Intervista a Jorge Amado (II parte)

 

Per festeggiare i cento anni dalla nascita di Jorge Amado, abbiamo deciso di pubblicare un’intervista, inedita in Italia, che il prof. Giovanni Ricciardi fece allo scrittore brasiliano nel marzo del 1990. Per celebrare il Centenario amadiano, in Brasile sono in programma attività di ogni tipo, che potete tenere d’occhio su questo sito (http://centenariojorgeamado.com.br/), e anche in Italia non mancheranno nelle prossime settimane occasioni per ricordare l’autore di Gabriella, garofano e cannella.

Con questo testo, iniziamo la pubblicazione di una serie di interviste che il prof. Ricciardi ha fatto ad alcuni tra gli scrittori più importanti della letteratura brasiliana contemporanea.

Traduzione di Maria Serena Felici

…continua

Intervista a Jorge Amado (e a Zélia)[1]

[ intervento di Zélia ]

Ho conosciuto Jorge Amado molti anni prima di che lui conoscesse me. Ero sua lettrice, amavo i suoi libri. Ma non solo. Mi piaceva l’uomo, il lottatore, il coraggioso, perché seguivo i suoi passi a distanza. Mi indignai molto quando seppi che avevano bruciato Capitani della spiaggia a San Paolo e a Bahia, con tanto di ordine firmato da un generale. E alla Fondazione abbiamo la pagina di giornale incorniciata. Non successe solo al libro di Jorge, ma anche a quelli di José Lins do Rêgo.

All’epoca io apprezzavo tantissimo l’uomo e lo scrittore, ma lo conobbi personalmente solo nel 1945. Stava finendo la guerra e in Brasile finivano anche gli anni della dittatura. C’era un clima di grande euforia, e manifestazioni per le strade a cui io prendevo parte. Quando Jorge arrivò a San Paolo, dove abitavo, per capitanare il movimento per l’amnistia dei prigionieri politici, si fece la riunione organizzativa, e io vi partecipai. Jorge mi diede un’occhiata e disse: “Tu lavorerai con me”.

Jorge Amado: Questa è la tua versione!

Zélia: Io tremavo, provavo un grande rispetto per lui. E non sapevo con che canaglia avevo a che fare, scusate l’espressione! Avevo già lavorato nel settore delle finanze, ma lui mi volle in quello pubblicitario. Quindi mi condusse davanti a una macchina da scrivere. “Siedi qui” mi disse “che devo redigere un comunicato per il giornale”. A quel punto mi sentii morire di vergogna: “Io non so scrivere a macchina!” E lui: “No? Ma che ragazza inutile!” Fu così che dovetti imparare a scrivere a macchina con dieci dita! Lui scrive solo con due dita e con una macchina molto rumorosa; solo dopo fa le correzioni a mano. E iniziai a lavorare con lui. Sono quarant’anni che lui è il mio capo. Quando ha bisogno di un nome italiano per un personaggio chiede a me, ma io voglio sapere se è un personaggio positivo o negativo, perché in quest’ultimo caso non voglio dargli il nome di un amico di mio padre! A volte chiede titoli di canzoni. Un giorno mi domanda: “Qual è quella canzone di Dorival Caymmi di cui tu canti sempre un verso e poi ti fermi? Ho bisogno di una parola che sta in quel verso”. Allora io canto: Ó insensato coração… E lui: “Ecco. Insensato è la parola di cui avevo bisogno”. Un’altra volta, stava scrivendo Teresa Batista, mi chiama e dice: “Tu sai cantare tanti tanghi, cantamene alcuni”. Io comincio: “Tiempo de la madrugada…” E lui fa: “Non questo!”. Io: “Caminito que el tiempo…” Lui: “Neanche quest’altro!”. E io ancora: “La cumparsa de miserias sin fin…”. E Jorge: “Esatto, intendevo proprio questo, perché un mio personaggio si chiamerà Jarbas la Cumparsita”!

A volte mi dà cinquanta pagine da battere a macchina. Io con la macchina elettronica e dieci dita finisco subito, muoio dalla curiosità di sapere cosa accadrà e domando: “Jorge, che succederà al tale personaggio?” E lui: “Non lo so, perché i miei personaggi hanno vita propria, hanno corpo e sangue, fanno ciò che vogliono e se pretendessi che facessero ciò che voglio io risulterebbero falsificati, non sarebbero più personaggi vivi.” Questo lo imparai con il primo libro che scrisse da quando stavamo insieme: Messe di sangue. Io tentai di salvare la bambina Noca e chiedevo: “Questa bimba morirà, Jorge?” E lui: “Morirà, perché ha bisogno di morire”. E io: “Ma come sarebbe a dire “ha bisogno”, se sei tu il padrone della storia?” E lui: “Deve morire!”. Allora io, disperata: “Se vuoi uccidere qualcuno, uccidi il piccolino che ha pochi mesi…!” sono convinta che Jorge, quando scrive, non conosce l’evolversi della storia.

[fine dell’intervento di Zélia]

Jorge, tu scrivi che Tieta fa l’amore con ipsilon semplice e  ipsilon doppia. Cosa significa?

L’amore nei miei libri è qualcosa di pulito, né sporco, né triste. È una cosa  sublime e gioiosa che nobilita l’essere umano e lo rende migliore. Direi che i miei libri trasmettono questa purezza, la purezza dell’amore. Anche tutto ciò che di collaterale all’atto d’amore esiste c’è, e a volte ne parlo. Dicono che le mie figure femminili sono lottatrici e simbolizzano la  battaglia della donna brasiliana per una condizione migliore, meno oppressa. È vero. Ciò non impedisce che a queste donne piaccia fare l’amore. Una di loro si chiama Tieta. Tra le cose che pratica a letto ci sono la ipsilon semplice e la ipsilon doppia. Un giorno ricevetti una lunga lettera da una signora che si diceva sposata, che aveva avuto un marito a cui non piacevano queste cose, e dopo la morte di questi aveva riscoperto la vita e… era andata avanti. Mi chiedeva di dirle che cosa fosse la ipsilon, perché ormai conosceva tutto tranne quello. Io risposi dicendo: “Cara signora, piacerebbe anche a me saperlo. Tieta non me l’ha mai detto…”. Ed era vero. Anni dopo, a Madrid, durante un incontro al Centro Iberoamericano appare una donna che si presenta dicendo: “Sono la signora della ipsilon semplice e doppia!” E io: “Se ha capito cos’è mi racconti!” Ancora non l’aveva capito!

Com’è il tuo rapporto con i personaggi?

L’autore non è il padrone dei suoi personaggi. Il personaggio, per essere realmente una figura romanzesca, ossia viva, in carne e ossa, deve pensare con la propria testa e fare ciò che ritiene opportuno. Io dico sempre, e lo dicevo anche a te poco fa, che non so raccontare delle storie, nel senso di inventare una storia e raccontarla. Le mie storie sono fatte dai personaggi, passo dopo passo. Quando interrompo la scrittura è difficile che io sappia cosa avverrà dopo; a volte, i personaggi non accettano ciò che avevo pensato. Senti questo piccolo aneddoto che riguarda Dona Flor. Ero ormai alla fine. Il primo marito era tornato dall’aldilà e voleva andare a letto con lei. Ma Flor, donna molto onesta, piena di pudore piccolo-borghese e ormai con un nuovo marito, si rifiutava. Tuttavia la sua resistenza vacillava, poiché era stata lei a invocare Vadinho, era lei ad avere  bisogno di fare l’amore con Vadinho. Così, per farlo tornare al nulla da cui era venuto, aveva fatto ricorso a un incantesimo del candomblé. In quel periodo arrivò a Bahia una mia nipote, che domandò come sarebbe finito il libro. Io risposi che non lo sapevo, ma che avevo una mezza idea: visto il carattere di Dona Flor, così pudica eprudente, ma, al tempo stesso, così sensuale, pensavo che si sarebbe concessa a Vadinho ma che, poi, si sarebbe sentita terribilmente infelice, pentita, per aver fatto un torto al marito, il farmacista. Visto che aveva fatto un’offerta propiziatoria, pensavo che Vadinho sarebbe tornato ma che lei si sarebbe abbandonata tra le sue braccia in un delirio molto poetico. E così continuai a scrivere. Dona Flor, come avevo previsto, andò con Vadinho e … ne fu contentissima. A quel punto smisi di scrivere e andai a dormire. Giorni dopo tornai alla macchina e che successe? Che dopo che quello se n’era andato, il marito, il farmacista dottor Teodoro, entrò in camera, si mise il pigiama, si sdraiò sul letto e fece l’amore con lei, a lei piacque e se li tenne entrambi. E il mio finale poetico? È andato a farsi friggere.

Che rapporto hai con la parola?

Io lavoro con le parole e cerco di riprodurre il linguaggio popolare. Ma la scrittura dipende dal contenuto – la forma nasce dal contenuto.

Ci sono momenti felici o ideali per scrivere?

Scrivo quando ho qualcosa da raccontare, non ho mai pensato a momenti felici o ideali.

Quando scrivi è il desiderio che ti spinge a scrivere oppure è una nevrosi?

Il desiderio e la fantasia. La nevrosi è roba da geni. Io per fortuna non sono un genio.

C’è un libro di un altro autore che ti piacerebbe aver scritto?

Ce ne sono molti. Tanto per cominciare, il Don Chisciotte di Cervantes.

Come ti senti all’interno della letteratura brasiliana di oggi?

Sono un modesto scrittore baiano, piuttosto inviso alla critica ma, in compenso, molto apprezzato dal pubblico.

Cosa pensi di questa letteratura?

Penso sia una letteratura importante, molto variegata, ma con una certa unità dovuta alla realtà meticcia propria della nostra cultura.

Come sei riuscito a pubblicare il tuo primo libro?

Studiavo alla Facoltà di Giurisprudenza di Rio. Un collega, Octávio de Faria, figlio dello scrittore Alberto de Faria, godeva di grande prestigio per il successo riscosso da un suo recente saggio di argomento politico; Octávio lesse alcuni miei manoscritti, gli piacquero, li portò all’editore Schmidt e glieli raccomandò. Un altro scrittore importante li lesse, e praticamente la sua opinione favorevole ed entusiasta fece sì che Schmidt – il poeta Augusto Frederico Schmidt –  pubblicasse il romanzo. Lo scrittore si chiamava Tristão da Cunha.

Quando scrivi pensi ai critici, al mercato, al lettore?

Penso ai personaggi. Penso al libro, e non al mercato. Sono uno scrittore, non un commerciante.

Pensi che la pubblicità sia importante per il lancio e il successo di un libro?

La pubblicità può aiutare il lancio di un libro, ma non trasformerà mai un libro mediocre in un buon libro; potrà solo ingannare il pubblico per un po’di tempo. Il successo dipende, fondamentalmente, dal libro stesso. Parlo del successo vero. Quello occasionale – un libro sopravvalutato – dipende da mille cose e capita spesso. Ma non dura.

Potresti tracciare un tuo autoritratto?

No, non sono in grado di farlo.

E un bilancio di questi sessant’anni di vita letteraria?

Guarda, quando ero giovane pensavo di essere uno scrittore, un grande scrittore, uno scrittore affermato. Oggi mi ritengo un modesto romanziere. L’ho imparato con la vita. Credo di aver realizzato un’opera letteraria piccola ma onesta, giacché essa è il riflesso della vita del popolo brasiliano, soprattutto di quello di Bahia. Credo di essere stato in un certo senso il portavoce di questo popolo. Limitato, non troppo potente, ma pur sempre un portavoce. E credo che ciò valga anche per l’intero popolo brasiliano. Non mi illudo di aver realizzato una grande opera. Ho fatto ciò che ho potuto, ma in modo dignitoso.

Quanto alla mia vita personale, dico sempre che la vita è stata molto generosa con me.  Mi ha dato più di quanto chiedevo e meritavo, sia per quanto riguarda il lavoro sia per quanto riguarda la vita privata.

Ho il privilegio di avere per moglie, da quarantacinque anni, Zélia Gattai, oggi scrittrice e mia concorrente. Ho, abbiamo, soprattutto, amici meravigliosi. Questa è la mia ricchezza, la nostra ricchezza, in qualsiasi parte del mondo andiamo e viviamo, specialmente in Brasile.

               

 


[1] Jorge Amado era un grande girovago ma manteneva  le promesse. Questa intervista, a lungo rimandata, è stata in parte registrata a Roma e in parte realizzata per iscritto. Alle parole di Jorge ho aggiunto  alcune battute di Zélia – è un mio piccolo omaggio – , registrate durante l’incontro dello scrittore con lettori e studenti a Bari, in occasione della laurea honoris causa che la mia Università gli conferì.

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