Intervista a Jorge Amado

 

Per festeggiare i cento anni dalla nascita di Jorge Amado, abbiamo deciso di pubblicare un’intervista, inedita in Italia, che il prof. Giovanni Ricciardi fece allo scrittore brasiliano nel marzo del 1990. Per celebrare il Centenario amadiano, in Brasile sono in programma attività di ogni tipo, che potete tenere d’occhio su questo sito (http://centenariojorgeamado.com.br/), e anche in Italia non mancheranno nelle prossime settimane occasioni per ricordare l’autore di Gabriella, garofano e cannella.

Con questo testo, iniziamo la pubblicazione di una serie di interviste che il prof. Ricciardi ha fatto ad alcuni tra gli scrittori più importanti della letteratura brasiliana contemporanea.

Traduzione di Maria Serena Felici 

Intervista a Jorge Amado (e a Zélia)[1]

Il tuo luogo di nascita sembra “mobile”. Dove sei nato di preciso?

Sono nato nei pressi di una località chiamata Ferradas, nel comune di Itabuna, nel sud dello stato di Bahia, il 10 agosto del 1912. In realtà, sono nato nella fazenda Auricídia, vicino a Ferradas, in una piantagione di cacao – sono un grapiúna. Mio padre, João Amado de Faria, era un grande produttore di cacao. Mia madre, Eulalia Leal Amado, era sorella di produttori di cacao.

In Il ragazzo di Bahia parli di “storie di fate e di pirati, nelle curiose versioni regionali di donna Eulália”. Mi piacerebbe che raccontassi qualcuna di queste “versioni”.

In genere dico che sono incapace di “raccontare una storia” – scrivere un romanzo è una cosa completamente diversa. Donna Eulália, Lalù per i familiari e gli amici, era una straordinaria narratrice di storie. Mia moglie Zélia, la scrittrice Zélia Gattai, i cui libri di memorie  stanno riscuotendo tanto successo, è un’altra straordinaria narratrice di storie. Nonostante la convivenza con queste due maestre io non ho imparato a raccontare storie.

Mi soffermo ancora un po’ sull’infanzia e su Il ragazzo di Bahia. Brasilino José dos Santos, il compare Brás, definito “la più affascinante figura della mia infanzia”, e lo zio Álvaro, sono stati i tuoi primi “maestri di vita”?

Il compare Brás e mio zio Álvaro sono stati due dei miei primi “maestri di vita”. Ne potrei aggiungere degli altri: il jagunço Honório, un gigante nero; Argemiro, amministratore della fazenda di cacao originario dello stato di Sergipe, ad esempio, sono stati  altri due “maestri di vita” della mia infanzia.

Oltre a Pontal e alle sue spiagge, oltre alla morte, al vaiolo e alle imboscate – tutte cose di cui tu parli nello stesso libro di memorie –, cos’altro caratterizzava la vita di Jorge Amado bambino? A che giochi giocavi con i fratelli e gli amici? Com’era il Jorge delle scuole elementari?

Mio fratello Jofre morì all’età di tre anni quando io ne avevo sei. I miei fratelli Joelson e James sono più giovani di me, rispettivamente, di otto e dieci anni. Sicché io non giocavo con i miei fratelli da bambino. Le scuole elementari non le ho frequentate. Ho imparato a leggere in casa con mia madre. A Ilhéus, all’età di dieci anni ho frequentato per pochi mesi la scuola di donna Guilhermina, insegnante famosa per la sua ferocia. Mi ritirarono dalla scuola quando questa mi rifilò una buona dozzina di bacchettate sulle mani.

Com’erano i rapporti con i tuoi genitori?

I miei erano estremamente affettuosi. Mio padre era un uomo molto buono, mia madre stravedeva per i figli.

Quando hai cominciato a scrivere? Ne Il ragazzo di Bahia parli di padre Luís Gonzaga Cabral, che ti profetizzò un futuro da scrittore. Ma come reagì alle parole del gesuita l’allora bambino Jorge Amado? Esiste la “vocazione” letteraria? Come ricordi l’esperienza di “A Luneta”?

Non saprei proprio dirti come reagii agli elogi di padre Luís Gonzaga Cabral. Immagino di essermi sentito esaltatissimo. Ricordo che i compagni di classe iniziarono a trattarmi con più considerazione.

Sì, credo che la “vocazione” esista; ossia, se una persona “è portata” per scrivere ha  la vocazione letteraria.  Se “è portata” per cucinare ha la vocazione culinaria. Purtroppo io no ho mai avuto quella culinaria; mi sarebbe piaciuto molto essere un buon cuoco.

“A Luneta”, giornale che fondai quando avevo nove anni, aveva un solo redattore, me stesso.

In una intervista a “Veja”, nel 1970, affermavi di non voler fare “i grandi memoriali”, “ma solo raccontare ciò che facciamo quando non stiamo davanti alla macchina da scrivere”. Quindi: com’era il giovane Jorge Amado? Cosa faceva prima di sedersi, per sempre, davanti alla macchina da scrivere?

Il giovane Jorge Amado viveva avidamente. Ho sempre vissuto in modo ardente  e impetuoso. Sono stato il più veemente “scrittore dei poveri” che si potesse trovare per le strade della Bahia negli anni ’20. A 14 anni già lavoravo  nella redazione di un giornale, il “Diário da Bahia”, nell’umile condizione di cronista di nera: andavo all’obitorio tutti i giorni a informarmi sulle morti violente per il giornale. Con altri apprendisti scrittori ho frequentato caffè, bar, postriboli. Ho vissuto la mia adolescenza in modo intenso e ampio, la vita del popolo baiano in tutti i suoi aspetti. Ho vissuto con la gente in mezzo alla gente.  A quell’epoca ho imparato molto di ciò che ora so,  ho ricavato la materia prima utilizzata fino ad oggi nei miei libri. La mia adolescenza è stata estremamente ricca. Poverissima di soldi, ricca di vita vissuta.

Perché sei entrato nell’Academia dos Rebeldes? Che ruolo hai avuto?

Ho fondato l’Academia dos Rebeldes insieme  vari altri amici desiderosi di fare letteratura, di iniziare una carriera da scrittori. Alcuni di loro sono diventati famosi, con il passare del tempo hanno pubblicato libri. Tra questi vale la pena citare l’etnografo e folclorista Édison Carneiro, pioniere degli studi sugli afrobrasiliani; il novellista Dias da Costa; i romanzieri Clovis Amorim e João Cordeiro; il critico cinematografico Walter da Silveira; i poeti Alves Ribeiro e Aydano do Couto Ferraz.

Il mio ruolo? ho partecipato a tutte le dispute e polemiche dell’Academia. Polemizzavamo con i poeti parnassiani e i prosatori barocchi, e soprattutto con gli altri gruppi modernisti esistenti a Salvador: l’Arco & Flecha e il Samba. A dire il vero, sia noi, dell’Academia dos Rebeldes,  che questi gruppi lottavamo per lo stesso obiettivo: una letteratura moderna. Cosa che non ci impediva di litigare ferocemente, come se fossimo nemici. Cose dell’adolescenza che ricordo con nostalgia; devo dire che, personalmente, sono rimasto amico degli avversari di allora per tutta la vita.

Poi ti sei trasferito da Salvador a Rio. Come mai ha frequentato la Facoltà di Giurisprudenza in questa città? Perché non a San Paolo?

Nessun aspirante scrittore, a quell’epoca, poteva restare nella “provincia”. Doveva andare nella capitale, Rio de Janeiro, a lottare per un posto al sole. È ciò che ho fatto. Rio de Janeiro era una città deliziosa: bella e ospitale. San Paolo era una grande provincia.

Consideri il tuo primo libro pubblicato un successo, un insuccesso, un fatto determinante?

Il mio primo libro, Il Paese del Carnevale, scritto nel 1930 (avevo 18 anni), e pubblicato nel 1931, è stato fra tutti il più unanimemente elogiato.

Un altro dei miei primi libri – Lenita, in collaborazione con Dias da Costa e Édison Carneiro, pubblicato in volume nel 1930 a Rio de Janeiro – era stato scritto con i miei due  compagni per uscire a puntate, nel 1929, in “o Jornal”, quotidiano di Salvador, organo della Aliança Liberal – il partito di opposizione che sosteneva la candidatura di Getúlio Vargas alla presidenza – del quale Édison e io eravamo redattori.

 

Quali sono stati gli incontri più significativi della tua vita?

Sono stati molti gli incontri significativi della mia vita, dovrei scrivere un libro se volessi citarli tutti. Perciò ne cito solo uno: quello con Zélia agli inizi del 1945, nell’ambito della lotta politica contro  il nazismo, per la democrazia.

Io, però, insisto. Ad esempio, cosa ha spinto l’intellettuale un po’ snob de Il Paese del Carnevale Paulo Rigger, a condividere la dura vita dei dei lavoratori di Cacao? Perché questo cambiamento forte di stile e contenuto tra il primo e il secondo romanzo?

Ti dirò una cosa. All’inizio del 1990, la casa editrice Gallimard ha pubblicato la traduzione francese de Il Paese del Carnevale, esattamente 60 anni dopo che era stato scritto. Il libro è uscito contemporaneamente a un volume di dialoghi con Alice Raillard. Di entrambi i libri si è molto parlato. Lo scrittore francese Dominique Fernandes ha scritto sul Nouvel Observateur un articolo molto generoso sul mio lavoro e la mia vita. Riguardo a Il Paese del Carnevale ha detto che subiva l’influenza della letteratura europea di allora e che io ero, all’epoca, un po’ isolato. Ho risposto con una lettera, dicendo che concordavo pienamente con quanto diceva: “È vero, penso che Il Paese del Carnevale sia un libro in cui un giovane scrittore – avevo 18 anni – si lasciava influenzare da tutta la letteratura europea, fortemente intellettualizzata e senza una radice profonda; ma ciò che mi rallegra è che due anni dopo ho scritto un piccolo libro, ancora  l’opera di un apprendista, Cacao, che era tutta un’altra cosa”.

Questo cambiamento si dovette a due cose. In quegli anni dal 1930 al 1932, venni a conoscenza di  due avvenimenti mondiali. Una fu la Rivoluzione sovietica. Adesso che si susseguono le vicende dell’est europeo, che i governi cosiddetti socialisti lasciano il potere, che si verifica un cambiamento così totale e completo, è importante dire che la Rivoluzione socialista d’Ottobre, la Rivoluzione sovietica, ha scosso la vita di tutti, inclusa la mia, modificandola. La scoperta della rivoluzione socialista,  che si proponeva di risolvere i problemi della società, che prometteva generosamente di renderla giusta, fraterna, senza classi, ha emozionato tutti i giovani del mondo. E io fui uno di quei giovani. Nel 1931 entrai in contatto con i comunisti, e a partire dal 1932 militai nella Juventude Comunista, e poi nel Partito, fino a dicembre del 1955. A spingermi a entrare nel Partito fu la conoscenza delle terribili condizioni di vita del popolo brasiliano. Il PC mi sembrò allora il miglior schieramento per una lotta volta a modificare una società ingiusta e opprimente. E siccome ormai avevo una conoscenza diretta della vita dei lavoratori nelle piantagioni di cacao – io stesso ero nato in una piantagione di cacao e in essa avevo trascorso tutta la mia infanzia – invertii la mia rotta verso un tipo di letteratura completamente diversa da quella che aveva contrassegnato il mio primo libro. Smisi di subire l’influenza europea, elitaria e intellettualizzata, per ricevere l’influsso diretto della vita e della realtà del mio Paese, in un modo ancora molto ristretto, molto schematico, ma già con un’altra visione.

La rivoluzione d’Ottobre ha ancora un messaggio per noi?

I valori portati dalla rivoluzione sovietica sopravviveranno a tutti i crolli di un falso mondo socialista. A fallire è stata l’ideologia. L’ideologia è la disgrazia del nostro tempo – lo dico in quel piccolo libro di memorie dell’infanzia, Il ragazzo di Bahia. Essa limita l’uomo, dogmatizza, argina il pensiero, impedisce il libero confronto. È stata l’ideologia a determinare l’allontanamento della rivoluzione sovietica dai suoi obiettivi, dai suoi propositi. Essa offriva la felicità all’uomo, ma l’ideologia l’ha trasformata in una dittatura, che, per antonomasia, è contro l’uomo.

Io penso che i valori nati dalla rivoluzione d’Ottobre rimangano. Ti faccio un esempio. La rivoluzione francese – duecento anni fa – modificò il volto del genere umano. All’umanità prerivoluzionaria ne subentrò una completamente diversa. Dopo ci fu Napoleone, il ritorno della monarchia… Ciononostante, tali avvenimenti non hanno cancellato i valori fondamentali della rivoluzione francese.

Allo stesso modo io credo che le vicende attuali, l’infrangersi di tutto quel sogno, di tutto quello stesso sogno che fu la speranza, il motivo di vita, la lotta di generazioni e generazioni, non cancellano i valori fondamentali della rivoluzione sovietica. Quei valori restano.

Pensa al Brasile, paese che conosci bene. La fine di quel mondo, di quelle illusioni, la fine di quelle ideologie, non cambia la situazione del Brasile. Non c’è meno miseria. Allora  bisogna continuare a lottare per un cambiamento, cercare soluzioni che siano  solo brasiliane, legittime e appropriate.

 Cosa ti ha indotto, e come, a scrivere Gabriella?

È stata l’esperienza accumulata in tutti i campi. Anzitutto l’esperienza umana, di vita; secondo,  quella letteraria e della vita politica. Quando scrissi Gabriella, tutta una serie di cose che stanno accadendo oggi cominciavano a prendere forma davanti ai miei occhi. Iniziai a capirle, a comprenderle, ad analizzarle, in un processo che è stato lungo, molto difficile, crudele. Non è stato facile, realizzabile da un giorno all’altro; è stata una lotta costante. All’inizio uno non vuole credere di essersi lasciato ingannare, illudere, di aver sbagliato; e reagisce contro tutto ciò. Gabriella è un libro scritto alla fine di tale processo, quando mi liberavo da ogni dogmatismo, da queste ideologie strette e settarie.

Poeta, giornalista, intellettuale… nei tuoi romanzi è tutto dissacrante, spassoso. Perché?

Io non ammiro molto gli intellettuali. Penso che svolgano indubbiamente un ruolo importante, eminente, nello sviluppo della società. Ma, a volte, la condizione di intellettuale conduce troppo facilmente a una posizione elitaria, distante dal popolo. L’intellettuale si sente sempre un gradino più in alto, superiore. Lui sa, lui ha un potere immenso che gli è dato perché detiene valori che la gente comune non possiede – o almeno lui pensa che non possegga –: valori culturali, di conoscenza, di sapienza, e quindi guarda tutti dall’alto verso il basso, detta le leggi al popolo. È qui, a mio parere, il pericolo. Mi dispiace molto, ad esempio, che in Brasile gli intellettuali, anche quelli più schierati a sinistra, siano molto distanti dalla gente comune, e che soprattutto non la conoscano, non sappiano nulla della sua vita. Vogliono parlare per la gente, a suo nome, senza però conoscere realmente  la vita. La loro conoscenza viene quasi sempre dai libri, il più delle volte letti male.

Io non mi considero un intellettuale; io sono uno scrittore. Credo che esistano valori completamente diversi per un romanziere, un poeta, uno scrittore, tra i creatori di vita e gli intellettuali, quelli che proclamano le teorie, le leggi, che impongono le ideologie e finiscono per abbrutirsi nella ricerca e nell’esercizio del potere.

Ho molta paura degli intellettuali.

Non pensi che molti dei tuoi personaggi siano fondamentalmente anarchici?

Sì, è possibile! C’è un libro, Tocaia grande, in cui emerge quell’idea di libertà, un mondo libero,  un modello di vita basato non sull’ideologia, non su teorie, non su leggi dettate dall’alto ma sulla fraternità, sulla solidarietà umana. La storia finisce quando arriva la legge. Prima c’è la piena, la catastrofe naturale, e l’uomo riesce a superarla e sconfiggerla; poi la peste, il male distruttore della vita, e l’uomo riesce a vincere e sopravvivere, ma la legge è peggio di una catastrofe e persino della malattia. Tocaia grande è un libro in cui si definisce abbastanza bene il mio pensiero: lì io pronuncio il mio “no”, mentre gli altri dicono “sì”. Credo che sia questo il mio unico impegno.

Tra le tue eroine molte sono o sono state donne di vita. Perché?

Perché ho voluto affidare alla bocca e  alle mani di quelle figure così mortificate dalla società, così disprezzate, umiliate, la missione, diciamo, di cambiare la società stessa.

Come spieghi la mancanza della maternità, della donna-madre nei suoi romanzi?

Questa domanda mi colpisce. In verità, tra le eroine dei miei romanzi non ce n’è nessuna che incarni il problema della maternità. Tuttavia in Tocaia Grande tale sentimento è molto presente in una donna, non perché essa sia madre, ma perché è una levatrice. Alla fine del libro, quando stanno per morire – il capitano Notário e Coroca, una prostituta che poi è diventata levatrice – lei dice che non c’è niente di più bello che “tirar fuori una creatura”, veder nascere un bambino.

Il tema della maternità non è presente nei miei libri in modo costante, è vero. Nessuno prima d’ora mi aveva mai fatto questa osservazione così giusta.

Da quanto tempo ti puoi permettere di vivere unicamente dei proventi della scrittura?

Dagli anni quaranta sono solo scrittore, vivo della mia professione, una vita degna e modesta. Prima, dal 1934 al 1937, ho lavorato presso la casa editrice José Olympio. In realtà ho cominciato a lavorare come giornalista molto giovane, a 14 anni, per il Diário da Bahia come già detto, per poi passare all’Imparcial.

 

Oggigiorno come trascorre la giornata il Jorge Amado scrittore?

Impossibile descrivere la giornata di Jorge Amado. La mia vita è tutta una corsa. Faccio mille cose diverse, quasi non mi rimane tempo per il mio lavoro di scrittore. Quando mi decido a lavorare su un romanzo devo allontanarmi dal Brasile: in patria non né ho il tempo e non ho neanche l’isolamento necessario.

Perché scrivi?

Non so fare altro. Veramente, io non so fare altro. C’è un’infinità di cose che tutti sanno fare e io no. Quindi scrivo innanzi tutto perché, bene o male, è l’unica cosa che so fare; secondo perché è un’attività difficile, ostica, talvolta perfino drammatica, e che proprio per questo dà tanta gioia e anche una certa soddisfazione per aver fatto qualcosa. Quando qualcuno – e ciò accade con molta frequenza – mi scrive o mi cerca e dice: “Ho letto il tale libro ed è stato importante per me, mi ha aiutato nella vita”; quando un giovane brasiliano mi dice: “Da quando ho letto Capitani della spiaggia ho preso molto a cuore la problematica dei bambini” ecc., questo mi riempie di soddisfazione.

Sono poco sensibile a premi, cerimonie solenni – sei stato tu a proporre la mia laurea honoris causa in Lingue e Letterature Straniere all’Università di Bari, un onore per me –; questo genere dicose mi coinvolgono di meno, per quanto le riceva con gioia ed emozione. Ciò che mi entusiasma davvero nell’ambito del mio lavoro, della mia professione, è sapere che in varie parti del mondo, non solo in Brasile, ci sono state donne che, ad esempio, dopo aver letto Teresa Batista si sono sentite in grado di realizzare determinate cose.

Ho scritto Due storie del porto di Bahia. Sai che verso la fine il protagonista, Vasco Montoso de Aragão, si sente demoralizzato – lascia la nave alla fonda, una cosa assurda! Il libro era uscito da qualche giorno quando ricevetti una telefonata da una signora che diceva: “Guardi, io sono una sua  lettrice, ho letto tutti i suoi libri; ora sto leggendo Due storie del porto di Bahia; sono arrivata al momento in cui lui esce dalla nave completamente demoralizzato e va in una pensione. Le dirò una cosa: se lei non salva quest’uomo non leggerò mai più una sola pagina sua!”

Queste cose sono importanti per uno scrittore, sono quelle che lo emozionano di più, che hanno un vero significato. È per questo che scrivo. E scrivo anche perché non ho altre risorse finanziarie se non i diritti d’autore dei miei libri, ma credo di poterle dire che scrivo perché non posso fare a meno di scrivere, di scrivere romanzi, di ricreare vita. Ho terminato Santa Barbara dei fulmini a ottobre del 1988. Da allora ho viaggiato, fatto conferenze, fatto parte di commissioni giudicatrici, scritto articoli, ricevuto onorificenze – troppo lavoro per la mia età – ma ogni giorno sento sempre più la necessità di tornare alla macchina da scrivere per lavorare su un romanzo, ricreare vita.

In Brasile tutti aspettavano l’uscita di Boris – il rosso per la fine dell’anno.

Non ho cominciato a scrivere. Ho provato già due volte, mi sono messo alla macchina da scrivere e il libro non è uscito. Cercherò, magari adesso, a dicembre, di abbozzare un piccolo libro ambientato durante la dittatura, e vedremo come le circostanze porteranno quello che non è altro che un giovane qualunque a trasformarsi in una figura quasi leggendaria, vista da una parte come un bandito e dall’altra come un eroe.

Ma la casa editrice Rocco dice che lo pubblicherà a dicembre…

Le case editrici fanno sempre pressione sugli autori. Io sento che il libro non è ancora maturo. Mi sono messo due volte alla macchina da scrivere con in mente l’argomento del romanzo che per due volte non era maturo. Non vorrei che ciò si ripetesse per la terza volta.

Il procedimento creativo dei tuoi libri passa per molte fasi di elaborazione? Ci puoi dire come “è nato” uno dei tuoi romanzi?

Due sono le fasi. Prima di tutto lascio maturare il tema nella testa; la struttura della narrazione, gli spazi e i tempi del romanzo, e comincio a vedere ambiente e personaggi. Quando credo che sia maturato a sufficienza, mi metto alla macchina da scrivere (scrivo a macchina, una macchina di quelle antiche, meccaniche. Scrivo con due dita, rapidamente e con molti errori di battitura).

Ecco un esempio di procedimento creativo. Nel giugno del 1975, andai a vedere, per l’ennesima volta, le feste di São João a Estância, città natale di mio padre, nel Sergipe, dove avevo vissuto due volte per vari mesi. Lì un ragazzo, deputato di sinistra del governo sergipano, oppositore della dittatura militare, mi raccontò che stava tentando di portare una fabbrica di produzione e lavorazione di derivati della manioca, da insediare in prossimità della città, nel punto in cui i fiumi Piauí e Piauitinga si incontrano formando il fiume Real.

Il progetto industriale dovette scontrarsi con le difficoltà derivanti dall’opposizione di alcuni abitanti del luogo, che lo consideravano estremamente inquinante. Il deputato ammetteva il pericolo di inquinamento dell’aria e dell’acqua dei fiumi, in cui abbondano pesci, molluschi e crostacei, il che avrebbe creato enormi difficoltà per la popolazione. Ma, a difesa del suo progetto argomentava: “Il progresso ha un prezzo che bisogna pagare.” Tale affermazione mi inorridì, e decisi di scrivere un romanzo per combattere quel concetto antiumano di progresso. Così nacque l’idea di Vita e miracoli di Tieta de Agreste, mentre assistevo a una sfilata di gruppi folcloristici e all’elezione di “Miss Estância”.

Insieme con altri artisti e scrittori baiani, io lottavo (e fummo sconfitti) per impedire la fondazione a Bahia di una fabbrica di diossido di titanio, terribilmente inquinante, la Tibras, che fu costruita in una località bellissima, Interlagos, vicino ad Arembepe. La nostra protesta non servì a nulla. Partii da questa lotta; cominciai a vedere i personaggi, gli spazi del romanzo; una cittadina amena dell’entroterra, segnata dal tempo, una spiaggia incantevole, la capitale dello Stato ecc. Cominciai a vedere le figure: il giovane veemente, patriota, desideroso di progresso a ogni costo; i rappresentanti della multinazionale; la popolazione locale povera e sofferente. Per la figura principale pensai che, come simbolo del popolo avrei dovuto creare un personaggio di bassa estrazione e mestiere maledetto: una prostituta. Ma siccome doveva essere in qualche modo potente, la feci maîtresse, tenutaria di una casa di tolleranza a San Paolo. Così è nato Tieta, romanzo che scrissi a Londra nel 1976.

continua…

[1] Jorge Amado era un grande girovago ma manteneva  le promesse. Questa intervista, a lungo rimandata, è stata in parte registrata a Roma e in parte realizzata per iscritto. Alle parole di Jorge ho aggiunto  alcune battute di Zélia – è un mio piccolo omaggio – , registrate durante l’incontro dello scrittore con lettori e studenti a Bari, in occasione della laurea honoris causa che la mia Università gli conferì.

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