza di secolari processi di esclusione sociale alternati a brevi fasi d’apertura in cui, come negli anni Cinquanta del desenvolvimentismo, spesso si è però perseguita una modernizzazione senza emancipazione. Uno sbaglio sembra dire Ruffato a Francoforte, già commesso più volte in passato. Un errore che probabilmente è il timore maggiore di chi oggi protesta per le strade delle città brasiliane, guardando magari con timore e diffidenza al benessere del proprio paese.

Sinceramente, ti aspettavi che il tuo discorso a Francoforte avrebbe suscitato così tante polemiche in Brasile? Eri consapevole che la tua conferenza sul “paradosso brasiliano” sarebbe stata considerata un’aggressione al tuo paese?

Io sapevo, sin dall’inizio, sin da quando gli organizzatori mi proposero di tenere il discorso d’apertura, che non potevo evitare di proporre una riflessione sul Brasile; e, in questo senso, sapevo che avrei suscitato qualche reazione, perché è sempre polemico mettere a nudo punti di vista che contraddicono l’immagine di noi stessi che in Brasile coltiviamo. Quello che, però, non potevo prevedere erano le dimensioni della polemica. Non immaginavo che le mie considerazioni sarebbero state interpretate come critiche al governo brasiliano, visto che mi sono limitato a esporre fatti e dati della storia del Brasile. Non potevo supporre che sarei stato attaccato da alcuni dei miei colleghi scrittori, talvolta con attacchi anche molto offensivi. Non pensavo che una critica di natura fondamentalmente costruttiva si potesse interpretare come un discorso contro il Brasile. È un vero peccato, perché ancora una volta abbiamo perso l’opportunità di discutere seriamente su che Brasile vogliamo per il futuro.

 

Quello che mi ha sorpreso è che le critiche sono arrivate da diversi punti del panorama politico e non solo da parte della destra più conservatrice. Il Ministro della Cultura, Marta Suplicy, un’esponente del Partido dos Trabalhadores ha espresso, per esempio, il suo rammarico per il fatto di non aver ritrovato nel tuo discorso “un Brasile più magico e letterario”. Vorrei che facessi uno sforzo e provassi a dirmi che immagine del Brasile avrebbe voluto veder raffigurata nel tuo discorso il Ministro?

In Brasile, purtroppo, le persone confondono i concetti di Stato e di Governo, di pubblico e di privato… Il ruolo dell’intellettuale è quello di proporre delle riflessioni. Sinceramente non so quale Brasile si volesse mostrare a Francoforte. Penso anche che non ci sia una sola parola del mio discorso contraria alle riflessioni dello stesso Partido dos Trabalhadores…

 

Conoscendo la tua opera – penso a Come tanti cavalli, ma anche alla pentalogia Inferno Provisório –, trovo un’evidente coerenza tra la tua scrittura e le idee che la permeano; ossia, non ho trovato sorprendenti le tue parole perché conoscevo lo scrittore Luiz Ruffato. D’altra parte, è anche vero che hai ricevuto sostegno e solidarietà da un gran numero di scrittori e intellettuali brasiliani…

Lo stesso presidente della Fiera del Libro di Francoforte, Jurgen Boos, in un’intervista collettiva di chiusura della Fiera, ha dichiarato che un lettore dei miei libri non si sarebbe mai sorpreso della mia proposta di riflessione… La maggior parte dei miei colleghi mi ha sostenuto, la maggior parte si è sentita rappresentata dal mio discorso. Gli attacchi sono arrivati da una minoranza dei miei colleghi, appartenenti a settori nazionalisti di sinistra e di destra, e da parte di rappresentati del nuovo fascismo brasiliano.

 

La partecipazione alla Fiera è stata comunque molto polemica sin dall’inizio. Penso alla decisione di Paulo Coelho di non prendervi parte come protesta per l’esclusione di alcuni scrittori brasiliani. Anche tu, come Coelho, ritieni “l’attuale governo brasiliano un disastro, che ha fatto grandi promesse che non sono state mantenute”?

La nostra democrazia ha appena 28 anni e, sebbene sia un breve periodo, è il più lungo della storia brasiliana. Stiamo ancora imparando a gestire ciò che non conosciamo bene. Molte cose sono state fatte, dal punto di vista politico ed economico, questo è innegabile, ma il fatto è che ci aspettavamo di più, ci aspettavamo passi avanti più rapidi e duraturi, che non ci sono stati. E tutto questo provoca frustrazione… Io sono critico soprattutto per quanto riguarda l’istruzione e la sanità, che sono rimasti ai livelli vergognosi di sempre, e critico anche in merito alle riforme politiche, che avrebbero potuto portarci a un esercizio più dignitoso della cittadinanza.

Il Brasile

Sei considerato uno dei più interessanti scrittori della cosiddetta “Generazione 90” e, nella tua conferenza, hai affermato “stiamo facendo progressi”, accumulando conquiste sociali e permettendo a un numero impressionante di brasiliani di ascendere socialmente. Se prendiamo come punto di partenza gli anni del tuo trasferimento a São Paulo e la tua attività come giornalista nei primi anni Novanta, come pensi che la letteratura abbia affrontato (e descritto) le trasformazioni radicali vissute dal paese nei quasi 25 anni que vanno da Collor fino a Dilma?

Mi sembra che oggi abbiamo una letteratura plurale, rappresentativa delle più diverse classi sociali, sebbene senza dubbio si avverta ancora la mancanza di una presenza più significativa di scrittori afrodiscendenti e indigeni. Con la cosiddetta “letteratura marginale”, definizione che non mi piace, per la prima volta abbiamo avuto scrittori che sono nati e vivono nelle periferie delle grandi città. Oggi ci sono rappresentanti di tutte le regioni del paese e mi sembra che questa somma di voci formi un concerto interessante. Non è ancora sufficiente per comprendere la complessità del paese, ma è già qualcosa.

Senza dubbio, come tu stesso affermi, la più grande vittoria della tua generazione è stata il ristabilimento della democrazia. In termini di compromesso sociale, non ti sembra complessa anche la posizione dell’artista che si trova a denunciare i mali della società quando tutto sembra andare bene, benissimo. Come si mette il dito nella piaga di una società democratica in piena espansione economica?

Il ruolo dell’intellettuale è discordare. La mia proposta di riflessione è la proposta di qualcuno che riconosce i passi avanti, ma desidera maggiori cambiamenti.

 

Ciò che sorprende, guardando il Brasile da lontano, sono le manifestazioni di protesta degli ultimi mesi. Studenti universitari, professionisti, classe media e figure sociali che, apparentemente, stanno beneficiando del boom economico del paese scendono in strada e protestano contro il governo. Come si spiega questa insoddisfazione in un momento di euforia economica, stabilità politica e progressi sociali?

Le manifestazioni sono abbastanza confuse. Ci sono molte rivendicazioni, alcune anche contraddittorie e insolite. Sembra è che oggi, in Brasile, tutti abbiano motivi a sufficienza per scendere in strada e protestare. Per le ragioni più diversi. Secondo me, riusciremo a ottenere qualcosa solo nel momento in cui queste rivendicazioni convergeranno su alcuni punti specifici, diventando così proposte di cambiamento.

 

Potresti indicare alcune opere – non solo letterarie – che, a tuo avviso, negli ultimi anni hanno descritto il Brasile in modo problematico e interessante?

Credo che chi voglia conoscere la complessità brasiliana oggi abbia a disposizione innumerevoli opere che raffigurano seriamente le diverse classi sociali. È dall’insieme di queste opere che si può tracciare un profilo più completo del Brasile.

 

La scrittura

 

I lettori italiani conoscono la tua opera grazie a Come tanti cavalli (Bevivino, 2003) e Sono stato a Lisbona e ho pensato a te (La Nuova Frontiera, 2011). Purtroppo non sono stati ancora tradotti i volumi del ciclo Inferno provisório; è evidente, però, che c’è una notevole coerenza nella tua opera, che, nel suo insieme, mi sembra un tentativo di cartografare i cambiamenti della società brasiliana, passata molto rapidamente da una società prevalentemente rurale a un’economia ormai post-industriale. Potresti provare a definire il tuo progetto letterario?

Per quanto riguarda l’Italia, posso dire che l’edizione italiana di Come tanti cavalli è stata la prima traduzione di un mio libro all’estero ed è uscita nel 2003, meno di due anni dopo la pubblicazione del libro in Brasile. Attualmente il romanzo è esaurito. L’edizione italiana di Sono stato a Lisbona e ho pensato a te ha avuto, invece, una seconda edizione appena due mesi dopo la pubblicazione della prima. È Inferno provisório, però, il mio progetto più ambizioso. In realtà, io sono diventato uno scrittore solo grazie a quel progetto. Quando all’inizio degli anni Settanta cominciai un corso di giornalismo, mi accorsi di un fatto imbarazzante: la letteratura brasiliana non rappresentava nelle sue pagine il mondo del lavoratore urbano… E io, che vengo da una famiglia proletaria e sono stato io stesso un operaio tessile e un tornitore meccanico, decisi di scrivere su questo argomento. Il problema a quel punto era di carattere estetico: non mi è mai piaciuta la maniera naturalista con cui pochi scrittori hanno affrontato la questione. Ho passato quasi vent’anni a riflettere su questo aspetto. Volevo risolvere il paradosso: non potevo usare la forma del romanzo borghese, biografico, totalizzante, per descrivere il mondo del lavoro, perché in fin dei conti il contenuto è la forma. Allora ho scritto Come tanti cavalli, una sorta di esercizio formale, in cui sperimento vari linguaggi. Solo a quel punto mi sono sentito in grado di iniziare il progetto Inferno Provisório, che consiste in cinque volumi, per un totale di circa mille pagine, dove si cerca di raccontare la storia recente del Brasile, attraverso la discussione sugli effetti causati nell’individuo da un processo brutale di industrializzazione. In cinquant’anni siamo passati dall’essere un paese rurale a una società post-industriale. Ho cercato, allora, di capovolgere l’equazione: costruire un romanzo collettivo senza pregiudicare – come faceva il realismo socialista –le esperienze individuali, ma mettendo in rilievo la soggettività dei personaggi in qualcosa che io chiamo realismo capitalista. Sono frammenti di storie, sono momenti nella vita dei personaggi, sono epifanie… Una storia costruita a partire da delle rovine, la forma segue il contenuto…

 

Presto uscirà l’edizione italiana di Di me ormai neanche ti ricordi. Come definiresti questo libro?

Come tanti cavalli era un esercizio formale necessario alla scrittura di Inferno Provisório. Ci sono, però, due libri che, sebbene non appartengano effettivamente a quel ciclo, pubblicato tra il 2005 e il 2011, ne rappresentano una sorta di appendice: Di me ormai neanche ti ricordi, originariamente pubblicato nel 2006, e Sono stato a Lisbona e ho pensato a te, del 2009. Sono titoli complementari a Inferno provisório: Sono stato a Lisbona e ho pensato a te affronta un fenomeno avvenuto negli ultimi anni della dittatura militare, quando molti brasiliani, costretti dalla brutale recessione economica, emigrarono all’estero, in particolar modo negli Stati Uniti, in Giappone e in Europa (soprattutto in Portogallo, Spagna e Italia). Il libro descrive il viaggio di un personaggio in Portogallo, dove si scontra con la dura vita dell’immigrato povero. Di me ormai neanche ti ricordi, invece, affronta il periodo della dittatura militare. Nel 2001, il narratore trova, dopo la morte della madre, delle lettere inviate dal fratello, un tornitore meccanico emigrato a São Paulo, nelle quali si racconta la quotidianità di un adolescente che diventa adulto in un mondo completamente diverso dal suo. Le lettere raccontano i piccoli drammi di qualcuno che scopre i brutali cambiamenti economici della società e come queste trasformazioni corrodano un individuo legato a valori tradizionali. Le lettere, in fondo, si nutrono di questo, del confronto tra il vecchio e il nuovo, tra un mundo rurale e il mondo urbano.

L’intervista è stata pubblicata sullo Straniero di dicembre 2013/gennaio 2014

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